Krugman vs Alesina


Giocando sul famoso titolo del film di Romero, “La notte dei morti viventi” Paul Krugman nel suo blog sul New York Times il 13 marzo ha scritto un pezzo dal titolo “Night of the Living Alesina”, traducibile “La notte del vivente Alesina”. Vi propongo qui la traduzione del pezzo. Mi sono risparmiato del tempo usando la traduzione comparsa Keynesblog.

Ehi, ricordate i bei vecchi tempi dell’austerità espansiva? Su entrambi i lati dell’Atlantico, i fautori dell’austerità hanno preso il lavoro accademico di Alberto Alesina e Silvia Ardagna sostenendo che il consolidamento fiscale, se concentrato sui tagli alla spesa, porterebbe all’espansione economica. Non perché lo studio fosse particolarmente interessante – visto che anche una rapida occhiata suggeriva che la metodologia per la trattazione dell’austerità era gravemente viziata. Piuttosto Alesina ha detto alla gente quello che voleva sentirsi dire, e loro si sono accodati.

Da allora abbiamo avuto quella che deve esser stata una delle combinazioni più nette mai esistite di critica accademica e test sul mondo reale di una dottrina economica – e l’austerità espansiva non è uscita a pieni voti. Il FMI si è messo ad indagare l’austerità attraverso un esame delle politiche effettivamente adottate e i risultati di Alesina sono stati contraddetti. I critici hanno mostrato che tutti gli esempi di presunte espansioni attraverso l’austerità hanno coinvolto fattori come il deprezzamento della moneta o cali repentini dei tassi di interesse che attualmente non sussistono. Le politiche di Osborne nel Regno Unito hanno portato alla stagnazione; per non parlare della zona euro, beh…

Comunque, se si toglie la Grecia, il risultato è più o meno la stesso, anche se l’R-quadro è inferiore.
Ci si sarebbe potuto allora aspettare che i fautori dell’austerità cambiassero idea o trovassero almeno altre giustificazioni. Invece no. Sia David Cameron che Paul Ryan continuano a predicare la vecchia religione dell’austerità espansiva, la favola della fiducia e tutto il resto.
Questo è, tra l’altro, un problema abbastanza grande per il bilancio di Ryan, che produce effettivamente molta austerità concentrata, perché in parte mantiene gli aumenti fiscali che finanziano la “Obamacare”, ma rimuove l’espansione del Medicaid e alcuni sussidi. Il risultato sarebbe un forte drenaggio fiscale nel 2014 e nel 2015 – anni in cui è molto probabile che gli Stati Uniti si troveranno ancora in una trappola della liquidità, così che i moltiplicatori saranno alti. Questo particolare “Cammino verso la prosperità” è, nel breve-medio termine, assai più un percorso di depressione continua.
Per fortuna non accadrà. E una rapida lettura delle reazioni suggerisce che il nuovo piano di Ryan viene accolto con derisione, piuttosto che con adulazione. I nostri esperti stanno imparando? Un po’, può darsi.

MMT: la teoria spuntata

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Disgraziatamente mi è capitato di nominare Barnard. L’uomo ha molti detrattori ma, evidentemente, altrettanti sostenitori. Perciò qua e là mi è capitato di vedere che della teoria di cui si fa portavoce (se non paladino) molti sembrano essere convinti. Ne avevo già accennato con toni possibilisti in un post di un anno fa. Studiai un poco la questione da allora. Non ne scrissi più ma arrivai alla conclusione che si tratta di una teoria che finisce per fare acqua da tutte le parti.
La teoria parte da un assunto indimostrabile (poco male: tutte le teorie tendono a farlo) che si può riassumere così: se uno Stato ha la capacità di stampare moneta propria non può fallire, ha cioè una ability to pay che lo mette al riparo da ogni problema. In questo modo uno Stato può non porsi alcun tetto al deficit perché, se questo crescesse troppo, voilà si avvierebbero le zecche e si stamperebbe tutta la moneta necessaria a coprire qualsiasi buco. Il vero modo con il quale lo Stato si finanzia sarebbe proprio questa indefinita possibilità di stampare moneta. Le tasse – contrariamente a quanto si pensa – non sarebbero lo strumento per creare le risorse necessarie al buon funzionamento dello Stato. Le tasse servirebbero a controllare l’inflazione. Le tasse sarebbero niente altro se non il riconoscimento del valore della moneta e quindi del suo controllo sulla inflazione. Cosa significa? Significa che lo Stato stampa moneta con la quale stimola la domanda di moneta stessa con l’obbligo del pagamento delle tasse. I teorici della MMT ragionano come ragionavano i colonialisti in Africa all’inizio del Novecento. Di fronte alle tribù che non conoscevano moneta e non volevano usarla imponevano tasse esigibili soltanto in moneta. Gli africani, obbligati al pagamento delle tasse, dovevano procurarsi queste benedette banconote. Perciò vendevano i loro prodotti accettando a loro volta soltanto banconote. Il risultato era che la banconota acquistava valore e credibilità. I prodotti della terra nel gioco del libero scambio commerciale assestavano il loro prezzo e praticamente da soli assicuravano il controllo dell’inflazione. Una volta che tutti abbiano accettato la moneta e gli abbiano dato credibilità usandola, lo Stato non si preoccupa più neppure di emettere titoli di Stato perché non ha nessuno bisogno di approvvigionarsi attraverso il mercato. Se ha bisogno di denaro lo stampa.
Il punto sul quale la MMT si arena e perde di chiarezza è come si gestiscono i problemi di bilancia commerciale verso l’estero. Usare la moneta per finanziare la spesa pubblica porta inevitabilmente ad un aumento delle importazioni. In una situazione del genere sarebbe inutile qualsiasi controllo del tasso di cambio. La MMT ci risponde che di fronte a questo pericolo si risponderebbe facilmente attraverso la svalutazione competitiva della moneta. Una pratica questa nella quale siamo stati – noi italiani – maestri per molti anni prima dell’Euro. Svalutando i beni prodotti diventano competitivi sul mercato e i beni esteri diventano inarrivabili sul mercato interno. Chi è un po’ anziano ricorderà che la composizione del parco auto circolante negli anni 70 e 80 era per lo più nazionale. Gli italiani compravano Fiat perché una automobile tedesca aveva prezzi sostenibili solo da pochi. Ammettiamo a questo punto che un governo italiano qualsiasi domani decidesse di uscire formalmente dall’Euro e – tornando ad una moneta nazionale – attuasse una politica di autofinanziamento attraverso la stampa di cartamoneta e di svalutazioni competitive. Il risultato sarebbe abbastanza scontato: i Paesi esteri fornitori di materia prima (non dimentichiamo che la nostra economia è una economia di trasformazione) chiederebbero di essere pagati non con la nostra moneta nazionale ma con una qualsiasi moneta estera ritenuta “sicura”. Sicura perché la nostra moneta nazionale non lo sarebbe vista la nostra abitudine a svalutarla ogni volta che ci serve. Ci occorrerebbe allora una grande quantità di moneta estera giudicata affidabile per acquistare materie prime. Qualcuno potrebbe dire che questa moneta affidabile arriverebbe dalle vendite estere dei nostri prodotti. Ma sarebbe una rincorsa continua. Svalutando in modo competitivo piazzeremmo i nostri prodotti ma con cambiamenti dell’afflusso di capitali esteri. Le vendite non garantirebbero automaticamente l’afflusso di valuta estera per l’acquisto di materie prime. In più le oscillazioni dei prezzi delle materie prime potrebbero aggravare la situazione costringendoci a spendere di più in moneta estera. Perciò l’indipendenza ottenuta con l’uso illimitato di moneta stampata verrebbe annullata dalla dipendenza da valuta straniera per gli scambi commerciali internazionali. Inoltre mi pare una illusione supporre che, di fronte a svalutazioni competitive nostrane, gli altri Paesi rimarrebbero inerti spettatori e non adotterebbero, a loro, volta misure difensive.
Insomma in linea puramente teorica a me pare che la MMT funzioni a condizione che la nazione che comincia a stampare come e quanto vuole, sia dotata di una moneta che, a livello internazionale, è diventata moneta di scambio. Per certi versi la MMT è applicabile agli Stati Uniti e al Giappone che hanno monete “internazionali” forti ma non a Paesi le cui monete non avrebbero tale caratteristica. La mia conclusione è che la MMT semplicemente trasferisca i problemi dal pareggio di bilancio al pareggio della bilancia dei pagamenti. Per dirlo in altri termini: il problema non si risolve ma si sposta rimanendo identico. Insomma rimarrebbe il problema – altrettanto drammatico – di finanziare la bilancia dei pagamenti. E non sarebbe uno scherzo.
Ma poi – perdonate la frase provocatoria – in questo Paese noi la MMT l’abbiamo usata per anni e anni prima dell’introduzione dell’euro. Chi c’era si ricorderà l’inflazione a due cifre, i mini-assegni e quant’altro. Seriamente qualcuno ha il coraggio di sostenere che quelle erano condizioni che sostenevano la piena occupazione? Il tasso naturale di disoccupazione in Italia cominciò a salire a partire grosso modo dal 1964 passando da circa il 4% a circa il 16% nel 1998-99. E faccio umilmente notare che non c’era l’euro. Il tasso di disoccupazione nel 2012 ha toccato secondo l’ISTAT l‘11,1%. Di fronte a questi dati mi domando: tornare alla moneta nazionale e alle svalutazioni competitive è una soluzione per l’occupazione? Cosa ci garantisce che questa ricetta che in passato non ha dato alcun risultato in termini occupazionali ne darebbe ora? Insomma i problemi non sembrano essere superabili dalla bacchetta magica della MMT e quindi dalla uscita formale dall’Euro. Semplicemente si sposterebbero. Io non sono affatto uno di quelli che vede nella uscita dall’Euro la fine del mondo dell’economia italiana. Tuttavia non ci vedo neppure la soluzione dei problemi. Il punto è che Mosler, uno dei fautori della MMT, insiste sul concetto che la moneta è un “monopolio dello Stato”. Su questo non ho problemi a seguirlo: sono d’accordo con lui. Però il problema che pongo è che non esiste uno Stato ma una pluralità di Stati ciascuno con il proprio monopolio. Non siamo soli, non saremmo soli in una operazione di sganciamento dall’Euro.
Per come lo vedo io il problema è che c’è stata una valutazione politica sbagliata nella creazione dell’Euro. All’epoca tutti sapevano che le economie che entravano a farvi parte erano troppo distanti l’una dall’altra. Venne coltivata una cieca fiducia nel fatto che, nel giro di pochi anni, le diverse economie si sarebbero spontaneamente riallineate. Una cieca fiducia neoliberista che ha lasciato questo compito al mercato. Ma il mercato in trecento anni di capitalismo ha dimostrato di non essere in grado di riallineare nulla. La mano invisibile dell’economia non ha mai funzionato. Il capitalismo ha vissuto la sua esistenza in balia di gravissime crisi cicliche. Il fatto che sia sopravvissuto ad esse non è una dimostrazione della sua validità ma, semmai, della sua resistenza. Ma la capacità di sopravvivere non fa sì che qualcosa possa definirsi positivo: anche il virus dell’AIDS si è dimostrato resistente e a nessuno verrebbe in mente di dedurne che si tratta di un virus utile e simpatico.
La fiducia che tutto si mettesse a posto da sé, spontaneamente, ha condotto l’Euro alla rovina. Nessuna politica economica seria è stata pensata per far sì che le varie economie di allineassero verso un punto mediano dal quale ripartire. Ovviamente non era necessario un mago o un veggente per prevedere che, in queste condizioni, le economie forti prima dell’Euro sarebbero diventate più forti dopo l’Euro.
Ed il problema non sta affatto nelle politiche di welfare. Se avessimo un welfare come quello tedesco o danese attuale staremmo benissimo. La Germania non ha significativamente tagliato il welfare in questi anni. Ma non perché non ne avesse bisogno ma, semplicemente, perché il welfare è un pilastro di quella economia. Di fronte alla crisi l’idea è stata di obbligare i paesi in difficoltà a comprimere il proprio debito pubblico comprimendo la spesa pubblica e cioè comprimendo il welfare. Tasse alte e tagli al welfare hanno costituito la miscela esplosiva. Il debito pubblico non solo non è calato ma è aumentato perché i cittadini supertassati non hanno i soldi per consumare e se consumano lo fanno per riequilibrare ciò che viene tolto loro in termini di servizi. Oggi, giustamente, si invocano politiche espansive. Ma le politiche espansive devono essere concordate ed accettate a livello europeo. Non è credibile che l’Italia da sola attui politiche espansive mentre il resto dei paesi UE continui ad adottare politiche di austerity.
Perciò quando mi si offre la soluzione del MMT, quando cioè mi si dice: uscire dall’euro, stampare moneta a volontà non capisco. Perché adottare una ricetta che può essere adottata soltanto in condizioni simili agli Stati Uniti (che di fatto stanno stampando tonnellate di cartamoneta sin dal 1971) come paese singolo? Una via del genere ci porterebbe soltanto a spostare la crisi dal debito pubblico alla bilancia dei pagamenti come ho detto prima. La MMT potrebbe essere credibile se adottata dall’UE nel suo complesso. Ma prima di questo occorrerebbe fare i passaggi che non si sono fatti. Il primo passaggio è il riallineamento delle economie attraverso il posizionamento della ricchezza europea su una linea mediana tra la ricchezza tedesca e la povertà greca. E per far questo occorre perdere per ogni nazione un altro pezzo di sovranità non riguadagnarlo. Occorre cioè che nessuno stato singolo della UE emetta titoli di stato ma che ci sia un unico titolo di Stato europeo che riduca le divergenze e ci metta al riparo dalla speculazione internazionale che oggi ha buon gioco nel destabilizzare gli anelli deboli della catena europea. In termini effettivi questo significherebbe trovare un punto mediano che sarebbe un relativo impoverimento dei Paesi del Nord Europa e un relativo arricchimento di quelli del Sud Europa. Una operazione questa che andava fatta subito. Sarebbe stato opportuno procedere ad una unificazione politica prima ancora che economica, si è fatto il contrario con esiti spaventosi.
Adesso uscire dall’Euro o rimanerci è ininfluente. L’Euro non ha assolto al suo compito perché è stato lasciato a sé stesso e ha selvaggiamente prodotto i suoi risultati sulle economie deboli. Io credo che in fondo neppure a Berlino interessi più l’Euro così come è strutturato oggi. Perché se con esso ha ottenuto una incredibile centralità economica, contemporaneamente ha essiccato importanti mercati di sbocco. Oggi io non vedo le possibilità per un ulteriore salto di qualità dell’Europa verso una unione più stretta. Verso quegli  Stati Uniti d’Europa cui si sarebbe dovuto tendere per risolvere le contraddizioni introdotte dall’Euro. Ora è tardi. Non usciremo dall’Euro come la MMT suggerisce perché l’Euro è una moneta dalla quale non si può uscire in modo solitario. Occorre che si prenda atto che per avere una moneta unica europea da Helsinki a d Atene sarebbe stato necessario un maggiore allineamento. Sarebbe stato cioè necessario procedere con più calma integrando le economie del sud Europa tra loro, facendole crescere. Forse una moneta a due velocità, un Euro meridionale e un Euro settentrionale potrebbero essere una parziale soluzione. Il dubbio è che siano soluzioni non più praticabili. L’Euro oggi non esiste più e non possiamo né rimanervi né uscirne perché le ricette economiche liberiste, i limiti strutturali della costruzione europea ci hanno messi tutti in un cul de sac. Ed è in questa situazione che i venditori di speranza come i teorici della MMT hanno successo. Proponendo ricette facili da capire, ma semplicistiche e – soprattutto – invecchiate e inadatte alla situazione si possono ottenere grandi volumi di consenso. Ma il consenso rispetto a soluzioni non efficaci non regala maggiore efficacia.

Il problema non è (più) l’Euro

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Uscire dall’Euro, rimanere nell’Euro. Questo sembra il tema del giorno. Complici le esternazioni di Grillo   tutta l’attenzione si è concentrata su questo argomento. Contemporaneamente le nostrane “economistar” litigano su questo argomento nella blogosfera. Bagnai su Goofynomics e Bisin su NoiseFromAmerika fanno finta di essere l’un contro l’altro armati mentre aumentano di notorietà e sperano di far carriera. In realtà chiunque ne sappia qualcosa e non sia in malafede (Bisin) o viva un delirio di onnipotenza da esposizione mediatica (Bagnai), è perfettamente al corrente che la questione “dentro o fuori” l’Euro è, al momento attuale, una fuffa per gonzi.
Non si esce e non si rimane in qualcosa che non c’è più. Basta fare quel che qualsiasi contabile può fare: guardare quanto si guadagna comprando titoli di Stato dei diversi Paesi. Se usiamo i titoli decennali la cosa è ancora più chiara. Se domani comprate un titolo di Stato tedesco, lo chiudete dentro un cassetto e ve lo dimenticate, nel 2023 quando riaprirete il cassetto non vi avrà reso praticamente nulla.  Se siete prudenti e volte rendite miglior di quelle che vi offre la Bundesbank potrete comprare titoli decennali danesi che vi renderanno un Ma se fate la stessa cosa con un titolo pubblico decennale italiano realizzerete un + 1,8% rispetto ai bond tedeschi. Briciole. Ma se volete guadagnare bene allora provate con i titoli italiani (+36%), o sloveni (+39%) o meglio ancora spagnoli (+40%) e se siete veramente coraggiosi perché non provare con i titoli decennali portoghesi che in dieci anni renderanno il +55% rispetto a quelli tedeschi.
Il differenziale di rendimento ci fornisce lo stato di salute delle diverse economie. E sin qui tutto normale. Insomma questo è il significato che sta nello spread (con buona pace del nonno sporcaccione con la congiuntivite). Allora il punto non è se stare o uscire dall’euro per il semplice motivo che questo dilemma si doveva sciogliere due o tre anni fa. Adesso è inutile perché l’euro di fatto non esiste più come moneta unica. Ma seriamente vogliamo pensare che con squilibri del genere un sistema monetario abbia senso? “L’Italia è già fuori dall’Euro” dice Grillo. E dice una stupidaggine. Tutti in realtà sono fuori dall’Euro a parte alcuni Paesi del Nord Europa. L’Euro si è spappolato tra il 2009 ed il 2010. Tutto quello che è stato fatto (sacrifici, austerity e quant’altro) è stato puntellarlo perché non crollasse formalmente. L’unica cosa che sarebbe stata utile sarebbe stata quella di “spalmare” le differenze strutturali compiendo l’unico passo logico che sarebbe servito: creare dei titoli di Stato europei. Così facendo nel 2009 saremmo stati tutti più poveri (tedeschi compresi) ma meno poveri di quanto oggi non siano Italia, Spagna e giù giù sino alla Grecia. Bisogna essere in malafede o decisamente desiderosi di vendere un mediocre libretto per continuare a sostenere che il problema sia rimanere o uscire da qualcosa che non c’è più. Lo raccontano anche i sassi che l’Euro è nato male mettendo insieme economie con differenze strutturali enormi in una gabbia insensata. Ma – come è stato – si poteva resistere 5-6 anni prima che le contraddizioni esplodessero. Cinque anni per riallineare le economie dal punto di vista monetario. Anche così in presenza di una crisi globale sarebbe stata dura ma certamente meno dura. Perché – ovviamente – il problema non è soltanto monetario. Quindi con buona pace di Grillo, Bagnai e Bisin, chiunque continui a intonare la canzoncina “meglio dentro” o “meglio fuori” contribuisce solo a nascondere il nodo reale del problema. Occorre una politica espansiva, occorre distinguere tra debito pubblico vizioso e debito pubblico virtuoso. Occorre rimboccarsi le maniche e creare occupazione. Occorre riprendere in mano Keynes con tutte le modifiche che volete, con tutti i correttivi che volete. Ma occorre seppellire ora, subito le politiche neoliberiste e – possibilmente – i loro sostenitori.

Riflettere sul senso profondo dell parola “riforma”

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Perdonatemi se ogni tanto esco dalla logica del blog “duro e puro” e mi avventuro in consigli di lettura. So che può sembrare spocchioso consigliare letture. Presuppone in qualche modo che il lettore di poassaggio sia “sfornito” di qualcosa che gli si vuole rifilare. Però la lettura che vi suggerisco oggi è realmente importante. Si tratta del libro “Contro riforme” scritto da Ugo Mattei e pubblicato da Einaudi pochi giorni fa. Probabilmente tra due mesi (viste le logiche del mercato editoriale italiano) sarà introvabile. Se avete dieci euro da spendere ve lo consiglio vivamente. Le ragioni per le quali stimo molto Ugo Mattei le potete dedurre dalla sua biografia su Wikipedia. La riflessione sui beni comuni che ha svolto in questi anni è molto importante. Ed è proprio sulla questione dei beni comuni che ho incontrato per la prima volta gli scritti di Mattei. Se permettete una piccola digressione autobiografica, potrei dirvi che il pensiero che ci fosse qualcosa che non potesse essere privata o concepibile come privatizzabile, mi ha colpito come uno schiaffo quando ero ancora un bambino. Credo che capiti a chiunque, a me a voi, che ogni tanto si apra (ma sarebbe meglio dire si spalanchi violentemente, un cassetto della memoria risucchiandovi indietro nel tempo e lasciandoci storditi dall’impatto del ricordo. Giorni fa mentre leggevo un altro libro di Mattei (Beni Comuni. Un Manifesto, Laterza 2011), sono stato catapultato indietro nel tempo. Una domenica mattina di tantissimi anni fa, nella città nella quale sono nato. Era una rara passeggiata con mio padre. Rara perché non accadeva spesso che un uomo con il carattere di mio padre, prendesse per mano suo figlio e passeggiasse con lui. Arrivammo presso le mura antiche della città e mio padre me ne descriveva la storia e mi diceva che quando era piccolo con i suoi amici si arrampicava sino in cima per qualche tratto. Ad un certo punto, per mostrarmi dove si saliva, oltrepassammo un cancello in legno. Dalla curva due ragazzini spuntarono sopra delle biciclette e sfrecciandoci a fianco grazie alla velocità della discesa ci urlarono “proprietà privata!” allontanandosi. Tornammo indietro sulla strada principale ripassando il cancello. Io ero piuttosto deluso, speravo di salire sulle mura e di vedere la città dall’alto. Non avevo messo in relazione la rinuncia a proseguire con l’avvertimento dei bambini in bicicletta, perciò insistevo con mio padre. “Non si può. È proprietà privata, appartiene a delle persone, non si può passare” fu la risposta. E quando dissi che le mura della città non potevano appartenere a qualcuno, mi rispose che avevo ragione ma che era così, il cancello lo dimostrava. Fu così che non scalai mai le mura insieme a mio padre. Ci vorrebbe uno psicanalista freudiano per decidere se questo ricordo sia stato o meno decisivo nei tempi che sono seguiti, sino ad oggi che sono molto invecchiato. Comunque sia il passo che Mattei compie dal concetto di “bene comune” a quello di “riforma” neoliberale è quasi consequenziale. Ma non voglio scrivere una recensione che vi convinca. Mi limito a copiarvi le prime tre pagine del libro. Giudicate voi se vale la pena di leggerlo tutto.

Una decina d’anni fa, fui invitato in gran pompa a Washington DC presso la sede della Banca Mondiale per dare il mio apporto di giurista a un «brainstorming» di economisti e scienziati della politica volto alla produzione di un documento, il World Development Report, che anche quell’anno la Banca doveva redigere a uso delle élite dei cosiddetti «Paesi in via di sviluppo». Questi documenti presentano linee guida di «politica tecnica» (in inglese la locuzione intraducibile è policy, concetto  diverso da quello di politics) che i Paesi «in via di sviluppo» devono adottare in modo bipartisan, quale che sia il colore politico  dei loro governi,  per otttenere i finanziamenti e i prestiti della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale. Si tratta della piu genuina manifestazione istituzionale del cosiddetto Washington Consensus, l’ideologia che, almeno   fino alla crisi del 2008, godette egemonia planetaria e che oggi, in crisi di consenso, si manifesta  con il pugno di ferro tramite  la sospensione «tecnica» della vita politica. Quell’anno il rapporto era niente di meno che sul tema generale delle «istituzioni» e con gli illustri colleghi angloamericani ivi raccolti, diversi dei quali insigniti di premio  Nobel,  dovevamo  tracciare  in poche centinaia  di pagine un sistema istituzionale «efficiente». Tale sistema, poi effettivamente pubblicato nel World Development Report del 2004, era una semplice guida a riforme la cui desiderabilità era condivisa (il Consensus appunto),  che governi  di tutto  il mondo, nelle situazioni politiche e culturali piu diverse, dall’Africa  all’Asia all’America Latina,  avrebbero dovuto necessariamente cercare di realizzare.  Soltanto i governi  che cosi facendo  si fossero dimostrati virtuosi, avrebbero potuto accedere ai fondi indispensabili per uscire dalla propria drammatica  situazione di povertà  materiale e proseguire sulla strada  dello «sviluppo».  Tralasciando  per ora i contenuti specifici, in gran parte identici a quelli che nell’agosto del 2011 una lettera congiunta  dei presidenti uscente  ed entrante della Banca centrale europea (Trichet e Draghi) impose all’Italia, ciò che mi colpi fu la totale condivisione tra gli economisti ivi presenti  del fatto  che un unico assetto  istituzionale, proprio  come una qualsiasi  tecnologia, potesse essere  tranquillamente progettato a tavolino  a uso di tutto il mondo, indipendentemente da qualsiasi peculiarità  dei contesti di ricezione.  Una volta progettato, tale schema poteva  essere realizzato tramite  riforme fondate  su un solo imperativo categorico: quello di stimolare  o imporre,  attraverso la strutturazione di istituzioni efficienti, comportamenti sociali virtuosi in quanto competitivi, economicamente produttivi e quindi capaci di attrarre investimenti e ridurre i costi. Mi fu ancor piu chiaro allora il potere politico immenso  di quell’ideologia  «efficientistica» che dai primi anni Ottanta era divenuta pensiero unico nei principali dipartimenti di economia,  diritto e scienza politica, prima negli Stati Uniti e poi in tutto il resto del mondo.
Qualche anno piu tardi,  ebbi la ventura  di vedere da vicino, seguendo le riprese di un film documenta­ rio, l’impatto devastante sul piano sociale e culturale di quelle riforme in parte realizzate nel Mali, un Paese africano poverissimo di mezzi materiali  ma ricchissimo di cultura  anche istituzionale, considerato allora uno dei migliori «allievi»  della Banca Mondiale.  Dìvenne sempre piu chiaro ai miei occhi che il riformismo neoliberale era molto piu di una semplice operazione tecnica per riformare istituzioni obsolete o malfunzionanti. Esso costituiva la vera e propria forma giuridica del capitalismo dopo la caduta del muro di Berlino, la retorica di una nuova grande  trasformazione sovversiva dell’ordine sociale e del modello di società che si era affermato, pur fra immani tragedie, nel Novecento. Il Mali, Paese povero di mezzi ma ricco di cultura, fu spinto  ad abbandonare la seconda in cambio della promessa di un po’ di benessere materiale, che sarebbe «sgocciolato in giù» qualora i grandi colossi dell’agrobusiness, dei trasporti, delle telecomunicazioni, dell’industria energetica, cosmetica, farmaceutica e mineraria fossero stati lasciati liberi,  e anzi incoraggiati  tramite apposite riforme istituzionali, di arricchirsi nel Paese.
Fu allora che incominciai a interrogarmi sul senso della locuzione «riformismo» cominciando  a guardare  a quanto  stava avvenendo nel nostro Paese alla luce di due esperienze  apparentemente lontanissime, al centro e in periferia,  che mi avevano portato  a contatto con la forza ideologica dell’universalismo riformista.
Negli Stati Uniti avevo visto l’ambiente, del tutto avulso dalla realtà,  in cui nello splendido  palazzo di metallo della World  Bank l’élite  accademica  produceva, in totale  irresponsabilità e inconsapevolezza dell’impatto umano e sociale della propria  ideologia universalistica, ricette istituzionali coerenti con gli interessi del potere  che ne finanziava  i dipartimenti. ln Mali avevo documentato l’impatto devastante (letteralmente genocida) delle ricette ivi elaborate sui valori costituzionali profondi di quella società informata alla solidarietà e all’organizzazione incentrata sul gruppo. Cominciai allora a essere sempre piu pervaso da un semplice dubbio che in poco tempo si trasformò in ipotesi di ricerca. Forse che anche in Italia, tutto questo parlare di riforme non sia sovversivo dell’ordine costituzionale fondato sui valori di solidarietà e uguaglianza da cui è permeata la Costituzione del 1948?
Dalla metà degli anni Ottanta, il concetto (da noi antico) di «riformismo» ha conosciuto una nuova pri­mavera. Tutti i politici desiderosi di assumere cariche di governo, dimostrandosi responsabili e affidabili agli occhi della comunità internazionale, si devono necessariamente  dichiarare «riformisti». Il riformismo è oggi qualcosa di più di una scelta politica, ancorché interamente  bipartisan.  In questa stagione, anche i cosiddetti tecnici «prestati  alla politica» continuano a ripetere come un mantra: «Bisogna fare le riforme!» Poche affermazioni possono competere in popolarità con questa,  tanto che pressoché tutti  i parlamentari in carica si dichiarano orgogliosamente riformisti (e quasi altrettanti liberali). Sono ben pochi coloro che si permettono  di far notare l’assoluta vacuità di questa nozione, anche perché chi lo fa è tacciato di estremismo,  marginalizzato  dal circuito mediatico­politico dominante e certamente  perde delle ottime opportunità di carriera. Chi mai potrà non volere le riforme?  Quale inguaribile  ottimista privo di ogni contatto  con la realtà può pubblicamente rallegrarsi dello status quo fino al punto  da non considerare le riforme necessarie? E all’opposto,  quale pericoloso e violento disegno utopistico o rivoluzionario potrà covare chi non condivide che le riforme siano una strada giusta ed equilibrata che ogni politico o intellettuale responsabile e realista deve percorrere senza indugio per preparare un mondo migliore? In effetti, il riformismo è oggi uno di quei valori tanto condivisi da poter essere difficilmente messo in discussione ma che, proprio per questo, è dovere del pensiero critico sottoporre a una rigorosa verifica. Che cosa significa davvero fare le riforme? Quale visione di società porta avanti o favorisce, consapevole o piu spesso inconsapevole, chi si dichiara riformista? Quali rapporti di forza e quali strutturazioni del potere accompagnano il discorso sul riformismo?
In questo libro intendo  sostenere che le riforme non sono altro che ideologia. Una falsa coscienza, il vestito buono adottato dai saccheggiatori neoliberali per portare avanti il loro disegno reazionario volto all’accumulo nelle mani di pochi di risorse appartenenti a tutti.  Il discorso riformista è nella realtà un gigantesco quanto  complesso dispositivo volto  alla massima estensione e concentrazione della proprietà privata, producendo involuzione politica, sociale e culturale. Questo scritto vuole essere un grido d’allarme per impedire l’uso indiscriminato di una formulazione che, nel passaggio tra la prima e la seconda Repubblica, ha cambiato interamente  senso. Dietro  l’uso della retorica delle riforme si cela una strategia  che utilizza la sovversione di significato di questo termine per produrre risultati sociali sempre piu irreversibili. La strategia riformista, che questo volume vuole portare allo scoperto sperando in un effetto  Dracula, per cui essa potrebbe morire se portata  alla luce del sole, conduce alla sistematica distruzione di ogni istituzione sociale che non sia perfettamente coerente con la massima estensione della proprietà privata e dell’attività di consumo, il brodo di coltura in cui essa prospera fin dalle sue origini nella rivoluzione borghese. L’individualizzazione  sociale e la riduzione di ogni rapporto umano allo scambio di mercato, scopo ultimo della logica capitalistica dell’accumulo e dello sfruttamento senza fine, sono progressivamente strutturati tramite un insieme di trasformazioni istituzionali, le riforme appunto, che sortiscono il loro effetto socialmente nefasto tanto nel caso in cui siano effettivamente realizzate quanto nell’ipotesi che non lo siano.

 

Bagnai, Bisin, Barnard e la fuffa dell’uscita dall’euro

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L’arrivo in Parlamento di Grillo e soci ha riaperto il dibattito sull’euro. Non che si fosse mai sopito, ma oggi ha acquistato nuova “passione” giornalistica. Insomma la cosa fa notizia. Il periodo pre-elettorale ha infuocato la questione mettendo in primo piano le primedonne dell’economia. Un piccolo esempio è la tristissima discussione televisiva del 18 gennaio scorso che potete vedere qui. Il video non è tanto interessante per quello che gli ospiti dicono quanto per la voglia di bucare lo schermo di personaggi più o meno credibili. Il primo è un tal Paolo Barnard. I più informati sapranno qualcosa di questo baldo quasi sessantenne vestito da adolescente. Chi non lo conoscesse può rifarsi alla voce biografica di Wikipedia in inglese qui. In inglese perché la voce italiana è stata bloccata a cause di minacce di azione legale. Bloccata addirittura dal 2011. Perché? Non conosco le ragioni dell’azione legale (suppongo dello stesso Barnard) contro Wikipedia ma, grazie al cielo, Internet è un luogo fantastico che non perde mai memoria. Perciò la biografia di Barnard censurata è ancora visibile usando WaybackMachine. Basta andare qui per recuperare l’antica pagina oggi oscurata. Non so, e non voglio entrare nel merito, ma si tratta di una biografia che a me personalmente mette disagio. Tanto per intendersi l’uomo è nemico giuratissimo della Gabanelli per le ragioni che potete vedere sulla biografia “censurata” e sullo stesso sito di Barnard. Barnard ha una tesi generale e altre tesi sparse economiche. Le sue tesi economiche spesso sono un po’ confuse ma quella generale merita una citazione. Barnard dice che l’Italia non è solo in balia del “Sistema”, ossia di tutte le cricche e le caste possibili ed immaginabili, ma anche dell’Antisistema. Nel ragionamento di Barnard per Antisistema si intende tutto il mainstream di contestatori più o meno organizzati e, in particolare, Beppe Grillo. Grillo viene accusato di provocare isterismi di massa e di indirizzare gli italiani verso bersagli sbagliati che non servono in alcun modo ad erodere realmente il Sistema. L’intero ragionamento in proposito lo trovate spiegato con le sue stesse parole qui. Su Barnard mi fermo qui. Per il ragionamento che sto facendo basterà ricordarsi un punto espresso rozzamente: Paolo Barnard è contro Grillo (ed è ricambiato).
Seconda primadonna economica: Alberto Bagnai. A differenza di Barnard, Bagnai è un economista con i galloni. Ossia ha una cattedra inerente a materie economiche all’Università di Chieti-Pescara. Ma tale qualifica lo renderebbe uno tra i tanti docenti posizionati in atenei di scarsa o scarsissima fama (secondo la classifica del Sole24Ore l’Università di Chieti-Pescara è al 48° posto in classifica sulle 58 università italiane). Ovviamente ci possono essere geni ovunque, che vivono, combattono e lavorano anche in Università poco efficienti. Bagnai è evidentemente al di sopra del luogo dove insegna tant’è vero che si è ingegnato con grande energia a dibattere temi di economia nel suo sito chiamato Goofyeconomics. La definizione che Barnard fornisce di Bagnai è piuttosto netta: “ha leccato il deretano a Grillo pur di emergere”. Ovviamente Barnard si assume la responsabilità di ciò che dice, ma nella definizione emerge un punto che ci interessa: Alberto Bagnai viene collocato nell’area del Movimento 5 Stelle. Ed è probabilmente per questo “odore di gloria” che è assurto alle cronache televisive. I suoi interventi sono oramai numerosissimi. Basta andare su YouTube per trovare decine di spezzoni televisivi e persino guarda caso all’interno del blog di Beppe Grillo). Il tutto gli ha fruttato milioni di contatti sul suo blog e probabilmente una impennata di vendite del suo libro “Il tramonto dell’euro”. A parte il fatto di essere sgradevolissimo ai limiti della maleducazione nella sua prosa, di Bagnai ci interessa per il momento dire solo questo: è o sembra essere il punto di riferimento economico del Movimento Cinque Stelle.
La terza primadonna economica la conosciamo già. O meglio si tratta di due primedonne: Alberto Bisin e Michele Boldrin di NoiseFromAmerika, reduci ambedue del disastro politico di “Fermare il declino” o “Fare per fermare il declino” o come si chiama(va). Bisin e Boldrin li conosciamo. Non voglio tornare su di loro, voglio solo segnalare che ieri sul loro sito Bisin, smaltita la batosta elettorale, è tornato a ruggire guarda caso contro Barnard e Bagnai in un suo post.
Insomma nel tripudio dei signori B., Barnard urla contro Bagnai, Bagnai contro Barnard, Bisin (anche per conto di Boldrin) contro Barnard e Bagnai che ricambiano. L’economia è diventata una questione di primedonne urlanti, di sgomitamenti e risse da cortile esibite in televisione.
Purtroppo la situazione non è felice per nessuno di noi. E mentre si addensano nubi fosche all’orizzonte queste primedonne sono tutte intente ad apparire in televisione, a contare i milioni di passaggi sul proprio blog e a fare giri di valzer con la politica perché non si sa mai che arrivi una poltrona e comunque l’ultimo libro si vende meglio.
Ma su cosa si accapigliano le primedonne? Sulla questione “Euro sì, Euro no”. Ossia sul tema se sia meglio restare nell’Euro oppure uscire tornare ad una moneta nazionale e ricominciare tutto daccapo. In tempi non più recenti anche qui ho scritto qualcosa in proposito. A proposito della Grecia scrivevo che avrebbe fatto bene ad Atene uscire dall’Euro. A proposito della Germania ho scritto che è Berlino che ha guadagnato di più dalla moneta unica. A proposito della creazione dell’Euro ho scritto che fu una nascita confusa, mal diretta, mal gestita e con massicce dosi di malafede da parte di tutti. Ho scritto che questo Euro non ci fa per niente bene allo stato attuale della situazione.
Ma io non ho voglia di diventare famoso (il sito rimane anonimo), non ho voglia di trovarmi un partito di riferimento (non mi interessano le poltrone), non ho voglia di esibire titolature accademiche perché la moda di mostrare lauree e dottorati è per me puro istinto adolescenziale degno delle gare di chi fa la pipì più lontano.
Voglio dirvi solo una cosa: la questione se stare o non stare nell’Euro è pura cortina fumogena, pura fuffa che alcuni cavalcano per interesse personale. Oggi è un punto che non ha alcuna rilevanza. Non è all’ordine del giorno, i problemi sono altri. Ma a tutti i signori come Boldrin und Bisin, Barnard, Bagnai fa comodo indirizzarsi lì. Per due motivi. Il più serio è che non hanno niente da dire che abbia un minimo di serietà. Il secondo è che la questione appassiona milioni di persone. Il che significa fare contatti, acquisire notorietà, finire in televisione.
Nel prossimo post cercherò di spiegarvi perché oggi non ha alcun senso occuparsi del tema. Certo coglierete la contraddizione interna: dici che non conta ma ci scrivi. Già è parzialmente contraddittorio ma serve. Serve ad occuparci, poi, dei veri problemi. Visto che non devo vendervi i miei libri, che non mi sono candidato da nessuna parte e ho in odio la televisione, fidatevi.

Austerità e Italian Style – Paul Krugman sul New York Times

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Ho tradotto il commento del premio nobel Paul Krugman apparso sul NYT del 24 febbraio sulle elezioni italiane. Un ottimo spunto per una riflessione.
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Due mesi fa, quando Mario Monti si è dimesso da Primo Ministro, The Economist ha rilevato che “La prossima campagna elettorale sarà, prima di tutto, una prova della maturità e del realismo degli elettori italiani.” La maturità, l’azione realistica, presumibilmente, sarebbe dovuto essere il ritorno del signor Monti – sostanzialmente imposto all’Italia dai suoi creditori – nell’incarico già ricoperto di Primo Ministro ma, questa volta, con un vero mandato democratico.
Non è andata così, Il signor Monti sembra essere al quarto posto, non soltanto si trova alle spalle dell’essenzialmente comico Silvio Berlusconi, ma è anche dietro ad un comico di professione, Beppe Grillo, la cui mancanza di una piattaforma politica coerente non gli ha impedito di creare una potente forza politica.
Si tratta di una straordinaria prospettiva per uno come me che ha sparso molti commenti sulla cultura politica italiana. Senza tentare di difendere la politica del bunga bunga, lasciatemi porre una domanda ovvia: cosa ha prodotto di buono esattamente, per l’Italia e per l’Europa, quella politica che si fa passare come il risultato di un maturo realismo?
Per il signor Monti, di fatto il proconsole installato dalla Germania per imporre l’austerità fiscale su di una economia già in difficoltà, la volontà di perseguire un piano di sacrifici senza limiti è ciò che si definisce rispettabilità nei circoli politici europei. Il che andrebbe bene se queste politiche di austerità acessero effettivamente conseguito dei risultati, ma non è così. I sostenitori dell’austerità oggi invece che sembrare maturi o realistici sembrano sempre più petulanti e deliranti.
Si considerino come le cose avrebbero dovuto funzionare a questo punto. Quando l’Europa iniziò questa specie di innamoramento per l’austerità, i massimi dirigenti europei hanno lasciato cadere ogni preoccupazione riguardo alla possibilità che, tagliando la spesa e aumentando le tasse in economie già depresse, si potesse aumentare la depressione. Al contrario hanno sostenuto che tali politiche avrebbero spinto le economie e prodotto ottimismo.
Ma l’ottimismo non si è visto. Le nazioni alle quali è stata imposta una dura austerità hanno sofferto  profonde crisi economiche. Più dura è stata l’austerità, più dura è stata la crisi. Questo rapporto è stato così forte che il Fondo Monetario Internazionale, in un suggestivo mea culpa, ha ammesso di aver sottovalutato i danni che l’austerità avrebbe provocato.
Intanto l’austerità non ha raggiunto neppure l’obiettivo minimo di riduzione dell’onere del debito. Al contrario i Paesi che stanno adottando l’austerità hanno visto aumentare il rapporto tra debito pubblico e PIL perché la contrazione delle economie ha superato qualsiasi riduzione del tasso di indebitamento. E, soprattutto, perché le politiche di austerità non sono state bilanciate con politiche di espansione, l’economia europea nel suo complesso – che non si è mai veramente risollevata dalla crisi del 2008-2009 – è tornata in recessione con tassi di crescita della disoccupazione sempre più alti.
L’unica buona notizia è che i mercati obbligazionari si sono calmati, grazie alla dichiarata volontà della BCE di intervenire e comprare debito pubblico in caso di necessità. Di conseguenza, il crollo finanziario che avrebbe potuto distruggere l’Euro è stato evitato. Ma questa è una ben magra consolazione per i milioni di europei che hanno perso il lavoro e che vedono ben poche prospettive di riaverne uno.
In considerazione di tutta questa situazione, ci si sarebbe aspettato un esame di coscienza da parte degli alti funzionari europei, ci sarebbe aspettato qualche ripensamento e almeno qualche idea di introdurre una certa flessibilità. Invece i funzionari europei sono diventati ancora più insistenti nel definire l’austerità come l’unica via.
Nel gennaio 2011 Olli Rehen, vicepresidente della commissione europea, ha tessuto gli elogi dei programmi di austerità della Grecia, della Spagna e del Portogallo e, in particolare, ha previsto che quello greco avrebbe prodotto “risultati duraturi”. Da allora la disoccupazione è esplosa in tutti e tre i paesi ma a dicembre 2012 il Signor Rehn ha pubblicato un articolo intitolato “L’Europa deve mantenere la rotta della austerità”.
La risposta del signor Rehn agli studi che mostravano che i deleteri effetti della austerità erano molto più gravi del previsto, è stata quella di inviare una lettera ai ministri finanziari e al FMI nella quale si diceva che tali studi erano pericolosi perché potevano erodere la fiducia.
Tutto ciò mi riporta in Italia, una nazione che a causa delle sue disfunzionalità ha dovuto subire doverosamente una sostanziale austerità e che, proprio a causa dell’austerità, ha visto affondare ancora di più la sua economia.
Gli osservatori esterni sono giustamente terrorizzati dall’esito delle elezioni italiane: anche se l’incubo di un ritorno al potere di Berlusconi non si è materializzato, una dimostrazione di forza di Berlusconi o di Grillo, o di tutti e due destabilizzerebbe non solo l’Italia ma tutta l’Europa. Ma ricordate: l’Italia non è un caso isolato: i politici poco raccomandabili sono in aumento in tutta l’Europa meridionale. E la ragione per cui questo accade è che i politci Europei rispettabili non vogliono ammettere che le politiche che hanno imposto nei confronti dei debitori sono un disastroso fallimento. Se tutto questo non cambierà, le elezioni italiane saranno solo un assaggio della pericolosa radicalizzazione che verrà.

Il governo che verrà


Siamo in una condizione politica solo apparentemente difficile. In realtà, permanendo i veti attuali, non ci sono molte scelte. Per veti attuali intendo dire che Grillo e i suoi seguaci rifiutano di allearsi con chicchessia. Dall’altra parte Bersani non intende fare il governissimo con Berlusconi. Alle urne, immediatamente, non si può tornare perché il presidente Napolitano non può sciogliere il parlamento. Perciò il nuovo governo dovrà essere un governo di Napolitano, ossia un governo ancora una volta tecnico con il benestare di almeno due dei tre conntendenti (meglio se tutti e tre per Napolitano). Un governo tecnico che, a differenza di quello di Monti, avrebbe un amndato ristretto e preciso: riforma della legge elettorale e voto. In questo momento sotto la cortina fumogena degli insulti incrociati si sta solo cercando un nome neutro. Anzi: più Bersani e Grillo si insultano più la ricerca è profonda. Accetto scommesse su questa soluzione che ovviamente, sarà il colpo di grazia al PD o meglio a Bersani.

Stéphane Hessel (1917-2013)


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La notizia della morte di Stéphane Hessel è risuonata poco in Italia. Il terremoto elettorale ha coperto ognio altra notizia. Eppure ci sarebbe da fermarsi e da riflettere su quanto questo anziano signore ha fatto nel tempio dell’Utopia. Per tanti anni è rimasto un diplomatico francese noto in patria ma ben poco all’estero. Improvvisamente, nel 2010 scrisse venti pagine dal titolo “Indignatevi”. Tradotto in decine di lingue è divenuto il simbolo di una generazione e di un movimento.
Tutto il suo ragionare può essere raccolto in questa sua frase: “”Il mio augurio a tutti voi, a ciascuno di voi, è che abbiate un motivo per indignarvi. E’ fondamentale. Quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati. Abbracciamo un’evoluzione storica e il grande corso della storia continua grazie a ciascuno di noi”.

In Italia gli rispose Pietro Ingrao che – come costante della sua vita – scrisse senza aver capito nulla una “risposta” dal titolo “Indignarsi non basta”. E tra le cose scritte da Ingrao una chicca di puro politichese ci dice tutto: “”Valuto molto più forte il rischio che i sentimenti dell’indignazione e della speranza restino, come tali, inefficaci, in mancanza di una lettura del mondo e di una adeguata pratica politica che dia loro corpo. Che l’indignazione possa supplire alla politica e, in primo luogo, alla creazione delle sue forme efficaci è illusorio”. Mettere a fianco la chiara ed efficace prosa di Hessel e i vecchi vaneggiamenti di Ingrao rivelano nel loro contrasto tutta la pochezza dei nostri “maitre à penser”.

Iene che mangiano altre iene

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Ve lo prometto: questo è l’ultimo post che si occuperà del miserabile declino dei turboliberisti italiani. Dopo questo post non parlerò più del bugiardo compulsivo Oscar Giannino, non accennerò più al teorico del capitalimso de noantri Zingales, non farò più cenno a quell’aura che D’Agostino classificherebbe come “cafonal” di Michele Boldrin e al suo Lagavulin. Giuro: questa è l’ultima volta. Non mi occuperò più di iene che sbranano altre iene. Ma lasciatemi quest’ultima notazione. Alcune ore fa Michele Boldrin è uscito da Fare per Fermare il Declino, il partito pagliacciata che è riuscito ad ottenere consensi pari al Partito Comunista dei Lavoratori di Ferrando ma con molta meno dignità. I professori non sanno perdere e Michele Boldrin meno di tutti. I fatti sono noti. Oscar Giannino nei giorni scorsi si è attribuito titoli accademici e master che non ha mai avuto. Facile crocifiggerlo. Il bellissimo articolo di u giornalista intelligente come Francesco Merlo ci restituisce una immagine di Giannino equilibrata, quella cioé di un simpatico cialtrone peracottaro, un bugiardissimo di genio, Vi lasciamo alla lettura del suo pezzo e non abbiamo altro da aggiungere su di lui, che il tempo e l’oblio lo inghiottino e amen. Ma è sul gatto e la volpe del turboliberismo italiano, su Zingales e Boldrin che vorrei spendere l’ultima parola. Zingales si è già dimesso. Ha dimostrato indignazione verso ciò che tutti sapevano da due anni: che Giannino taroccava il suo curriculum. Lo sapeva ovviamente anche Zingales ma non importa. Lo sapeva benissimo anche Boldrin, perché il curriculum taroccato stava lì da due anni sul sito dell’Istituto Bruno Leoni altra entità compagna di merende di NosieFromAmerika. Ma Boldrin ha fatto la vergine nel postribolo per cercare di fare il golpe in una notte dei lunghi coltelli. Sulle macerie di un partitino con percentuale da sfigati ha gettato l’OPA ostile scrivendo una sua involuta comunicazione. Che voleva Boldrin? Voleva impossessarsi delle macerie fumanti di quel che rimane della demenziale scommessa di “Fare per fermare il declino”. Insomma voleva le ossa spolpate del movimento. L’Huffington Post stasera da un esaustivo conto della miserabile operazione di conquista delle tombe tentata da Boldrin. Leggetevela risparmiandomi la fatica di ripercorrerla, anche perché mi fa un po’ schifo. Io sono convinto che i fondatori di questa risibile armata brancaleone sapessero benissimo delle debolezze di Giannino, dei sui currricula taroccati e di quant’altro. Hanno giocato la loro partita: se ottenevano un risultato passabile erano sugli scudi, in caso di sconfitta scippavano il movimento. Non gli è riuscita né l’una né l’altra opzione. E’ un piacer evedere questa gente fare seppuku. Da domani parleremo d’altro.

Perché Fermare il Declino e NoiseFromAmerika hanno perso

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Naturalmente non è il tema che preoccupa maggiormente. Soltanto qualche militante particolarmente esagitato aveva potuto pensare che Fermare il Declino potesse arrivare al quorum. Nel panorama politico italiano la solenne trombata dei tromboni neoliberisti con erre moscia d’ordinanza e atteggiamenti da dandy espatriati, ha scosso poco. Alcuni hanno accusato il bugiardo seriale Oscar Giannino – che si è attribuito una laurea in giurisprudenza, una in economia e un master a Chicago – d’aver affossato una altrimenti vittoriosa marcia. Nulla di più sbagliato. Per quanto miserabile sia stata la figura collezionata da Giannino non è ad essa che va attribuita la totale ed irrimediabile sconfitta. Si tratta invece di una sconfitta che nasce dall’anima profondamente snobista dei maggiori rappresentanti di questo movimento. I Bisin e i Boldrin sono quanto di meno empatico si può chiedere in un momento di crisi. Aggiungiamo la vaghezza dei dieci punti e la frittata è fatta. Beninteso io sono contentissimo che questa gente sia stata riicacciata indietro. Ovviamente perché giudico le loro idee come potenzialmente distruttive di qualsiasi società democratica. Ma anche perché la loro discesa in campo mi aveva fatto perdere quel rispetto intellettuale che nutrivo per degli avversari. Avevano detto che non sarebbero mai scesi in politica e invece l’hanno fatto. Nei mesi, a dispetto della loro tanto sbandierata meritocrazia, si sono ben guardati dal denunciare quel che era evidente nel governo Monti. Non hanno detto una parola sulla carriera accademica del sottosegretario Martone. Non hanno detto nulla sulla figlia del ministro Frornero. Non hanno indagato, non hanno criticato. Si sono dimostrati a senso unico, spocchiosi e privi della capacità di ascoltare i problemi della gente. Ma in realtà queste critiche sono troppo cattive. Non sta nel DNA dei libersisti considerare le persone in quanto tali ma solo in quanto oggetti economici. Ricordo quando li vedevo godere come ricci mentre auspicavano la chiusura del Manifesto, scambiando il mercato per l’unico strumento di misura per la diffusione delle idee. Questa gente è coerente, non vuole empatizzare con le persone. Si sono accorti tardi che un poco di simpatia ci vuole. Qualcosa dovrai pure ispirare. Non sta nelle loro corde, la loro società è fatta di ricchi al tavolo da prnazo, ricchi lasciati in pace mentre consumano risorse e fanno ricadere le briciole sui meno fortunati. E pensavano seriamente di vincere? Per fortuna deve esistere una sorta di intelligenza collettiva. Non credo spariranno. Sta a noi farli sparire attraverso una opera di continuo contrasto. E poco importa se pensate che le vostre idee saranno lette da poche persone. Il punto è che per quanto picccoli possiamo sempre affondare i neoliberisti. Non è solo un dovere intellettuale ma anche civico e personale.

La risata trasversale che li ha seppelliti


Intorno a me vedo soltanto facce scure. Grosso modo l’elettorato italiano si è diviso in tre: Bersani, Grillo, Berlusconi. Il Centrosinistra ha dimostrato di non avere la capacità di vincere. Alcuni ingenui del giorno prima e del giorno dopo (come il povero Flaneurotic) pensano che la vittoria sarebbe stata possibile se al posto di Bersani ci fosse stato Renzi. L’ipotesi da fantacalcio è così stupida che non meriterebbe commenti. Bersani è arrivato primo ma non ha vinto non perché sia un pericoloso bolscevico, piuttosto perché non ha saputo essere sufficientemente populista. Renzi sarebbe stato un po’ più populista di lui ma non avrebbe fatto alcuna differenza.

Il Centrodestra ha dimostrato di avere uno zoccolo duro più ampio di quanto si potesse pensare. Se questo fosse un paese normale si sarebbero fatti i conti sugli esiti attuali e quelli delle precedenti elezioni. E questo confronto ci avrebbe restituito la vera fotografia della realtà: il PDL ha perso quasi il 16%. Una sconfitta totale. Ma la distorsione mediatica ci ha detto che Berlusconi ha vinto. Emilio Carnevali su MicroMega dimostra di essersi fumato qualcosa perché il suo ragionamento è che Grillo ha preso così tanti voti perché ha contrapposto la semplicità alla complessità, ossia il principio dei militanti nuovi e puliti contro quello dei professionisti della politica. Per poi concludere che prima o poi Grillo e soci si dovranno ricompattare dietro la complessità. Ossia verranno corrotti dalla politica. Balle. L’unica cosa veramente sensata la dice Carlo Freccero che, in sostanza fa una fotografia realistica: Grillo è riuscito a interpretare il disagio della destra e della sinistra e le ha superate entrambe. Pradossalmente Grillo e Monti hanno tentato di giocare la stessa partita: sciogliere il bipolarismo e porsi alla testa di un movimento che facesse a pezzi i concetti di destra e sinistra. Monti non ci è riuscito perché reduce di un anno di governo stupidamente servo dell’ideologia liberista e perché chiaramente animatore di un partito d’élite, di padroni per padroni.

Sono d’accordo con Freccero: Grillo ha dimostrato che il problema non è più la collocazione destra-sinistra ma l’assenza di credibilità della destra e della sinistra. Che credibilità poteva avere a Sinistra il magistrato Ingroia con alle spalle il marciume fossile di partiti defunti concettualmente come Rifondazione Comunista o i Comunisti Italiani? Il progetto Ingroia aveva già perduto i suoi pezzi, aveva perso Alba e molti di Cambiare si può. E questi pezzi sono andati direttamente a finire dentro il Movimento 5 Stelle.

Ma il pasticcio più infame è stato fatto nel 2011 da un pessimo presidente della Repubblica come Napolitano. A quell’epoca la logica sarebbe stata quella di farci votare. Allora sì che Berlusconi sarebbe stato spazzato via e probabilmente Grillo (non ancora pronto) non avrebbe avuto gli stessi consensi. Invece Napolitano e tutto l’apparato partitico marcio a destra come a sinistra ha pensato di far finta di fare un passo indietro creando il frankenstein Monti. Ma Monti è molto meno animato di etica politica rispetto al suo predecessore tecnico Ciampi. Perciò dopo 13 mesi ha pensato di potersi ribellare ai suoi padroni. Monti ha spiazzato Napolitano, il PD e il PDL, con tutta l’arroganza del professore di fascia sociale privilegiata ha pensato di potercela fare.

Immagino che ci sia qualcuno che a questo punto chieda dopo l’analisi le soluzioni. Insomma mi aspetto di rileggere un commento di qualche giorno fa che mi diceva: “invece di sparare a zero su tutti, ed a volte, secondo me, anche gratutitamente, dai degli elementi per capire ed aiutare a scegliere….perché se no è come non scrivere”.

Io non ho soluzioni ma posso azzardare una possibilità. La possibilità di un accordo tra Bersani e Monti si è dissolta. Non perché Vendola abbia ricevuto consensi sufficienti a condizionare Bersani. Vendola ha fallito, riesce a portare in Parlamento una miserabile e ininfluente pattuglia di (mi pare) sette senatori e una ventina di deputati. L’accordo Bersani-Monti è evaporato perché Monti ha dimostrato una sostanziale incapacità politica. Rimane quindi a Bersani prendere il proprio programma, confrontarlo con il caos del non programma di Grillo e trovare dei punti di convergenza. Ossia: nuova legge elettorale che faccia in Italia quello che successe in Francia nel passaggio tra Quarta e Quinta Repubblica. Altro non c’è da fare, a parte sciogliere il nodo del nuovo Presidente della Repubblica, che non è poco.

Perciò l’unica soluzione è tornare al voto entro quattro mesi con una legge elettorale nuova di zecca. Facendo nel frattempo sparire l’accozzaglia di dilettanti allo sbaraglio (Monti, Vendola, Ingroia, Casini, etc.) sopravvissuti allo tsunami.

Il Lagavulin di Michele Boldrin

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Nei suoi post su NoiseFromAmerika Michele Boldrin, economista turboliberista, di lombi patavini e fondatore di “Fare per fermare il declino”, si atteggia sempre a fine intenditore di qualcosa. Ieri nelle fiamme della polemica interna per lo scivolone miserabile di Oscar Giannino, Boldrin chiudeva dicendo: “se non fossi di buon umore in ottima compagnia veneziana potrei considerarmi offeso, ma visto dove e con chi sono, passo e torno al Lagavulin“.

Avere qualcosa in comune con Boldrin o con qualsiasi altro signore che proviene dai paraggi di NoiseFromAmerika a me da sommamente fastidio. Perciò sopporto di appartenere alla medesima Alma Mater e mi faccio una ragione che giri per la mia città. Democrazia è anche sopportare quelli che la democrazia la distruggono.

Mi solleva però che Boldrin senta il bisogno di farci sapere che si trova in compagnia di una bottiglia di Lagavulin. Come se il Lagavulin fosse un whisky da intenditori o una chicca sopraffina che lui, insigne anomalo émigré sa gustare. D’altronde si chiama Michele e non si perde l’interpretazione dello spot. Ma se volete sentirvi parte della upper class non preoccupatevi: Lagavulin, Talisker e altri torbati che lo snob (nel senso pieno di sine nobilitate) Boldrin citerebbe per farsi credere fine intenditore li trovate tutti al supermercato, da Auchan o da GS o alla COOP.

Cattive idee neoliberiste e whisky d’accatto spacciato per rarità, false lauree, falsi master, falsi zecchini d’oro. Questo quel che c’è intorno al tramonto morale di un movimento.

Il voto impossibile: Bersani, Monti, Berlusconi

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Scelgo il momento della giornata di riflessione elettorale per chiudere i ragionamenti fatti due post fa. Oggi vorrei dedicarmi velocemente ai tre veri giocatori della partita ossia il PD, la galassia di Monti, Berlusconi. Finirò anche per parlare delle ruote di scorta: la Lega e Sinistra Ecologia e Libertà, partiti che non esprimono un candidato premier ma che fanno da tristi sodali dell’uno o dell’altro.

Bersani è accreditato come il vincitore, relativo, della due giorni che inizia domani. Non è un risultato difficile da pronosticare. Il PD è cresciuto perché del bipolarismo è rimasto l’unico pilastro dei due in piedi. Votare PD significa votare una melma informe che ha in sé tutti gli esponenti giusti per accontentare chiunque abbia un cuore che non batta per il centro destra. Si tratta del partito ideale per la maggioranza degli italiani. Perché il PD è fortemente sintonizzato sulla mediocrità. Dentro c’è di tutto. Proprio per questo ogni tanto perde qualche pezzo che fonda partitini più o meno duraturi. Un esempio è l’API di Rutelli sparita velocemente. Dai tempi di Prodi in poi è in grado di intercettare i voti che vanno da ex rifondaroli cresciuti a frequentatori di Azione Cattolica. Un partito contenitore che va benissimo nei momenti di crisi, nei momenti in cui le idee sono poco chiare. Si tratta di un partito rassicurante perché vago. Mi fa pensare al Partito Rivoluzionario Istitutuzionale messicano. Perché è un partito camaleonte che ha istituzionalizzato ogni forma rivoluzionaria della tradizione social-comunista e – nonostante ciò – mantenuto quella dimensione “di Sinistra” che in realtà non ha più. Nella pancia ha la borghesia ricca delle grandi città, i “pariolini di sinistra” romani e gli amici di Ambrosoli a Milano. Ceto medio-alto che si mischia poi al ceto medio-basso dell’impiego pubblico. Ma anche una buona fetta di imprenditori intelligenti che han capito dove tira il vento. Un partito di mediocri, a volte supponenti ed arroganti come la Finocchiaro e Renzi, fintamente democratici come la Bindi, con nuove leve bellocce e furbe come la Moretti. Su tutta questa mediocrità regna sovrano Bersani dotato del carisma di un barista emiliano e di una chiarezza di idee basata sulla mentalità da strapaese. Questa gente vincerà perché dicono tutto ed il contrario di tutto. Parlano male degli F-35 ma sono loro che hanno cominciato il processo di acquisto. Ma cosa ancora più disgustosa hanno votato la legge sul futuro degli armamenti in Italia proposta dal ministro nonché ammiraglio Di Paola. Il PD è un partito di scandali affossati e taciuti, senza alcuna ideologogia, approssimativo in economia e cialtrone sui temi più importanti. Vincerà perché la maggioranza del Paese è fatta di mediocri che continuano a salutare calorosamente il vicino di casa sul quale mandano lettere anonime alla Procura della Repubblica locale. Consigliato a chi vuole sentirsi impegnato per il cambiamento con la giusta doce di ipocrisia e malafede.

Monti è un miracolato della politica che ha fatto finta per un anno abbondante di essere estraneo alla politica. Ha servito tutti: da De Mita, a Berlusconi, da D’Alema a Giuliano Amato. Dentro i gangli della politica italiana degli ultimi quaranta anni è stato il tentativo già riuscito con Ciampi: trovare un finto tecnico che levasse le castagne dal fuoco. Ma, mentre Ciampi sapeva stare alle regole e, dopo aver compiuto la sua missione negli anni ’90, si ritirò prendendo come premio la poltrona di Presidente della Repubblica, Monti ha sparigliato. Ossia ha fondato un movimento che si appoggia al più truce esempio di inettitudine politica: l’UDC di Casini. Portatore di un senso politico da vero e proprio “servo” ha la sua massima espressione in questa attività. Il suo atto politico è sempre susseguioso verso il potere che si ritrova ad affrontare. Si chiami Germania, Fondo Monetario, Banca Europea, Monti riceve ed esegue ordini. Ben attento poi a portare il più velocemente possibile all’incasso la sua presunta fedeltà. Perché poi, a guardarne bene l’attività politica, Monti non ha nessuno problema a contraddirsi, a introdurre tasse che definisce indispensabili e poi a dichiararne la possibilità di metterle da parte. Ha la capacità indubbia di fare gli interessi dell’alta borghesia che rapprresenta, che non vuol tassare, che non vuol toccare. Ma contemporaneamente è un maestro nell’attaccare le lobbies che non rappresenta. Il che significa che fa parte di una casta che cerca di far franare le caste avversarie (avvocati, farmacisti, etc.) per darle in pasto all’indignazione generale e continuare a farsi i fatti propri. Il suo concetto di meritocrazia è sempre sbandierato in astratto. La sua correttezza è più apparente che reale: suo figlio è finito a fare anche il dirigente in Parmalat assunto da quel Bondo che poi lui ha nominato coordinatore delle spending review. Insomma uno schifo ma uno schifo molto ben educato. Consigliato a tutti coloro che hanno almeno 300.000 euro annui di guadagno e alle signore anziane che amano essere derubate con buona educazione.

Berlusconi è una opzione di voto per i nostalgici del rutto libero e birra a fiumi davanti ad una bella partita di Champion’s. Se alla fine dei conti rispetti a dieci anni fa state economicamente meglio lo dovete a lui. Perché allora non dovreste rivotarlo? Se amate le stesse cose che ama lui: tette, culi, donne in puro “zoccola style”, film da Neri Parenti, macchine di grossa cilindrata. Se riuscireste a essere felici anche se il resto del mondo vivesse in un deserto post nucleare lui è il vostro leader. Inossidabile, circondato di servi e di donnine facili vi promette di tutto e lo promette a tutti. Voi avete almeno un milione di buoni motivi per sapere che sta mentendo ma sapete bene che lui mente in modo più spudorato e clownesco di ogni altro. E questo vi piace. Perché vi piacerebbe avere i suoi soldi e tutto quello che si concede con i soldi. Una persona sana di mente non lo voterebbe mai. Però va benissimo per tutti quelli che nell’urna depositano il voto come fosse un gratta e vinci.

La Lega e Maroni sono all’ultima spiaggia di un partito fatto di corruttela e di coinvolgimenti discutibili. L’ultimo tentativo, in collaborazione con settori di CL, è quello delle macroregioni. Insomma Piemonte, Lombardia e Veneto messe insieme cone blocco per trattare con qualsiasi governo arrivi. Non sono barbari sognanti ma ragionieri di paese che contano i biglietti da 50 da portare in Tanzania alla faccia di “negher”. Non hanno più niente da dire a nessuno e non hanno alcuna caratura morale per dire alcunché. Buoni per i nostalgici e per imprenditori locali bisognosi di aiuti per non chiudere fabbriche gestite con la testa aziendale di un asino.

Vendola e Sinistra Ecologia e Libertà è il partito che forse ha prodotto il più sensato programma di governo ma ha firmato la carta di intenti del PD. In un Paese che se ne frega dei diritti civili ha preso il testimone perduto dalle mani invecchiate di un Marco Pannella invecchiato e conseguentemente rincoglionito. Ma – al di là di questo – Vendola non ha niente da dire. Una volta risolta la noioisissima questione delle coppie gay, delle adozioni delle copiie gay, della parità dei diritti dei gay e di qualsiasi altra cosa che riguardi i gay, SEL è destinata a sgonfiarsi come un soufflé. Perché sui temi slegati ai diritti civili non ha forze interene intellettuali in grado di fare ragionamenti autonomi. Il suo è tutto un appoggiarsi a Don Gallo, a tizia e caia. Con una fastidiosa abitudine retorico-dialettica da professorino meridionale salito in cattedra per sentire l’effetto che fa sul pubblico la costruzione sitattica astrusa. Vendola è sincero ma parolaio e attorno a lui c’è tutta una vecchissima cerchia di vecchi tromboni post-comunisti che è riuscita a riciclarsi. Se vi sentite rapprersentati  da pasionarie dei diritti umani, da gay di provincia, avete ottimi motivi per votarlo. Ma se vi fermate a considerare se i vostri interessi – al netto della stucchevole retorica vendoliana – verrebbero tutelati avete 90 probabilità su 100 di rispondervi no. Perciò se non siete gay, donne-donne, professori rivoluzionari di scuola media, fancazzisti senza una precisa collocazione nella vita … potete evitare di votarlo.

Sento qualcuno che adesso si domanda, “ma tu per chi voti”?  Io passo amici miei, al massimo se mi capita di passare dalle parti del seggio annullerò inequivocabilmente la scheda. Tanto i risultati li conosco. Bersani al primo posto, Grillo al secondo, Berlusconi al terzo e Monti sotto il dieci o appena sopra (ma dubito) al quarto. Io passo amici miei tranto entro l’anno o al massimo inverno prossimo toccherà rivotare.

Giannino e Zingales, miseria e furberia del neoliberismo italiano

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Oramai la notizia ha fatto il giro delle redazioni da diversi giorni e la vicenda sembra aver trovato la sua conclusione. Il fatto è riassumibile in poche frasi: Oscar Giannino in una intervista rilasciata a Repubblica TV dice: “…. la nostra nasce da una idea masticata insieme ad un pugno di amici economisti italiani che insegnano in cattedre prestigiose all’estero … non so Luigi Zingales che insegna a Chicago dove ho preso il master”. Questa dichiarazione ha suscitato le nobili ire di Zingales che a Chicago insegna e che ha dichiarato di essere costretto ad abbandonare “Fare per fermare il declino” (a questo punto farebbero bene a fermare il loro di declino) perché mai Giannino ha conseguito un master né negli Stati Uniti né altrove. Giannino inizialmente con le mani sporche di marmellata ha cercato di dire che lui in USA c’era andato e il master se lo è preso in lingue. Altra miserabile panzana che è subito tramontata. Da tempo in giro per le piazze, immortalato dalle televisioni locali Gianno andava dicendo precisamente di avere conseguito un master in economia proprio lì dove insegna Zingales. Ora viene quasi in automatico un moto di ammirazione per Zingales che, degno figlio di Robespierre e Saint Just, anche a rischio di far cadere il ridicolo sul movimento di “turboliberisti de noantri”, denuncia il miserabile cialtrone Giannino insieme con le sue patetiche menzogne. E c’è un però che – inevitabilmente – mi ronza per la testa. Dunque. Zingales non dice nulla quando Giannino nei suoi comizietti da Lucca a Bassano del Grappa, di fronte a folle plaudenti di artigian-imprenditori privi di qualsiasi idea innovativa e desiderosi solo di essere tassati meno per i prodotti fuori mercato che sfornano, si attribuisce il master americano. Molto probabilmente non ne sa nulla mi direte voi. Mica può seguire il suo leader, il leader con il quale “mastica le idee” come un contadino delle Ande mastica la foglia di coca, con costanza. Zingales ovviamente ha anche altro da fare, è un professore meritocratico e dovrà pure guadagnarsi lo stipendio e qualcosa più dello stipendo con qualche ineffabile libretto ad uso del volgo italiano. Bisogna ammetterlo: si può supporre che Zingales non sappia cosa va sproloquiando in giro Giannino. E supponiamolo anche noi allora. Però ciò che Giannino dice stava anche scritto nel sito della parrocchietta economica amica di Zingales. l’Istituto Bruno Leoni. Nel sito di quest’altro gruppo anarco-liberista compariva anche Oscar Giannino e il suo curriculum vitae. Che Zingales ha letto tant’è che l’enfant prodige dell’economia neoliberista di scuola padovana dichiara a La Repubblica: “ha mentito in televisione sulle sue credenziali accademiche, dichiarando di avere un Master alla mia università anche se non era vero. Anche la sua biografia presso l’istituto ‘Bruno Leoni’ ora prontamente rimossa riportava credenziali accademiche molto specifiche e, a quanto mi risulta, false“. Oh! Ecco che la mammola padovana fiorita in America si accorge di un curriculum che sta lì appeso da un  bel po’ di tempo (calcolabile attraverso WayBack Machine) e adesso fatto sparire in tutta fretta. Improvvisamente si accorge che lì sul sito dei suoi amici di ideologia Giannino viene qualificato così “Oscar Giannino è laureato in giurisprudenza ed economia e ha conseguito il diploma in Corporate Finance e Public Finance presso la University of Chicago Booth School of Business”. Insomma oltre al master anche due lauree … a Zingales delle lauree italiane non gliene può importare di meno ma, a differenza di un master straniero, le nostre lauree hanno ancora un valore legale e attribuirsele è un reato. Insomma: Zingales vuole dirci che non sapeva che da tempo immemore Giannino si vendeva come bilaureato e dotato di master.

Michele Boldrin, altro guru di Fermare il Declino e altro cavaliere immacolato della meritocrazia sembra abbia reagito dicendo: “Poi ci sono i baroncelli italiani, quelli omertosi con se stessi ed i loro colleghi ad ogni concorso, che scoprono d’avere una coscienza e chiedono “fuori il Cv”. Ottima idea: tirate fuori il vostro!”. Che meraviglia, Michele Boldrin di fronte alle accuse cosa fa? Adotta la tecnica di Bettino Craxi, quella del “abbiamo rubato tutti, quindi non ci sono colpevoli”. Un po’ poco da Boldrin, un po’ poco dai castigatori di costumi accademici. Castigatori a senso unico ovviamente perché loro, come tempo fa feci notare si interessano solo alle facoltà di economia e a null’altro. Altra stranezza dei “turbo meritocratici”. Insomma di fronte a quella che in termini strettamente tecnici si definisce una “figura di merda”, Boldrin abituato a fustigare i rei adesso difende un miserabile vittima del proprio desiderio di emulazione. Tutto da ridere. Ma lasciamo che Boldrin segua le sue rotte difensive lunari e facciamoci altre domande.

Davvero Zingales non sapeva nulla? Lasciatemi dubitare. Zingales e tutti i suoi amici di avventura sapevano bene delle umane debolezze di Oscar Giannino. Bastava andare su Wikipedia e constatare che di lauree e master sulla pagina dedicata al loro leader nulla c’era. Invece poi Giannino si è messo ad accusare anche Wikipedia (che lui non va a vedere). Bastava chiederselo. Bastava magari chiederglielo prima di candidarlo a capo del glorioso moviemnto neoliberista. Guarda un po’ in questa marea di teste fini che “masticano idee” insieme a nessuno è venuto in mente di controllare che tutto andasse bene prima del decollo, nessun check. Il povero Giannino ha continuato a vendere la sua immaginaria, folgorante carriera accademica e nessuno lo ha fermato. Era umano che uno cresciuto nel comodo e caldo nido dell’antico Partito Repubblicano, divenuto giornalista grazie al suo lavoro – guarda caso – su “La Voce Repubblicana” noto per la sua capillare diffusione sul territorio e l’indipendenza dai fondi pubblici, volesse avere un po’ del profumo da geni ribelli dei suoi amici professori. Abbiamo massacrato il Trota Bossi che si era andato a comprare una laurea in Albania e invece Giannino che – in modo sanamente economico – non paga nulla per due lauree e un master internazionale non lo si tocca? Non sia mai: ecco che arriva in scena Zingales, l’immacolato che nulla sapeva e che adesso tutto a scoperto.

Insomma in questa carnevalata c’è il primo attore Giannino che è perseguitato da curricula messi in rete a sua insaputa e che per non si sa quale motivo viene, a volte colpito da sonnambulismo, e durante tali crisi si accredita master a Chicago. Il secondo attore è Boldrin che lo difende, spadone alla mano, chiedendo non a lui ma agli altri il curriculum. Il terzo attore Zingales denuncia tutto facendo finta di non aver mai saputo nulla prima di quel momento. Il siparo cala sulla commedia buffa degna del Ruzante. Allo spettatore rimane da capire il cui prodest. Il chi ci guadagna elettoralmente dalla figura da peracottari dei neoliberisti italiani non mi è ancora chiaro. So solo che Zingales è lì con la pistola fumante in mano. Vedremo quali successi gli riserverà il futuro. Di Silvia Enrico, che va a sostituire Giannino non so molto, a vederla si veste meglio del suo predecessore (ci vuol poco), ha una espressione un po’ triste, abbastanza adatta alle circostanze di qyesta miserabile vicenda.

Il voto impossibile: il “nuovo” che è avanzato

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Il voto che tra una decina di giorni scarsi ci chiederanno di dare è probabilmente l’impresa più dura che si chiede all’elettore italiano. Tutto ciò che sa di vecchio ci spinge alla fuga, il nuovo è improponibile.

Cominciamo dal nuovo. Grillo. Io, personalmente e non pretendo condivisioni, non trovo nulla di serio nel Movimento 5 Stelle. Non trovo serio Grillo, non trovo serio il suo guru, il perito informatico con una serie di fallimenti aziendali Casaleggio, non trovo seri i candidati. Il punto è che c’è una assenza assoluta di uno straccio di programma. Le soluzioni economiche sono una accozzaglia di stupidaggini e l’intero movimento mi fa pensare a Scientology più che ad un partito. Ho seguito le vicende delle due città amministrate dal M5S. ossia Parma e Mira, nel veneziano, e devo dire che le cronache mi trasmettono una idea di confusione e incapacità.

“Fermare il declino”, del supposto economista Giannino spalleggiato dai suoi sodali Bisin e Zingales è una piccola furbata. A prescindere dalle idee neoliberiste (intorno alle quali il mio pensiero è chiaro) l’intero baraccone messo su dal gruppo di NoiseFromAmerika si veste di nuovo con una mentalità vecchia. E questa mentalità è una semplice caccia alle poltrone. Giannino e soci non sono confluiti nell’alveo di Monti perché il “porcellum” offre insperate possibilità. Non è molto noto agli elettori che il 2% apre le porte del parlamento. Ma se anche non si dovesse raggiungere questa percentuale basta anche meno perché viene ripescato il “miglior perdente” di ogni coalizione. Insomma i bianchi e puri cavalieri di NoiseFromAmerika che avevano ripetutamente detto di non voler mai e poi mai candidarsi in politica ci hanno opportunamente ripensato. Il loro striminzito programma è cos’ vago da sembrare una giornata di nebbia a Rovigo, le loro intenzioni sono quelle di non allearsi con nessuno. Insomma un voto che, anche ad essere neoliberisti, sarebbe l’atto più inutile mai infilato nell’urna. Ovviamente non li sottovaluto. Hanno una serie di amicizie trasversali, un esempio per tutti è il fatto che uno di loro Alessandro De Nicola tiene una rubrichetta su L’Espresso di ortodossia scalfariana e debenedettiana. Zingales e Bisin fanno le madonne pellegrine un po’ ovunque. Probabilmente, ahimé, nei prossimi anni cresceranno.

Altrra novità con odore di vecchio è “Rivoluzione Civile” di Ingroia. Il vecchio è dato da quell’accozzaglia di reduci ed esperti del fallimento politico che lo sostengono. Di Pietro, il cui movimento è letteralmente sparito, distrutto da un servizio della Gabbanelli. Diliberto e Ferraro, fulgidi esempi di una retorica barricadera. Consiglio di votarlo ai vegani irriducibili, a quelli che hanno il busto di Stalin in salotto, ai nostalgici di Che Guevara et similia. Quanto al programma, non se ne vede traccia e quel poco che c’è è tanto ridicolo in campo economico quanto fuori da ogni contatto con la realtà. Alcuni giorni fa questo movimento è riuscito a polemizzare con il Festival di Sanremo perché alla manifestazione canora è presente una modella israeliana e d è stato fatto gorgheggiare un cantante della stessa nazionalità. Un comunicato stampa del PDCI tuonava contro queste presenze “sioniste”. Apprezzo sempre chi sa coprirsi di ridicolo ma il ridicolo mi impedisce di dare il mio voto. Se poi a guidare questo “nuovo” movimento c’è un signore come Ingroia la frittata è fatta. Il magistrato Ingroia si è limitato a mettersi in aspettativa dalla magistratura, non a dimettersi. Il che vuol dire che nel caso di sconfitta dovrebbe tornare a giudicare i cittadini. E, scusatemi, io giudico questo comportamento una miserabile furbata degna solo della peggiore tendenza a farsi con oculatezza il proprio tornaconto. In più mi perdonerete ma io credo che i generali se ne debbano stare nelle caserme e i magistrati nelle aule di giustizia. Né a giudici né a militari affiderei la politica. Sono allergico all’idea che questo disgraziato Paese possa essere salvato dalla magistratura perché non è successo nel 1992 e non succederà venti anni dopo.

Che dire del “nuovo” che appoggia Monti? E sto parlando dell’Unione dei Democratici Cristiani e di Centro e Futuro e Libertà per l’Italia, di Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo. Su Casini lasciatemi non dire nulla, non ricordo da quanti lustri l’inossidabile politico siede in Parlamento, stesso discorso vale per Fini mentre su Luca Cordero di Montezemolo mi pare di aver scritto qualcosa anni addietro: il mio giudizio non cambia.

Poi c’è una accozzaglia, una sorta di indecente armata brancaleone di piccoli movimenti attestati alle spalle del Nonno Sporcaccione. I Moderati Italiani in Rivoluzione (MIR), il Grande Sud,  Movimento per le Autonomie, Intesa Popolare, il Partito Pensionati, i Popolari di Italia Domani, i Liberi per un’Italia equa, l’Italia Unita-Basta Tasse, Fratelli d’Italia, etc. mi basta darvi l’elenco. Se c’è qualcuno che sente in qualcuna di queste schegge un sentore di rinnovamento me lo dica e mi spieghi perché. Non assicuro un premio ma tutta la mia stupita attenzione. Il sospetto è che tutta questa gentre abbia voluto semplicemente differenziare in apparenza l’offerta politica di un centro destra spappolato, reduce dal suo suicidio politico.

Ma se proprio volessimo farci del male potremmo scegliere tra un caos di liste improbabili. Ce n’è per tutti i gusti: Eudonna, quattro partiti comunisti/marxisti, tre neofascisti, c’è persino “Rialzati Abruzzo” o “Staminali d’Italia”. Un paio di movimenti indipendentisti veneti (potevano mancare?), e volendo non farsi mancare nulla Civiltà rurale che, azzardo, probabilmente si ricollega alle origini contadine del Belpaese o a qualche movimento per il rilancio degli agriturismi. Non ho trovato da nessuna parte il loro programma, perciò chiedo scusa ai militanti eventuali.

La maggior parte di questa gente sembra aver fondato un partito perché con questa legge è comunque un buon investimento. Mi pare di ricordare che a certe condizioni scattino persino dei rimborsi. Motivi ideali ne vedo pochi, chiarezza men che meno. Questo è il nuovo. Per Bersani, Vendola, Monti, Berlusconi mi riservo il prossimo post.

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