La memoria qualche vantaggio ce l’ha. Impedisce di scambiare il già visto per una novità. Ed il movimento dei forconi (e lasciatecelo chiamare così visto che un altro nome non c’è) è già successo da un’altra parte, in un altro tempo. Era il 23 luglio 1953 nella remota provincia francese una ventina di persone capitanate da un tal Pierre Poujade, impedirono agli agenti delle tasse di effettuare una verifica fiscale in un negozio. Mesi dopo nacque L’Unione di Difesa dei Commercianti e degli Artigiani (UDCA) che, diretta da Poujade, organizzò le proteste di quelli che definiva “uomini comuni”. Si era nella Quarta Repubblica, un periodo economicamente difficile per la Francia afflitta dall’inflazione e dalla trasformazione economica. Poujade presto trasformò il movimento da una protesta contro le tasse sul piccolo commercio e l’artigianato in qualcosa di più complesso. Si aggiunsero nuovi temi. Il primo fu quello della identità nazionale. Poujade sosteneva che questa era minacciata dalla “americanizzazione” (incarnata dai primi grandi magazzini). Il secondo tema era la classe politica. I politici – tutti indistintamente – erano ladri e truffatori e il parlamento era “il più grande bordello di Parigi”. Il terzo tema erano gli intellettuali, classe parassita ed inutile accusata di
aver sostenuto la perdita dell’Indocina e di voler favorire l’indipendenza dell’Algeria. Poi si individuarono i nemici esterni, le altre nazioni europee e gli Stati Uniti che avevano deciso di smembrare la Francia. Persino gli italiani erano sospettati di volersi riprendere la Corsica. Nel 1956 il movimento si presentò alle elezioni e conquistò 53 seggi parlamentari. Tra i deputati eletti c’era un giovanissimo Jean-Marie Le Pen.
Poujade e il suo movimento sopravvissero sino al 1958 e scomparvero abbastanza velocemente con l’avvento della Quinta Repubblica di De Gaulle. Alla base di tutto il ragionare di Poujade e dei suoi c’era l’idea che il popolo (e dal popolo si escludevano i salariati e si includevano solo commercianti, artigiani e liberi professionisti) avesse la capacità di risolvere i problemi economici e politici attraverso il “buon senso” opposto alle elucubrazioni degli intellettuali. Il mondo di Poujade era semplice, ogni soluzione netta e senza sfumature ma dettata dal “buon senso”. Roland Barthes in un famoso articolo contenuto nel suo libro Mythologies (tradotto in italiano con il titolo “Miti d’oggi”) ridicolizzò la favola del buon senso scrivendo: “il buon senso è come il cane da guardia delle equazioni piccolo-borghesi: tappa tutte le uscite dialettiche, definisce un mondo omogeneo, in cui si sia a casa propria, al riparo dai disordini e dalle fughe del «sogno» (s’intenda una visione non contabile delle cose) Poujade non è ancora arrivato a definire il buon senso come la filosofia generale dell’umanità; ai suoi occhi è ancora una virtù di classe, già data, è vero, come un ricostituente universale. È proprio quello che c’è di sinistro nel poujadismo: che abbia preteso dalla nascita a una verità mitologica e posto la cultura come una malattia; una posizione che è sintomo specifico dei fascismi”.
Nelle parole d’ordine, nelle dichiarazioni di questo o quel supposto capo dei “forconi” non è difficile vedere esattamente la fotocopia – a distanza di 60 anni – del poujadismo. Ma, come notava due giorni fa Roberto Ciccarelli su Il Manifesto, Poujade e i suoi bloccarono veramente la Francia perché suscitarono l’adesione della maggioranza delle categorie, i “forconi” non sembrano in grado di farlo anche perché (è il caso dell’autotrasporto) a scendere in piazza è un numero circoscritto di persone. Gli episodi inquietanti possono anche essere considerati episodici. Si può anche sorvolare sulle minacce ai commercianti che mantengono aperte le botteghe, ai camionisti che circolano, potremmo persino far finta di non aver sentito le affermazioni antisemite di oggi e la presenza di elementi riconducibili alla estrema destra. Ma anche sorvolando su tutto bisogna essere ciechi o stupidi per pensare che questo movimento sia l’alba di una rivoluzione proletaria. Occorre essere inguaribili romantici o profondamente in mala fede per associare tutto ciò ai movimenti no-global. Giorni fa il Comitato No-Dal Molin che si batte da anni contro l’ampliamento della base americana lo ha detto chiaramente: “che in piazza vi sia la destra, capeggiata dalle formazioni neofasciste italiane e da frange di ultras, è fuori discussione; non solo nei simboli, ma anche nelle parole d’ordine: perché la piazza non è solo contro la “casta”, ma anche contro l’altro: il carcerato, l’immigrato, lo sfrattato, e via dicendo. E, francamente, non è per urlare qualcosa contro qualcuno che, in questi anni, ci siamo mobilitati. Spazzar via un governo per dar spazio alla polizia e all’esercito – come sostiene il leader vicentino di Life, una delle sigle che organizza i blocchi stradali – non solo non ci pare particolarmente interessante, ma ci crea anche un certo disgusto”.
Ed è difficile dar torto a questa osservazione pensando alle manganellate agli studenti e ai dimostranti No-TAV in Val di Susa. All’Università di Roma e intorno ai cantieri dell’alta velocità nessun rappresentate delle forze dell’ordine s’è tolto il casco, anzi l’ha tenuto ben stretto mentre caricava. Allora viene da concludere con maggiore forza quanto si è scritto ieri qui: questa cosa non appartiene alla Sinistra, non appartiene a nessun movimento antimondialista e antagonista che nasce dalla Sinistra. Forse che Lucio Chiavegato, ex leader della LIFE (Liberi imprenditori federalisti europei) che si definisce uno che “combatte per l’Indipendenza del Veneto e la salvezza del Popolo Veneto” e che oggi organizza i blocchi ha qualcosa a che spartire con la Sinistra? Forse che Mariano Ferro, altro leader dei “Forconi, candidato con Forza Italia prima e poi sostenitore del MPA di Raffaele Lombardo ha qualche vicinanza con la Sinistra? Anche Poujade sosteneva di non essere “né di Destra, né di Sinistra” ma nelle sue file fece il suo apprendistato Le Pen. Se c’è chi fa finta di confondere i campi e vuole far credere che ci sia qualcosa che ha un apparentamento anche lontano tra questi “forconi” e le lotte che da Genova sino ad oggi i movimenti hanno condotto mente e sa di mentire. Chi invece pensa di poter cavalcare questa “rivolta di popolo” e dirigerla astutamente guidandola verso l’anticapitalismo ha capito ben poco. Questo movimento ha già i suoi obiettivi e ha già pronti coloro che stanno per poggiarci il cappello ed è un cappello che viene dalla Destra. Ognuno ha il diritto di fare ciò che crede ma non ha il diritto di truccare le carte e far credere che questa roba sia qualcosa che appartiene alla Sinistra.


Leggete questo commento della persona più interessante da leggere del blog Comedonchisciotte. Un vecchio tigre di quelli veri che per di più ha una competenza di fatti e persone del movimentismo dagli anni ’60 ad adesso veramente straordinario. Risponde a una domanda che gli rivolgo su un possibile parallelo fra i moti di Reggio Calabria del ’70 e i Forconi di oggi. Scusate per i puntini sospensivi, credo che fumi mentre scrive o forse non gli funziona la tastiera…
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Da Radisol [lo sapete che vuol dire il suo nick, sì?]
Reggio Calabria 1970 partì con la scusa del capoluogo spostato a Catanzaro … ma pochi sanno che il primo sciopero generale fu indetto da Cgil, Cisl e Uil … e che in quel giorno ci fu la prima vittima degli scontri … Bruno Labate, ferroviere, comunista, sindacalista della Cgil …
E’ evidente che il capoluogo era solo la scintilla che fece esplodere un malcontento latente, contro le condizioni sociali insostenibili … ma venne subito la “condanna” da parte del Pci … e poi, qualche giorno dopo, pure dei sindacati confederali …
Solo da quel momento arrivò la strumentalizzazione … all’inizio soprattutto democristiana, con in testa il sindaco Battaglia … e poi quella fascistoide locale e pure mafiosa … e poi nei giorni successivi arrivarono a Reggio gruppi fascisti soprattutto romani … in particolare Avanguardia Nazionale … il cui capo, Stefano Delle Chiaie, era notoriamente al soldo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, retto allora da Umberto Federico D’Amato, per intenderci il personaggio del “grande vecchio” di Romanzo Criminale …
Ed il tutto divenne un’altra cosa … anche se la popolazione continuò per molti giorni a scontrarsi con la polizia ( ci furono altri tre morti, due manifestanti ed un carabiniere ) … ma, anche se poi i fascisti sia locali che esterni cercarono di riavvampare il fuoco della protesta, e qualcosa avvenne anche nei mesi successivi del 1970 e poi anche nel 1971, il livello di partecipazione popolare e di scontro avvenuto a Reggio durante l’intero mese del Luglio 1970 non si ripetè più con quella intensità …
Lotta Continua, insieme agli anarchici unica realtà della sinistra rivoluzionaria presente a Reggio Calabria … ritenne di non tirarsi indietro … e nemmeno gli anarchici …. tutto qua …
In verità, pur non essendo presenti a Reggio Calabria, ci furono anche altre realtà della sinistra rivoluzionaria, il Movimento Studentesco milanese diretto da Mario Capanna e Salvatore Toscano ed anche l’Unione dei Comunisti (m-l) …. che diedero un giudizio positivo della rivolta …
Ed anche una parte della sinistra “ufficiale”, soprattutto l’allora sindacato unitario dei metalmeccanici, la FLM, ritenne di articolare un discorso più complesso ma comunque non di condanna della situazione determinatasi a Reggio Calabria …
E forse fu per merito di queste voci fuori dal coro di esecrazione e di condanna, se circa due anni dopo …. vicenda ben documentata dal film di Pasolini ” 12 Dicembre” girato proprio per Lotta Continua …. una imponente manifestazione sindacale, pur ostacolata da una serie di attentati fascisti ai binari dei treni che la portavano a Reggio, potè tornare a sfilare per le vie della città calabrese …
Formalmente quella rivolta un risultato lo ebbe …. Reggio Calabria rimase capoluogo e solo una serie di uffici statali saranno divisi con Catanzaro … ma non era certo questo il vero motivo per cui la gente scese in piazza combattendo come leoni prima con polizia e carabinieri e poi addirittura con l’esercito …
Allora come oggi, una parte della sinistra “eretica”, sia politica che sociale, nata nelle lotte del 1968/69, comprese quanto stava succedendo … ed un’altra parte, e non parlo solo del Pci, invece no …
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Potete chiedergli delle consulenze se non sapete che fare.
“Potete chiedergli delle consulenze se non sapete che fare” non c’è bisogno delle consulenze di questo signore, caschi proprio male, più di uno di noi era lì quando le cose accadevano. E Bruno Labate non fu ucciso durante gli scontri ma fu trovato ucciso dai Carabinieri quasi verso mezzanotte in via Logoteta. Il tuo amico si dimentica di citare i cinque ragazzi anarchici uccisi nel cosiddetto “incidente” mentre tornavano verso Roma. E se vogliamo parlare di Lotta Continua fu Luca Sofri che si inventò lo slogan “strappare Reggio proletaria ai fascisti”. E Sofri ragionava indicando che la rivolta era antisistemica e che era stata strumentalizzata dai fascisti ed era contro i fascisti che occorreva opporsi perché la radice della rivolta era appunto antisistemica cosa che i forconi oggi manco si sognano. E Sofri aveva anche ragione perché effettivamente c’era un ragionamento contro la costrizione ad emigrare al nord e una forte coscienza che il Sud meritasse di avere una sua industrializzazione che permettesse ai giovani di non emigrare. Su questi temi a Napoli nacque la rivista “Mo’ che il tempo si avvicina”. E quando nel ’72 al 3° Convegno di Rimini LC si riunì e fece una analisi politica della situazione emerse la necessità di una organizzazione politica, di una segreteria politica. Ed è lì che nacque LC, sulla tesi dello scontro generale. E’ lì che si decise di ribadire la lotta antifascista come prioritaria. Non abbiamo bisogno di nessuna consulenza caro Black/Savasandir neppure di Radisol o di qualsiasi altro diserbante da mischiare con lo zucchero. Mi sa che ci hai preso per fessi e pensi di ricostruirti le storie che non hai vissuto a colpi di Lego. Non attacca con noi forse funzionerà nei commenti a margine che posti su CdC. Puoi tornare al registro degli insulti personali o alle elucubrazioni sul ruolo degli intellettuali, le risposte te le ha già date Bamaisin a questo proposito ma tu, vedo, preferisci svicolare.
Salve Ars, una sciocchezzuola da pedante: temo abbia confuso Sofri padre e Sofri figlio
Infatti erano le 2 e il sonno tira brutti scherzi. Grazie.
Il mio ragionamento qui non sta nell’esaminare le singole istanze che hanno portato molta piccola borghesia ed ampi strati di proletariato, in particolare quello espulso senza clamore sindacale dal processo produttivo negli ultimi anni, ad aderire fisicamente o spiritualmente ad un movimento generico e ribellista ma non troppo come quello che si vede in questi giorni.
Semmai c’è da constatare le lentezza e la sporadicità con cui questi focolai stanno scoppiando in tutta europa, a fronte di un malessere oramai largo e profondo, e questo mi dice due cose: stanno finendo i risparmi un pò ovunque e che la consapevolezza delle dominazione sta a zero e quel poco è per lo più indirizzato verso soluzioni che riguardano riforme politiche nella sfera della circolazione monetaria e del drenaggio fiscale, ma questa crisi è ben altro.
Da qualche parte bisogna cominciare e l’inizio non può che essere una motivazione oggettiva: la paura di essere espulsi (ognuno dal suo livello) dalla totalità sociale che si conosce, dalla schiuma in cui si è vissuti e in cui si è trovata affermazione (o meglio una negazione rovesciata) ai bisogni materiali, affermazione che ha indotto i vari legami identitari.
Quando questa totalità sociale non funziona più e le sue contraddizioni esondano fuori dal corpo sociale per diventare rivendicazioni settarie e classiste (e non ne discuto per ora la qualità) il primo dei molti argini del castello inizia ad essere superato -e l’immagine non rende affatto la pervasività sistemica che ci possiede dentro, fuori e sopratutto “alle spalle”
Dicendo questo non voglio sopravvalutare nulla ma è solo a questo punto, nel marasma e nella catastrofe , che può iniziare davvero il lavoro analitico e organizzativo che abbia il necessario dialogo in una prassi reale
Anteporre a questo la valutazione se tutto ciò sia di destra o di sinistra mi pare un vizio e non una virtù. Non ho dubbi che questa cosa che sta accadendo è tutta interna per ora alla dialettica capitalista (i ceti medi che vanno e vengono) ma la repressione che i manifestanti hanno subito ci dovrebbe dire che la principale preoccupazione dei sicofanti della borghesia è quella del contagio diffuso.
Condivido la vostra lettura sociologica che si tratti di consumatori defraudati, per lo più lavoratori autonomi e piccoli imprenditori decaduti dalla classe media, i quali non hanno alcuna intenzione di mettere in discussione il modello di sviluppo seguito negli ultimi decenni, ma appaiono piuttosto alla ricerca dei colpevoli, interni ed esterni, cui addebitare la crisi che li ha posti ora ai margini del banchetto.
Comprendo anche le ragioni del vostro distacco e di un certo malcelato disprezzo, che si avverte nelle parole, verso questi rappresentanti di un egoismo di stampo leghista: altro che l’avanguardia di un movimento rivoluzionario!
Eppure, umanamente, non si può non condividere l’esigenza espressa da diversi commentatori, di confrontarsi con la crisi per cercare di focalizzare obiettivi e narrazioni comuni, che uniscano piuttosto che dividere, e traccino una percorso politico diverso.
Giacchè il “vecchio e noioso lavoro di preparazione culturale e di quotidiana semina di idee che è alla base delle rivoluzioni riuscite” non può che accompagnarsi, nelle intenzioni di chi vi si adopera, alla speranza di contribuire a cambiamenti positivi, magari piccoli e graduali, ma tangibili, già nel corso della propria vita.
A questo punto, nello spirito di costruttivo di chi sente di essere in cammino, alla ricerca di compagni di viaggio migliori di sè, sono a chiedervi quale sia il modello di sviluppo che proponete a chi, operaio o forcone, oggi sia impautito, sfiduciato o arrabbiato … per il “prezzo crescente del pane” ? Quale sia la “classe alla quale vi sentite di appartiene sostanzialmente o idealmente” ? Cosa siano per voi “la nostra gente” e “le lotte nelle quali stare in mezzo” ?
Grazie. Un cordiale saluto.
http://marionetteallariscossa.blogspot.it/
Il problema non è proporre un diverso “modello di sviluppo” ma dare una diversa definizione di “sviluppo” e nuovi strumenti per misurarlo. Per capirci: una società profondamente immersa nelle diseguaglianze può essere ed è quasi sempre – contemporaneamente – una società che vive vertiginosi ritmi di sviluppo.
Scusami, banalizzando la questione, possiamo affermare che l’obiettivo sia avere più occupazione; magari anche meno consumi individuali, in cambio però di un sistema di beni comuni più ricco (cultura, tradizione, socialità, volontariato, salvaguardia dell’ambiente naturale, qualità del tessuto urbano, strutture pubbliche come parchi, impianti sportivi, biblioteche, …); più giustizia e generosità …
Certo, ognuno può lavorare su sè stesso e ritagliarsi il proprio personale percorso di liberazione … ma non è di questo che stiamo parlando.
La questione si pone su un’altro piano: Qual è il percorso che la nostra comunità nazionale deve seguire per arrivare da qui a lì ? Quali politiche attuare ? Su quale blocco sociale fare leva ? Quali messaggi condividere?
E su questo non mi hai dato risposta.
Un cordiale saluto.
Stiamo parlando due lingue differenti ed è probabilmente per questo che le risposte a lei non suonano come tali.
Chi desidera un sistema anticapitalista (“Chi invece pensa di poter cavalcare questa “rivolta di popolo” e dirigerla astutamente guidandola verso l’anticapitalismo ha capito ben poco.”) dovrebbe già essere soddisfatto.
Non si è accorto che ce l’abbiamo già?
Non ci crede?
Si può dimostrare.
Il sistema capitalista prevede i seguenti fondamentali irrinunciabili:
– imprenditore che innova e assume rischi per essere compensato attraverso il profitto;
– salario assestato a quello marginale;
– concorrenza perfetta (o almeno quasi …);
– impossibilità dell’impresa di influire sui prezzi dei prodotti (causa legge della domanda-offerta).
Nel sistema attualmente vigente hanno vinto le grandi aziende (spesso multinazionali) che, dati alla mano,
– tendono a evitare l’innovazione perché costa e, per quanto riguarda i rischi, ne corrono proprio pochi potendo accedere al credito con il più basso prezzo possibile. Queste imprese sono gestite da professional manager e di imprenditori non si vede traccia (e, semmai, contano ben poco nella gestione effettiva);
– le grandi aziende hanno decine di profili retributivi con enormi differenziali tra il maggior compenso e il salario marginale;
– la concorrenza se la conosci la eviti. Sembra essere questo il dogma delle grandi aziende, dice il rapporto della Corte dei Conti sulle
privatizzazioni italiane a cavallo del cambio di secolo (ved. anche punto seguente);
– queste imprese i concorrenti se li comprano (o vengono comprate) e con la fine della competizione (in realtà ci sono anche i cartelli di aziende) finisce anche l’aleatorietà del prezzo che può, così, essere imposto a piacimento.
Come si vede il sistema attuale non è capitalismo. Anzi, è proprio anticapitalistismo perchè si compra o annichilische le aziende che attuano il capitalismo (ved. punti indicati prima)
Allora, che va cercando?
Leggendo quelli che definisce “fondamenti irrinunciabili del capitalismo” viene da domandarsi su quale pianeta lei viva. Prendiamo atto della sua scoperta e le auguriamo un buon lavoro.
Mai sentito di pensiero economico classico?
Dicono qualcosa i nomi di Adam Smith, David Ricardo o magari Karl Marx?
Contraccambio vivissimi auguri di buon lavoro.
mi spiace per il signor AP, ma il capitalismo ha un solo fondamentale: formazione del profitto tramite esproprio di pluslavoro. Tutto il resto, libera concorrenza, rischio d’impresa, libero mercato, NON sono fondamenti del capitalismo, sono fondamenti dell’ideologia che, esistendo col solo scopo di negare l’unico reale fondamento, se ne inventa altri connotati positivamente per far credere che il capitalismo abbia qualcosa di buono,
Certamente non è in atto nessuna rivoluzione. E non potrebbe essere altrimenti perché – a mio parere – la vera rivoluzione è quella interiore e non è ancora avvenuta in un numero sufficiente di persone (io ci sto ancora lavorando).
Detto questo, come scrive Revelli (http://ilmanifesto.it/linvisibile-popolo-dei-nuovi-poveri/), sarebbe un errore irreversibile lasciare che queste masse di disperati siano lasciate scivolare verso le destre neofasciste.
Alba dorata incomincia ad affacciare. Niente di buono, purtroppo
..destre nazionaliste che temo almeno quanto le sinistre nazionaliste. tanto per fare una distinzione dottrinale che mi pare “non giri in rete”, il postulato dell’ internazionalismo prevede di fronteggiare innanzitutto il capitalismo di casa propria senza per questo dedurre che ci possano essere nazioni meno capitalistiche di altre.
Ogni orientamento pratico trova il proprio senso nella costellazione di vita e di intenti che ne motiva l’apparire. E questo è tutto quanto si può dire su questo articolo e il precedente, che mi propongo di commentare sincreticamente.
Comprendo che per i residui credenti nella narrazione marxista il fatto che un movimento si proponga o meno finalità di superamento quasi escatologico della condizione umana – in longo tempore il superamento del capitalismo, ma in breve l’abbandono ai viaggi e al vestire come simboli di status sociale ecc. – acquisti un significato dirimente. Al contempo dovete rendervi conto che per chi si situi fuori dalla vostra narrazione questi vostri parametri valutativi appaiano stravaganti e fuori dalla realtà. Come a voi apparirebbe chi si chiedesse se i Forconi vogliono instaurare il Regno dei giusti o il Reich millennario.
Non solo nessuno fra i Forconi o i loro simpatizzanti si pone il problema della costruzione del Sol dell’avvenire; voi stessi nel vostro anelito catartico non vi avvedete che la speranza escatologica è sempre stata, com’è naturale, prerogativa di ristrette élites, e che le masse vocianti hanno sempre avuto pro- e a- spettative assai più elementari e concrete. Come ho scritto su CDC:
[Ars longa non vede che la gente comune ha sempre lottato per panem et circenses, anche quando lo faceva sotto le bandiere dell’escatologia marxista, non certo perché credessero veramente all’avvento del sol dell’avvenire, ma semplicemente perché gl’innumerevoli intellettuali di origine borghese e piccolo borghese discesi in mezzo alle masse li avevano inquadrati in quel contesto ideologico e organizzativo, e avevano dimostrato di difendere i loro concreti interessi.]
E ancora:
[Altrettanto interna al dibattito marxista e sradicata dal sentire comune è la convinzione che un miglioramento della condizione delle masse possa avvenire solo entro un contesto di superamento del capitalismo. Quando al contrario il nostro vecchio benessere si fondava sulla miseria del terzo mondo, e presupposto del suo ripristino sarebbe la reintegrazione della base industriale delocalizzata in Cina, India, Romania ecc. all’interno dei paesi industrializzati, e l’espulsione delle orde migratorie attirate allo scopo di ingigantire l’esercito industriale di riserva e falcidiare la forza contrattuale dei lavoratori.]
La natura della protesta dei Forconi è palese: man mano che la dittatura plutocratica e mondialista falcidia il benessere del popolo lavoratore per puntellare il sistema di capitalismo terminale, sempre più gente ha sempre meno da perdere e perfino dal grembo di una popolazione completamente consumistizzata, parcellizzata e inebetita cominciano ad emergere timidi spunti ribellistici, confusi e rudimentali. Si tratta di vedere chi saprà egemonizzarla elaborando parole d’ordine abbastanza comprensive e fascinatricii da risultare introiettabili da parte di larghe masse. Cito ancora:
[L’unico elemento interessante dell’articolo consiste nella denuncia del carattere disorganizzato della rivolta. Le condizioni iniziano ad essere mature per un rovesciamento, ma per realizzarlo ci vuole un leader che sappia interpretare il malessere della gente. Ben difficilmente lo si troverà nell’alveo della tradizione sinistrorsa, anche perché il principalissimo elemento di unificazione e trazione del malcontento è l’insofferenza verso le masse extracomunitarie, freneticamente represso dalla martellante propaganda del regime antirazzista. Schierandosi al loro fianco le sinistre marxiste si tagliano fuori da quel popolo che aspirano a rappresentare.]
Nel senso da me proposto è rivelatrice la genericità terminologica con cui usate le espressioni destra e sinistra. Dall’articolo si ricava l’impressione che consideriate una prospettiva di superamento del capitalismo caratteristica portante dell’essere di sinistra, cosa lontanissima dall’essere scontata. Allo stesso tempo adoprate la nozione di ‘destra’ in un senso generico che sembra riunire liberismo berlusconiano, sovranismo lepenista e nazionalsocialismo sotto uno stesso tetto: anche questa una grossolana semplificazione, già per il fatto sche sovranismo e socialismo sono l’opposto dell’individualismo liberale.
Tutto ciò non lo dico per scontare a priori la validità dei due articoli, ma per contribuire a contestualizzarli entro il loro ordine di propositi e di dottrina: magari scontato per voi, ma estraneo e bizzarro agli occhi di chi si rifà a un contesto mitogenico e pregiudiziale diverso. Il confronto è, hegelianamente, anima della conoscenza.
Non sottoscriverei nulla di quanto ha enunciato e ha voluto condividere. Però il tutto è scritto con molta proprietà di linguaggio ed uno stile notevole, doti che tengo in grande considerazione. Rimane la sensazione che le sue critiche nascano da degli assunti più che da una reale analisi, perciò sarebbe sterile controbatterli