Gli intellettuali in tempo di crisi (parte prima)

Tag

, , , , , ,

Il 24 agosto Lorenzo, un commentatore, ha scritto:
“vi chiedo, come ho già chiesto precedentemente (anni fa, prima che scoppiasse il fenomeno bagnai-borghi) al professor brancaccio (senza aver ottenuto risposta) cosa inventarci (partito-associazione-fronte-altro) le strutture che trasformano le analisi precise e puntuali in programmi politici di intervento e trasformazione della società? come trasferire (in tempi non lunghi sennò saremo morti) il vostro “sapere” a noi comuni cittadini sbandati e spaesati?”

Lorenzo ha avuto il merito di ribadire una domanda che si era già infiltrata in altre discussioni ma non era stata resa così esplicita: cosa fanno gli intellettuali nel mezzo di una crisi? Perché non ci aiutano a superarla? E qui – per cercare di dare una risposta – occorre in primo luogo chiedersi cosa sia un intellettuale per il comune sentire.  Il vocabolario Treccani online riporta una definizione piuttosto complicata che può far riflettere. “Riferito a persona, colto, amante degli studî e del sapere, che ha il gusto del bello e dell’arte, o che si dedica attivamente alla produzione letteraria e artistica: una donna intelletuale. e raffinata; in questo significato è per lo più sostantivato, soprattutto al plur., gli i., per indicare complessivamen

te coloro che si dedicano agli studî, che hanno spiccati interessi culturali, che esercitano una attività intellettuale o artistica”. E sin qui – apparentemente – tutto bene. La definizione dice tutto e non dice nulla. L’intellettuale insomma è uno che non fa cose con le mani. Andando più avanti il dizionario ci dice anche: “Nell’uso contemporaneo ha spesso valore ironico o limitativo, per indicare ostentazione di gusti e costumi raffinati o superiorità culturale e spirituale, non di rado solo immaginaria”. Il che è anche più interessante: l’intellettuale può essere quello che “se la tira”, uno snob. Terza possibilità che ci viene data dal vocabolario: “In ambienti politici, la parola è stata usata con accezioni e sfumature diverse, talora per definire coloro che, in un gruppo sociale, in un partito e simili costituiscono, per la loro preparazione culturale, per ingegno, ecc., la mente direttiva e organizzatrice (ha questo significato anche l’espressione gramsciana intellettuale organico); talora, invece, per designare polemicamente chi, in nome di una effettiva o pretesa superiorità culturale, assume atteggiamenti individualistici e critici in seno alla società in cui vive, al gruppo politico di cui fa parte”. Strano a dirsi ma quest’ultima definizione sembra attagliarsi un commissario politico dell’Armata Rossa. Ed in realtà l’estensore del dizionario ha pensato esattamente alla definizione gramsciana.
Insomma per la Treccani la figura dell’intellettuale è legata a doppio filo con quella di un partito. Questo è il rimasuglio di una antica polemica tra Vittorini e il PCI la cui storia potete ripercorrere su wikipedia.

Per farla breve Vittorini diceva a Togliatti che l’intellettuale non può e non deve essere organico al partito (o ad un partito) perché la politica non deve dirigere la cultura e la cultura non deve dirigere la politica. Vittorini era un puro e vedeva il ruolo dell’intellettuale come qualcuno che raccoglie gli stimoli che provengono dalla società e opera per rigenerarla. A parte questo quel che mi preme sottolineare è che in Italia la figura, o meglio il ruolo dell’intellettuale, è sempre stato visto come quello di qualcuno che è ruota di scorta della politica.
Ma se usciamo dagli italici confini ci troviamo proiettati in un altro mondo, assai meno provinciale e triste del nostro. In Francia l’abitudine all’esistenza degli intellettuali risale all’Illuminismo. Non li chiamavano intellettuali, ma “philosophes” ma è lo stesso. Ed era assolutamente normale vederli per ciò

che erano: critici del sistema e creatori di idee nuove. Da Montesquieu a D’Alembert passando per Rousseau e Voltaire l’idea era che il ruolo dell’intellettuale fosse quello di guidare il cambiamento. Nel Novecento la parola “intellectuel” si precisa ancora di più. L’intellettuale francese diventa qualcuno che si sporca le mani che s’engage, che entra nel presente e prende posizione
Raymond Aron  nel 1955 scrive un libro: “L’oppio degli intellettuali”, alla fin fine dava anche lui la sua definizione: l’intellettuale è un “creatore di idee” che deve essere impegnato nel presente. Per Sartre è naturale che l’intellettuale sia impegnato ad intervenire su ciò che lo circonda perché è una persona che “si impegna in ciò che non lo riguarda” e contro qualsiasi istituzioni oppressiva ovunque essa sia e di qualunque tendenza politica sia.
Ma anche in Francia queste considerazioni e definizioni incominciano a scricchiolare a partire dagli anni Ottanta del Novecento. Ci si accorge che gli intellettuali sono di due tipi: quelli contro il sistema e quelli a favore. Questi ultimi secondo Serge Halimi, sono i “nuovi cani da guardia” del sistema. Crolla così la definizione che aveva dato Albert Camus quando diceva che l’intellettuale non può ontologicamente “mettersi al servizio di coloro che fanno la storia: egli è al servizio di coloro che la subiscono”. A toccare le corde più importanti della questione è come al solito Foucault che, nel 1981 si esprimeva con queste parole: “Io credo che la gente sia abbastanza grande per scegliere da sola chi votare. Andare  a dire: «Sono un intellettuale, io voto per Tizio, dunque bisogna che voi votiate per Tizio» mi sembra un atteggiamento abbastanza sorprendente, una sorta di presunzione dell’intellettuale. Al contrario, se, per un certo numero di ragioni, un intellettuale pensa che il suo lavoro, le sue analisi, le sue riflessioni, il suo modo di agire, di pensare le cose, aiutino a chiarire una situazione particolare, un ambito sociale, una congiuntura, e che gli sia effettivamente possibile apportare il suo contributo teorico e pratico, allora a quel punto se ne possono trarre delle conseguenze politiche […] io credo che l’intellettuale possa condurre, se lo vuole, alla percezione e alla critica di queste cose, degli elementi importanti, da cui si deducono in seguito del tutto naturalmente, se le persone lo vogliono, certe scelte politiche”.

Entriamo così, con le parole di Foucault, dentro al problema del “cosa debba fare l’intellettuale” per essere realmente tale. Quando il commentatore Lorenzo chiede: “come trasferire (in tempi non lunghi sennò saremo morti) il vostro “sapere” a noi comuni cittadini sbandati e spaesati?” pone il problema della divulgazione delle idee dagli intellettuali ai cittadini. E qui entriamo in un campo minato. L’intellettuale istituzionalmente scrive. Perciò il passaggio delle idee dovrebbe avvenire attraverso la lettura di quanto l’intellettuale scrive. Con lo sviluppo dei canali informativi (i media) si sono aggiunte altre possibilità. Il passaggio di idee può avvenire attraverso la televisione, il web, il cinema. Un intellettuale come Pasolini scriveva sul “Corriere della Sera”, su “L’Espresso”, più recentemente un altro intellettuale, Massimo Cacciari, fa largo uso del mezzo televisivo ed è sempre stato engagé prima nel PCI e poi come figura autonoma anche in politica. Che piacciano o no Pasolini e Cacciari, il dato è che l’uno e l’altro presentano (in continuità evolutiva) l’adattarsi dell’intellettuale al crescere degli strumenti di comunicazione. Perciò non si può dire che gli intellettuali non comunichino e non sia possibile per i “comuni cittadini sbandati e spaesati” prendere visione delle idee che circolano.
Ma Lorenzo dice anche: “cosa inventarci (partito-associazione-fronte-altro) le strutture che trasformano le analisi precise e puntuali in programmi politici di intervento e trasformazione della società?”. Ed è questo il punto sul quale si incardina tutto. Lorenzo chiede all’intellettuale di farsi politico. Ma non è una richiesta soltanto sua, è una richiesta diffusa. Questa richiesta apre due questioni, la prima è se sia lecito all’intellettuale farsi politico, la seconda è quale sia lo stato di salute dell’intellettuale in Italia e in generale e quindi quali possibilità reali abbia di influire sulla società. Riguardo alla prima questione – da quanto si è citato in precedenza – sembra che l’intellettuale se si fa politico smette di essere tale. In altre parole: se l’intellettuale è quel signore che, sempre e comunque, è critico nei confronti del sistema (di qualsiasi sistema), nel momento in cui si fa politico “entra” dentro i meccanismi del sistema. Perde la sua “terzietà”. Il che non significa

che non possa essere vicino a determinate posizioni che facciano parte del programma di un determinato partito ma non dovrebbe essere “organico” a quel partito. Magari non vi piacerà l’esempio ma ve lo propongo. Giancarlo Miglio è stato uno studioso, probabilmente uno dei più attivi e preparati del secondo dopoguerra, ma fu anche un intellettuale. Io direi di no. Perché Miglio fu sempre legato alla politica di partito, dapprima nella Democrazia Cristiana e poi nella Lega Nord, divenendone anche senatore. Quel che voglio dire è che l’intellettuale (per essere tale) non può essere “organico” (con buona pace di Gramsci), perché essere “organico” significa cessare di svolgere la sua funzione e assumerne un’altra. L’intellettuale può disseminare le sue idee, comunicarle nel modo migliore in relazione alle sue capacità e ai suoi mezzi, ma non può farsi né politico indicando entro quali strutture svolgere un’azione volta a realizzare il suo pensiero. Né può trasformarsi in capopolo creandosi una corte di suoi caudatari più o meno dediti all’ammirazione delle sue qualità vere o presunte. In questo senso – per riprendere tre nomi già citati – Pasolini rimase un intellettuale, Miglio si trasformò in politico 1opiumorganico, Cacciari vive una sorta di schizofrenia che ha risolto abbassando una saracinesca tra il suo lavoro intellettuale e il suo impegno diretto in politica. Per verificarlo basta leggersi il suo ultimo, raffinato, libro “Il potere che frena”, per soppesare la dicotomia tra il linguaggio adottato e quello sfoderato nei litigi televisivi.
Mi fermo qui per ora. Domani vorrei riprendere il tema partendo dall’altra questione, ossia se gli intellettuali siano in grado o meno di esercitare il loro ruolo in questa società.

Note di lettura:

A questo indirizzo potete scaricare il testo della lettera aperta che Vittorini indirizzò a Togliatti. “L’oppio degli intellettuali” di Raymond Aron è stato tradotto in Italia da Lindau nel 2008. dovrebbe essere ancora reperibile. Il testo di Serge Halimi è stato tradotto con il titolo “I nuovi cani da guardia. Giornalisti e potere” da Tullio Pironti Editore nel 2000. L’opinione di Camus è tratta da “Discours de Suède”, Gallimard, 1959. Il testo di Foucault sta in “Discipline, Poteri, Verità”, Marietti 1820, p. 217. Il libro “Il potere che frena” di Cacciari è edito da Adelphi, 2013.

Uscire dall’Euro ma come? Il punto di vista di Frédéric Lordon

Tag

, , , ,

Questo articolo è apparso su “Le Monde Diplomatique” di agosto. Si tratta di un articolo dell’economista Frédéric Lordon. Ho voluto proporvelo in primo luogo perché il suo modo di ragionare è molto differente da certi economisti  italiani. Non ci troverete le facili formulette e la strampalata Area Valutaria Ottimale (sulla quale vi rimando qui a Keynesblog), né l’idea che la “svalutazione competitiva” sia la bacchetta magica. Se amate questo genere di cose sapete dove andare. In secondo luogo perché tratta temi come la sovranità che so interesseranno alcuni. In terzo luogo perché le sue proposte di uscita dall’Euro hanno il merito di essere europeiste. In altri termini non viene buttata l’acqua sporca ed il bambino. In rete è apparsa una versione ridotta e mutilata che faceva pensare che l’autore dicesse delle cose differenti da quelle che, in realtà dice.Questa è la versione integrale (mancano solo le note). Come al solito vi avverto che è un pezzo molto lungo che necessità di pazienza e concentrazione. I passi grassettati sono miei. Buona lettura.

frederic

Frédéric Lordon

Molti, specialmente a sinistra, continuano a credere che l’euro verrà modificato. Che passeremo dall’attuale euro dell’austerità a un euro finalmente rinnovato, progressista e sociale. Questo non succederà. Basta pensare all’assenza di qualsiasi leva politica nell’attuale immobilismo dell’unione monetaria europea per farsene una prima ragione. Ma questa impossibilità poggia soprattutto su un argomento molto più forte, che può essere espresso con un sillogismo.
In primo luogo: l’attuale euro è il risultato di una costruzione che, anche intenzionalmente, ha avuto come effetto quello di dare tutte le soddisfazioni possibili ai mercati dei capitali e strutturare la loro ingerenza sulle politiche economiche europee. Inoltre: qualsiasi progetto di trasformazione significativa dell’euro è ipso facto un progetto di smantellamento del potere dei mercati finanziari e di espulsione degli investitori internazionali dal campo dell’elaborazione delle politiche pubbliche.
 Ergo: 1) i mercati non lasceranno mai che si concepisca, sotto i loro occhi, un progetto la cui finalità evidente è quella di sottrarre loro il potere disciplinare; 2) appena un siffatto progetto cominciasse ad acquisire un briciolo di consistenza politica e qualche probabilità di essere attuato, si scatenerebbero una speculazione e una crisi di mercato acuta che non lascerebbero il tempo di istituzionalizzare una costruzione monetaria alternativa, e il solo esito possibile, a caldo, sarebbe il ritorno alle monete nazionali.
A quella sinistra «che ancora ci crede», non resta che scegliere tra l’impotenza indefinita o l’avvento di quel che pretende di voler evitare (il ritorno alle monete nazionali), non appena il suo progetto di trasformazione dell’euro cominciasse a esser preso sul serio! Bisogna poi chiarire cosa intendiamo in questa sede per «la sinistra»: certamente non il Partito socialista (Ps)  che oramai con la sinistra intrattiene esclusivamente rapporti di inerzia nominale, né la massa indifferenziata degli europeisti, che, silenziosa o beata per due decenni, scopre solo ora le tare del suo oggetto prediletto e realizza, con sgomento, che potrebbe andare in frantumi. Ma un così lungo periodo di beato torpore intellettuale non si recupera in un batter d’occhio. E così, la corsa alle ancore di salvezza è cominciata con la dolcezza di un risveglio in piena notte, in un miscuglio di leggero panico e totale impreparazione.
In verità, le scarne idee a cui l’europeismo aggrappa le sue ultime speranze sono diventate parole vuote: titoli di stato europeo (o eurobond), «governo economico», o ancora meglio il «balzo in avanti democratico» di François Hollande – Angela Merkel, sentiamo fin da qui l’inno alla gioia -, soluzioni deboli per un pensiero degno della corazzata Potëmkin che, non avendo mai voluto approfondire nulla, rischia di non capire mai niente. Può darsi, d’altronde, che si tratti non tanto di comprendere quanto di ammettere. Ammettere finalmente la singolarità della costruzione europea, che è stata una gigantesca operazione di sottrazione politica. Ma cosa c’era da sottrarre esattamente? Né più né meno che la sovranità popolare. La sinistra di destra, diventata come per caso europeista forsennata, si riconosce, tra l’altro, per come le si drizzano i capelli in testa quando sente la parola sovranità, immediatamente ridotta a «ismo»: sovranismo. La cosa strana è che a questa «sinistra» non viene in mente neanche per un attimo che «sovranità», intesa innanzi tutto come sovranità del popolo, è semplicemente un altro termine per indicare la democrazia stessa.
  Non è che, dicendo «democrazia» queste persone hanno tutt’altra cosa in testa?
In una sorta di confessione involontaria, in ogni caso, il rifiuto della sovranità equivale a un rifiuto della democrazia in Europa. Il «ripiegamento nazionale» diventa allora lo spauracchio destinato a far dimenticare questa piccola mancanza. Si fa un gran clamore per un Fronte Nazionale al 25%, ma senza mai chiedersi se questa percentuale – che in effetti è allarmante! – non ha per caso qualcosa a che fare, addirittura molto a che fare, con la distruzione della sovranità, non intesa come esaltazione mistica della nazione, ma come capacità dei popoli di determinare il loro destino.
Cosa resta infatti di questa capacità in una costruzione che ha scelto deliberatamente di neutralizzare, per via costituzionale, le politiche economiche – di bilancio e monetarie – sottomettendole a delle regole di condotta automatica iscritte nei trattati? I difensori del «sì» al Trattato costituzionale europeo (Tce) del 2005 avevano finto di non vedere che l’argomento principale del «no» risiedeva nella parte III, certo acquisita dopo Maastricht (1992), Amsterdam (1997) e Nizza (2001), ma che ripeteva attraverso tutte queste conferme, lo scandalo intrinseco della sottrazione delle politiche pubbliche al criterio fondamentale della democrazia: l’esigenza di rimessa in gioco e di reversibilità permanenti.
 Perché non c’è più niente da rimettere in gioco, neanche da rimettere in discussione, quando si è scelto di scrivere tutto e una volta per tutte in dei trattati inamovibili. Politica monetaria, uso dello strumento budgetario, livello di indebitamento pubblico, forme di finanziamento del deficit: tutte queste leve fondamentali sono state scolpite nel marmo.
Come si potrebbe discutere del livello di inflazione desiderato quando quest’ultimo è stato affidato a una Banca centrale indipendente e tagliata fuori da tutto? Come si potrebbe decidere una politica budgetaria quando il suo saldo strutturale è predeterminato («pareggio di bilancio») ed è fissato un tetto per il suo saldo corrente? Come decidere se ripudiare un debito quando gli Stati possono finanziarsi solo sui mercati di capitali?
 Lungi dal fornire la benché minima risposta a queste domande, anzi, con l’approvazione implicita che danno a questo stato di cose costituzionale, le trovate da concorso per le migliori invenzioni europeiste sono votate a passare sistematicamente accanto al nocciolo del problema.
Ci si domanda così quale senso potrebbe avere l’idea di «governo economico» dell’eurozona, questa bolla di sapone, che il Ps propone, quando non c’è proprio più niente da governare, dal momento che tutta la materia governabile è stata sottratta a qualsiasi processo decisionale per essere blindata in dei trattati.
Sotto le apparenze di un gran balzo in avanti tramite la sofisticazione finanziaria, riallacciandosi in questo alla strategia europea dell’ingranaggio “tecnico”, gli Eurobond, dal canto loro non hanno nessuna delle proprietà immaginate dai loro ideatori. La Germania che gode dei tassi di interesse più bassi quando chiede prestitisui mercati, sa molto bene quanto le costerebbe essere accomunata  ai poveracci del Sud. Se acconsentisse, in cambio del suo impegno alla mutualizzazione finanziaria, chiederebbe di seguire la sua concezione di ideale europeo, ossia un surplus enorme di sorveglianza e ingerenza nelle politiche economiche nazionali – proprio come ha fatto, attraverso i trattati e i patti, al momento di entrare nella mutualizzazione monetaria.
Ciò vuol dire che, lungi dall’allegerire, per quanto lievemente, le tare politiche della presente costituzione europea, gli eurobond le appesantirebbero  ulteriormente. Chi può immaginare anche solo per un istante che la Germania acconsentirebbe a entrare nel meccanismo di solidarietà finanziaria di un debito condiviso, ossia a essere automaticamente costretta a pagare in caso di default di un paese qualsiasi, senza esigere, per il tramite di una costituzione rafforzata, un diritto di controllo drastico e permanente, accompagnato da una procedura di messa sotto tutela al minimo scostamento da parte di uno dei «partner»? L’inasprimento dei vincoli di governance automatica e forme di «troikizzazione» generalizzata – messa sotto tutela degli Stati da parte della Commissione, della Banca centrale europea (Bce) e del Fondo monetario internazionale – sono il solo risultato che ci si può attendere dagli eurobond. in altri termini, essi non farebbero che aggravare la crisi politica in cui l’Europa sta già sprofondando
In questa vicenda, la Germania è stata l’artefice principale della sottrazione generalizzata di sovranità, unica soluzione ammissibile ai suoi occhi quando si tratta di condividere un destino economico e soprattutto monetario con altri paesi, che essa ritiene incapaci di esercitare la loro sovranità se non per il peggio. Quindi, neutralizzazione generale! Resta viva e vegeta solo… la sovranità tedesca, che è stata trasposta tale e quale nelle istituzioni economiche e monetarie europee.
Le grida di spavento che accolgono qualsiasi chiamata in causa della Germania si succedono allora talmente stereotipate che finiscono per dirla più lunga su quelli che le emettono che non sull’oggetto in questione. Come spesso accade nelle forme di razzismo all’inverso, che   credono   di   negarsi esse stesse professando delle amicizie troppo sbandierate per essere sincere, i più ossessionati dalla questione tedesca sono forse proprio quelli che, proclamando la loro germanomania, rifiutano qualsiasi analisi. A metà strada tra la filia e la fobia, due poli che non lasciano spazio al ragionamento, vi è la possibilità di portare avanti un’analisi oggettiva delle complessità strutturali, dei retaggi storici e dei rapporti di compatibilità o incompatibilità che ne risultano quando si tratta di far vivere insieme paesi diversi ricercando un grado di integrazione più elevato. In questo caso, bisogna proprio avere i paraocchi per non vedere che la Germania si è costruita una convinzione collettiva attorno alla moneta, che è per essa una posta in gioco così elevata da non poter fare la benché minima concessione in materia. Se ha accettato di entrare nell’euro, è stato solo alla condizione sine qua non di poter dettare la sua architettura istituzionale alla moneta unica, ricalcata sul proprio sistema nazionale. Poco importa che la Germania si sia persa dietro l’idea (falsa) che la sua iperinflazione del 1923 sia stata l’anticamera del nazismo, quando la deflazione del 1931 lo è stata probabilmente ben di più: la Germania ci crede, e agisce conformemente a questa convinzione. Nessuno può rimproverarle di avere la storia che ha avuto, né di raccontarla in un certo modo. Nessuno può rimproverarle di aver concepito una visione singolare di quel che deve essere un ordine monetario, e di rifiutare di entrare in un sistema diverso. Ma si può senza dubbio rimproverare a Berlino di imporre le sue idee fisse a tutti! E se è perfettamente legittimo lasciare che la Germania segua le sue ossessioni monetarie, è altrettanto legittimo non volerle seguire. In special modo quando questi principi monetari non convengono alle strutture economiche e sociali degli altri paesi, e nel nostro caso, ne conducono qualcuno verso il disastro.
Infatti, alcuni Stati membri hanno bisogno di svalutazione; alcuni, di lasciar aumentare il deficit; altri di ripudiare una parte del loro debito; altri ancora di inflazione. E tutti hanno soprattutto bisogno che questi aspetti ridiventino oggetto di deliberazioni democratiche! Ma i principi tedeschi, iscritti nei trattati, lo vietano...
Che non ci sia modo di sperare nel «balzo in avanti democratico» proposto da Hollande e Merkel è probabilmente un eufemismo. La riattivazione di un progetto federalista rimane un orizzonte molto vago, finche non sarà spiegato in cosa consisterebbe e non ci si darà la pena di esaminarne le condizioni di fattibilità. Occorrerebbe prima chiedere ai partigiani dell’avanzata federalista di illustrarci per quale miracolo la Germania accetterebbe di reintrodurre tutte queste questioni nel quadro di una deliberazione democratica, quando invece si è metodicamente sforzata di escluderle; e poi domandar loro se pensano che un federalismo sempre costituzionalmente impossibilitato a discutere di tali questioni resterebbe ai loro occhi un «balzo in avanti democratico».
Come semplice esercizio intellettuale, ammettiamo pure l’ipotesi di una democrazia federale europea in piena regola, con un potere legislativo europeo degno di questo nome, ovviamente bicamerale, dotato di tutte le sue prerogative, eletto a suffragio universale, come l’esecutivo europeo (di cui comunque non si prevede quale forma potrebbe prendere). La domanda che
si porrebbe a tutti coloro che sognano così di «cambiare l’Europa per superare la crisi» sarebbe la seguente: riescono a immaginare la Germania che si piega alla legge della maggioranza europea se per caso il Parlamento sovrano decidesse di riprendere in mano la Banca centrale, di rendere possibile un finanziamento monetario degli Stati o il superamento del tetto del deficit di bilancio? Dato il carattere generale dell’argomento, aggiungeremo che la risposta – ovviamente negativa – sarebbe la stessa, in questo caso lo speriamo!, se questa stessa legge della maggioranza europea imponesse alla Francia la privatizzazione integrale della Sicurezza sociale. A proposito, chissà come avrebbero reagito gli altri paesi se la Francia avesse imposto all’Europa la propria forma di protezione sociale, come la Germania ha fatto con l’ordine monetario, e se, come quest’ultima, ne avesse fatto una condizione imprescindibile…
Bisognerà dunque che gli architetti del federalismo finiscano per accorgersi che le istituzioni formali della -democrazia non esauriscono affatto il concetto, e che non c’è democrazia vivente, né possibile, senza uno sfondo di sentimenti collettivi, unico capace di far acconsentire le minoranze alla legge della maggioranza; poiché in fin dei conti, la democrazia è questo: la deliberazione più la legge della maggioranza. Ma questo è proprio il genere di cose che gli alti funzionari – o gli economisti – sprovvisti di qualsiasi cultura politica, e che però formano l’essenziale della rappresentanza politica nazionale ed europea, sono incapaci di vedere. Questa povertà intellettuale ci porta regolarmente ad avere questi mostri istituzionali che ignorano il principio di sovranità, e il «balzo in avanti democratico» si annuncia già incapace di comprendere come questo comune sentire democratico sia una condizione essenziale e di come sia difficile soddisfarla in un contesto plurinazionale.
Una volta ricordato ” che il ritorno alle monete nazionali permetterebbe di soddisfare questa condizione, ed è tecnicamente praticabile, basta che sia accompagnato da alcune semplici misure ad hoc (in particolare il controllo sui capitali), saremo in grado di non abbandonare completamente l’idea di fare qualcosa in Europa. Non una moneta unica, poiché questa presuppone una costruzione politica autentica, per il momento fuori dalla nostra portata. Ma una moneta comune, questo sarebbe fattibile! Tanto più che gli argomenti validi a sostegno di una forma di europeizzazione restano, a patto ovviamente che gli inconvenienti non superino i vantaggi…
L’equilibrio si ritrova se, invece di una moneta unica, si pensa a una moneta comune, ossia un euro dotato di rappresentanti nazionali: degli euro-franchi, delle euro-pesetas, ecc. Immaginiamo questo nuovo contesto in cui: le denominazioni nazionali dell’euro non sono direttamente convertibili verso l’esterno (in dollari, yuan, ecc.) né tra loro. Tutte le convertibilità, esterne e interne, passano per una nuova Banca centrale europea che funge in qualche modo da ufficio cambi, ma e privata di ogni potere di politica monetaria Quest’ultimo è restituito a delle banche centrali nazionali e saranno i governi a decidere se riprendere il controllo su di esse o meno. La convertibilità esterna, riservata all’euro, si effettua classicamente sui mercati di cambio internazionali, quindi a tassi fluttuanti, attraverso la Banca centrale europea (Bce), che e il solo organismo delegato per conto degli agenti (pubblici e privati) europei Di contro, la convertibilità interna, quella dei rappresentanti nazionali dell’euro tra loro, si effettua solo allo sportello della Bce, e a delle parità fisse, decise a livello politico. Ci sbarazziamo così dei mercati di cambio intraeuropei, che erano il focolaio di crisi monetarie ricorrenti ali e-poca del Sistema monetario europeo (5), e al tempo stesso siamo protetti dai mercati di cambio extraeuropei grazie al nuovo euro. È questa doppia caratteristica che fa la forza della moneta comune.
Allontanato così il fantasma della convergenza «automatica» delle economie europee, sappiamo che certe economie hanno bisogno di svalutare – a maggior ragione con l’attuale crisi! Ora, il dispositivo di convertibilità interna della moneta comune ha l’immensa virtù di rendere di nuovo possibili queste svalutazioni, ma in un clima di maggior tranquillità. L’esperienza degli anni ’80 e ’90 ha ampiamente dimostrato l’impossibilità di operare aggiustamenti del cambio in piena bufera di mercati finanziari interamente liberalizzati. La tranquillità interna di una zona monetaria europea libera dal flagello dei suoi mercati di cambio rende allora le svalutazioni dei procedimenti interamente politici, dove spetta alla negoziazione tra stati il compito di accordarsi su una nuova griglia di parità.
E non solo le svalutazioni! Perché il tutto potrebbe essere configurato secondo l’International Clearing Union proposta da John Meynard Keynes nel 1944, che, oltre alla possibilità di svalutazione offerta ai paesi con forti squilibri esterni, prevedeva anche di obbligare alla rivalutazione i paesi con forti eccedenti. In un sistema del genere, che vincolerebbe a delle rivalutazioni graduate attraverso una serie di soglie di eccedenti (per esempio del 4% del prodotto interno lordo, poi del 6%), la Germania avrebbe dovuto da lungo tempo accettare un apprezzamento del suo euro-marco, e con questo sostenere la domanda della zona euro, e quindi partecipare alla riduzione degli squilibri interni. In questo modo, le norme che regolano gli aggiustamenti del cambio verrebbero a supplire alla probabile mancanza di buona volontà da parte dei paesi eccedentari. ..
Il catechismo neoliberista grida all’inefficienza» e all’«inflazione» appena sente la parola «svalutazione». Per quanto riguarda l’inefficienza, diciamo che lo spirito deduttivo non è stato il suo forte, dal momento che la svalutazione è proprio quello che tale catechismo continua a preconizzare! A tal punto che reclama una svalutazione interna, attraverso i salari – e la disoccupazione, che esercita una pressione sui salari! – al posto della svalutazione esterna, quella del tasso di cambio. L’aggiustamento strutturale piuttosto che l’aggiustamento di parità tra le monete… Se arrivassero a uscire dall’euro per tornare a correre da soli, i tedeschi se ne accorgerebbero subito, e basterebbero due giorni di rivalutazione del nuovo deutschemark per mandare in fumo un intero decennio di restrizioni salariali…
Quanto all’inflazione, che richiederebbe di preferire il primo tipo di aggiustamento al secondo, è un ectoplasma in un periodo dove la minaccia più forte è data dalla deflazione l’abbassamento del livello generale dei prezzi), che è almeno altrettanto pericolosa, e che richiederebbe nei fatti una reflazione controllata, non fosse altro che per alleggerire il peso reale del debito.
Ma questo effetto di alleggerimento reale non sarebbe forse dominato dall’incremento del nostro debito esterno per via della svalutazione stessa? Svalutare del 10% contro il dollaro equivale automaticamente ad appesantire del 10% il nostro debito denominato in dollari. Salvo che, come ha dimostralo Jacques Sapir, l’85% del debito francese è stato emesso con contratto di diritto francese e sarebbe ridenominato in euro-franchi, di conseguenza senza alcun effetto in seguito a una svalutazione.
La posta in gioco rappresentata da una moneta comune, in ogni caso, va ben al di là della rinnovata possibilità di svalutazione, che pur essendo, soprattutto nel periodo attuale, una libertà vitale, non rappresenta certo la soluzione universale. Uscire dall’euro così come esso è configurato attualmente, sarebbe non tanto una questione di macroeconomia – anche se in parte lo è sicuramente – quanto di conformità all’imperativo categorico della democrazia, che si chiama «sovranità popolare»
Se a livello di un comune sentire democratico, siamo ancora lontani dalla possibilità di attuare una sovranità popolare in un contesto plurinazionale, allora dobbiamo essere realisti e abbassare un po’ il tiro di sapere con chi perseguirla. Certamente non in ventotto o in ventisette, grandi numeri che sembrerebbero fatti apposta per prevedere il peggio! Sono i rapporti oggettivi di compatibilità che contano, partendo da un grado minimo di omogeneità di stili di vita, di idee identiche, o quanto meno simili in materia di modello sociale, preoccupazione ambientale, ecc. -, e un accordo preliminare sui grandi principi di politica economica. Queste convergenze, per cominciare, sono probabilmente alla portata di un ristretto numero di Stati. E non è falso affermare che possono a volte essere valutate sulla base di indicatori di convergenza… Ma non quelli indicati dal trattato di Maastricht.
Trattandosi per esempio della costituzione di un grande mercato come entità soggiacente alla moneta comune, di esso potrebbero far parte solo le economie che hanno modelli socio produttivi simili e, di conseguenza, strutture di costi analoghe. Secondo questo principio, in questa nuova Europa economica e monetaria sarebbero ammessi solo quei paesi il cui salario medio o minimo non è interiore al 75% – o un’altra soglia da determinare – della media dei salari medi o minimi degli altri Stati membri. E questa totale rielaborazione della costruzione europea sarebbe l’occasione per finirla sia con il delirio dell’ortodossia monetaria, finanziaria e dell’aggiustamento strutturale generalizzato, che con le nefandezze della concorrenza «non distorta», che però si è adeguata benissimo a tutte le distorsioni strutturali, sociali e ambientali, e che si propone in realtà di lasciarle imperversare con la massima violenza.
Ed è qui che si torna al sillogismo di partenza: l’idea di passare dall’euro attuale a un euro riformato e progressista è un sogno vano. Per deduzione, se è progressista, i mercati finanziari, che attualmente detengono tutto il potere, non lo lasceranno nascere. L’alternativa è quindi la seguente: restare impantanati in un euro liberale solo marginalmente modificato con qualche trovata di second’ordine come il «governo economico» o gli euro-bond, dei rattoppi che non modificano di una virgola la logica profonda della «sottrazione di  democrazia»;  oppure scegliere lo scontro frontale con la finanza, che vincerà, a colpo sicuro… per poi però perdere tutto, poiché la sua «vittoria» distruggerà l’euro e creerà esattamente le condizioni per una ricostruzione da cui, questa volta, i mercati saranno esclusi!
E certo tuttavia che questo ritorno forzato alle monete nazionali, che sarà visto come un fallimento, avrà degli effetti politicamente depressivi che peseranno per qualche tempo su qualsiasi progetto di rilancio europeo. Ecco perché, fermo restando tutto il resto, la probabilità di un tale rilancio a termine dipende in maniera cruciale dal modo in cui si esce dall’euro. Costruire riserve di energia politica europea per attraversare il periodo delle monete nazionali implica la scelta del partito della moneta comune, ossia provocare la deflagrazione dei mercati annunciando questo progetto, ponendolo fermamente come l’orizzonte di una volontà politica di un certo numero di paesi europei, e non presentare il ritorno alle monete nazionali come unico sbocco possibile, e senza via d’uscita, dell’abbandono dell’euro. Se dunque non si sfugge al ritorno alle monete nazionali, il modo in cui ci si ritornerà determinerà la possibilità di ripartirne!
In tutti i casi, salvo la grande anestesia definitiva nell’euro antisociale, ci torneremo. È questo il prezzo da pagare per una costruzione europea incapace di evolvere per essersi privata di qualsiasi grado di libertà. Per le costruzioni troppo rigide, l’unica scelta possibile è quella di resistere finché non si trovano a dover affrontare shock esterni troppo forti, oppure di rompersi: ma non quella di adeguarsi
L’europeismo protesterà affermando che la sua amata Europa continua senza sosta a fare progressi. Fondo europeo di stabilità finanziaria (Fesf), meccanismo europeo di stabilità (Mes), riscatto del debito sovrano tramite la Bce (7), unione bancaria: progressi probabilmente acquisiti un po’ dolorosamente, ma reali! Sfortunatamente, e come prevedibile, nessuno attacca il cuore stesso della costruzione, questo nocciolo duro da cui provengono tutti gli effetti depressivi e antidemocratici: esposizione delle politiche economiche ai mercati finanziari,   Banca   centrale   indipendente,   ossessione   anti-inflazionista, aggiustamento automatico dei deficit, rifiuto di prevedere un loro finanziamento monetario. Pertanto i «progressi» restano secondari, come delle toppe messe alla meno peggio per aggiustare le conseguenze ben più disastrose che il «cuore» granitico e sacralizzato continua a produrre. L’Europa sta continuando a mettere pezze agli effetti senza mai affrontare le cause. Incapace di una revisione di fondo, e inconsapevole del fatto che l’unico futuro che si prepara è la distruzione

Io vi sono duce! Ovvero i nemici del popolo secondo Bagnai

Tag

, , , ,

Doveva succedere, prima o poi, che le posizioni si chiarissero. E i chiarimenti sono sempre positivi perché rafforzano o, dovrebbero rafforzare, le posizioni di chi chiarisce e di chi viene reso edotto dal chiarimento. Il professor Bagnai in un intervento sul suo blog (che notoriamente fa “milioni de miliardi de trilioni” di click) fornisce il suo definitivo giudizio sulla Sinistra e la questione dell’Euro. Sostiene che, quelli che chiama, “marxisti de noantri” “ancora oggi difendono l’euro (o fanno riferimento agli “economisti” di “sinistra” che lo difendono), un po’ per perseguire un malsano, distorto e strategicamente vacuo internazionalismo, ma un po’, se ci fate caso, anche con la segreta, malcelata e malriposta speranza che l’euro faccia “esplodere ‘e contraddizzzzzioni der capitalismo e si riveli così lo strumento della tanto attesa ma mai pervenuta palingenesi”.
In altri termini: i marxisti difenderebbero l’Euro perché attraverso di esso crollerebbe il capitalismo,  un autocollassamento che aprirebbe le porte alla rivoluzione mondiale. I marxisti quindi ghignerebbero nell’ombra in attesa che tutto ciò accada. Ma non solo: i biechi marxisti – che notoriamente sono gli assertori del “tanto peggio, tanto meglio” – rimarrebbero insensibili al dolore e alle macerie socioeconomiche che la situazione sta creando. Ma di questo pericolo Bagnai avverte i suoi lettori in modo chiaro: “Quindi, caro amico che leggi, se sei un agricoltore, un operaio, un dipendente pubblico (come me), un piccolo commerciante, un piccolo imprenditore, ecc., bene: sappi e tieni a mente che per i tecnocrati di Bruxelles, come per alcuni “marxiani” de noantri, sei solo una pedina sacrificabile”. Naturalmente i marxisti e i loro alleati tecnocrati di Bruxelles pagheranno caro e pagheranno tutto, poiché Bagnai vaticina: “Ma non servirà. La vendetta fia testimonio al ver che la dispensa. Non è scritto nel Capitale, ma del resto non ci sono scritte nemmeno le cazzate che ripetete voi. Chi semina odio raccoglie sconfitta: il vostro destino è già segnato”. Amen.
Piano piano, per tappe successive, il professore ha raggiunto il suo punto finale. Si è trattato di un lungo tragitto. Un tragitto epico con un plot narrativo che Auerbach avrebbe inserito nelle grandi narrazioni classiche della società occidentale.
In principio l’eroe era stregato e vittima delle forze oscure. Non s’accorgeva di quanto faceva o diceva. Scriveva testi che non mettevano in minima discussione l’Euro e la sua malefica dottrina. Anzi: partecipava alle conferenze organizzate da Prodi e soci in quel di Lisbona. Ma ciò durò più o meno sino al 2004. Poi dell’eroe si persero le tracce. Probabilmente incontrò qualcuno, un saggio della montagna forse, che lo istruì e gli aprì gli occhi. Fu un lungo percorso perché, per circa dieci lunghi anni, rimase in silenzio a meditare. Ricomparve all’improvviso scrivendo prefazioni a persone che scrivevano libri contro l’Euro. Partecipò a numerose riunioni invitato proprio dai marxisti, espresse il suo pensiero ai monarchici, ai sovranisti, a tutti. In questo doloroso percorso alcuni gli si avvicinarono ma non furono veri discepoli. Dovette cacciarne molti ed epurare sé stesso dalle scorie che aveva accumulato strada facendo. Capì che per vincere la sua battaglia doveva trovare il mitico “megafono d’oro”, uno strumento che gli avrebbe dato la potenza necessaria a farsi udire. Perché marxisti, monarchici, sovranisti, grillini avevano megafoni deboli o si guardavano bene dal prestargli i loro. Ora siamo all’ultimo stadio del percorso dell’eroe: trovato il “megafono d’oro” (prossimamente su La7, nuova entrata per procura nel regno televisivo di un re dei nani) ha pubblicato un manifesto e fondato la sua ecclesia simmetrica con nuovi e più potenti compagni di avventura. Qualche politico che ha militato in quasi tutti i partiti disponibili; qualche pensionato grand commis d’Etat e varia umanità.
Usciamo dallo scherzo mitico. Il percorso di crescita di Bagnai è stato esattamente quello che si è esposto. Ma dunque perché, oggi che ha acquisito la tanto agognata notorietà (spera anche di vincere il Macchianera Award!), ancora si sofferma sui miserabili “marxisti de noantri”? Perché insulta Brancaccio con un accanimento che sa di femmina tradita? Suvvia, perché attaccare ancora i “marxisti dell’Illinois” se sono così ininfluenti, perdenti, stupidi, cialtroni? Perché Bagnai è così virile nel dispensare aggettivi badando bene (altrettanto virilmente) a non fare mai nomi e cognomi? Perché non lascia i marxisti, inutile scoria della storia, alla loro pochezza? Le ipotesi sono due. La prima: si tratta della cifra dialettica dell’uomo. Deve espettorare veleno per ontologica realtà. E se così fosse lo si lascerebbe volentieri alla sua ecclesia e ai suoi officianti. La seconda: ancora qualcosa teme dai marxisti che, evidentemente, tanto “de noantri” non sono, stante il fatto che continua a vituperarli.
Ma al vituperio si ha da dare l’importanza che ha: nulla. Diversa cosa è la mistificazione. Perché quel che dice Bagnai odora di impreciso  da ragguardevole distanza. Si può cercare sin dove si vuole, ma nessuno dei suoi ex amici “marxisti” ha mai detto di voler mantenere l’Euro così come sta per favorire  il crollo del capitalismo. Questa è una accusa che nasce dalla mente di Bagnai alimentata, per di più, dalla sua conoscenza del pensiero marxista, del quale, per sua stessa ammissione, nulla sa. Dove mai Ecodellarete, Ferraro, Alfonso Gianni (tanto per citare alcuni che hanno ospitato le prolusioni di Bagnai) avrebbero sostenuto la strategia di mantenere l’Euro in piedi per rendere irreparabili le contraddizioni del capitalismo? Dove mai qualche marxista avrebbe minacciato bottegai, liberi professionisti, dipendenti pubblici, piccoli imprenditori, augurandosi la loro morte economica come effetto collaterale? Più semplicemente qualcuno ha eccepito che l’uscita dall’Euro dovrebbe essere fatta in modo da garantire alle classi subalterne qualche minimale protezione. Basta questo per affermare che i marxisti sarebbero la copia dei tecnocrati di Bruxelles? Più semplicemente qualcuno ha osservato che può essere che l’inflazione sarà meno risibile di quanto non ami immaginarla Bagnai, in caso di uscita dall’Euro.
Ed allora rimane da spiegare questa agitazione di Bagnai. Si potrebbe ipotizzare che Bagnai veda sempre con ritardo i fenomeni. Ci ha messo dieci anni per passare dalle conferenze con Prodi all’antieurismo ed, evidentemente, gli è occorso tempo (meno) per passare dal pubblicare i suoi sapidi articoli dal “Manifesto” al “Foglio”. Eppure quando pubblicava sul “Manifesto” questi infami marxisti facevano comodo. Ma si sa, umiltà e lealtà, sono virtù che difettano a tutte le menti napoleoniche. Ma non è la lealtà e l’umiltà che si chiede a Bagnai. Sarebbe chiedere l’impossibile. Magari si auspicherebbe la memoria e magari si chiederebbe che la smettesse una buona volta di raccontare una versione tutta sua della realtà. Perché, detto da lui, il fatto di essere stato soggetto “agli attacchi più subdoli e sleali” provenienti “da questa pseudosinistra” fa un po’ ridere. Un po’ come se un serpente si ritenesse vittima delle sue prede.
Ma Bagnai continua ad agitarsi. Beninteso non fa nomi (né Brancaccio né De Cecco, per carità) ma schizzetta veleno un po’ qua un po’ là. Probabilmente tutto rientra nel bisogno di affermarsi come unico oppositore dell’Euro sin dai primordi. Lotta inutile perché le date di stampa non possono essere modificate. Badiale e Tringali il loro libro contro l’euro lo mandano in stampa a settembre 2012, ma ne avevano già pubblicato un altro il 3 agosto 2011. Marco della Luna ne aveva pubblicato uno a marzo 2012 e Bruno Amoroso aveva dato alle stampe “Euro in bilico” nel settembre 2011. E purtroppo il blog da “miliardi de triliardi de milioni” di Bagnai pare abbia la sua inaugurazione nel novembre 2011 ed il libro abbia visto la luce nel novembre 2012.
Visto il ritardo di intervento sull’argomento (giustificato certamente da validi motivi) suona curioso che oggi Bagnai se la prenda con i “marxisti de noantri” che da tempo dicevano cose assai diverse da quelle che il professore attribuisce loro.
Ma azzardiamo una ipotesi. Tutto questo livore potrebbe nascere dal desiderio di primogenitura, dal fatto che ogni profeta che si rispetti dovrebbe profetare prima di tutti. Ahimé ma Bagnai ha iniziato la sua battaglia dopo che la guerra era già iniziata. E per un po’ ha ritenuto opportuno camminare a fianco di quelli che erano già partiti prima di lui. A Bagnai va il nostro sincero riconoscimento di una non comune capacità di far evolvere la sua parabola di divulgatore meglio di altri. Ma la bravura successiva non nasconde che a profetare dopo le profezie altrui, sono buoni tutti. Ed ora, per quante sciocchezze delegittimanti, si vogliano dire, l’imprimatur non si può scippare. Ma degli imprimatur ce ne importa poco. Un po’ di più irritano le affermazioni non veritiere. Che fanno parte – con tutta verisimiglianza – di una strategia mitopoietica tendente ad affermarsi come guru unico e incontrastato. Tanto unico ed incontrastato che, a proposito di un serio signore che risponde al nome di Luciano Gallino e che ha pubblicato più libri di quanti capelli abbia in testa Bagnai, il professore pescarese avrebbe twittato: “sarà un ottimo sociologo. A proposito cosa fa esattamente un sociologo? Una cosa che ci serve adesso?” dopo averlo definito “uno dei più accaniti difensori dell’eurofascismo”. Insomma cose simili nella loro pregnanza alla famosa frase “quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola” di goeringhiana memoria. Ci serve Gallino che, tanto per intenderci, scriveva “Globalizzazione e diseguaglianze” nel 2000, o il “Costo umano della flessibilità” nel 2001 e che nel 2009 dava alle stampe “Con i soldi degli altri” e nell’anno in cui finalmente terminava il lungo sonno di Bagnai pubblicava “Finanzcapitalismo”? A cosa ci serve un sociologo dice Bagnai. E lo dice non perché sia un ignorante borioso, perché Bagnai non è affatto ignorante e la boriosità è solo tecnica di predicazione, ma, piuttosto, perché vorrebbe cancellare dalle fotografie chi era sveglio mentre lui dormiva. Insomma la tecnica dei totalitarismi di fucilare e epurare la storia. Certo è complicato come progetto. Ad esempio mentre Bagnai dormiva c’era qualcuno che scriveva: “.. a un certo punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente sospinti al di fuori della Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome politiche economiche di difesa dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione. Se così davvero andasse, è bene chiarire che non necessariamente su di essi ricadrebbero le colpe principali del tracollo della unità europea”. Era il 14 giugno 2010, ed era la “Lettera agli economisti” firmata da trecento “sconosciuti”. Siccome Bagnai all’epoca era affaccendato in altre faccende la sua firma non c’è. Il suo Manifesto arriverà assai più tardi e con un numero di firmatari infinitamente meno folto.
Ma allora stiamo dicendo che una delle virtù del professor Bagnai è il ritardo? No. C’è sempre un posto a tavola anche per chi è stato trattenuto altrove o s’è dimenticato di caricare la sveglia. Stiamo dicendo che – è una ipotesi, beninteso – uno dei vizi di Bagnaipotrebbe esser quello di voler far credere di essere stato l’unico ed il solo ad aver apparecchiato la tavola, preparato il pranzo e chiamato tutti al desinare. Perché se è vero che Bagnai ha sempre detto di essere solo il “megafono” di idee che altri avevano già autorevolmente espresso, guarda caso questa è una ammissione con larghi vuoti di smemoratezza. Smemoratezza selettiva, giacché si applica solo ai colleghi (economisti e di altre discipline) di cittadinanza italiana. E poiché negare che – da tempo – qualcun altro stava già sul pezzo è difficile, adesso è l’ora di suggerire che i marxisti siano traditori del popolo esattamente come i burocrati di Bruxelles.
Concludendo. Bagnai finisce dicendo una frase importante: “Noi passiamo oltre, perseguendo il nostro progetto di una società più equilibrata e simmetrica, che non abbia bisogno di crisi e palingenesi per progredire”. Era ora. Finalmente mondo dal triste passato nel quale doveva concionare ospite dei marxisti, il professore ci fa intravvedere il suo futuro: una bella società simmetrica che sia più competitiva sul mercato globale la cui esistenza non va certo messa in discussione. Uscire dall’Euro per essere finalmente e realmente liberi di essere neoliberisti. Non ci voleva tanto per intuirlo, ma ora è chiaro. Ognuno è libero di perseguire i propri scopi come meglio crede. Sarebbe però manifestare un certo esprit de finesse l’astenersi dal mettere sostanze organiche nel ventilatore. Bagnai ha una sua utopia faticosamente elaborata dopo il suo risveglio? Vadano a lui i nostri migliori voti augurali. La sua utopia è migliore della nostra (“nostra” ossia ciò che lui pensa di aver capito)? Ce ne felicitiamo e stappiamo bottiglie di vino prezioso in suo onore. Però mentre auguriamo buona fortuna lo invitiamo a smetterla di raccontar fiabe su ciò che i marxisti pensano, sulle loro utopie, sui loro fini. Perché se sostiene che il nostro “destino è già segnato” ripercorre orme di gente che ha già infruttuosamente elaborato lo stesso vaticinio. Probabilmente gli importa poco di ripetere cose già dette da altri, ma, qualcuno dovrebbe informarlo, che i suoi predecessori non hanno indovinato e son rimasti gli illustri sconosciuti che erano prima di vaticinare. Sarebbe meglio non rischiare di seguire la stessa parabola discendente.

PS. Quasi certamente, anche in questo caso il professore dirà che è stato oggetto di un bieco post fascista. Ce ne faremo una ragione. La tecnica della vittima è un classico della piccola borghesia ed astenersi dai moti pavolviani può essere complicato.

Tuscolano’s dilemma

Tag

, ,

ma domando: il giorno in cui si formerà il comitato popolare del Tuscolano (che sarà pieno di gente oggi inconsapevole, che spera di poter ricominciare il ciclo nasci-consuma-crepa) che si fa? Ci si va, oppure no, perché lì ci sono quelli di Casa Pound, i grillini, i riciclati del PdCI, i signoraggisti, i piddini civatini e mille altre strane creature?”
(Ecodellarete 15 agosto 2013)

“Rispetto agli obiettivi ultimi, la mia personalissima opinione è che, in questa fase, occorra ampliare il fronte, unendo nella battaglia di oggi anche classi sociali e visioni del mondo che, domani, saranno certamente protagonisti di nuovi conflitti. Non il 99%, ovviamente, ma una percentuale indefinita, la cui entità sarà chiarita, a posteriori, dagli storici. Insomma, serve una spallata.”
(Ecodellarete, 16 agosto 2013)

Vladimir Ilich Lenin probabilmente non conosceva il Tuscolano. È un quartiere nella parte sud-orientale di Roma. Storicamente – insieme al vicino quartiere Appio Latino – dagli anni Settanta è stato considerato di Destra. La sede del MSI in via Acca Larentia nel 1978 fu teatro dell’uccisione di due militanti del Fronte della Gioventù da parte di un gruppo terroristico di Sinistra. Negli scontri successivi un terzo ragazzo venne ucciso da un ufficiale dei Carabinieri. Un quartiere difficile insomma, almeno nel passato. Probabilmente Ecodellarete non lo ha scelto a caso per esemplificare.
Torniamo a Lenin, probabilmente non fu un caso neppure questo: sulla prima pagina Lenin mise una frase di Lassalle scritta a Marx: “… La lotta di partito dà a un partito forza e vitalità; la maggior prova di debolezza di un partito è la sua dispersione e la scomparsa di barriere nettamente definite; epurandosi, un partito si rafforza… ». Potrebbe essere già questa una risposta alla teoria dell’ampliamento di fronte? Forse sì e probabilmente no, perché “Che fare?” non è un manuale buono per tutte le epoche, è un documento, oramai storico, di centoundici anni fa. Però funziona da spunto, perché, evidentemente, la domanda “che fare?” esce sempre fuori. In forme diverse magari, assumendo la forma del “e tu cosa proponi”? o simili. La frase che Lenin sceglie è programmatica e dice in sostanza: non si va da nessuna parte se non si hanno chiare le proprie idee. Diluirle non serve a nulla, anzi, è nocivo.
Invece, a me pare, almeno dai dialoghi che sono emersi nei commenti, che ci sia una idea che per certi versi funziona in questo modo:

  1. siamo nel bel mezzo di una crisi economica devastante
  2. una crisi economica è il miglior tessuto aggregante per le classi subalterne
  3. qualcuno sta prospettando una soluzione: l’uscita dall’Euro
  4. l’uscita dall’Euro è una cosa concreta, molto comunicabile e trasversale
  5. approfittiamo di questa occasione e facciamo un fare un passo avanti al nostro progetto anticapitalista (che chiameremo magari antiglobalista)
  6. il passo in avanti lo facciamo con chi ci sta – tanto Destra e Sinistra – sono concetti svuotati dalla storia.

Questa idea è spinta anche dall’urgenza di far presto, magari prima che la crisi finisca e si dissolva un collante aggregativo. Perciò vanno bene tutte le più “strane creature” politiche. Certo ci sono lenin_che_faredelle differenze con Casa Pound, con i signoraggisti di Alfonso Luigi Marra, con il PD (della corrente giusta), magari con i Massoni di qualche nuovo Rito ed Obbedienza, con quelli della MMT, con i Sovranisti, con il movimento di Magdi Allam, etc, etc. Non è importante chi siano, si tratta di allargare il fronte: il punto comune è l’uscita dall’Euro. Poi, dopo, vedremo di affrontare le differenze. Insomma: se l’obiettivo ultimo è picconare il capitalismo casinò, afferriamo questo tema e mettiamoci in direzione dell’onda.
E però questa strategia (che somiglia più ad una tattica) assomiglia a certi medicinali che servono a curarti le vesciche sui piedi ma hanno tante di quelle controindicazioni ed effetti collaterali da mandarti definitivamente in ospedale. Ma chiediamoci prima di tutto: è una strategia realistica? Se penso ad un tavolo di conferenza stampa con seduti insieme, Civati, Marra, Allam, Ferrero, Rizzo, Fiore io qualche dubbio sul realismo comincio a nutrirlo. Un tavolo del genere sfiora la fantascienza politica, però, siccome tutto è laicamente possibile e religiosamente non bisogna porre freni alla Divina Provvidenza, ammettiamo che un tavolo del genere, magari anche più affollato lo si componga.
Ciò ammesso usare il tema dell’uscita dall’Euro richiede come minimo qualcuno che mastichi economia, sia presentabile, crei le basi teoriche con un minimo di autorevolezza. Insomma bisognerebbe arruolare un economista. Uno serio in circolazione potrebbe essere Brancaccio, ma Brancaccio sembra non amare l’idea del “Fronte Unico Anti Euro”, magari è un po’ schizzinoso e lui dall’Euro vuole uscire da Sinistra (e quindi non va bene perché nega l’ultimo punto della strategia). Se si ripiega su qualcun altro il pericolo è che l’economista non si accontenti di portare l’acqua con le orecchie al progetto. Ossia: l’economista potrebbe essere uno che rischia di suo, la sua carriera e vuole un ruolo meno ancillare. In un caso del genere l’economista si fa un suo giro per le varie “strane creature” in incontri pubblici. Incontra, che so, i monarchici, i marxisti dell’Illinois, i Sovranisti, le schegge impazzite del PdCI, qualche grillino. Dice le sue cose e poi si accorge che ciascuno di questi gruppi ha un disperato bisogno di lui, più di quanto lui potrebbe avere bisogno di loro. Allora magari l’economista, che non è scemo, pensa: “se mi devo esporre mi espongo da me”. Perciò tornato a casa – dopo ciascuno di questi incontri – l’economista fonda un blog, si stufa di presentare libri altrui sull’uscita dall’Euro e si scrive il suo libro da sé. Siccome non ha un passato memorabile dal punto di vista politico (ossia fino a ieri nessuno se lo filava a parte i suoi studenti) ha le carte in regola per attirare, lui sì, ogni sorta di strana creatura in un ambiente realmente “interclassista”. Così viene seguito da una crescente schiera di seguaci tutti “ex” qualcosa, operai, imprenditori, bottegai, professionisti che, finalmente hanno trovato qualcuno che le cose le dice e le dice “cattive”, infonde spirito di squadra e difende bene il suo orticello. Magari trova anche l’interesse dei media. I media infatti di economia non capiscono una beata fava e amano moltissimo far emergere idee diverse dal mainstream che fanno più audience. A questo punto l’economista decide che gli serve un megafono e per averlo occorrono due cose: un amico giornalista e qualcosa che abbia un nome e assomigli ad un serio “pensatoio”. Un giornalista ambizioso, magari preso a pedate da una rete televisiva e desideroso di fare il botto in quella nuova, lo si trova sempre. Un paio di autorevoli cariatidi le si trovano sempre e fanno immagine, se c’è un banchiere o un amico di banchieri pure meglio. Et voilà l’economista si è messo in proprio e il Fronte Unico Anti Euro è ancora fermo al palo. L’economista ha un “assetto variabile”, può “correggere il tiro”, usare chiavi dialettiche diverse (più aggressivo in rete, più conciliante con un Manifesto, per esempio).
Ma è fermo al palo perché l’economista si è fatto i calzetti suoi o perché qualcosa nella progettualità Del Fronte non funziona? “La seconda che hai detto” direbbe Guzzanti.
Siamo di fronte al “Dilemma del Tuscolano”. Andarci o non andarci? Se ci vado i pericoli sono quelli. E – a parte la possibilità in termini reali che tutte le “strane creature” si coalizzino – il rischio è che chi simpatizza per una “strana creatura” si disgusti a vederla insieme con una “strana creatura” di segno opposto. Così l’illusione che la somma di piccole forze dia un risultato (in termini di consenso) maggiore del valore di ciascuna si rivela, appunto, una scomemssa persa, se non una chimera.
Bene. Al Comitato del Tuscolano non ci si va. Ed allora si ritorna al “Che fare?”. Forse la prima cosa da fare potrebbe essere prendere in seria considerazione la frase di Lassalle e decidere che i compagni di strada di un viaggio vanno presi con dei criteri di maggiore contiguità. Giusto per evitare una armata Brancaleone dalla quale un economista serio come Brancaccio si terrebbe (e come rimproverarlo?) a debita distanza fisica e politica. Dopo aver deciso che il viaggio lo si fa insieme soltanto a “strane creature” compatibili politicamente ci si arma di santa pazienza. Perché illudersi di imboccare ogni scorciatoia è velleitario. Come d’altro canto è illusorio pensare di essere Noè ed imbarcare sulla propria arca tutte le diverse creature del mondo. Se c’è una inondazione è più realistico pensare di poter far salire sull’arca i parenti, gli amici, i vicini di casa che non i passanti sconosciuti. In più, non si può far accomodare nella stessa cabina della nave lo stupratore seriale e la fidanzata, auspicando che il comune bisogno di salvezza sia sufficiente a non far accadere spiacevoli incidenti (spiacevoli, soprattutto per la fidanzata).
Scelti i compagni di viaggio un primo aspetto positivo è che si acquista in credibilità ed è, per questo, possibile costruire un luogo accogliente dove, magari far sedere attorno ad un tavolo personaggi seri. Magari nel frattempo l’economista che si è messo in proprio si è montato la testa e si domanda cosa fa di mestiere un sociologo e se gli serve un sociologo. Ecco allora, caro Fiorenzo, è venuto il momento di fare un tavolo non con le “strane creature” assortite, non un posto provvisorio e comune per il topo e il serpente. Un tavolo al quale ci siano – di un’area contigua – sociologi, storici, antropologi, economisti e tutti quelli che servono, perché servono tutti. Riappropriandosi della propria identità politica (non partitica), ricentrandosi sulla propria area. Il che significa fare una cosa seria. E vedrai che le persone, alle cose fatte bene, aderiscono più di quanto tu non sospetti.
Dice Savasandir: sono gli  “intellettuali che devono cambiare linguaggio per andare materialmente in mezzo alla gente” e – in una stessa frase dice una verità e una cosa senza senso. Si tratta di far diffondere il messaggio che gli intellettuali mandano, divulgandolo e rendendolo potabile alla gente. E questo compito è, anche, uno dei compiti del vero politico e uno dei contenuti della politica costruttiva. Lasciamo che gli intellettuali continuino ad avere il tempo per continuare ad essere intellettuali. Ascoltiamoli e impegniamoci a tradurre per tutto le buone idee. Entriamo in una logica multidisciplinare perché, quello che vuoi affrontare, è solo apparentemente un tema economico e non può essere affrontato da un’ottica puramente economica.
La risposta alla domanda “che fare?” è dunque, riassumendo questa:

  1. riappropriarsi della propria identità politica
  2. scegliersi compagni di viaggio contigui lasciando perdere strane e/o improbabili creature
  3. lasciar perdere qualsiasi egonomista disposto a farsi i calzetti suoi
  4. acquistare credibilità e creare un soggetto comune che metta intorno al tavolo persone in grado di ragionare da angolature diverse
  5. tradurre questi ragionamenti in posizioni concrete, dibatterle, farle diventare proposta politica integrandola con il sentire comune del gruppo di lavoro.
  6. diffonderle e discutere

Mediare tra nazione e patria

Tag

, ,

Anni fa mi fu offerto di insegnare a Barcellona. L’idea mi piaceva molto. La città era l’icona di una certa cultura aperta e, si diceva, che chi voleva capire la direzione dello sviluppo culturale europeo aveva due scelte: andare a Barcellona o a Berlino. Iniziai a preparare la documentazione richiesta e mi accorsi che avrei dovuto tenere le lezioni in catalano. Per lo spagnolo (castigliano) non avevo problemi ma di catalano proprio non sapevo nulla. Molte persone amiche mi incoraggiarono con l’argomento della facilità della lingua: “sai l’italiano, sai il castigliano, sai il francese, ci metti un mese ad imparare il catalano”. Ma più ci pensavo e più la cosa mi convinceva meno. Formalmente e giuridicamente non eccepivo nulla. Lo Statuto della Autonomia Catalana dice infatti che il “catalano deve essere utilizzato normalmente come lingua veicolare e di apprendimento nell’istruzione universitaria e in quella non universitaria”, però poi dice anche che “il corpo docente e gli alunni dei centri universitari hanno il diritto di esprimersi, oralmente e per iscritto, nella lingua ufficiale che vogliano scegliere”. Una apparente contraddizione che, però, era stata brillantemente risolta tagliando la testa al toro: il corso va tenuto in catalano. E allora ho detto no grazie. Il fatto è stato per me il primo “scontro” personale con il nazionalismo. Mi era stata spiegata la scelta dell’Ateneo con un complicato discorso nel quale le parole “nazionalità”, “identità”, “cultura”, “patriottismo” erano, per usare un brutto neologismo, “pivotali”. Tutto questo argomentare mi aveva alla fine irritata moltissimo. Passato un po’ di tempo – nel frattempo avevo accettato un’altra proposta – ho ripensato alla cosa e ne ho approfittato per fare una autoanalisi della mia scelta e, soprattutto, della mia irritazione.  Mi ha aiutato in questo percorso un bel libro di Francesco Remotti che si intitola “Contro l’identità” . Mi sono chiarita così un primo tassello: l’identità è qualcosa che viene sempre “costruita” o “inventata) . E sulla invenzione dell’identità ho letto un altro libro – che è oramai un classico – “L’invenzione della tradizione” di Hobsbawn e Ranger. Fu una scoperta fantastica. La parte che riguarda la Scozia mi impressionò particolarmente. Tutto quello che pensavo non era vero. Il kilt, l’associazione di colori diversi a specifici clan …. tutte invenzioni di una tradizione creata di sana pianta. Ho scoperto che il giudizio su come si deve considerare una nazione è diviso in due campi. Da una parte ci sono quegli storici che considerano la nazione una invenzione dell’Illuminismo. Insomma una creazione culturale che – secondo le considerazioni successive del pensiero marxista – avrebbe giovato proprio al crescere del capitalismo. Insomma la nazione come progetto unificante delle classi dominanti rispetto alle classi dominate. L’idea di nazione si basa così su quattro punti cardinali: il concetto di confine, quello di difesa militare, di unità linguistica, di omogeneità etnica. L’altra corrente di pensiero ritiene che le nazioni si siano costruite nel tempo partendo da una comune base linguistica di un gruppo etnico. La lingua comune avrebbe permesso poi – pian piano – la creazione di strutture essenziali per la determinazione di nazione: il diritto, l’amministrazione, la narrazione storica.
Recentemente Giulio Bollati ha scritto un libro molto intelligente che media tra queste due visioni. Si intitola “L’italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione”. Per Bollati l’Italia e gli Italiani sono – contemporaneamente – il frutto di un processo storico e di una invenzione. Con grande acutezza sostiene che noi oggi siamo ciò che il processo storico da Dante, a Bembo a Manzoni ha costruito nei secoli. Ma siamo anche il frutto di un progetto culturale che si chiama Risorgimento. Proprio il Risorgimento si è incaricato di sistematizzare il processo storico, di dargli una coerenza ex-post. Coerenza ovviamente arbitraria e artificiale, con integrazioni e amputazioni più politiche che storiche. Questa sistematizzazione risorgimentale ha creato un risultato culturale: principi morali, spirituali, idealità. Che lo si ami o lo si odi, che lo si accetti acriticamente o lo si rifiuti con sdegno questo è il retaggio ideale che ha contribuito a formare l’identità del Paese che chiamiamo Italia. Ma Bollati dice anche una cosa più profonda, il prodotto della sistematizzazione è un  “retaggio ideale” che, a guardarlo spassionatamente, e riconosciutagli la sua parte di funzione patriottica e i suoi momenti di decoro culturale, bisognerà poi decidersi a considerare per quello che è: una riserva di fondo nei confronti della civiltà moderna”. Questa frase mi sembra decisiva. Che lo vogliamo o no siamo immersi in una dimensione culturale che si chiama “nazione” (o per i più romantici “patria”) e con questo bagaglio tramandatoci dalla famiglia, dalla scuola, dai monumenti e dalla letteratura ci confrontiamo con il resto del mondo. Abbiamo allora due scelte possibili: vivere la dimensione nazionale in modo aperto o in modo chiuso. Il modo chiuso è quello che paventa Bollati: utilizzare a scopo difensivo l’identità nazionale. E per scopo difensivo intendo quelle strategie di rifiuto/contrapposizione rispetto al moderno, all’intrusione della modernità nel nostro orizzonte culturale post-risorgimentale. Ci si chiude quando ci si sente minacciati culturalmente dalla diffusione del kebab (ma stranamente non dai pub in stile finto irlandese), quando la visione dell’altro è una visione di sospetto. Quando il concetto di confine diventa una porta di casa chiusa a chiave. Quando prevale sul dialogo l’idea del “padroni a casa nostra”. Il modo aperto è – probabilmente, ma è una mia opinione – il più difficoltoso, il meno facile da maneggiare. Occorre essere degli adulti equilibrati con un senso di identità forte che, proprio per questa sua forza, non sente come una minaccia l’incontro con l’altro. Il modo aperto è saper armonizzare la propria identità in un contesto che – ci piaccia o no – è globalizzato e omogeneizzato. Avere una dimensione aperta della propria identità nazionale secondo me significa rinunciare alle retoriche patriottarde che facevano dire ad Albert Einstein: “Questo eroismo a comando, questa violenza insensata, questo maledetto e ampolloso patriottismo, quanto intensamente li disprezzo!”. Significa depurare il “retaggio ideale” da quei principi che ci impediscono di metterci in relazione conoscitiva con altri “retaggi ideali”.
Alla fine di tutto il percorso nato con il mio rifiuto di piegarmi alla necessità di imparare il catalano, ho imparato altre cose, credo altrettanto importanti. Ho imparato a fare pace con il concetto di “nazionalismo” e quello di “nazione” e a mantenere a distanza l’altro concetto che continuo a vedere come pericoloso e inaccettabile: il patriottismo. Mi sono così inventata questa mediazione con me stessa: c’è una buona idea di nazione e una cattiva idea di nazione. Quella che include e quella che esclude. Quella semplice e autentica e quella retorica e artificiale, quella che vede il confine come un luogo di confronto e quella che lo vede come il punto di partenza di un “sacro suolo” arbitrariamente segnato da guerre vinte o perse con i vicini. C’è una idea cattiva di nazione che mi ingabbia dentro dei principi arbitrariamente definiti eterni e una idea di nazione che è un continuo divenire e modificarsi nel procedere del tempo. Ciò posto, e dopo aver scelto la mia idea di nazione aperta ho anche ricominciato a vedere un significato positivo nello sventolio di bandiere. Certo non riesco ad emozionarmi e la musica dell’inno, nonché le sue parole belliciste, mi danno ancora un po’ fastidio, ma – tutto sommato – sono soddisfatta del mio risultato.

Il futuro del capitalismo si vede a Ulan Bator

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Francese, professore di lingue e civiltà orientali, grande fotografo e antropologo ha sviluppato un interesse particolare per lo sviluppo in senso capitalista delle economie asiatiche sulle orme di Arrighi. L’abbiamo arruolato come ArsLonga-Francia e intervistato su quanto ha visto nel suo ultimo viaggio.

Finalmente a casa. Dove sei stato questa volta?

In Mongolia, a Ulan Bator una “fabbrica del capitalismo” particolarmente ignorata dai media occidentali tutti concentrati sulla Cina.

Qual’è la situazione laggiù?

Direi che siamo nel centro dell’esperimento più estremo del capitalismo internazionale. Sta crollando completamente una struttura di civiltà durata venticinque secoli ad una velocità assolutamente incredibile.

In che senso crollando?

La prima volta che sono stato in Mongolia fu nel 1975. Poi ci sono tornato mediamente ogni due o al massimo tre anni. La Mongolia ha una sua storia particolare nel corso del Novecento. Si tratta di un Paese enorme e spopolato: cinque volte le dimensioni dell’Italia con poco più di tre milioni di abitanti. Fino al 2004 è stato un Paese “immobile” che viveva di pastorizia e che non era stato minimamente intaccato dallo sviluppo industriale. E questo nonostante fosse nella sfera di influenza sovietica con un governo – almeno formalmente – comunista. Dopo il 1989, con grande lentezza, qualcosa ha cominciato a muoversi, dapprima lentamente, poi ad una velocità sempre maggiore. Quando l’Unione Sovietica è definitivamente crollata la Mongolia è entrata a far parete del grande circo del capitalismo mondiale. All’epoca dei miei primi viaggi l’85% dei mongoli vivevano di pastorizia ed erano un popolo nomade. Oggi questa percentuale si è quasi ribaltata: il 60% dei mongoli oggi si occupa d’altro.

Di cosa?

Soprattutto di estrazioni minerarie. E’ bastato poco per scoprire chela Mongolia è un tesoro fatto di oro, carbone, rame (diventato sempre più raro), uranio e probabilmente altro che ancora non sappiamo ufficialmente. Due nazioni occidentali sono arrivate per prime e hanno preso in mano il bottino: inglesi e australiani. la grande società Rio Tinto controlla la gigantesca miniera di Oyu Tolgoi. In Occidente si sa poco di questo sito ma lo considero il simbolo del devastante cambiamento che la Mongolia sta subendo. Sono arrivati i canadesi della Ivanhoe Mines nel 2001 ed hanno lavorato per dodici anni per trovare il punto più promettente per iniziare lo sfruttamento. Mentre mi trovavo lì sono cominciate le attività estrattive vere e proprie. Non ho capito bene, sto cercando di raccogliere più informazioni, ma a quanto ho capito la Rio Tinto ha creato una società: la Torquoise Hill Ltd (Oyu Tolgoi in mongolo significa “collina di turchese”) e ci ha messo dentro i suoi uomini e donne migliori. Ma la Rio Tinto non è sola nel board: i canadesi sono presenti attraverso la Sun Life Financial Quebec. Poi ci sono altri giganti del settore minerario: la Silver Wheaton Corporation, la Dundee Precious Metals e la Sherritt International Corporation. La Rio Tinto Group è un colosso spaventoso. Ha attraversato tutta la storia del capitalismo moderno, dalla sua fondazione nel 1873 ad oggi. Tra il 2007 ed il 2008 vi fu una guerra tra le grandi corporation dell’estrazione e al centro ci fu proprio la Rio Tinto. La BHP Billiton lanciò un’OPA ostile per mangiarsi la Rio Tinto. L’operazione fu lanciata – ne sono convinto – proprio perché si era capito cosa c’era a Oyu Tolgoi. Ma l’OPA venne respinta grazie all’intervento della Chinalco (la società mineraria di Stato della Repubblica Cinese) e della Alcoa. Tanto per capirci: la Rio Tinto fino al 2006 aveva il 56% della proprietà della Euralluminia in Sardegna e passava parte del prodotto all’Alcoa. Insomma non sto parlando di società che in Italia dovreste ignorare.

Scusami però mi sono un po’ perso … chi possiede realmente la miniera di Oyu Tolgoi?

Canadesi, australiani e cinesi. E questo perché la Torquoise Hill Ltd è di proprietà della Rio Tinto Group. Ma la storia è degna di un romanzo di Conrad. Ti ho detto che i primi ad arrivare a Oyu Tolgoi sono stati i canadesi della Ivanhoe Mines. Il capo di questa società era Robert Friedland. Questo signore è per me l’incarnazione del capitalismo globale. Ci vorrebbe un romanziere per scriverne la storia. A vent’anni il giovane Friedland viene arrestato dall’FBI per il possesso di una quantità di LSD del valore di circa 120.000 dollari. Si passa due anni in una prigione federale. Uscito cambia college e, contemporaneamente fonda una comune agricola su un terreno coltivato ad alberi di mele. E guarda caso conosce Steve Jobs che diventa un frequentatore della comune agricola. Insomma Friedland è un tipo non solo dotato di pelo sullo stomaco ma anche di grandi

Robert Friedland il 24 maggio 2010 al Mongolian Investment Summit di Londra. Foto di Simon Dawson - Bloomberg.

Robert Friedland il 24 maggio 2010 al Mongolian Investment Summit di Londra. Foto di Simon Dawson – Bloomberg.

contatti. Ha tre passaporti: americano, canadese ed è ufficialmente residente a Singapore. La Ivanhoe Capital sta a Singapore ma la controllata Ivanhoe Mining ha la sede legale in Canada e viene fondata nel 1994. Contemporaneamente Friedland era anche proprietario della Summtville mine  una miniera d’oro in Colorado, attraverso la Galactic Resources Ltd. Si trattava di una miniera d’oro sfruttata sin dal 1870. Friedland si mise in testa di sfruttarla con nuovi metodi. Il governo sospese l’attività dopo che  il fiume Alamosa risultò inquinato da metalli pesanti ed acidi. Friedland non ebbe conseguenze penali ma la società pagò trenta milioni di dollari per la bonifica dell’area. Ufficialmente non venne stabilita una correlazione tra l’attività mineraria e l’inquinamento. La Ivanhoe Mining operava anche in Myanmair (Birmania) ed estraeva rame anche se il governo canadese aveva dichiarato l’embargo e vietato alle industrie nazionali di operare in Birmania. In più le campagne vicino alla miniera di Monywa sono risultate contaminate dalle sostanze usate nella miniera. Il governo canadese aprì una inchiesta ma nel 2007 la Myanmar Ivanhoe Copper Company Limited, spostò le sue proprietà ad un blind trust denominato Monywa Trust. Formalemnte la Ivanhoe Mining dunque non operava più in Birmania. Nel 2010 la Norinco, la principale impresa cinese produttrice di armi, annunciò di aver stretto un accordo con il governo birmano per lo sfruttamento della miniera di Monywa. Ufficialmente la Ivanhoe Mining non opera più lì ma c’è il suo blind trust. E non è affatto chiaro se collabori o meno con i cinesi della Norinco.

Un bel pedigree insomma, ma come arriva Friedland in Mongolia?

Ci arriva verso il 2000 e comincia ad esplorare la zona. All’inizio nessuno lo disturba. La Mongolia all’epoca è un “anus mundi” di cui nessuno si interessa. Ma un conto è scoprire le potenzialità minerarie, in conto è sfruttarle. Servono soldi. Per la precisione erano stati stimati più di 8 miliardi di dollari. Friedland non ce la può fare da solo. Così nel 2007 vende tutti i suoi diritti minerari su un altro sito (Ovoot Tolgoi) alla Asia Gold Corporation (che oggi si choma SouthGobi) in cambio Friedland diventa proprietario del 45% della Asia Gold Corporation. Nello stesso 2007 la Rio Tinto fa un prestito a Friedland di 350 milioni di dollari per continuare il lavoro a Così arriva la Rio Tinto che acquista il 22% delle azioni della Ivanhoe Mines e comincia a finanziare il progetto di sfruttamento a Oyu Tolgoi. Nel 2009 diventa certa la presenza non solo di oro ma anche di uranio e molibdeno. La Rio Tinto capisce che l’operazione va condotta in prima persona e, nel giro di due anni, fa fuori Friedland. Fa fuori si fa per dire. Nel 2012 la Ivanhoe Mills vende il suo 57% di azioni della SouthGobi ai cinesi della Chalco per 899 milioni di dollari. Sempre nel 2012 la Rio Tinto compra per 935 milioni di dollari le azioni della Ivanhoe Mining, il 3 agosto dello stesso anno Friedland si dimette da amministratore delegato e la Ivanhoe Mines diventa Turquoise Hill Resources. Ovviamente Friedland non è finito sotto un ponte, mi risulta sia in Sud Africa con un nuovo progetto minerario.

La struttura della miniera di Oyu Tolgoi

La struttura della miniera di Oyu Tolgoi

Benissimo. Allora la Tinto Group ha ora in mano questa favolosa miniera in Mongolia. E ora cosa sta succedendo?

Adesso viene il bello. Ufficialmente a Oyou Tolgoi ci sono da scavare rame e oro in quantità astronomiche. A pieno regime la miniera dovrebbe rappresentare il 34% del PIL di tutta la Mongolia. Per quanto gigantesche siano queste stime la miniera di Oyou Tolgoi è poco più grande di sette chilometri quadrati. Nessuno può dire cosa ci sia sotto il deserto del Gobi. Perciò stanno arrivando da ogni parte del mondo i più grossi avvoltoi del capitalismo globale. Noi francesi siamo lì con la Areva che è una azienda pubblica. C’è una bella torta da spartire e le briciole finiscono anche ai mongoli.

Briciole?

In primo luogo servono minatori e non pastori nomadi. Perciò si sta verificando una fenomenale trasformazione antropologica: i pastori diventano operai. E per far questo si concentrano intorno ai siti minerari. Ma bisogna fare un passo indietro. Lo stato socialista aveva già iniziato a cercare di industrializzare il Paese e c’era già stato un fenomeno di inurbazione intorno alla capitale Ulan Bator. Quando il comunismo crollò tutto il sistema economico collassò e gli operai tornarono alle attività tradizionali di pastorizia per garantirsi di che vivere. In questo deserto economico i primi ad arrivare siete voi italiani alla ricerca di cachemire a buon mercato. Chi cerca cachemire o va in Cina o va in Mongolia. All’inizio degli anno Novanta era più facile e più economica la Mongolia a pezzi che non una Cina con un governo attento ed efficiente nei controlli delle attività straniere. L’Italia è il primo trasformatore di cachemire con il 60% dell’import mondiale. Non è un caso perciò che siano presenti aziende come Loro Piana, la Monital del gruppo Schneider e la Futura Fashion Group che controlla la più importante conceria della Mongolia e una fabbrica di calzature. La produzione del cachemire ai livelli richiesti dall’industria italiana è la negazione stessa del concetto tradizionale di pastorizia nomade. Il nomadismo non è compatibile con l’industrializzazione del cachemire.
Mentre tutto questo accadeva la Mongolia è entrata a pieno titolo nel capitalismo. Modernizzare il Paese ha significato varare riforme neoliberiste: eliminazione dei sussidi sociali, privatizzazione delle imprese, abolizione della copertura sanitaria gratuita, privatizzazione del sistema scolastico, etc. Bisognava attirare capitali e perciò è stata smantellata buona parte della legislazione in grado di  controllare le attività straniere nel Paese. Così, anno dopo anno sono cresciuti i molto ricchi e i molto poveri. Ben presto la gente ha cominciato a cercar lavoro nella capitale che ha avuto una esplosione demografica, tant’è che oggi lacune stime affermano che il 50% dei Mongoli viva a Ulan Bator. L’aspetto della capitale non è quello di una bidonville africana perché le abitazioni dei nuovi arrivati sono le classiche yurte, le tende tradizionali. Un turista poco cosciente di quello che sta succedendo potrebbe trovare la cosa persino pittoresca. Ma tutto questo stravolgimento non sta facendo crescere il Paese.

Eppure secondo i dati la Mongolia in termini di PIL sta crescendo più della Cina ….

Certo in termini di PIL. Ma un lavoratore mongolo non guadagna più di 200 dollari al mese, quando   le cose gli vanno bene. Ad arricchirsi è una classe politica adeguatamente corrotta dalle multinazionali. L’ex presidente Nambaryn Ėnhbajar, esponente del passato regime comunista, dopo aver governato il Paese dal 2005 al 2009, è stato arrestato nel 2012 per aver accettato denaro sottobanco in cambio della privatizzazione degli alberghi di Stato. In seguito è stato condannato anche se la pena poi è stata ridotta progressivamente dai sette iniziali a due anni e mezzo ed infine è intervenuta la grazia. Il nuovo presidente, Tsakhiagiin Elbegdorj, è molto più attento del suo predecessore e ha sviluppato una politica di netto avvicinamento agli Stati Uniti per controbilanciare l’odiato vicino cinese. Nel frattempo Ulan Bator è una delle città più inquinate del mondo e la corruzione continua. E che della corruzione siano protagoniste le società straniere, specie quelle minerarie, è testimoniato dal recente scandalo della South Gobi. Nell’ottobre 2012 Sarah Armstrong, capo dell’ufficio legale dell’azienda mineraria, è stata arrestata e gli è stata negata la possibilità di lasciare il Paese. Si è trattato di un vero e proprio “affaire” diplomatico degno di un racconto di Graham Greene. Il caso si è risolto soltanto dopo due mesi e la Armstrong è potuta tornare in Australia. E non è il primo caso. Nel 2009 quattro manager della Rio Tinto erano stati arrestati per corruzione di pubblici ufficiali in Cina. Nel maggio del 2013 è finito sotto processo il capo dell’ufficio finanziario della South Gobi, Justin Capla per corruzione e riciclaggio di denaro. Tutte queste vicende sono la punta di un iceberg. Sotto il pelo dell’acqua c’è un sistema di corruttela generalizzato che, ogni tanto, sfocia in qualche regolamento di conti. Apparentemente sembra che lo Stato cerchi di delimitare lo strapotere delle compagnie straniere, in realtà è più probabile che si tratti di un continuo “trattare” le condizioni di arricchimento della classe politica. Ci sono continui scontri: le autorità mongole vogliono più soldi, la Rio Tinto vuole pagare meno tasse. In questi scontri i dirigenti mongoli usano le accuse di corruzione e la Rio Tinto usa il ricatto dei licenziamenti. La scorsa settimana la Rio Tinto ha annunciato il taglio di 1.700 posti di lavoro. E questo ad un mese dall’inizio delle estrazioni. Ovviamente non c’è un problema di produttività: le stime più prudenti sostengono che la miniera è in grado di produrre quando sarà a pieno regime 450.000 tonnellate di rame e 330.000 once d’oro all’anno e una quantità imprecisata di argento, molibdeno e argento. Semplicemente la Rio Tinto non vuole pagare più del miliardo di dollari di tasse all’anno stabilito dagli accordi con il governo. Così l’arma del ricatto sono i lavoratori: più di 10.000 in mezzo al deserto. Si tratta di una guerra che le corporation combattono con i governi e tra di loro. In Guinea due anni fa la Rio Tinto ha dovuto passare la mano per contrasti con il governo per lo sfruttamento della miniera di ferro di Simandou (ma in realtà si tratta di bauxite). Ne ha approfittato la BSG Resources la compagnia mineraria israeliana del miliardario Beny Steinmetz. Ma anche la BSG è entrata in rotta di collisione con il governo della Guinea. La BSG accusa la Rio Tinto di aver istigato le alte richieste guineane. Persino George Soros è della partita. Insomma è una lotta senza esclusione di colpi. La posta in gioco è altissima.

 Perciò come vedi il futuro della Mongolia?

Non sono ottimista. Da un lato è evidente che non c’è abbastanza forza lavoro in tutto il Paese per i progetti faraonici delle industrie minerarie. Perciò c’è da aspettarsi ulteriori tensioni per l’arrivo – credo massiccio in futuro – di lavoratori stranieri. L’economia è totalmente nelle mani di imprese straniere, la classe dirigente è corrotta, le ricadute in termini di ricchezza non arriveranno al popolo. Basta un esempio: nonostante la crescita del PIL nella capitale solo l’11% delle strade sono asfaltate. Il Paese manca di infrastrutture e di una legislazione sociale minimale. La miscela del nuovo colonialismo è chiara e funziona benissimo: classi dirigenti corrotte, multinazionali come vere agenzie politiche e distribuzione ineguale dei profitti generati dallo sfruttamento minerario. In più all’orizzonte si profilano disastri ecologici nelle aree minerarie dove, di fatto, non esiste alcun controllo delle tecniche estrattive. Ma quanto sta succedendo in Mongolia sta succedendo

La crescita del PIL in Mongolia

La crescita del PIL in Mongolia dal 1995 al 2012.

ovunque. Basta vedere la crescita del PIL mondiale. Le nazioni che crescono di più sono – oltre ai BRICS – quelle africane e asiatiche, specie quelle arretrate. Il continente africano è cresciuto ininterrottamente per dieci anni. Nel 2013 la Banca Mondiale stima per il continente africano una crescita del 5,6% e, anche qui, come in Mongolia, il fenomeno dell’inurbazione sta crescendo vertiginosamente. Anche qui le corporation si muovono con la stessa logica: sfruttare le risorse minerarie. L’Asia orientale e il Pacifico crescono del 7,5% nel 2012 ma più di un miliardo di persone vive con meno di due dollari al giorno. L’America meridionale cresce al ritmo del 3,5% e anche qui abbiamo le stesse dinamiche. Un flusso gigantesco di investimenti si sta ininterrottamente dirigendo verso il Sud del mondo a caccia di materie prime. Il futuro è identico a quello che abbiamo già visto con il colonialismo di fine Ottocento: un flusso di ricchezza che si sposta dai Paesi poveri verso i Paesi ricchi.

Quindi siamo usciti dalla grande crisi?

Siamo entrati in una nuova fase del capitalismo globale. L’espansione finanziaria ha permesso al capitalismo di assumere un’altra forma., più adatta ai cambiamenti. La presenza di nuovi attori sul palcoscenico (Cina soprattutto ma anche India) ha richiesto anni per essere metabolizzata. Ma oggi il capitalismo è più forte che mai e sta seguendo una linea di sviluppo assolutamente nuova. Ti  devo consigliare di leggere o rileggere un vecchio libro di Immanuel Wallerstein, “Historical capitalism with capitalist civilization”, visto che conosci Wallerstein dovresti ricordarti quanto diceva a proposito dell’impoverimento degli stati periferici del mondo. Stiamo andando dritti verso quella direzione e il capitalismo si è attrezzato, attraverso questa crisi, a compiere la sua missione. Il primo carico di materie prime è partito da Oyu Tolgoi il 10 luglio 2013: è solo l’inizio.

Partenza del primo carico dalla miniera di Oyu Tolgoi.

Partenza del primo carico dalla miniera di Oyu Tolgoi.

Il futuro e il 99%

Tag

, , ,

Un tratto comune delle rivolte contro i sistemi in questi ultimi anni sembra essere l’occupazione di spazi pubblici simbolici. Occupy Wall Street, Occupy LSX. Puerta del Sol, Piazza Taksim, Piazza Tahrir, Piazza Syntagma e altre meno conosciute topografie della protesta sono rimbalzate sulle pagine dei giornali, nei siti web, nei telegiornali.
La seconda caratteristica delle “rivolte” è che, nessuno di questi movimenti ha  espresso un leader riconoscibile o un programma che andasse al di là del “no” ad un situazione. I movimenti si sono sciolti, raramente hanno colto l’obiettivo che si proponevano e, anche quando l’hanno ottenuto, non hanno prodotto un cambiamento che hanno poi, in qualche modo, governato in prima persona.
Nei rari casi nei quali il cambiamento è avvenuto (penso all’Egitto dove ancora tutto è magmatico) il movimento non ha recitato un ruolo di guida. Nei molti casi nei quali il cambiamento non è avvenuto il movimento si è liquefatto ed è tornato ad essere marginale ed irrilevante. In Italia nessun luogo simbolico è stato occupato, la gente non è scesa in una piazza, non c’è stato nulla di analogo. Alcuni hanno detto che il mancato verificarsi di questo tipo di proteste nel nostro Paese, sia la conseguenza della crescita del Movimento Cinque Stelle che avrebbe assorbito la pulsione alla protesta.  Il che spiega però le cose in modo parziale.
Il primo problema è – secondo me – che i movimenti che sono sorti sino ad oggi e che si sono espressi con queste modalità hanno espresso un malessere indefinito che non è riuscito a definirsi in termini concreti. Soltanto i manifestanti turchi ed egiziani avevano una chiara idea dei loro obiettivi. Si trattava, in questi casi, di rovesciare un regime con la pressione popolare. Ma anche qui non è mai emerso un disegno di società che andasse al di là di affermazioni generiche (“più laicismo”, “più democrazia”).
FeaturedImage Il secondo problema è che la maggior parte di questi movimenti vuole essere onnicomprensivo. “Noi siamo il 99%” è lo slogan che, con maggiore forza, esprime questo desiderio. Onnicomprensività che è figlia di un altro slogan “né di Destra, né di Sinistra”. L’illusione è che intorno a temi generici si possano coagulare storie differenti. L’idea è che un movimento politico possa dichiararsi – di fatto – apolitico, ossia fuori dagli schemi tradizionali. Un movimento cui si aderisce nel nome di un obiettivo così largo che si identifica in un disagio diffuso. Aderire ad un movimento contro l’austerity è facile: basta essere colpiti dalla austerity. Più difficile è aderire ad un movimento che, oltre ad essere “contro” elabori un progetto di società alternativa. Ecco perché, molto spesso, i movimenti si definiscono “non-movimenti”, ossia grandi aggregazioni con una idea precisa su ciò che non si vuole e una idea evanescente di quello che si vorrebbe creare.
Un movimento che scelga di essere onnicomprensivo non può però disegnare un futuro. Perché su quella idea di futuro esploderebbe il “99%”. Possiamo marciare tutti uniti solo a patto di avere come collante unitario il disagio verso qualcosa. Questo è il limite di ogni movimento che si è espresso sino a questo momento.
In Italia alcuni temi hanno favorito il mito del “99%” e quello che ha avuto maggiore successo è quello della “kasta”. La “kasta” è di per sé un denominazione che si applica ad un numero ristretto di soggetti che possono ricadere bene nell’1%. Se poi la “kasta” viene identificata nella classe politica dirigente diventa ancora più facile. Poco importa che, all’interno del 99%, ci siano altre “kaste” meno visibili: renderle visibili manderebbe in pezzi la coesione. Coesione che si traduce nel generico “tutti ladri”. Il “tutti ladri” non ha solo la funzione di arruolare nel 99% provenienze ideali che farebbero a pugni tra loro, ha anche una funzione catartica, di assoluzione totale. Nasce così un altro mito: quello del “popolo buono e vittima”. Questo mito autoassolve il 99% da qualsiasi pregressa responsabilità politica degli ultimi venti o trent’anni. Un gregge di pecore buone ingannato dalla “kasta”, mai complice con essa, mai contiguo che, finalmente, trova il coraggio di reagire. Insomma una riedizione in salsa moderna delle parole di Goffredo Mameli: “che se il popolo si desta, Dio combatte alla sua testa. La sua folgore gli dà”.
Dunque, per la nascita di un movimento in questi tempi, sembra necessaria la presenza di tre elementi: un disagio collettivo unificante, una “kasta” da condannare la cui presenza ci assolve tutti e ci trasforma nei “buoni”, un rigoroso silenzio sul futuro che potrebbe essere non condiviso da tutti.
Il movimento che si crea con queste tre premesse può essere tutto ma, sicuramente, non ha alcuna caratteristica rivoluzionaria. Al contrario è un movimento che cerca di “riparare” la realtà e che neppure si sogna di contestarla alle radici. Per capire questa pulsione a “riparare” piuttosto che a “superare”, il tema dell’uscita dall’Euro è particolarmente adatto.
Qui non si vuole sostenere che si dovrebbe restare nell’Euro, né si vuole sostenere che bisognerebbe uscirne. Le ragioni di una parte piuttosto che dell’altra non ci interessano. Ci interessa vedere come funziona il meccanismo che aggrega intorno al tema della uscita dell’Euro un numero crescente di soggetti diversissimi per cultura politica e segmentazione sociale.
In primo luogo c’è un disagio oggettivo e diffuso: la crisi economica. Vivere la crisi affratella e crea il mito del “99%”. Così l’operaio e il suo padrone possono ritrovarsi in un disagio comune che li rende alleati. Il ricco come il povero – sotto i colpi della crisi – sono diventati rispettivamente meno ricchi e più poveri. Ogni classe sociale (che poi è diventata solo classe di reddito) sente di aver perduto qualcosa e questo senso di perdita fa superare le diversità che dividono. In secondo luogo c’è una “kasta” che rappresenta l’1%: i politici che hanno tradito il popolo e un nemico storico che si è arricchito mentre noi ci impoverivamo: i tedeschi. E ancora si sente rieccheggiare Goffredo Mameli: “All’incirca son trent’anni che scendevano su Genova, l’armi in spalla gli Alemanni”.  In terzo luogo non c’è un futuro da costruire ma un passato da fa rivivere: la moneta nazionale.
Leggere tutti i libri che sono stati scritti contro l’Euro è istruttivo. Pur con sfumature diverse, tutti gli autori pervengono alla conclusione che la soluzione al disagio sia tornare indietro, ad una soluzione precedente.
Ma questo ritorno indietro esprime la volontà di un movimento di cambiare radicalmente e realmente la società? No. Il ritornare indietro è un miltoniano ritorno al paradiso perduto. Alla possibilità di stampare moneta, di svalutare per favorire la competitività.
Ed ecco la parola magica: “competitività”. Recuperare la “competitività” significa lavorare per riacquistare il benessere perduto, per riavere la capacità di comprare di nuovo, per essere nuovamente “performanti” dentro al grande circo del capitalismo. Perché nessuno di quelli che contestano l’euro  contesta con pari forza il sistema che ha creato l’euro: il capitalismo globale. Contestarlo significherebbe buttare tre le gambe del 99% un tema che dividerebbe, una visione del futuro che farebbe perdere coesione. Sarebbe far inciampare il movimento su qualcosa che non prevede: immaginare un futuro. Così il movimento contro l’euro diventa un movimento dedito alla riparazione del sistema che ha provocato la crisi. Non è in contestazione il capitalismo in sé, che è (evidentemente) buono sino a quando garantisce una soddisfacente fetta di torta a ciascuno. Una fetta piccolina per i subalterni, una fetta un po’ più grossa per la classe media, una fetta generosa per le classi dirigenti. Quello che è oggetto di contestazione è il capitalismo finanziario malato. Malato perché sta distribuendo fette di torta troppo piccole alla maggioranza e fette di torta troppo l8527~Stupid-People-Postersgenerose ad una minoranza. In questo senso il movimento anti-euro non mette in discussione un sistema economico: più semplicemente reclama che funzioni “bene”, ossia che ridistribuisca in modo accettabile e più equo le risorse. Concetti come “crescita”, “PIL”, “consumo” non vengono contestati o sottoposti ad una critica: sono strumenti per misurare il buono stato di salute di un capitalismo “dal volto umano”. Il movimento anti-euro è restauratore per definizione ed è quanto di più lontano da qualsiasi idea di cambiamento del sistema. Per questo può trovare un consenso sempre più largo. Ci sono due pericoli però. Il primo è che – per uno di quegli scherzi tipici del capitalismo – si affermi una ripresa sostanziale in grado dare un relativo sollievo al disagio. In questo caso il “99%” perderebbe pian piano una percentuale via via crescente: i “salvati” lascerebbero il campo dei “sommersi”. Il secondo è che, completata l’uscita, la corsa a riprendersi la propria fetta di torta (se disponibile) faccia esplodere il movimento.
Concludendo, il movimento anti-euro in Italia è la cosa più simile alle occupazioni delle piazze negli altri Paesi. Ha gli stessi punti di forza e gli stessi punti di debolezza. Ma, come le piazze in giro per il mondo, per mantenere unito un eterogeneo 99% non può permettersi il lusso di disegnare un progetto di futuro. Però se non si può disegnare un futuro non si ha nessun futuro cui tendere. Come in una classica rivolta per il pane, una volta tornata la disponibilità nelle panetterie ad un prezzo equo, la rivolta si placherà. La piazza si svuoterà e tutto ricomincerà come prima. Fino alla prossima crisi.

Il Caimano, l’euro e la Sinistra

Tag

, , ,

Le ultime vicende hanno lasciato il Caimano in una situazione difficile. La conferma della pena in Cassazione ha messo in moto un meccanismo pieno di date che funzionano come semafori rossi. Una reazione da “falco” prevederebbe il rovesciamento del tavolo con conseguenti nuove elezioni. Ma questa opzione ha due problemi: uno reale e uno remoto. Il problema remoto è che si possa formare una alleanza PD-5 Stelle alternativa alle larghe intese. Ipotesi distante dal realizzabile non solo perché Grillo non ci starebbe ma perché non ci starebbe una parte sostanziosa del PD. Il problema reale è il pronunciamento della Corte Costituzionale sulla legge elettorale attuale (Porcellum). Andare alle elezioni ad ottobre e poi beccarsi sulla testa un verdetto di incostituzionalità delegittimerebbe il nuovo Parlamento. Un disastro. Però il Caimano non può stare fermo. Ha davanti a sé due scogli. Il più concreto è la decisione che il Parlamento deve assumere sulla sua decadenza da senatore. Qui qualche margine di manovra c’è. E potrebbe anche succedere che un accordo con il PD si trovi. Il meno concreto è l’automatica decadenza in base ad una legge varata dal precedente governo Monti. Nonostante in queste ore si faccia un gran parlare della legge Severino che renderebbe il Caimano ineleggibile. Con buona pace di Dario Stefano (SEL) l’applicazione della legge Severino non è così scontata. C’è un problema di retroattività che va discusso: il rato è stato compiuto prima che la legge entrasse in vigore e non illudetevi che la squadra di avvocati del Caimano non darà battaglia su questo punto. Rimane la campagna di settembre. Non potendo stare fermo il Caimano dovrà portare per le piazze la resurrezione di Forza Italia per prepararsi a qualsiasi eventualità. Mi aspetto una mareggiata popolar nazionale dal punto di vista dei temi. E – temo – che tra questi ci sarà l’Euro o, meglio, l’uscita dall’Euro.
La situazione non è ancora chiara anche se alcuni elementi fanno pensare che la exit-strategy dall’Euro stia guadagnando consensi a Via del Plebiscito. Il termometro potrebbe essere ad esempio la serie di discorsi contraddittori.  Il 20 giugno 2012 Libero lanciava l’argomento e a parlare era il il Caimano in persona. A dire il vero qualche giorno prima aveva già tuonato per l’uscita ma – poi – aveva minimizzato. Stavolta il discorso viene fatto con un barlume di approfondimento (si fa per dire): «Da quando c’è l’euro non ci sono più le svalutazioni mentre avere una propria moneta consente con una svalutazione competitiva di aumentare le esportazioni e non ci sarebbero ripercussioni sul mercato interno … Da noi o in Spagna o in Grecia può darsi che ci possa essere una perdita di ricchezza ma io non arrivo a capirlo». Ma nella campagna elettorale il Caimano non usò l’arma antieurista. Il 9 giugno 2013 il Caimano dichiara: “Mai detto di uscire dall’Euro”. La politica dello “stop and go” sull’argomento paga perché ogni uscita sul problema Euro genera un sondaggio e, a seconda del sondaggio, si decide se spingere o no sull’acceleratore. Al momento è l’IMU a tenere banco ma l’uscita dall’Euro non è un tema trascurato, solo dormiente.
Tutto dipende dalla “agenda setting”, ossia capire se il tema si impone e diventa mainstream. Fino a che ciò non accadrà il Caimano starà alla finestra su questo argomento.
Nel caso in cui si accorgesse che il tema “uscire dall’Euro” acquista attenzione il Caimano avrebbe due possibilità operative:
la vampirizzazione. Al Caimano non gliene può importare di meno di stare dentro o fuori l’Euro però l’argomento si presta ad un interclassismo che ben si coniugherebbe con il suo elettorato. Perciò l’uscita dall’Euro diventerebbe uno slogan coesivo per il periodo elettorale. Una volta finita la sua funzione verrebbe cestinato e buttato nel water. Il pericolo è che un tema serio diventi oggetto di una campagna elettorale lunga tre mesi (perché dopo la sentenza della Corte Costituzionale probabilmente bisognerà rivedere la strategia).
la strategizzazione. Rendere strategico e non solo tattico il tema presenterebbe qaualche vantaggio. Metterebbe Monti all’angolo (perché ovviamente il Professore non potrebbe schierarsi su posizioni anti-euro) aprirebbe un altro buco nella “coesione” (si fa per dire) del PD. Senza considerare che, fatti due conti in caso di inflazione pesante a causa dell’uscita dall’Euro, il conto non lo pagherebbe il suo elettorato di riferimento. In più potrebbe riunire sotto la stessa bandiera anche l’elettorato leghista e dare il colpo di grazia alla bestia padana già agonizzante. Ma questa – per me – è l’ipotesi meno probabile.

resizer.jspTutto dipende dalla “agenda setting”, ossia capire se il tema si impone e diventa mainstream. fino a che ciò non accadrà il Caimano starà alla finestra su questo argomento. Stare alla finestra non significa non spingere il tema per interposta persona. Per questo non mancano né i giornali né le televisioni. Far passare un po’ il messaggio e poi vedere cosa dicono i sondaggi, questa la tattica per decidere. Ma attenzione: se il sondaggio cala l’interesse per la questione svanisce. Ed è in questo caso che a qualcuno rimarrebbe il fiammifero acceso in mano.

Bisogna stare attenti, molto attenti. Se da Sinistra (non includo il PD nella sinistra) si ragiona su una uscita dall’Euro che non faccia pagare il conto finale ai salariati, ancora non c’è chiarezza sul “che fare”. Se il Caimano si impossessa del tema bisognerebbe seguirlo perché tanto l’importante è picconare la globalizzazione neoliberista? Alcuni lo pensano, alcuni teorizzano che non è importante con chi si fa la battaglia anti-euro, l’importante è farla. Alcuni risolvono il problema teorizzando una operazione che sia al di là della Destra e della Sinistra perché Destra e Sinistra non hanno più senso. Altri sono preoccupati che una uscita da Destra significhi solo premiare quelle classi che hanno condotto sin qui l’Italia nelle condizioni attuali:. i rentiers, i capitalisti sottocapitalizzati, i furbetti del quartierino, gli evasori cronici. Il timore è che tutto finirebbe in una gigantesca gattopardatata ed un ritorno all’Italia delle svalutazioni competitive. Sono sicuro che l’idea secondo la quale uscendo dall’Euro “andremmo a finire direttamente in Algeria” può funzionare solo se a pronunciarla è un forever young neoliberista come Boldrin. Ma il dato rimane: a Sinistra non c’è ancora una elaborazione chiara sul “come” uscire e cosa fare dopo. Si va dall’uscita dall’Euro come primo passo per uscire da tutto (NATO, Wto, UE, ONU, Unesco, etc etc) alla uscita “con ammortizzatori sociali”.
Quello che manca alla Sinistra è il porsi un progetto per il futuro dell’Italia. Nessuno che mi dica come dovremmo galleggiare nella politica internazionale del “dopo euro”. Quali sarebbero i punti di riferimento? Il Mediterraneo? I BRICS? Dove trovare alleanze di sistema? E parallelamente nessuno che abbozzi una vera idea complessiva di come ricostruire in senso anti-liberista una Italia che abbia riguadagnato la sovranità monetaria. Perché con la lira o l’euro la sovranità decaduta non si ripristina con un gesto in un settore anche se importante come l’economia. Manca – a mio parere – anche a Sinistra una idea sistemica, strategica, una collocazione complessiva.
Il timore è che in questa assenza il tema dell’uscita dall’Euro diventi un taxi che il Caimano userà per rastrellare consensi e per sottrarlo ad altri.
Quello che manca è un think-tank realmente aperto, che non si occupi soltanto di economia, che non si focalizzi su temi frazionati scollegati da una visione complessiva. Sarebbe ora di cominciare a farlo. Occorrerebbero economisti, antropologi, sociologi, storici, etc. Occorrerebbe discutere in senso pluridisciplinare del futuro. Perché il futuro è troppo serio per lasciarlo disegnare soltanto agli economisti o, peggio, per farlo cavalcare dal Caimano o da sua figlia.
Ma riusciremo a capirlo a Sinistra?

Le quattro ipotesi inglesi sull’Euro

Tag

, , , , , , , , ,

L’articolo che segue è stato pubblicato da Samuel Brittan sul Financial Times l’8 agosto scorso. Brittain è è stato redattore economico dell’Observer, consulente del Dipartimento Affari Economici del governo britannico e, dal 1966, commentatore del Financial Times. Una penna importante per la testata economica inglese. Chi conosce le stretgie del Financial Times sa che gli articoli più condivisi sono quelli firmati da articolisti storici. Lo abbiamo tradotto perché ci sembra un ottimo spunto di riflessione.

Immaginate il negozio all’angolo in crisi. Nella migliore delle ipotesi non riesce più a produrre un reddito che garantisca al suo proprietario un livello minimo di sussistenza. Nel peggiore dei casi non il proprietario non può più coprire i suoi costi ed è stato costretto a chiedere prestiti e donazioni da parenti, amici e sostenitori. Uno di questi donatori ha detto con convinzione che avrebbe fatto tutto il dovuto per mantenere il negozio in vita, e ha aggiunto: “Mi creda, sarà sufficiente”.

Tutte le analogie sono imperfette ma questa è abbastanza vicina alla situazione dei membri non competitivi della zona euro. Da quando l’euro è stato inaugurato nel 1999, i costi unitari del lavoro tedesco sono aumentati di meno del 13 per cento cumulativo. Durante questo periodo, il costo del lavoro greco, spagnolo e portoghese sono saliti dal 20 al 30 per cento, e quelli italiani ancora di più. Non c’è da stupirsi che la Germania abbia un avanzo delle partite correnti pari al 6 per cento del prodotto interno lordo, mentre Grecia, Italia, il Portogallo e Spagna hanno un equilibrio disastroso. Le stime devono essere prese cum grano salis, ma il loro messaggio generale è fin troppo plausibile. Né la cosiddetta unione bancaria o l’armonizzazione fiscale saranno sufficienti, in presenza di questi squilibri.

La teoria economica che stava dietro la creazione dell’euro sosteneva che la stessa moneta unica, e la presunta impossibilità di svalutazione da parte dei membri, avrebbero agito come una forza armonizzante. Ma questo non è successo e relazioni attuali tra i Paesi sono diventati insostenibili. Herbert Stein, un economista che operava a Washington verso la fine del secolo scorso, disse che se una politica o una situazione si rivela insostenibile, non dovrebbe essere perseguita. Disgraziatamente non precisò il tempo necessario per disfarsene.

Nel frattempo, è nell’interesse degli eurocrati far sì che i problemi sembrino più complicati possibile in modo tale che solo un piccolo numero di cosiddetti esperti finanziari possa discuterne. Nel frattempo è stato varato un pacchetto finanziario dopo l’altro e una garanzia dopo l’altra per mantenere l’attuale struttura in vita. Ma prestiti e garanzie non rendono sostenibile l’insostenibile. Ad oggi esistono poche alternative future in grado di realizzarsi.

Keep_Calm_Rule_Britannia_MugIn primo luogo, l’”austerità” nei paesi periferici potrebbe avere successo. Con questo, voglio dire, che la compressione della domanda che è stata imposta potrebbe tradursi in un calo dei costi e dei prezzi, rispetto ai vicini della zona euro, portando ad una maggiore competitività, un eventuale recupero del tenore di vita e un forte calo della disoccupazione. Una variante di questo schema potrebbe essere un miglioramento della competitività non del prezzo: più fantasiosi viaggi turistici in Egeo o alberghi più attraenti in Algarve. La domanda chiave è: quanti anni – o decenni – sono necessari affinché questa soluzione dia dei risultati positivi.

In secondo luogo, le periferiche potrebbero continuare a rimanere in una situazione di stagnazione. La disoccupazione è ora al 22% in Grecia, al 24% in Spagna, al 18% in Portogallo, al 15% per cento in Irlanda e al 10% per cento in Italia (a titolo di confronto, è all’8% negli Stati Uniti e in Gran Bretagna). In questo caso temo che l’esito sarebbe una ulteriore crescita e l’inizio di una emigrazione di massa.

La terza opzione è la più improbabile, ma va citata per completezza. La Germania e gli altri paesi settentrionali dell’eurozona potrebbero decidere di adottare politiche più “espansive” (ossia inflazionistiche), ridimensionando così l’agonia del sud. In alternativa potrebbero decidere di continuare a sovvenzionare le periferie del sud a tempo indeterminato.

La quarta opzione prevedrebbe l’uscita di uno o più paesi periferici dalla zona euro. I difficili problemi derivati dal distacco non investirebbero soltanto i Paesi che uscirebbero ma anche quelli che rimarrebbero a causa delle banche che detengono assets in euro potenzialmente deprezzabili.  Ma alla fine di questo processo i paesi usciti dall’euro potrebbero raccogliere i propri pezzi membri riemergendo con prestazioni economicamente più tollerabili, come è avvenuto con l’Argentina quando venne tagliato l’apparentemente indissolubile legame con il dollaro americano. Alcuni economisti vorrebbero che si verificasse la situazione opposta e preferirebbero che la Germania e i suoi vicini prendessero l’iniziativa e uscissero dall’euro, ma questo non accadrà a prescindere dal risultato delle prossime elezioni tedesche.

Naturalmente, si può immaginare un vasto numero di varianti e compromessi nelle quattro congetture esposte, ma le possibilità sono limitate. Se dovessi scommettere (cosa che non faccio) il mio denaro lo fare sulla ipotesi 4. Ma non ci scommetterei sul quando potrebbe verificarsi. Il Sacro Romano Impero – che non era notoriamente né romano, né un impero – fu fondato da Carlo Magno nel 800 e durò fino a quando non fu sciolto da Napoleone nel 1806. La Confederazione tedesca fu  inaugurata dopo le guerre napoleoniche e non ebbe mai veri poteri sugli stati membri. Venne rafforzata da una unione doganale (Zollverein) nel 1834 e tutta la sua traballante struttura durò fino a quando non venne sciolta da Bismarck a favore del nascente Reich tedesco nel 1871.

La storia può subire accelerazioni, ma non possiamo sapere di quale entità, e il calendario di una euro-disintegrazione è comunque soggetto a congetture. C’è senz’altro un limite alla spinta che si può imprimere.

Twitter, Bisin e scuse finali

Tag

, , ,

Alla fine degli anni Settanta imperversava un geniale gruppo (finto) punk-rock. Si chiamavano Skiantos. Al “Bologna Rock” del 1979, si esibirono al Palasport locale vari gruppi punk italiani. Tra questi gli Skiantos. Si presentarono sul palco senza strumenti, montarono una specie di cucina e dentro ad un pentolone d’acqua bollente buttarono gli spaghetti che poi si mangiarono. Il pubblico era lì per sentire musica. Ma gli Skiantos non suonarono una sola nota: semplicemente si prepararono il pranzo. I seimila spettatori attraversarono diversi stati di perplessità aspettando che succedesse qualcosa. Poi iniziarono le proteste. Di fronte al rumoreggiare e ai fischi, il frontman degli Skiantos – Freak Antoni – prese il microfono e urlò: “Questa sembra una cagata, invece è una performance. Non capite un cazzo: questa è avanguardia, siete un pubblico di merda!”. Fu il delirio, gli Skiantos dovettero fuggire sotto una grandinata di oggetti di ogni tipo. Pochi pensarono che quella provocazione avesse in sé un messaggio importante, ossia: là fuori c’è sempre qualcuno che con il suo snobismo pseudo-culturale pensa di poter ancora incantare le masse per dire – di fronte alla critica – “siete un pubblico di merda”.
Quanto è successo su Twitter in queste ultime settimane mi ha fatto pensare a quel lontano concerto. Ve la faccio breve. Alberto Bisin ha deciso (ma, credo, lui direbbe “spinto dagli amici”) di cimentarsi con i 140 caratteri. Si è aperto un account e ha cominciato a dire la sua. Uscito dal bunker di NoisefromAmerika ha deciso di diffondere le sue idee anche con il mezzo che oggi va più di moda. Devi essere veramente in gamba per gestire la comunicazione economica in 140 caratteri. Devi soprattutto avere un ego non ipertrofico per pensare di poter governare un mezzo che non conosci. Ma queste qualità non sono nelle corde di Bisin. Il risultato è stato disastroso. Se siete appassionati di disastri, se non vi perdete un documentario a proposito dell’affondamento del Titanic, il lento logoramento di Bisin cotto a fuoco lento è immortalato in una serie di storify (una sorta di riassunto commentato degli scambi su Twitter). Bisogna elogiare un mastino come Claudio Borghi per aver pazientemente distrutto Bisin l’amerikano. Il quale Bisin – terminate le munizioni argomentative – ha tirato fuori la grande frase: “siete un pubblico di merda”, ossia non così, ovviamente, ma ha evitato in sostanza le risposte virando sul curriculum – a suo dire – troppo corto di Borghi. Stanco di essere sonoramente pestato, alla fine Bisin ha chiuso il suo account Twitter di colpo ed è ritornato nel bunker di NoisefromAmerika. La ritirata ha un senso per me: è la dimostrazione che mentre il “volgo” è in difficoltà Bisin preferisce discettare su “chi è titolato” per essere economista e, quindi, distribuisce, lui (!) le patenti di affidabile o cialtrone. Dal bunker Bisin ha tirato fuori un primo post nel quale si è sforzato di dare la definizione di economista (ossia dell’unico realmente titolato a definirsi tale). A leggerla con attenzione e a volerla adottare qualche premio Nobel in economia dovrebbe restituire il premio per mancanza di titoli. Se avete la pazienza e il mio innato masochismo potrete leggervi sia il post ma soprattutto i commenti che costituiscono un corollario – con retromarce a fronte di commenti pertinenti – del “professore titolato”. Non pago di aver “tracciato la linea” tra chi può discutere di economia e chi no, Bisin ha scritto un secondo post. Questa volta usando una cifra che si è già notata: quella del piagnone. Un “piagnone” piuttosto velenoso visto che questa volta, ripassando l’esperienza su Twitter, parte con il definire Borghi un “tal Claudio Borghi”. Bisin lamenta di essere stato “assaltato come topi il formaggio”, “assaltato da un esercito di personaggi molti dei quali anonimi che me ne hanno dette di tutti i colori”. E naturalmente Borghi avrebbe capitanato la canea. Borghi che è, nelle parole di Bisin, solo un “professore a contratto” e, avendo in precedenza svolto attività di bancario non sarebbe suo pari. E poi scrive: “Le “truppe cammellate” di Borghi stanno solo su Tw. Il limite dei 140 caratteri nobilita la loro capacita’ retorica perche’ impedisce alcun argomento compiuto al di la’ della frase a effetto o dell’insulto”. E no Bisin. Le truppe cammellate (ossia per Bisin i fan di Borghi e Bagnai) non sono solo su Twitter: arrivano ovunque, spuntano nei commenti dei quotidiani nazionali, sui blog (sono arrivati anche qui). Si possono criticare ma negar loro un attivismo e una presenza costante è pura disinformazione. E poi, parliamoci chiaro, se con 140 caratteri lei, preclaro professore, rimedia soltanto ceffoni, la colpa non è della superiorità altrui ma della sua manifesta inferiorità nell’uso del mezzo.
Ma la chicca migliore è un passaggio che, dopo aver definito inconsistenti le tesi dei suoi oppositori, dice: “Naturalmente questi argomenti, le clave, pur essendo in alcuni casi ovviamente incoerenti agli occhi di un economista, non appaiono così agli occhi del lettore che l’economia non mastica più di tanto”.  Eccoci! Finalmente Bisin lo ha detto: “siete un pubblico di merda!” e preannuncia post “didattici” che smonterebbero ogni asserzione del duo Borghi e Bagnai. Si vedrà.
Vado alla conclusione. Chi mi ha seguito negli anni sa che non ho mai fatto sconti al gruppetto di NfA. Il mio giudizio più gentile li definirebbe snob. Ma in cuor mio li giudico semplicemente degli arroganti completamente staccati dal mondo reale. Non per incapacità di capirlo ma per indifferenza alle sorti del disoccupato, del precario, dell’esodato, dell’imprenditore che vede distrutta una vita di lavoro. Gente – insomma – che non ha il minimo senso di empatia, come d’altronde nessun neoliberista ha mai avuto per il mondo circostante. Dicevano che mai si sarebbero candidati ad alcunché ed hanno fondato un partito. Il loro leader è stato preso con le mani nella marmellata a raccontare frottole sul suo essere economista e ci ritroviamo a leggere il decalogo di chi dovrebbe essere economista secondo il verbo di Bisin. Gente che straparla di Lagavulin e sigari, di piedi sulla scrivania e continua a mettere le “s” per declinare in italiano le parole straniere. Non li ho mai né amati (ci mancherebbe) né stimati. E se non fossero così irrilevanti come hanno dimostrato di essere nel giudizio delle urne li giudicherei anche pericolosi. Di certo penso che siano un elemento di tossicità nel panorama già desolato di questo Paese. Su Bisin non do’ giudizi ad personam, li lascio ai suoi studenti
Qual’è la morale di tutto questo al di là del mio consolidato fastidio per questa gente? La morale è che questa disavventura di Bisin su Twitter mi ha fatto riflettere..
Moltissime delle cose che Bagnai sostiene non le condivido. Credo che l’Euro non ci faccia bene e giudico che non sia una eresia sostenere che dovremmo uscirne. Mi è ancora oscuro (benché abbia letto il suo libro) il dopo, temo che alcuni che hanno responsabilità per lo sfascio di questo Paese si accodino all’idea di uscire dall’Euro per nascondere le proprie responsabilità. Temo cioè un altro 25 luglio: il giorno prima tutti fascisti, il giorno dopo tutti antifascisti, con i soliti furbi pronti a correre in soccorso del vincitore. Temo che Bagnai si troverà a dover fare un percorso con persone che per un neomarxista come me sarebbero insopportabili. Non amo i suoi toni e il suo argomentare spesso violento.
Ciò posto, guardando a tutta la storia che ho riassunto, mi accorgo che non sono stato generoso ed equanime con Bagnai. E mi spiace di aver espresso le mie divergenze dalle sue idee con toni troppo vicini a quelli di Bisin. Aver potuto dividere con Bisin anche soltanto alcuni stili polemici non è stata cosa onorevole.
Una frase di un intellettuale che non amo, Carl Schmitt, scritta nel 1947 recita: “Chi posso in generale riconoscere come mio nemico? Evidentemente soltanto colui che mi può mettere in questione. Riconoscendolo come nemico, riconosco ch’egli mi può mettere in questione. E chi può mettermi realmente in questione? Solo io stesso. O mio fratello”. Perciò Bagnai, pur dubitando di alcune sue tesi, le chiedo scusa dei toni usati per contestarle e riconosco che lei può mettermi in questione, a differenza di un Bisin. Chapeau bas.

Parola di tedesco

Professione: giornalista, commentatore politico, nazionalità tedesca, casa in Toscana da vent’anni e moglie italiana da qualcuno in più. Questi i punti salienti di ArsLonga-Germania. Lo abbiamo rugbisticamente placcato pochi giorni dopo il suo arrivo in Italia per le vacanze.
Allora, adesso che ti sei messo comodo, senza giacca e cravatta, possiamo scambiarci un paio di impressioni sulla situazione europea?
Volevo staccare dal lavoro ma se tu mi ci inchiodi ……
Sì il proposito è proprio questo. Cosa sta succedendo in Germania, cosa si pensa a livello politico della questione Euro e della tenuta dell’Eurozona?
Ad essere sinceri non sta succedendo nulla di rilevante, c’è una calma piatta in attesa di settembre. Nessuno vuol fare una mossa in grado di scontentare l’elettorato. La questione euro è una patata troppo calda per essere sbucciata senza scottarsi le dita, perciò, al di là delle posizioni già note non mi aspetto nulla di nuovo. Ciò non significa che manchi il dibattito ma non nella misura che ci si potrebbe attendere e non dai soggetti che “decidono”.
Se dovessi fare una fotografia della situazione che colori avrebbe?
La fotografia tedesca della situazione è contraddittoria. Ci sono due posizioni principali. Ci sono quelli che dicono che si deve andare avanti così, che non ha senso che il contribuente tedesco si faccia carico dei problemi degli altri Stati. Ci sono quelli che si pongono il problema in modo meno sciovinista e cercano di trovare soluzioni meno primitive di quelle adottate sino ad ora, ossia chiedere il rigore in casa d’altri.
deutschland_flaggen_espresso_tasseUno dei due schieramenti sta crescendo?
Direi di no, direi che c’è un equilibrio e questo rende difficile per i politici capire come impostare la campagna elettorale. Negli ambienti più coscienti della politica e dell’economia si è convinti di essere arrivati al punto di snodo. Questa consapevolezza però non è condivisa dall’attuale governo perché c’è una forma di arroganza priva di intelligenza e, come dice il proverbio: Die hohlen Ähren halten den Kopf hoch ossia le spighe vuote tengono la testa alta. Ignoranza e alterigia vanno spesso insieme.
Ma i consapevoli chi sono e cosa pensano?
I più consapevoli – per come la vedo io – sono gli industriali, il povero Ulrich Grillo della BDI [la Confindustria tedesca] lo va ripetendo da tempo chiedere sacrifici ai partner sta deprimendo le economie europee e ci vorranno anni se non decenni – ammesso che tutto vada bene – perché Spagna, Italia, per non parlare della Grecia ritornino ai livelli di consumo pre-crisi. Il messaggio in codice è: il piano non ha funzionato.
Quale piano?
Più che un piano era una illusione: vendere sempre di più ai cinesi e fare in modo che sostituissero come mercato di sbocco principale l’Eurozona. Grillo, Ulrich ovviamente non Beppe, non può dire: “Angela stai sbagliando tutto”. Verrebbe interpretata come una dichiarazione devastante in un periodo così delicato dal punto di vista politico. Prima di partire ho dato uno sguardo ai dati che si riferiscono alle immatricolazioni delle automobili in Italia. I marchi tedeschi che hanno in listino modelli di segmento medio-basso – Volkswagen e Opel – soffrono: Volkswagen in un anno ha diminuito le vendite del 10% circa, Opel è scesa quasi del 13%. Ma anche su marchi più prestigiosi le cose non vanno meglio: le vendite della BMW sono di fatto stazionarie, Audi ha perso l‘8,59%, va bene solo la Mercedes ma stiamo parlando di duemila auto in più vendute lo scorso anno. Porsche è a -30% …. saranno certo dati da confrontare con altri settori merceologici ma sono comunque espliciti. E se guardi al mercato spagnolo e francese dove vedi un crollo delle vendite di automobili del 14% puoi fare due più due. Aggiungi che – nonostante sia un piccolo mercato – in Olanda il crollo è stato superiore al 30% ….. Il mercato cinese assorbe più di cinque milioni di auto all’anno, una bella torta ma non è stata aggredita dalle auto tedesche come si  era sperato. Il boom c’era stato nel 2010 ma era un boom che avrebbe dovuto far riflettere. Tre anni fa sono state vendute ai cinesi 128.000 auto tedesche ma i tanto vituperati italiani gliene avevano vendute 204.000. Allora si stapparono bottiglie di champagne ma quel successo nascondeva un fatto: il mercato cinese non era stato conquistato e l’Eurozona rimaneva ancora strategica. E oggi il discorso vale allo stesso modo se non di più.
E quali situazioni si prospettano?
Nessuna. C’è una sorta di schizofrenia paralizzante. Tutti si rendono conto che dopo anni di sacrifici bisognerebbe alzare i salari medi, però tutti hanno paura di perdere in competitività. la parola “competitività” è intoccabile. Ma tutto questo sta generando un cane che si morde la coda: non aumenti i salari per paura di non essere più competitivo sui mercati orientali, sui mercati orientali non stai sfondando, i tuoi partner principali non sono più in grado di comprarti le auto e tu non compri i loro prodotti alimentando un circolo vizioso all’infinito ….
Credo però che non possa durare all’infinito …..
Se ne può uscire solo con decisioni forti ….
Come l’uscita dall’Euro dell’Italia, qui se ne parla lo sai bene ….
L’Italia non uscirà dall’Euro ma non perché farebbe bene o male: perché non ha la capacità politica di decidere cosa fare. Non voglio sembrare arrogante ma per uscire dall’Euro occorre una classe politica forte, con idee chiare e che stimi la situazione correttamente. Se l’Italia avesse una classe politica cosciente del suo peso specifico in Europa e avesse una classe dirigente di buon livello, la situazione sarebbe molto complicata ….
Stai dicendo che se avessimo una classe politica decente usciremmo dall’Euro?
No, sto dicendo che se ci fosse una classe politica e, aggiungo, imprenditoriale coraggiosa non ci sarebbe neppure bisogno di uscire dall’Euro.
Spiegami ….
L’Italia non è la Grecia ma sembra pensarsi costantemente come se fosse la Grecia ossia debole e irrilevante. Con Berlusconi faceva finta di battere i pugni sul  tavolo e poi ubbidiva, con Monti ubbidiva e basta, con Letta si è fermata. Un’altra classe politica avrebbe fatto due conti arrivando alla conclusione di essere “too big to fail” e si sarebbe resa conto di potersi difendere. I francesi l’avrebbero fatto e forse se dovessero arrivare ad una situazione ancora più pericolosa di quanto sia quella attuale lo faranno. La Germania non ha di fatto rispettato i trattati ma nessuno gliel’ha fatto notare. Nessuno ha detto alla Merkel: “smettila di farci la lezione visti i cadaveri che hai nell’armadio”. Nessuno ha detto ai finlandesi di tacere una buona volta visto che la loro economia ha un peso specifico che non li autorizza a fare il megafono dell’austerità altrui. La Merkel beneficia del fatto che negli altri Paesi europei sta governando la più mediocre classe politica mai vista negli ultimi trent’anni: Raoy, Letta, Hollande. E soprattutto dall’altra parte dell’Oceano c’è una amministrazione americana con punte di incompetenza e improvvisazione paurose.
E dunque?
Dunque c’è un primo problema: uscire dall’Euro non è così facile. C’è gente che dice che ci sono state tante unioni monetarie in passato che sono state sciolte ma non è vero. Quello che c’è stato in passato erano accordi per rendere i cambi fissi tra diverse monete, l’Euro ha fatto quello che in passato non era mai stato fatto: ha introdotto un’unica moneta. Uscirne non è una passeggiata né per la Germania né per l’Italia. Molto più facile sarebbe costringere la Germania a rispettare i patti e a vedere l’Unione come un luogo di collaborazione e non di competizione. Semplice a patto però di avere – come dicevo prima – classi politiche coscienti della propria forza.
Ma la Germania è percepita come la più forte economia ….
Non esiste una economia forte che non abbia legami con altre economie. La forza della Germania non è qualcosa di eterno e immanente. La sensazione che sia così ha provocato dei disastri e i peggiori costruttori di disastri sono stati i francesi. Sono loro che hanno fortissimamente voluto l’Euro non noi. Dopo la caduta del Muro la Germania ha ritrovato il proprio spazio vitale economico tradizionale. Per quarant’anni Polonia, Ungheria, Romania,  Boemia, Slovacchia, Bulgaria erano state tagliate fuori dall’influenza economica tedesca. E quello con questi Paesi è il vero, tradizionale, autentico spazio economico tedesco. Credi che le fabbriche tedesche si siano riempite di portoghesi, turchi, italiani, spagnoli dagli anni Cinquanta in poi perché c’era una particolare predilezione per quei paesi? Era venuta a mancare la manodopera tradizionale polacca e dei Paesi orientali sequestrati dall’Unione Sovietica.  Quando il sistema sovietico è crollato la Germania ha ripristinato la sua egemonia in quest’area. I francesi lo sapevano bene e hanno pensato di poter ancorare e frenare l’economia tedesca con l’Euro. I tedeschi hanno accettato (con qualche difficoltà iniziale) l’idea ma hanno chiesto di gestirla secondo un loro schema. Uno schema che non poteva funzionare sul lungo periodo.
E quale altro schema si dovrebbe adottare?
Un reale schema cooperativo. Una Unione Europea dove non si collabora ma si compete non serve a niente. La miscela di neoliberismo e di non collaborazione tedesca ci ha portato a questo punto. E non posso neppure dire che la colpa sia di economie deboli. Che Spagna, Grecia, Italia, Francia fossero più deboli strutturalmente lo sapevano tutti. Ma lo si è volutamente ignorato cullandosi nell’idea che tutto si sarebbe messo a posto da sé. Il che non è avvenuto perché non poteva andare tutto a posto automaticamente. Ci voleva una volontà politica realmente cooperativa.
Più Europa?
No. Più collaborazione. L’Eurozona dovrebbe essere idealmente un’area di non concorrenza reciproca. La California non fa concorrenza al Michigan. Solo quando ti sei messo in testa questo semplice principio puoi parlare di “più Europa” come fa la Merkel. Se no che senso ha fare una Unione?
Quindi non eravamo una area valutaria ottimale?
Ma senti questa storia dell’area valutaria ottimale va ridimensionata. Facciamo l’esempio di un “euro del nord” che raggruppi i Paesi “virtuosi” insieme con la Germania. Credi che si tratterebbe di un’area valutaria ottimale? Ma per niente. Non esiste un’area valutaria ottimale, l’area valutaria ottimale è un punto di arrivo non un punto di partenza. La moneta unica poteva essere lo strumento per allineare le diverse economie se si fosse lavorato seriamente, in spirito di cooperazione, ciascuno facendo il suo dovere. Così non è stato. Il fiscal compact e i vincoli al pareggio di bilancio sono atti di autolesionismo e, nella migliore delle ipotesi, non servono a nulla.
E quindi cosa prevedi?
Il problema è che non prevedo nulla di diverso da quanto sta accadendo e non credo che le elezioni tedesche cambieranno qualcosa, comunque vadano. Quello che temo è che sia il mercato a prendere una decisione. La speculazione internazionale sta lanciando i suoi messaggi. L’abbassamento a BBB con outlook negativo dell’Italia da parte di Standard and Poor’s non è giustificata da nulla perché se gli affari italiani non sono migliorati non sono neppure peggiorati  fino al punto di assumere una decisione del genere. Soros, anche se conta molto meno di una volta, ha lanciato altri messaggi. Gli speculatori e i mercati sono convinti che le politiche adottate sino ad ora comporteranno un allungamento della crisi. Ossia cattivi affari. Hanno aspettato a lungo e stanno perdendo la pazienza. Il rischio è che decidano di smuovere la situazione con un shock esterno, un colpo pesante nel punto dove fa più male, ossia l’Italia. Ma l’Italia non è la Grecia e il colpo sarebbe avvertito forte e chiaro anche in Germania. Allora sì che salterebbero gli assetti, le teorie, le mezze verità e le bugie.
Quante probabilità ci sono che sia il mercato a decidere?
In questa situazione di immobilismo molte, moltissime dopo il 22 settembre.

Le 28 tesi di Massimo Bontempelli. Marx è morto, viva Hegel e Latouche?

Tag

, ,

Claudio Martini di Main-stream.it ci ha chiesto di esaminare un testo di Massimo Bontempelli e Marino Badiale dal titolo “28 tesi” che trovate qui. Ci è sembrata una sfida interessante e così abbiamo chiesto ad ArsLonga2 – che aveva già commentato il Manifesto del Fronte Popolare Italiano – di analizzare e commentare questo contributo. Chi ha seguito Bontempelli in questi anni sa che non può più rispondere. Ma – seppure le conclusioni di ArsLonga2 risultano critiche su alcuni punti espressi – vogliamo pensare che, se fosse ancora tra noi – Bontempelli considererebbe questo lungo post per quello che anche è: una manifestazione di rispetto e di affetto pur da posizioni differenti.

—————————–

So che ti ho dato un compito piuttosto difficile …..
Difficile e facile contemporaneamente. Il facile sta nel fatto che conoscevo bene i lavori di Bontempelli e quindi questo testo – pur scritto insieme a Marino Badiale come poi tutti gli ultimi – non mi è nuovo nelle sue tesi. Ci sono cose scritte in “Marx e la decrescita”, in “Civiltà Occidentale”. E poi riaffiorano cose che stavano alla base della sua analisi in scritti ancora più antecedenti come in “Sinistra rivelata”.
Quindi conoscevi il pensiero dell’autore di queste tesi? E cosa ne pensi?
Sì, certamente. Però tu mi hai dato il compito di vederle una ad una e di commentarle in successione e non voglio anticiparti le singole analisi. Però ti voglio far capire cosa penso raccontandoti un aneddoto. Qualche anno fa stavo leggendo “Sinistra rivelata” qui e un collega mi si avvicina incuriosito per vedere su cosa ero concentrato, ma io i libri li spiegazzo tutti, li sottolineo e per farla breve la copertina non si vedeva. Quindi mi chiede cosa stessi leggendo e io gli dico: “l’ultimo libro di un eretico del Novecento”.
Un eretico di quale corrente?
Bontempelli era un uomo così eclettico che inscriverlo in una corrente sarebbe fargli torto.
Ecco, sì però io, purtroppo non ho avuto tempo di leggere l’altro testo che mi hai dato sull’Euro di Badiale. Perciò non conosco il suo stile di scrittura e argomentativo, poi però anche questo testo è scritto con un’altra persona …. quindi eravamo di nuovo daccapo. Però, tornando alle “28 tesi”, ci vedo molto, moltissimo dello stile argomentativo di Bontempelli anche se qui è un po’ più asciutto. Ma stile a parte, parlando dei contenuti, ritrovo tutti i temi cari a Bontempelli con l’aggiunta del decrescismo che fu una scoperta degli ultimi anni di attività.
Come vuoi procedere?
Direi in modo simile a quanto abbiamo fatto con il Manifesto, cerchiamo di vedere alcuni gruppi di proposizioni. Qui la sequenza è più coordinata e quindi – almeno da questo punto di vista dovrebbe essere più facile. Il primo gruppo sono i punti dall’1 al 4. Si ritrova una analisi molto piana, che – a prima lettura sembrerebbe di un marxismo quasi ortodosso nella sua analisi delle dinamiche. Il punto 1 funziona da “proemio” introduttivo stabilendo l’oggetto: il capitalismo (nella sua negativa pericolosità). La rottura però arriva subito al punto 2: “del comunismo nel senso marxiano del termine non si è mai vista traccia. Ciò che nel Novecento si è fregiato di questo nome è stato un impasto, in proporzioni diverse nei diversi tempi, luoghi ed individui, di lotte di liberazione e nuove oppressioni, orrori ed eroismi, aperture generose ed ottusità fideistiche”. Ma perché non si è mai realizzato il comunismo? Il suo fallimento nella prassi è per l’autore una conseguenza logica del fallimento interpretativo, ossia la teoria dello stesso Marx secondo il quale “il proletariato sarebbe cresciuto al suo interno [del capitalismo] come classe antagonistica dell’intero sistema, fino a rovesciarlo e ad instaurare la società comunistica dei liberi ed eguali”. Ora, bisogna dire che non è esattamente così. Questa affermazione non è sbagliata ma lascia pensare che Marx vedesse il proletariato come un verme all’intermo di una mela totalmente passiva. Marx diceva anche che il capitalismo aveva in sé delle insanabili contraddizioni e che il suo rovesciamento si sarebbe potuto ottenere all’esplodere di queste contraddizioni.  L’errore di Marx allora non è tanto quello di aver sopravvalutato la forza del proletariato quanto nel non avere inteso correttamente la natura delle contraddizioni. Marx non aveva colto i cicli di distruzione creativa schumpeteriani. Non aveva cioè capito che il capitalismo – esattamente come un microorganismo che si difende dall’ambiente – muta ad ogni crisi immunizzandosi e divenendo più forte. Ma anche se Bontempelli non sottolinea abbastanza il fatto che l’errore di Marx fu la sottostima di questa capacità di mutare, arriva ugualmente al concetto quando dice: “Non è affatto vero, dunque, che il capitalismo sia un sistema socialmente conservativo. Esso conserva ferreamente soltanto la logica della sua autoriproduzione e della conseguente gerarchizzazione classista, ma innova di continuo costumi, tecniche, rapporti sociali e condizioni ambientali.
Stai dicendo che Bontempelli fa un errore o coglie il punto?
Sto dicendo che – a me sembra – semplifichi saltando un passaggio ma arrivando comunque al nocciolo condivisibile; il capitalismo è un sistema in grado di mutare forma ed adattarsi. Quelle che noi vediamo come crisi – aggiungo io – altro non sono che riassestamenti funzionali del capitalismo. Al punto 4 fa un passo avanti dicendo: “L’alternativa cruciale del secolo da poco iniziato sarà quella tra un disfacimento del capitalismo prodotto dalla sua potenza distruttiva operante sulle sue stesse precondizioni antropologiche ed ecologiche, ed una fuoriuscita da esso in qualche misura socialmente promossa e controllata.” Su questo io non mi sento molto d’accordo. Perché se ha ammesso la capacità adattativa del capitalismo dovrebbe essere più cauto nel vedere tra le due possibilità il “disfacimento del capitalismo”. Il capitalismo non va verso il disfacimento o l’implosione ma verso l’adattamento. E l’adattamento significa che spesso riesce a calmierare da sé alcune tendenze che finirebbero per distruggerlo. Il capitalismo che esce dalla crisi del 1929 è un capitalismo che pone in essere alcuni correttivi per sopravvivere e non distruggere il mondo che sfrutta. La versione keynesiana del capitalismo è l’esito del cambio di pelle del capitalismo. Dopo questa crisi è altamente probabile che ci troveremo di fronte ad una serie di mutamenti in senso correttivo e all’allargamento e raffinamento di nuove tecniche di sfruttamento. La “green economy” a vederla bene è uno degli esiti che si intravedono. Ciò posto Bontempelli dice: l’alternativa è un’uscita dal capitalismo “socialmente promossa e controllata” e questo è un punto fondamentale perché da qui inizierà a far gemmare i ragionamenti successivi.
Allora cerchiamo di capire bene questo passaggio.
Sì. “socialmente promossa e controllata” significa una uscita dal capitalismo senza una rivoluzione. Poi ci dirà quali sono le condizioni perché questo si verifichi. Ma ora ci sta dicendo: “non parliamo più di rivoluzione”. Il che è una rottura con tutta la tradizione marxista classica. Rovesciare il potere senza l’atto rivoluzionario significa uscire già da qualsiasi schema marxista ortodosso. Da questo momento Bontempelli è uscito dalla gabbia ideologica e comincia a muoversi sul suo terreno. Attenzione però. Dalla gabbia del marxismo sono usciti tutti e sono scappati tutti verso quello che potremmo chiamare il centro-destra socialdemocratico e liberale. Ma qui Bontempelli non sta facendo la sua Bad-Godesberg: sta andando oltre. E lo si vede nelle quattro condizioni che ritiene necessarie perché si abbia l’uscita. La prima è cessare di vedere il bipolarismo sinistra-destra come reale. La politica non incarna più una contrapposizione ma un consociativismo perché la politica e i politici intesi come ceto operano solo per “far accettare alle masse popolari la situazione di lento depauperamento imposta dal sistema socioeconomico vigente, e di rendere impossibile la protesta o incanalarla in direzioni che non mettano in questione i presupposti del sistema.“ La classe politica è una, lavora per la sua perpetuazione a dispetto di differenze che sono solo apparenti. Occorre prendere le distanze da essa e dalla sua finta contrapposizione.
keep-calm-marx-is-deadPer affermare cosa?
Ci si attenderebbe che dicesse “per riaffermare il comunismo” ed invece al punto 5 rovescia il tavolo ponendo la seconda precondizione per uscire dal capitalismo: smettere di dirsi comunisti. Perché non serve a niente ed è anzi controproducente: “Il comunismo può essere oggi solo un oggetto di indagine storica. Parlare di comunismo in termini di attualità politica significa occultare i problemi concreti di una fuoriuscita dal capitalismo con una fraseologia che dà l’illusione di conoscere mezzi e fini dell’anticapitalismo. Rispetto al problema della costruzione di un pensiero e di una pratica politica effettivamente anticapitalistiche l’idea comunista rappresenta ormai un’occlusione mentale e un intralcio concettuale”. Marx qui muore definitivamente e senza appello. Il che per certi versi non fa sentire bene neppure me per parafrasare Woody Allen.
E quindi tu non sei d’accordo?
A essere sinceri io sarei molto più cauto perché, a seguire Bontempelli, su questo ragionamento dovremmo buttare via tutto e fare tabula rasa. Lui dice – sempre al punto 5 – che il comunismo va consegnato alla storia perché o è diventato mero “marchio di fabbrica” di una sinistra fintamente antagonista ma che poi è già parte della “casta” politica, oppure si è andato a rinchiudere negli scantinati di nostalgici frazionati in gruppetti. Insomma collaborazionisti o neo-catacombali. Io potrei obiettare che non è l’uso attuale del comunismo che lo rende ioso facto un ferro vecchio. Usare male uno strumento non rende lo strumento “cattivo”. Qui avrei preferito una critica più articolata. Comunque … siamo a due precondizioni: abbandonare il sistema politico e abbandonare metodi e denominazioni che si ricolleghino al comunismo.
E le altre precondizioni quali sono?
Aspetta. Bontempelli si rende conto che per liquidare tutta l’esperienza comunista l’analisi che ha fatto risulta debole e per tagliare la testa al toro dice un’altra cosa: “a partire dalla metà degli anni Venti del Novecento l’intero mondo del comunismo nei paesi occidentali non ha più prodotto una prospettiva politica concreta di fuoriuscita dal capitalismo”. Ossia: la crisi del comunismo, la sua inattualità, rimonta a quasi novanta anni fa.. Perché è dagli anni Venti che non è più riuscito a progettare una uscita dal capitalimo realistica. E qui su questo passaggio io vedo l’influsso di Amadeo Bordiga. Non ci possono essere due teorici più distanti tra Bordiga e Bontempelli. Ma qui il secondo riprende l’analisi bordighista. Bordiga alla fine della guerra dice: Stati Uniti e Unione Sovietica sono due forme di capitalismo in lotta tra loro. Il comunismo non sta più lì, bisogna ricostruirlo. Bontempelli non lo dice così esplicitamente ma fa rimontare la morte del comunismo a venti anni prima per mancanza di un progetto chiaro. Però, per come la vedo io, dal 1920 al 2008 (anno dello scritto che stiamo esaminando) in campo marxista c’è una galleria di grandi pensatori neomarxisti che non mi sentirei di liquidare così velocemente. Se non altro perché dovrei buttar via un terzo della mia biblioteca.
Veniamo alla terza precondizione….
Che è la più curiosa. Bontempelli di fatto ci dice: vuoi operare in senso anticapitalista? Bene smetti di proclamarti anticapitalista ed agisci in modo anticapitalista. Ed agire in modo anticapitalista per Bontempelli significa individuare “obiettivi specifici”. L’anticapitalismo è prassi, non teoria. Ma qui c’è anche un concetto interessante: “l’anticapitalismo non è oggi un obiettivo motivante in se stesso, e potrà diventare operante nella realtà soltanto se verrà tradotto dal linguaggio che ne ha storicamente istituito la nozione in altri linguaggi”. Che vuole dire Bontempelli? Direi che ritorna la constatazione secondo la quale il comunismo è stato consegnato alla storia. Perché il linguaggio che ha istituito l’anticapitalismo è ovviamente il comunismo, ma questo è diventato afasico, o meglio ancora non più pronunciabile. L’anticapitalismo deve tradurre in un linguaggio moderno quella tensione.
Sembra quasi voler salvare almeno uno dei principi del comunismo, se non altro l’idea di opposizione al capitale…..
Sì ma è solo un frammento. Solo l’individuazione del “nemico” che mantiene un valore, se vogliamo ispiratore. Non escludo che questa parte sia un po’ nostalgica, come un guardarsi indietro. E lo penso vedendo subito dopo Bontempelli citare Hegel: “Il rapporto tra l’anticapitalismo e gli obiettivi particolari deve corrispondere a quello concepito da Hegel fra fondamento e fondato”. Si tratta di una citazione che – apparentemente – ha la funzione di spiegare ma che in realtà a me sembra un voler ribadire le origini, insomma: torniamo a Hegel.
Le origini di chi?
Le origini di Bontempelli stesso. Non solo fa un salto in avanti superando il comunismo ma fa un salto indietro ricollegandosi al suo genio ispiratore: Hegel. Bontempelli può superare il comunismo perché – in realtà – comunista non lo è mai stato nel senso marxista ortodosso della parola. Magari può essere stato comunista politicamente in una fase della sua vita ma non filosoficamente. Bontempelli era un neoidealista ed appunto: soltanto un neoidealista può elaborare la morte del comunismo pensando di conservare gli ideali hegeliani La comune matrice hegeliana nel neoidealismo mette insieme sistemi di pensiero in urto tra di loro. In urto apparente direbbe Bontempelli. Neoidealista era Giovanni Gentile (fascista), Benedetto Croce (liberale), Antonio Gramsci (comunista). Se togliamo la targhetta ideologica a ciascuno dei tre ci troviamo di fronte a tre hegeliani che possono discutere tra di loro e trovare delle convergenze. Lasciamo perdere tutte le polemiche storiografiche successive su Gentile e rimaniamo ad un fatto: con “Il discorso agli italiani” del 1943 Gentile voleva superare il fascismo e andare al cuore del problema: l’imminente arrivo di una cultura aliena, ossia quella anglosassone. Nel luglio 1947 Benedetto Croce scrisse il “Discorso contro il trattato di pace”, un contributo violentemente antiamericano che muoveva ai vincitori le stesse accuse che Gentile aveva pronunciato quattro anni prima. Metti quei due testi vicini, rovesciali, leggili in sequenza: comunque li analizzi dicono la stessa cosa. E mettono a nudo non il liberale e il fascista ma i due hegeliani. E per Gramsci è la stessa cosa. Sarebbe un discorso lungo ma noi di Gramsci conosciamo l’icona costruita da Togliatti, il Gramsci vero è un neoidealista tant’è  che la sua filosofia della prassi non la puoi far quadrare tanto facilmente nel materialismo marxista. E allora, giusto per non perderci del tutto: Bontempelli – da bravo neoidealista – recupera Hegel perché uccide Marx. Può dire che Marx è morto perché usa Hegel. Con Hegel ricompone il quadro dell’attivismo contrapposto a tutte le ideologie che vede come inutilmente divisive. Ci dice: basta teorizzare, caliamoci nell’azione.
E la quarta precondizione?
La quarta precondizione di Bontempelli è: non sognare il mondo. Infatti dice: “la quarta condizione è che l’anticapitalismo non venga collegato ad un modello di società futura da realizzare, e neppure ad un percorso predefinito di fuoriuscita dall’attuale sistema”. Ed è coerente con l’idea di un rovesciamento del capitalismo senza fare una rivoluzione. L’analisi qui non è molto profonda ma efficace. Lui dice in sostanza: l’esperienza ci ha insegnato che tutte le rivoluzioni con una idea di mondo futuro hanno generato un mondo diverso da quello che si proponevano. La sua soluzioen è ancora una volta neoidealista: agite senza un progetto di società, senza la gabbia dei vostri desideri. Tanto, quale che sia il vostro progetto, la storia se ne andrà da un’altra parte. E se userete uno schema di società che vorrete realizzare censurerete le possibilità che avete per rovesciare il capitalismo.
Che è il colpo finale ad ogni ideologia mi sembra
Già. Dunque: Bontempelli dice: dobbiamo abbandonare il sistema politico che è solo finzione di una casta, dobbiamo abbandonare metodi e denominazioni che si ricolleghino al comunismo, dobbiamo agire in senso anticapitalista senza preoccuparci di elaborare una teoria anticapitalista, dobbiamo agire senza premettere uno schema di società che vogliamo dopo la fine del capitalismo. Le ideologie del Novecento sono morte tutte così. E alle ideologie sostituisce i valori (punti 9 e 10). Siamo nell’hegelismo puro. E questi valori, ci dice, Bontempelli sono: “una rete trascendentale e non trascendente […] di significati che non si confondono con configurazioni specifiche di società e con specifici percorsi storici. Così intesi, i valori sono principi da cui sono assiologicamente derivabili e fondabili scelte particolari in situazioni particolari”.
Ossia?
Ossia i valori di Bontempelli sono gli ideali che ogni uomo può intuitivamente condividere perché univoci, non ambigui, non contingenti sui quali tutti possono ritrovarsi a concordare. E attenzione – Bontempelli non lo dice – ma è implicito, questo significa che rovesci il capitalismo solo con un atteggiamento pre-politico ossia spogliandoti, ancora una volta, sia delle ideologie che dei progetti.
Bene. Una volta soddisfatti questi quattro prerequisiti come cade il capitalismo?
Non cade. I requisiti propedeutici rendono possibili le convergenze degli esseri umani sui valori. Una volta avvenuta questa “convergenza” si possono tradurre i valori in prassi dell’agire politico. Al punto 11 fa una analisi della trasformazione del capitalismo in capitalismo globalizzato. Qui – a mio modo di vedere – l’analisi è un po’ perentoria e banalizzante, ma funziona. Il capitalismo infatti non si è andato globalizzando ora: ha sempre puntato alla globalizzazione che cresce al crescere dell’innovazione scientifica. Quando viene inventato il telegrafo uno dei primi usi è quello di “avvicinare”  temporalmente i risultati delle borse mondiali divise spazialmente. E siamo nell’Ottocento. Se al capitalismo dai degli strumenti tecnologici li usa per rendersi più efficiente e quindi più globale. Il capitalismo non è globalizzato ora è sempre stato teso alla globalizzazione in base ai mezzi tecnologici di cui dispone. Bontempelli dice: “In questa fase [gli anni Settanta] le conquiste socialdemocratiche ottenute dai ceti subalterni nella fase precedente non sono più compatibili col meccanismo dell’accumulazione capitalistica, e devono essere distrutte. E’ questo l’unico modo per rilanciare lo sviluppo capitalistico”. E qui fa un errore di analisi –  mio modo di vedere – piuttosto evidente. L’attacco alle “conquiste socialdemocratiche” non è un attacco, è una rottura di un patto. Capitale e socialdemocrazia collaborano insieme sino a quando esiste la possibilità (reale o meramente ipotetica fa lo stesso) di una alternativa. Che detto in altri termini: la socialdemocrazia è utile al capitalismo sino a quando l’Unione Sovietica come modello è in vita. Quando si sgretola e non si pone più come alternativa (ideale più che reale) anche la socialdemocrazia si può buttare. Ma si può buttare via quando si spalanca il mercato del lavoro a masse di disperati che entrano nel mercato del lavoro. Il capitalismo non attacca frontalmente la socialdemocrazia  (Reagan e Thatcher fanno molto meno di Blair anche se con più strepito) soprattutto laddove è ben radicata. Non ne ha bisogno. La mette in crisi attraverso l’abbassamento del costo del lavoro che, poi, è innescato dall’uso della manodopera sottopagata spinta nel sistema globale della produzione. Il capitale non ha bisogno di togliere le garanzie al lavoro, non ci si impegna nemmeno: delocalizza dove non ci sono garanzie. Saranno poi i partiti europei della cosiddetta “sinistra” che liquideranno la socialdemocrazia pur di rimanere al potere. Il limte di Bontempelli in questo scritto è di rilevare poco l’impatto dell’immissione di carne da cannone nel sistema capitalistico.
E dunque di fronte a questo capitalismo globalizzato – pur con gli appunti che hai fatto – quali sono le prassi di opposizione?
Dal punto 12 Bontempelli entra nel discorso di prassi: “attraverso un’azione di contrasto agli sviluppi contemporanei si dovrebbe iniziare, in ambiti determinati, a disarticolare l’attuale organizzazione dell’economia e della politica”. Bontempelli – per semplificare – ci ha detto “signori le guerre che abbiamo fatto sin qui (ossia le rivoluzioni) hanno generato fallimenti, occorre condurre la lotta secondo una logica guerrigliera”. Attaccare il capitale in piccoli punti concentrando le forze laddove si riesce a trovare una massa critica di consensi per ingaggiare la lotta. E, al punto 13, ci dice: “In Italia l’azione e il pensiero di un soggetto anticapitalista può ricevere un inquadramento generale nella denuncia della ininterrotta violazione, da parte del ceto economico e politico dominante, delle leggi costituzionali, e in un’agitazione politica che ne chieda il rispetto”. Si tratta di un esempio ovviamente. A Bontempelli importa abbastanza poco della Costituzione come oggetto, gli interessa la Costituzione per due motivi: chiedendo che sia rispettata si getta sabbia nell’ingranaggio del capitalismo e si riesce a lavorare aggregando forze che non collaborerebbero di fronte ad un movimento dichiaratamente anticapitalista. Infatti dice: “L’enorme vantaggio di questa strategia politica è che essa può permettere di uscire dal minoritarismo politico e di agganciare i sentimenti e le aspirazioni di larghe fasce della popolazione. Predicare l’anticapitalismo oggi significa chiudersi in un ghetto a ripetersi parole vuote, mentre chiedendo la fine della precarietà del lavoro, dei sottosalari, degli orari pesanti, delle produzioni che feriscono e uccidono, dei servizi mercantilizzati, come il rispetto della Costituzione esige, si può sperare di essere ascoltati”. La morale di Bontempelli è: se volete essere realmente ed efficacemente anticapitalisti non fate gli schizzinosi rispetto ai possibili compagni di lotta: “L’enorme vantaggio di questa strategia politica è che essa può permettere di uscire dal minoritarismo politico e di agganciare i sentimenti e le aspirazioni di larghe fasce della popolazione. Predicare l’anticapitalismo oggi significa chiudersi in un ghetto a ripetersi parole vuote, mentre chiedendo la fine della precarietà del lavoro, dei sottosalari, degli orari pesanti, delle produzioni che feriscono e uccidono, dei servizi mercantilizzati, come il rispetto della Costituzione esige, si può sperare di essere ascoltati”
Il che è una conseguenza dell’essersi liberati dalle ideologie …..
Precisamente, Bontempelli teorizza la superiorità dell’obiettivo sui mezzi. Non è una posizione machiavellica, non sta dicendo che il fine giustifica i mezzi (ammesso che Machiavelli l’abbia mai detto): sta dicendo il fine giustifica le collaborazioni. Il lungo punto 14 fa un esempio di questa prassi: “Una proposta politica fondamentale per una forza anticapitalistica oggi in Italia dovrebbe essere quella di massicce assunzioni di personale a tempo indeterminato da parte delle amministrazioni pubbliche”. Perché fondamentale? Perché per finanziare le assunzioni togli ossigeno (ossia fondi) al capitale e ai suoi reggicoda: “Questo piano di assunzioni massicce dovrebbe essere finanziato sul piano monetario riducendo alcune spese statali (fine di tutte le missioni militari all’estero, abolizione dei privilegi della casta politica e delle rete di clientele e poteri ad essa legata), eliminando l’evasione fiscale, sottoponendo ad alti prelievi fiscali le grandi concentrazioni di ricchezza finanziaria ed immobiliare, espropriando le ricchezze della criminalità organizzata. Ma la retribuzione di questi nuovi lavoratori dovrebbe essere, in parte, non monetaria, sotto forma di servizi gratuiti che le stesse massicce assunzioni renderebbero possibili.”. Così facendo si spostano le risorse verso settori improduttivi per il capitale e lo si affama. Nella Costituzione e nella difesa dei principi che vi sono affermati Bontempelli vede una azione di profonda opposizione al capitale sia in linea ideale che pratica. Tutte le azioni che promuovo  la legalità per Bontempelli sono oggettivamente lotta anticapitalista. E dice una cosa che sa essere sgradevole a qualsiasi orecchio “di Sinistra” che ve con “sospetto con cui negli ambienti dell’estrema sinistra si guarda agli scontri che in questi anni hanno segnato i rapporti fra politica e magistratura, e all’indifferenza sul tema dell’autonomia della magistratura. La magistratura è ovviamente una delle strutture del sistema di potere attuale. Il punto è che, per varie ragioni che non possiamo qui approfondire, è proprio dalla magistratura, dall’azione di una sua parte minoritaria, che sono venute in questi anni alcuni significativi ostacoli alle scelte dei ceti dominanti”. Certo ti hanno manganellato a Genova, ma alla fine è la magistratura che ha emesso (pur se insoddisfacenti) delle sentenze contro i torturatori di Bolzaneto. Certo c’è la magistratura che si pone a presidio della TAV ma anche quella che va contro la Thyssen. Perciò: vuoi essere anticapitalista? Bene allora devi difendere l’autonomia della magistratura.
Sembrerebbe una buona tattica dal punto di vista anticapitalista …
Infatti Bontempelli dà il meglio di sé come tattico, meno a mio avviso come stratega. E lo dico perché a partire dal punto 19 comincia a parlare del “decrescismo”. Ed entra nel merito al punto 20: “Un altro punto da comprendere riguardo alla decrescita è che essa, proprio perché riguarda le merci e l’incorporazione di energia e materie prime nei prodotti, non i beni ed i servizi in quanto tali, non è affatto un progetto francescano di rinuncia alla ricchezza economica (o almeno non lo è nell’idea a cui qui si fa riferimento, ad esempio di Latouche o Pallante); certamente ci sono idee non condivisibili di decrescita, come al tempo di Marx c’erano idee non condivisibili di comunismo o socialismo). Non è neppure un de-sviluppo. E’ un rifiuto della logica dello sviluppo, dello sviluppo come vincolo indiscutibile, con cui si vogliono ricattare quanti non vogliono accettare investimenti economici che devastano il territorio. Ed è una presa d’atto delle necessità non di fruire di meno beni, ma di consumare meno merci, e soprattutto meno energia e meno territorio”. Secondo me qui Bontempelli fa una forzatura: legge Latouche e Pallante come vorrebbe che fossero piuttosto che come sono nella realtà. Si dimentica che un elemento imprescindibile del “decrescismo” è il recupero della dimensione comunitaria non è solo “consumare meno” ma è anche – o soprattutto – ricostruire la rete di relazioni umane. In questo senso sottostima il decrescismo amputandone la parte – se vogliamo usare un termine ambiguo – “umanistica”. In ogni caso Bontempelli non aderisce al “decrescismo”; se ne appropria creando un suo “decrescismo” che diventa funzionale al suo discorso. E, in alcune parti il suo entusiasmo lo trascina verso delle ingenuità come quando dice: “Ma attenzione: una disponibilità accresciuta di beni e servizi può essere realizzata anche in un contesto non di sviluppo, ma di decrescita. Un esempio: immaginiamo che il nostro sistema sanitario cominci a svolgere una seria attività di prevenzione ecologica delle patologie mediche, e, con un’immaginazione ancor più sganciata dalla realtà attuale, che il nostro sistema politico e amministrativo produca e faccia rispettare leggi che riducano drasticamente i rischi di infortuni sul lavoro e di contatto nell’ambiente con sostanze patogene. In una tale situazione il cittadino fruirebbe di migliori servizi sanitari e potrebbe maggiormente disporre di quei beni preziosi che sono cure mediche attente alle persone e basate su buone informazioni ambientali, nel quadro non di uno sviluppo, ma di una decrescita dell’economia. Infatti il contributo del sistema sanitario allo sviluppo dell’economia è dato dalla quantità di farmaci immessi sul mercato, di apparecchi diagnostici smerciati, di tempi di degenze ospedaliere, che evidentemente diminuirebbero nel caso di un’efficace prevenzione di diverse patologie e di una drastica diminuzione di malattie e infortuni sul lavoro”.
Perché ingenuità?
Perché è solo apparentemente ragionevole, purtroppo le cose sono più complesse di quanto questo discorso farebbe pensare. Lui dice: “il contributo del sistema sanitario allo sviluppo dell’economia è dato dalla quantità di farmaci immessi sul mercato, di apparecchi diagnostici smerciati, di tempi di degenze ospedaliere, che evidentemente diminuirebbero nel caso di un’efficace prevenzione”. Io gli potrei obiettare che il più rilevante contributo del sistema sanitario all’economia è mantenere sane – e quindi produttive per il capitale – le persone orientando la ricerca verso le malattie più diffuse che hanno un impatto massiccio sulla produttività. Se seguissi la sua logica dovrei spingere perché si utilizzino risorse per malattie rare di poco impatto sulla produttività generale. Ed è in parziale contraddizione con quanto ha detto precedentemente cioé un piano di allargamento dei servizi al cittadino che metta in crisi le spese più interessanti per la crescita del capitale (armamenti, TAV, ponti sugli stretti). Certo poi recupera il vero punto qualificante del “decrescismo” quando dice “Un tale passaggio è possibile solo attraverso un profondo cambiamento culturale che consiste nel dare valore non al consumo di oggetti acquisiti sul mercato ma alla sicurezza di una vita garantita nei suoi bisogni di base e ricca di possibilità di relazioni umane”. Ma mi sembra che lo faccia più per dovere che per intima convinzione.
Mi sembra però che l’analisi di Bontempelli vada anche oltre al decrescismo?
Sì perché al punto 24 arriviamo al “sovranismo”: “La politica che qui indichiamo come necessaria per superare la barbarie capitalistica prossima ventura richiede quindi una riconquista di indipendenza e sovranità dello Stato-nazione, e un deciso contrasto a tutti quei fenomeni, normalmente riassunti sotto l’impreciso termine di “globalizzazione”, che in questi decenni hanno via via eroso e svuotato gli Stati-nazione, per sottoporli al potere delle oligarchie economiche internazionali e del loro Stato di riferimento: gli USA”. Purtroppo a parte questo passaggio non c’è altro nel documento. Non sono riuscito a trovare nei testi di Bontempelli qualcosa di più ampio sull’argomento, credo che all’epoca di questo scritto fosse ancora in una fase di riflessione vista la vaghezza generale.
Come si concludono le tesi?
Con un ritorno circolare ai primi enunciati. Bontempelli (punto 27) ci dice che le lotte che si devono fare si fanno anzitutto in nome dei valori: “L’abolizione del lavoro precario deve essere richiesta non perché è incompatibile con l’attuale fase del capitalismo, ma perché la condizione della precarietà umilia chi la vive. Il territorio deve essere difeso dai progetti invasivi perché vivere in un ambiente decente è un diritto di ogni essere umano. E così via.” Ossia – ed ecco spuntare il neoidealismo – ci dice che le lotte si fanno per gli ideali. Poi, siccome queste lotte producono anche effetti nocivi per il capitalismo, vanno fatte in una ottica anticapitalista. “Ciò che distingue l’anticapitalista è il sapere che queste richieste, essendo incompatibili con l’attuale organizzazione sociale ed economica, ne implicano il superamento”. Perciò non ditevi anticapitalisti ma agite con una coscienza anticapitalista. Ciò vi permetterà di entrare in situazioni collaborative con tutti coloro che non accetterebbero un discorso esplicitamente anticapitalista. Ciò che pone al riparo dall’idea di usare uno stratagemma è che la lotta si fa anzitutto per degli ideali. Per questo il punto 28, quello conclusivo, chiude il contributo ribadendo l’attacco alle “conventicole comuniste”: “Non si può chiedere a qualcuno di  impegnare la propria vita su parole vuote. Si può chiedere invece di lottare per la giustizia e per il rispetto della dignità degli esseri umani, se si riesce a riempire queste parole con dei contenuti. E abbiamo fin qui spiegato come questo può essere fatto”.
E tu come concludi questa analisi?
Io direi che parlare delle tesi di Bontempelli in termini di realizzabilità non sarebbe uno sforzo intelligente. Piuttosto direi che se ne può comprendere il senso pieno ricollegandolo alle sue radici filosofiche. Se osservi bene l’analisi di Bontempelli del reale non è diversa da quella di John Holloway. I due si potrebbero stringere la mano esaminando quel che ci sta capitando. Ma poi, sul “che fare” vanno in due direzioni diverse: Bontempelli verso la realizzazione degli ideali che coincidono con la lotta anticapitalista, Holloway verso il concetto di “autodeterminazione” e quindi verso lo zapatismo. Se guardo al dibattito acceso tra Holloway da una parte e il duo Hardt-Negri dall’altra trovo molto in Holloway che ha il sapore di Bontempelli. Ma la grande differenza sta nel fatto che Holloway da un nome e cognome alla lotta (zapatismo, attacco alle “fessure”) Bontempelli non riesce a salpare dal porto del neoidealismo. Cerco di spiegarmi meglio. Gli attivisti anticapitalisti di Bontempelli a me fanno pensare ai rappresentanti di quelle organizzazioni semisegrete leggendarie, quelli che attraversano i secoli con un loro obiettivo tramandato di generazione in generazione. Agenti coscienti del proprio fine ma invisibili. L’anticapitalista che – guidato da supremi ideali – agisce senza porsi come anticapitalista rinuncia alla sua identità di anticapitalista per entrare in altri movimenti che possono perseguire i suoi fini. Ma mantiene un livello di coscienza superiore: sa di essere anticapitalista. Difende la Costituzione italiana insieme a “Libertà e Giustizia” ma a differenza di “Libertà e Giustizia” sa che difendere la Costiutuzione per lui è parte di un processo più ampio. Questo “essere senza dichiararsi” per me ha il sapore di un éscamotage che Bontempelli certca di esorcizzare ricorrendo all’idealismo hegeliano. Insomma “persegui la realizzazione degli ideali sapendo che, così facendo, scardinerai il capitalismo”. E poi ci dice: non pensare ad un mondo futuro perché il progettarlo ti limiterebbe nell’azione. Che, ancora una volta è pesantemente neoidealistico. Sul piano pratico questo tipo di agire politico fa sì che una organizzazione anticapitalista non possa (e non debba) sorgere. Ma se non sorge si nega qualsasi aspetto organizzativo, di coordinamento. Gli attivisti di Bontempelli sono uomini soli con una ferrea idea in mente che agiscono insieme ad altri – dotati di minore coscienza politica dei fini ultimi – restando soli. E questa solitudine – oltre a diventare un po’ eroica – si priva di simboli, di identità aggreganti, di connotazioni. Tutte cose che servono per aggregare. Nel timore che sollecitare l’aggregazione su un esplicito programma anticapitalista, significhi restare in una nicchia, Bontempelli trasforma l’azione anticapitalista in un agire solitario e nascosto e, forse, indistinguibile. Il che per me non è praticabile perché, agire come agenti segreti di una idea che non si deve manifestare, è tanto neoidealistico da diventare poco desiderabile per degli attivisti ventenni. Difficile pensare alla praticabilità di un anticapitalismo “nascosto”. Come d’altronde mi risulta complicato pensare che sostituendo “comunismo” o “marxismo” con un più largo “anticapitalismo” si portino a risoluzione dei problemi di teoria o di prassi.

Perciò?

Perciò io credo che una mente così fertile come quella di Bontempelli purtroppo ad un certo punto del suo percorso intellettuale si sia votata all’isolamento e che questa tendenza si rifletta sulle proposte che abbiamo visto. Bontempelli studiava il mondo acutamente ma standone fuori in un contesto di riservatezza che lo ha reso periferico insieme al suo pensiero. Per quanto criticabili tesi come quelle di Holloway (e lo cito perché una parte della sua analisi ha punti di coincidenza con quella di Bontempelli) arrivano a disegnare qualcosa di più simbolicamente palpabile. Indicano dei simboli (Zapatismo, Sub-Comandante Marcos). E i simboli, le esperienze concrete coinvolgono e mobilitano. Mi immagino un militante che alla domanda su come la pensa e in cosa crede si trovi costretto a non poter neppure dichiararsi “anticapitalista”. Può sembrare strano ma anche io sono stato giovane e militante. Ma essere militante senza poter dichiarare la propria appartenenza, senza poter “sognare il mondo”, utilizzando altri movimenti per ottenere i miei obiettivi, sarebbe stato molto difficile.

Grazie.

Prego, però adesso mi fate andare in vacanza …..

Come comunicare l’uscita dall’Euro sul web

Qual’è la salute della comunicazione sul web a proposito del tema Euro? Bamaisin è riuscita ad acchiappre, quasi con le valige in mano un mico che ha le competenze giuste per provare a rispondere. Ovviamente lo possiamo chiamare ArsLonga3 anche se non lo abbiamo arruolato in modo definitivo.

—————————–

So di averti martirizzato, hai visto tutto il materiale che ti ho indicato?
Sì, ci ho messo un po’ di tempo ma ho letto tutto, poi ho completato il quadro andando a curiosare su Internet.
Che idea generale ti sei fatto visto che ti occupi di scienza della comunicazione?
A parte il fatto che quando si parla di “scienza” rispetto alla “comunicazione” io mi sento sempre a disagio, questo come premessa, l’idea generale è che ci sia una bella confusione creativa e, contemporaneamente, una inspiegabile frammentazione.
Poster-di-propaganda-Russa-dal-1947-al-1953.15Stai parlando del campo anti-euro?
Sì, di tutti i singoli e i gruppi che sostengono l’uscita dall’Euro. Io posso fare una analisi dal punto di vista della comunicazione (che ovviamente diventa anche analisi politica) non posso fare una analisi sui contenuti economici visto che già faccio fatica a gestire il mio conto corrente in banca. Ciò premesso due o tre cose le ho messe insieme.
Su chi ti vuoi concentrare?
Direi su Bagnai che è il più esposto mediaticamente insieme a Borghi. Come fonti ho utilizzato il suo blog, le apparizioni televisive apparse in YouTube, la lettura del libro che ha scritto. Per dirla con una parola sola l’ho trovato molto efficace. I vari media naturalmente si sostengono a vicenda. Le apparizioni televisive e gli articoli sui giornali nazionali fanno crescere l’attenzione sul sito, il sito però è strategico per mantenere un flusso costante di scambio con i sostenitori dell’idea. Il libro rappresenta un elemento essenziale perché oltre a raggiungere un pubblico che non frequenta la Rete diventa uno strumento ulteriore ad uso di chi quel pensiero vuole diffonderlo.
Va bene, sin qui è però tutto abbastanza intuitivo ….
Sì, certo, adesso entro nella parte “hard” del ragionamento. Introduco due concetti che sono piuttosto antichi: Gemeinschaft e Gesellschaft che hanno come padre Ferdinand Tönnies. Per sintetizzare Gemeinshaft è una comunità  i cui membri hanno un modo di sentire comune, hanno delle “ragioni associative” (famiglia, villaggio, reggimento, ordine religioso, etc.). Nella Gesellschaft le relazioni tra le persone sono “contrattuali” e le persone diventano anonime. Tönnies scrive che le persone dentro la Gesellschaft sono sole e in opposizione una all’altra: “nessuno farà qualcosa per l’altro, nessuno vorrà concedere e dare qualcosa all’altro, se non in cambio di una prestazione o di una donazione reciproca che egli ritenga almeno pari alla sua”. L’uomo moderno vive in una Gesellschaft, ma lo stato di natura è la Gemeinschaft perduta. Il periodo di crisi che stiamo vivendo acuisce questa sensazione di isolamento e di rapporti artificiali. Non si è soli soltanto rispetto alle interazioni ma, anche, rispetto alla sofferenza indotta dalla crisi. Il blog di Bagnai prima ancora che sostenere una idea ricostruisce una Gemeinschaft.
Ma non lo fa anche Grillo?
No. Grillo c’è attraverso delle comunicazioni che in realtà non sono destinate al pubblico ma al mondo della politica. Grillo non risponde, butta in pasto ad un pubblico delle affermazioni. Bagnai interagisce, “insegna”, diffonde. Fa qualcosa di molto più faticoso ma molto più coesivo. A me sembra un buon esempio di realizzazione di quella che si chiama “teoria a partecipazione democratica”. C’è interscambio di ruoli tra emittente e ricevente, la deistituzionalizzazione, l’orizzontalità della comunicazione. In Grillo tutto questo non c’è, o almeno io non riesco ancora a trovarlo.
Quindi il blog diventa una Gemeinschaft?
Non c’è automatismo, non è che fare un blog corrisponda a creare un senso di comunità. E non basta neppure che ci sia una idea condivisa. Occorre che si crei un clima. Bagnai crea un clima. Consapevolmente o meno ha saputo utilizzare il suo essere “professore” per avere l’autorevolezza necessaria (e non sto parlando di economia) a gestirla questa comunità che si comporta come una classe attenta. Però poi sa introdurre elementi molto umani, personali, che stemperano il rapporto con chi lo segue. Diventa così piacevole leggerlo anche quando appare più respingente.
Ossia quando diventa arrogante o maleducato?
Anche. Ma è molto meno aggressivo dal punto di vista della comunicazione di quanto non sembri. La maggior parte dei pezzi che ho letto è più concentrata sulla argomentazione che sull’uso di una chiave aggressiva. Poi ognuno ha il suo carattere personale. Però non ridurrei tutto alle spiacevolezze. E le spiacevolezze poi fanno parte anche di un uso colloquiale della comunicazione. Non mi incisterei sul registro della arroganza o della maleducazione. Non è la cosa più significativa.
E quale è la cosa più significativa?
Il fatto che Bagnai appare autentico e vicino nel modo in cui usa la comunicazione. Ripeto: di economia non ne capisco nulla perciò non entro nel merito della validità o meno di quanto sostiene. Autenticità significa saper comunicare che credi veramente a ciò che affermi, anche al di là delle argomentazioni specifiche. Io mi sono perso in tutti quei grafici che ogni tanto ho  visto, però la sensazione è di chiarezza anche se non capisci tutto. In questo comunica in modo molto didattico, scandisce con precisione il filo argomentativo, non fa troppi salti logici. Ti prende per mano e ti fa vedere come stanno le cose. Chissà, probabilmente, se rileggo due volte o tre capisco anche io. Insomma a prescindere dall’aver ragione o no sa spiegarsi.
E passando alle cose che hai visto su YouTube?
Ho visto degli interventi televisivi in diverse trasmissioni. Dal punto di vista dei difetti ho visto una difficoltà ad adeguarsi ai tempi televisivi ma questo vale per tutti. Come presenza televisiva mantiene un atteggiamento difensivo, un po’ respingente. Paradossalmente se non viene attaccato è – per me – meno efficace. Perché il suo punto di forza è il registro canzonatorio. Per esaltarne l’efficacia bisognerebbe sempre affiancarli qualcuno che ne capisce molto poco perché allora sembra scattargli un’ira repressa che traduce in ridicolizzazione efficace. Il fatto che si avverta che sta “soffrendo” quando un altro ospite dice cose che non condivide lo rende ancora una volta autentico. Perché poi – al di là della analisi – secondo me soffre veramente come il professore di fronte a un alunno che non ha capito niente. Nella “Vita in diretta” del 2 maggio 2013 l’efficacia è cresciuta nel contraddittorio con Plateroti. Ovviamente la presenza scenica deriva molto dal format e da chi lo conduce. Ma ho visto che la tecnica di comunicazione non cambia molto pur in contesti differenti. Ad esempio in un ambiente meno ingessato come nell’anteprima web de “L’ultima parola” gioca ancora meglio. Mi sono segnato la parte dal minuto 24.40 dove parla di Cipro va avanti per due minuti senza inceppamenti e con efficacia. Verso il minuto 27 quando riprende la parola aumenta il tono “scansionatorio” nella pronuncia delle parale. Voglio dire che se lo lasciano parlare acquista in ritmo e, qiuindi, in efficacia. Non sto riferendomi a cosa dice ma a come lo dice ossia alla musicalità. Rimane sullo schema fatto-argomentazione-conclusione con grande rigore anche se lo disturbano. Adesso non mi soffermo su tutti i video che ho visto però mettendolo a confronto con i video di Claudio Borghi mi sembra più efficace Bagnai. Nell’ultimo video che ho citato ad esempio non solo non è entrato in crisi di fronte ad un attacco (piuttosto confuso) ma ha riguadagnato velocemente il suo tono senza cadere nella provocazione (da 34.08 a 38.46). Poi dopo si esalta e quando si esalta tira fuori qualche battuta gergale (“andare per stracci” per esempio o “anghelona”) che aiuta.
Quindi televisivamente come vedi la sua comunicazione?
Buona per una persona che è stata catapultata dentro il medium televisivo. Direi che dovrebbe trovare più sintesi tra la necessità di dire cose esatte (dal punto di vista dei contenuti) e i tempi televisivi.  E dovrebbe riuscire ad astrarsi dagli interlocutori, gli interlocutori non contano niente, contano quelli che stanno dall’altra parte della televisione. Ad Agorà del 9 settembre 2012 mi è sembrato soffrire di più dalla “ingerenza” del conduttore. Peraltro continua ad essere efficace anche in ambienti “ostili” perché regge il video sulla distanza senza cali (a parte definire “peones” Padoa-Schioppa cosa di cui un suo interlocutore si è subito appropriato a 28.55 per interromperlo). Il momento in cui l’ho visto meno efficace è la puntata di Agorà del 19 marzo 2013 dove ha perso parzialmente il suo aplomb ed è rimasto poco coordinato. La battuta delle “nozze gay con i fichi secchi” è stata poco felice. Se hai dei tempi diversi da quelli televisivi puoi argomentare la battuta, in televisione no e su una battuta poi ti crocifiggono. Stava sviluppando un discorso un po’ difficile televisivamente parlando. Il senso (per come l’ho capito io) è che la Sinistra da un lato ti affama con l’euro e dall’altro svolge una campagna sui diritti civili. Credo Bagnai volesse cogliere questa contraddizione. Ovviamente si può essere d’accordo o meno sul fatto che sia una contraddizione (per me lo è perché disgiunge due diritti sacrosanti) però il problema è renderlo al meglio. Quella battuta riassumeva troppo il concetto ed era manipolabile.
Passando da Bagnai all’area anti-euro sul web cosa hai notato?
Da persona totalmente estranea una gran confusione. Ovvio che su temi particolarmente traenti i media si buttano con entusiasmo. E laddove si buttano i media poi ci si butta il web. Anche se alcuni lo sostengono io non sono convinto del fatto che il tema “caldo” sia un prodotto del web. Continua ad essere un prodotto televisivo che poi arriva sul web. L’esempio di queste ore è la sentenza della Cassazione su Berlusconi. La televisione produce e il web segue. Poi in seconda battuta i due media si rafforzano a vicenda finché il tema non diventa definitivamente “freddo”. Il tema dell’uscita dall’euro è un tema che non raggiunge “calore” sul mezzo televisivo (credo per volontà politica), il calore maggiore lo raggiunge sul web grazie alla pluralità di voci. Ora un tema caldo è per sua natura miele ma il miele non attira solo le api produttive ma anche le mosche fastidiose. Significa che su un tema caldo si scatena la guerra delle keyword: le mosche affrontano un tema caldo non per approfondirlo ma per entrare nella corrente di click. L’ecosistema rappresentato dall’argomento si inquina e le api (quelle che veramente dibattono il tema) vengono soffocate da un ambiente inquinato. Il tema “uscire dall’euro” non è ancora “caldo” ma si sta scaldando e quindi questo pericolo di inquinamento aumenterà,
Perché dici che si tratta di un tema che si sta scaldando?
Faccio un esempio usando Google, che è la via più facile anche se molto imprecisa. Se digito nel motore la frase “uscire dall’Euro” Google mi produce più di cinque milioni di risultati. Sono tanti? Secondo me ancora no. Per due motivi. Il primo è che rispetto al top è distante. Il top, per capirci, è la regola della Rete: “Internet is for porn”. “Porno” ti genera 507 milioni di risultati, “porn” 901 milioni. Precisato questo, il tema si sta scaldando per esempio perché se cerchi “Angela Merkel” ti arrivano 25 milioni di risultati, se cerchi “Angela Merkel euro” te ne arrivano 16 milioni. Questo significa che il tema “euro” sta cannibalizzando il personaggio “Merkel”. Ovviamente queste sono rilevazioni molto primitive, fatte a spanne ma sono ragionevolmente sicuro che usando sistemi di rilevazione più sofisticati giungeremmo alla stessa conclusione. Tornando alla metafora del miele, occorre dunque stare attenti alle mosche ma non solo, bisogna stare anche attenti che il miele non diventi freddo. E voglio dire che quello che ho visto è una mancanza di unità comunicativa nell’alveare. Come se le api si pungessero tra di loro. Questo fa sì che se io mi voglio documentare sull’argomento vengo rimpallato dalle polemiche. Giro i siti e rimbalzo da uno all’altro seguendo le polemiche tra l’uno e l’altro. Il navigatore “senza parere”, quello che se lo deve formare non ne riceve una buona impressione. Si stufa e se ne va o rimane ancorato al gusto che tutti hanno un po’ di seguire gli argomenti quando vede che c’è casino. Ma anche qui le polemiche spingono in basso i contenuti, li rendono più indistinguibili.
E come si risolve questo problema?
Dal lato tecnico immettendo sempre più “buoni contenuti” per spingere in basso quelli cattivi o inutili. Come quando devi migliorare la reputazione di qualcuno che ha un problema sulla rete. Che so una impresa che si ritrova al primo posto nella ricerca un articolo negativo. La reazione è scrivere molti articoli positivi cronologicamente freschi e fare in modo che l’articolo positivo mi porti ad un altro articolo positivo. Però questo significa anche entrare nell’agire politico, ossia mettersi d’accordo e spingere in secondo piano (dopo averle chiarite) le differenze. Significa gestire i forum di discussione senza contrapposizioni, far acquistare serietà all’argomento attraverso voci diverse ma che si rispettano e dialogano.
Vista la pluralità di voci mi pare difficile…..
Se volete portare il tema ad un livello di calore sempre maggiore non c’è scelta. Gli scontri riscaldano per poco tempo, poi le persone vogliono bei contenuti, interessanti, che stimolino la riflessione. E chi naviga sul web è un pubblico esigente. Più esigente della media, specie se cerca un contenuto preciso. La qualità è lenta ad affermarsi ma paga sempre. Cominciate voi, indipendentemente dal resto.
Noi?
Sì, certo, non è difficile. Concentratevi sull’informatività. Quando scrivete un pezzo domandatevi: “cosa si porta a casa il lettore? Informazione o polemica?” Se è polemica riscrivete. Anche a costo di cancellare le polemiche già fatte. Rileggetevi criticamente, pesate le parole come se aveste di fronte un pubblico, misurate l’utilità sulla qualità, non sulla quantità.
Secondo te qualcuno lo fa già?
Sui siti che trattano di economia e di crisi ne ho visti di molto equilibrati adesso non voglio fare l’elenco perché magari ne ho perso qualcuno, però per esempio The Walking Debt, Keynesblog mi sono sembrati sobri, informativi, misurati. Poi se anche nessuno lo facesse non è un buon motivo per non cominciare a farlo.
Ma per loro il tema “uscita dall’Euro” è laterale ….
Può essere ma io sto parlando di stile di comunicazione. Il mio suggerimento è: rifletteteci. E poi c’è un modo semplice per capire se state lavorando bene: la curva dei click cresce lentamente, senza picchi improvvisi. Spesso quando ci sono troppi picchi c’è poca credibilità sostanziale. E se proprio qualcuno vuole un picco metta “porn” tra le keyword piuttosto che una polemica poco utile.
Grazie del consiglio …..
Prego, ma non era gratis …. il pesce piace anche a me
Provvederemo

Analisi del Manifesto del Fronte Popolare Italiano

Tag

,

 

Ci siamo occupati – a margine della discussione sull’uscita dall’Euro – delle teorie della “sovranità” che – almeno i rete sono rappresentate da diverse aggregazioni. Avevamo ammesso la nostra incapacità a collocare il sovranismo in schemi politici usuali. Ci è stato detto (anche non troppo larvatamente) di studiare e di approfondire. Abbiamo cercato di farlo e abbiamo scelto di analizzare un documento: il Manifesto del Fronte Popolare Italiano. E siccome volevamo una analisi e non una critica siamo andati da un esperto di Scienza Politica che insegna da qualche parte e che abbiamo arruolato nel nostro “collettivo di fessi” (copyright di bvzm1). Consideratelo come ArsLonga2. Gli abbiamo dato da leggere e commentare il Manifesto e lo abbiamo intervistato. Quello che segue è la lunga chiacchierata che ne è uscita fuori. Ovviamente tutto è opinabile perciò si pregano gli interessati di non vedere quanto scritto come una critica. Volevamo capire da qualcuno che stimiamo impressioni e valutazioni, non giudizi.

———————-

– Hai esaminato il Manifesto del Fronte Popolare Italiano. Che impressione generale ti ha fatto?
Sono partito da questo documento perché – se ho capito bene – è l’atto fondativo di un “non-partito” e sembra andare al di là della questione della sovranità monetaria per porre una visione più ampia. Non vorrei dire una cosa troppo grande ma qui (almeno per ora, poi non so se ci siano o saranno altri documenti simili) sembra emergere la “visione del mondo” (intesa come Weltanschaaung) del movimento che lo ha stilato. La questione dell’Euro qui si ricolloca in una visione più ampia insomma. L’impressione generale è che ci sia uno sforzo di sintesi, anzi un sincretismo di idee che provengono da diverse tradizioni politiche ma anche dalla Tradizione intesa in senso guenoniano.

Ed emerge da questo sincretismo qualcosa di più vicino alla sinistra o alla destra, giusto per capire l’impronta generale?
Da quel che mi è sembrato lo sforzo è evitare di dire “cose di sinistra” o “cose di destra”. Il lsottofondo ha un sapore che si potrebbe definire di “rivoluzione conservatrice”. Mi spiego meglio: la Konservative Revolution fu una esperienza politica che è stata liquidata molto male e frettolosamente dalla storiografia e perciò alla fine ne è uscita o denigrata o esaltata ma mai presa troppo sul serio. Però all’interno c’erano cose molto distanti e per certi versi la sua forza risiedeva nella disomogeneità. Per sintetizzare brutalmente: dentro c’era Thomas Mann e von Hoffmanstall, ma anche Jünger e Heidegger, Sombart e Schmitt. Insomma fu un crogiolo i cui pezzi presero poi vie molto distanti. E c’erano delle cose che ho visto anche in questo manifesto: un fastidio verso il parlamentarismo, la messa in primo piano di valori tradizionali, una tendenza che più che patriottica sembra essere identitaria, il bisogno di recuperare elementi guida di tipo morale.

E dal punto di vista delle proposte e del clima generale?
Adesso le vediamo singolarmente, ma il senso generale è quello appunto di una serie di proposte che diventano rivoluzionarie perché riprendono qualcosa di desueto e lo riattualizzano. Ossia il senso rivoluzionario è un po’ quest’opera di riproposizione. Il clima generale – e questo è un altro punto di contatto con la Konservative Revolution – è il pessimismo e il disagio. Ovvero: tutto sembra partire dalla constatazione di un declino non solo morale ma generale, da un senso di perdita e da un bisogno molto “virile” o “virilizzato” di reagire.


Vediamo allora i punti più salienti?
Sì, ma ancora una premessa: il manifesto non è un corpus ordinato rigidamente secondo delle tematiche. Raggruppa alle volte aree di intervento ed argomenti ma non lo fa con sistematicità perciò i vari punti devono essere raggruppati in modo diverso dalla successione degli articoli cosa che ho fatto io, in modo perentorio per aree tematiche.


E da quale area cominciamo?
Direi da quella più ideale ossia dall’ambito religioso. Il primo punto che lo affronta è il 16: “Dobbiamo sviluppare e insegnare ai nostri figli una religione civile della Madre Terra. La possibilità di vivere con il proprio lavoro sulla propria terra deve essere promossa.” Questo richiamo alla terra come valore supremo ha una doppia valenza: di coesione nazionale e di superamento delle contraddizioni sociali. E’ una sorta di Lebensraum che produce identità e – per questo – meritevole di diventare spazio religioso. Tanto che gli altri punti che riguardano questo argomento sono svolti in negativo. Mi riferisco ai punti che vanno dal 32 al 33. Questi punti sono preceduti dal 31 che afferma: “La vita è piena, non vuota; è concreta non astratta. La vita è ciò che corre tra la nascita e la morte. L’enorme importanza assunta, presso certe dottrine, soprattutto religioni, dalla nascita e dalla morte fa da contraltare al declino della vita. Il fenomeno deve esser invertito.” Onestamente mi è sembrato involuto ma se ne ho compreso il significato e lo collego al punto 16, sembra voler sottrarre il concetto di vita alla speculazione teologico-metafisica. Sembra dire: “la vita è qui e ora, il resto è pensiero astratto e quindi improduttivo”. Non se sono certo ma mi sembra di poterlo dire leggendo gli altri articoli. Il 32 dice: “Se la chiesa cattolica vuole essere una associazione, riconosciuta o non riconosciuta, come tutte le altre, pienamente legittimata ad esprimersi sulle scelte politiche del popolo italiano, deve prima rinunciare a tutti i privilegi concessi con il concordato e le leggi di revisione e deve cessare di essere uno Stato. Altrimenti deve stare in silenzio: può parlare ai cattolici; non ai politici italiani, né ai cittadini italiani. Tutte le altre confessioni religiose, essendo prive dei privilegi della chiesa cattolica, devono essere libere di esprimere le opinioni che vogliono, anche sulle scelte politiche che il popolo italiano si trovi a prendere.”


Una cosa tipo “libera Chiesa in libero Stato”?
Sì, ovviamente il succo è questo e non potrebbe essere altrimenti visto che alcune reminiscenze risorgimentali sono esplicite nel movimento. Cavour ci sta tutto. Ma c’è anche la negazione della “religione di Stato” in senso metafisico. Il Cattolicesimo è ricondotto ad una parità con qualsiasi altra religione perché la “religione” è quella affermata dal punto 16, ossia la Terra. Il cittadino è anzitutto un devoto alla patria e poi, se vuole, nel privato alle proprie credenze religiose che non hanno però “corso legale”. Il punto 33 mi ha incuriosito, dice: “Quando il nostro interlocutore, nel discorrere di problemi politici – e ribadiamo di problemi politici – afferma “io sono cattolico”, noi gli rispondiamo: “Non ci interessa minimamente. Cita le tue scritture sacre! Le parole delle sacre scritture, in particolare le parole di Gesù, le ascoltiamo sempre volentieri e non ci interessa se chi le pronuncia è cattolico o meno.” Qui, sia nel tono che nel contenuto, si mette in discussione l’auctoritas del discorso religioso come discorso di potere. Sembra che dica: chiunque può “narrare” il discorso religioso. Il che significa disancorarlo dalla struttura di potere clericale e riappropriarsene. Un discorso laterale, non diretto ma che sembra voler depotenziare le religioni con attese escatologiche già affermata al punto 16.


E sul tema religioso che conclusioni trai?
Direi che il Manifesto esprime un sentire che va anche  al di là dell’anticlericalismo risorgimentale. Non so se sia un caso o no, però sembra di sentire qualcosa che assomiglia al pensiero di Alberto Radicati di Passerano che dal suo anticlericalismo arriva alla giustificazione etica del suicidio nella “Dissertazione filosofica sulla morte” del 1732. Infatti, e sarà un caso, il Manifesto parla di suicidio al punto 30: “Crediamo che debba essere riconosciuto finanche il diritto di seguire l’usanza di antichi popoli, presso i quali gli anziani, avvertendo l’avvicinarsi della fine, si isolavano dalla comunità, si sedevano sotto un grande albero e attendevano la morte come ultimo tenero abbraccio della madre terra.” Che non è solo il riconoscimento della liceità della eutanasia (in linea di assoluto principio e quindi con una certa vaghezza) ma anche il suo ricollegarlo all’antichità, alla tradizione pre-cristiana. L’idea del vecchio che se ne va a morire sotto l’albero ha il tono lirico del ricongiungimento alla Terra, appunto: Alberto Radicati di Passerano.


Il secondo gruppo tematico che emerge?
In linea con il sapore di Rivoluzione Conservatrice direi il tema dell’educazione nazionale che è trattato molto, anche di più di quanto ci si aspetterebbe in un Manifesto politico. I punti vanno dal 20 al 25. Io metterei per primo il punto 24 che dice: “La scuola non deve formare uomini moderni, bensì semplicemente uomini, che sappiano guardare dentro di sé e fuori di sé.” che per essere capito va strettamente coniugato con il punto 22: “Le funzioni essenziali della Scuola e dell’Università sono due: formare gli uomini e valorizzare i talenti. La Scuola, se si tratta di Scuola tecnica, può eventualmente svolgere anche la funzione di fornire agli studenti notizie e tecniche utili a svolgere un lavoro. L’Università e i licei, che non siano licei tecnici, mai”. Qui la visione della scuola ha un sapore molto antico, quasi antimoderno. Ossia: la scuola non insegna materie ma educa il corpo della nazione. La scuola (tranne poche eccezioni, ossia gli istituti tecnici) forma il carattere della nazione e poi, in seconda battuta, trasmette insegnamenti pratici. Tanto che i licei vengono recuperati a quell’antico livello di superiorità, insomma le scuole per la classe dirigente. Il quadro è quello di una scuola molto tradizionale nella quale la “modernità” va espulsa o, quantomeno, recintata a favore della educazione del cittadino.


Quindi si auspica una scuola con una educazione fortemente umanistica?
Direi di più ancora: una scuola come suprema agenzia formativa più importante della famiglia e comunque superiore alla famiglia, tanto che il punto 21 dice: “La libertà nella scelta dei metodi educativi è sacrosanta. Invece, l’obiettivo dell’educazione è un dato indiscutibile: che il giovane sia coraggioso, intelligente, colto, paziente, disponibile a sopportare immensi sacrifici per il raggiungimento degli obiettivi che si prefigge, magnanimo con i deboli e dignitoso con i potenti. La realizzazione di questo obiettivo non è affidata soltanto ai genitori, bensì anche alla Scuola; o soltanto alla Scuola, quando i genitori si rivelino inidonei o deliberatamente si sottraggano al loro sommo dovere.” E questo è interessante perché ci dice che la scuola deve formare individui con le migliori qualità spirituali individuate in caratteristiche che hanno un sapore molto marziale. Deve formare cittadini orientati al dovere, forgiati nei sacrifici e disponibile ai sacrifici. E il compito è un compito della nazione più che della famiglia. Famiglia che può scegliere il metodo (che so steineriano piuttosto che qualcos’altro) ma non può derogare dall’obiettivo di formazione del cittadino ideale. La prevalenza della missione della scuola sulla famiglia è esplicita al punto 23: “Bisogna ridare prestigio alla Scuola. Ma il prestigio presuppone il potere. Nella sfera di competenza della scuola, il potere educativo della medesima, se contrasta con l’orientamento dei genitori dello scolaro, deve prevalere. La scuola deve sottrarre i giovani alle pretese e alle ansie dei genitori, per renderli uomini”. Qui la locuzione “orientamento dei genitori” è opaca. Non si capisce se ci si riferisce all’orientamento politico, religioso, oppure se è – più banalmente – la restituzione al maestro dell’autorità repressiva sullo scolaro. Insomma non è chiaro se è qualcosa di molto ideologico o di molto spiccio, tipo autorizzare nuovamente che il maestro o il professore ti prenda a ceffoni come succedeva a noi da piccoli. Comunque sia la visione è quella di una scuola antica, molto autorevole, con una buona dose di autoritarismo. Quasi una scuola che sospende, nell’orario di lezione, la patria potestas a favore dell’educatore.


Altro tema sviluppato in modo completo?
Direi quello che si occupa esplicitamente o implicitamente del controllo dei media. Il punto che funziona da “cappello” generale è il 20: “Sappiamo che oltre alle tre funzioni esercitate dai tre poteri dello Stato esistono altre due funzioni, le quali non sono esercitate, se non in parte, da poteri o organi statali: creare moneta e formare l’opinione pubblica. Entrambe devono essere sottratte al grande capitale e consegnate al popolo”. Tralascio il punto sul battere moneta. “Formare l’opinione pubblica” non è tecnicamente una “funzione” a meno che non si stia parlando di un regime totalitario con un Ministero della Cultura Popolare creato ad hoc. Anche se qui si dice che la “funzione” va restituita al popolo è poco credibile che il popolo possa gestirla poi da sé. Sembra un po’ circolare: c’è una funzione di orientamento dell’opinione pubblica ed essa viene restituita al popolo. Quindi o il popolo si “autoforma” oppure ci deve essere una “agenzia” che cura il formarsi dell’opinione pubblica. Questo non è affermato esplicitamente però al punto 25 si dice: “Muoviamo dalla consapevolezza della enorme superiorità della scrittura rispetto alle immagini” e al punto 26: “Sappiamo che la televisione è droga e in particolare sappiamo che è un narcotico”. Ora, lasciando perdere il quadro che radicalizza anche il pur duro giudizio di Popper sulla televisione, per deduzione il controllo su un medium tanto pericoloso, che si basa sulle immagini ed è quindi “inferiore”, non dovrebbe essere lasciato al popolo a voler essere conseguenti.


Perciò?
Perciò il Manifesto non è chiaro su questo argomento: non viene esplicitato chi dovrebbe controllare un settore così delicato in grado di influenzare l’opinione pubblica. O meglio, siccome il punto 17 dice “La pubblicità deve essere ridotta. Una lenta ma inesorabile riduzione della pubblicità: questa è la strada”, si deduce che un forte intervento dello Stato viene messo nel conto.


E per quanto riguarda lo Stato e l’economia quali sono le proposte?
Il punto cardine che sembra emergere è il punto 13 che mi sembra propedeutico a tutto il resto: “La crescita o la decrescita sono il risultato di politiche giuridiche, ossia di politiche del diritto volte ad affermare principi economici, politici, culturali e ideali. Non sono un obiettivo: né la crescita né la decrescita. Sappiamo, peraltro, che un rallentamento sarà il risultato del perseguimento dei nostri obiettivi .” Qui si ha uno spostamento dell’equilibrio dei poteri come lo intendiamo comunemente a favore delle “politiche giuridiche”. Ossia è il diritto che fa lo Stato e non viceversa. Sono le politiche giuridiche che affermano i principi economici, politici e culturali e, addirittura ideali.


Ed è un bene?
Non so se sia un bene o un male: è una visione del rapporto tra Stato e diritto. C’è chi come Kelsen vede il diritto come prodotto dello Stato (ossia della politica che si è fatta istituzione) e chi vede il diritto positivo prima dello Stato. Anzi ci sarebbe una triade gerarchica: diritto naturale – Stato – diritto positivo. E il diritto naturale che precede lo Stato perché a voler semplificare il diritto naturale corrisponde a quelli che grosso modo chiamiamo diritti umani. E i diritti umani vengono prima dello Stato. Ma io credo che qui i diritti umani c’entrino poco perché il punto 42 dice: “ i diritti umani sono uno strumento di imperialismo culturale e militare”. Perciò ne deduco che la teoria su cui si basa l’articolo 13 abbia un’altra natura, un’altra origine.


Quale origine?
Credo ci si rifaccia nuovamente ad un rappresentante della Konservative Revolution: Carl Schmitt. Il diritto crea lo Stato. Ci sono molte venature schmittiane in questo manifesto. D’altronde quello che si propone sembra essere uno Stato che si ricentralizza, vedi ad esempio il punto 35 “Che una maggiore autonomia (dallo Stato) degli enti territoriali e degli enti pubblici minori non territoriali sia in sé, sempre e comunque, preferibile ad una maggiore eteronomia, possono asserirlo soltanto gli sciocchi, coloro che sono in errore grave e coloro che sono in malafede”.


Si prefigura uno Stato forte nel Manifesto?
Bisognerebbe intendersi sul significato di “forte”. In ogni caso tutti i provvedimenti economici proposti sembrano presupporre uno stato in grado di imporre provvedimenti da “stato di eccezione” (e torna Schmitt).


E quali sarebbero questi provvedimenti economici che si propongono?
Il punto 4 dice “Le rendite per così dire naturali devono essere mantenute e, decurtate delle spese e del lavoro accessorio, devono superare di poco l’inflazione. E pressoché non devono esistere, sempre salve le spese e il lavoro accessorio, se non c’è inflazione”. Il che fa ricordare i discorsi del buon vecchio Claudio Napoleoni (e del suo “Patto tra produttori”) che voleva l’abolizione tout court delle rendite che sarebbero state, per come la vedeva lui, il residuato del mondo pre-capitalista. Qui credo che la proposta sia quella di tassare le rendite finanziarie anche se espresso come concetto in modo da ricordare (o ricomprendere, non saprei) i famigerati “rentier” di Napoleoni. Comunque al punto 5 dice: “Le rendite artificiali – marchi, brevetti, “diritti sportivi” e ogni altra entità immateriale elevata a “bene”– devono essere limitate sotto molteplici profili e in modo severo o addirittura eliminate. Esse sono come sono perché il diritto le ha plasmate così. Allo stesso modo il diritto le può disfare.” A parte questa idea di un diritto che crea e distrugge, coerente con quanto detto prima, la proposta fortemente avversa alle rendite qui si sposerebbe con il movimento no-copyright. Insomma si miscelano concetti antichi e moderni.


Poi?
Poi alcune proposte ruotano intorno al problema del debito e del consumo e sono le proposte più nuove ma sempre con un persistente sapore ideale di antico. Si può cominciare con il punto 3: “Non siamo contro il capitale privato, perché sappiamo che ogni produzione implica capitale e lavoro e conveniamo che, in una certa misura, il rischio del capitale debba essere remunerato”. A mio avviso questa affermazione implica l’introduzione di un “capitalismo limitato nel suo saggio di profitto”. Ossia sembra proporre dei tetti se intendo bene “in una certa misura”. Il punto 1 (“Muoviamo dall’assunto che l’uomo deve lavorare, col pensiero, con la parola o con il corpo, per l’autoproduzione oppure per la produzione generale e vogliamo che la Repubblica sia fondata sul lavoro: autonomo e subordinato”) non tocca la natura capitalistica dello Stato ma si capisce poi che la proposta che si avanza è quella di un capitalismo minimale, ossia ricondotto allo svolgimento delle piccole attività a bassa capitalizzazione.


Da cosa lo deduci?
Dal punto 2: “Ci auguriamo che il lavoro subordinato, alle dipendenze dei privati, possa progressivamente essere ridotto e intendiamo agire politicamente perché ciò possa, almeno in parte, avvenire. La Costituzione prevede che “la legge provvede… allo sviluppo dell’artigianato”. Se capisco bene quel che c’è scritto significa che il lavoro subordinato dovrebbe essere assorbito per lo più da aziende statali, visto che si vuol ridurre progressivamente il lavoro presso i datori di lavoro privati. Insomma una economia nella quale la parte del leone dovrebbe farla lo Stato in quanto datore di lavoro. Sembra di intuire che il capitalismo dovrebbe attestarsi intorno al lavoro artigianale, al piccolo commercio, etc. Insomma piccoli esercizi capitalisti e grandi aziende di Stato. Non a caso il punto 1 del Manifesto dice: “Muoviamo dall’assunto che l’uomo deve lavorare, col pensiero, con la parola o con il corpo, per l’autoproduzione oppure per la produzione generale e vogliamo che la Repubblica sia fondata sul lavoro: autonomo e subordinato”.


Quindi si rimarrebbe nel quadro di una economia capitalista?
Sì ma sembra di intravvedere una idea di “capitalismo sobrio”, ossia di un capitalismo cui sono state tagliate le ali dello strumento finanziario. Tanto che il punto 8 dice: “Crediamo che il diritto dei mercati finanziari debba divenire oggetto di immensa riflessione, non solo da parte dei giuristi ma delle menti più lucide che il popolo italiano è in grado di esprimere. Per ogni istituto introdotto negli ultimi anni, è necessario chiedere quali interessi sarebbero tutelati se esso venisse soppresso oppure sostituito con un diverso istituto, oppure, infine, se esso venisse disciplinato diversamente. È una materia che va affrontata di petto e non conviene accettare il piano delle modifiche”. A parte il fatto che qui, coerentemente con gli assunti precedenti, è sempre il diritto che fa la politica e sono i giuristi che dovrebbero regolare pur con appoggi esterni, la proposta è estremamente radicale. L’idea di limitare il capitalismo attraverso l’abolizione della finanza si esprime anche il punto 7 che auspica l’eliminazione dei promotori finanziari. Una limitazione che si esprime anche con l’enfasi che viene data al concetto di risparmio contrapposto al consumo. Gli estensori del manifesto hanno come modello una società frugale che accede all’acquisto di beni attraverso una fase precedente di risparmio. Il risparmio sembra avere una funzione educativa più che economica. Infatti il punto 9 dice: “Ammiriamo il risparmio e non crediamo che la legge debba promuovere l’acquisto a debito di beni di consumo. La Costituzione dice che “La Repubblica incoraggia … il risparmio”, non il debito. E noi intendiamo essere il potere costituente della nostra Carta Costituzionale”. Non è frequente usare il verbo “ammirare” riferito al risparmio. Il risparmio in sé non si ammira in senso moderno perché la propensione al risparmio è – se mi permetti la semplificazione – una variabile economica. Si ammirano delle virtù e qui “ammirare il risparmio” sembra diventare in sostanza l’ammirazione per il sacrificio personale che il risparmio richiede. E tutto ciò diventa trasparente leggendo il punto 10: “Il mutuo per l’acquisto della prima casa non può avere ad oggetto una somma superiore al cinquanta percento del prezzo e non può avere una durata superiore a quindici anni”.


La casa come punto di arrivo di una vita di risparmi?
Più o meno. Il dato che emerge è che le giovani coppie, se non supportate dall’aiuto delle famiglie di provenienza, potrebbero diventare proprietarie di un immobile in tempi assai più lunghi. Necessità di un capitale di dimensioni importanti e rate più alte allungherebbero significativamente i tempi per coloro che non hanno alle spalle genitori in grado di finanziare l’acquisto. Ma di questo – e in generale della restrizione dei crediti al consumo di cui si parla al punto 11 – gli estensori sembrano comprendere le conseguenze perché al punto 12 scrivono: “Sappiamo che le leggi contro l’indebitamento dei cittadini avranno come effetto un aumento del conflitto sociale. E tuttavia sappiamo anche che sarà possibile che il conflitto trovi una giusta composizione per effetto di una nuova equilibrata politica dei redditi. I problemi non vanno evitati ma affrontati e risolti”. Il che dice poco o, almeno, lasci molto nel vago. Una “equilibrata politica dei redditi” presuppone un percorso di concertazione tra sindacato e impresa come lo conosciamo attualmente o nasce da provvedimenti legislativi? Perché le differenze non sarebbero lievi. La lotta al consumo è presentata con toni che non lasciano molti spazi al punto 18: “Il termine consumatore deve essere bandito. Esistono soltanto il consumismo e la spesa equilibrata. Il consumismo è l’atteggiamento e l’ideologia dei drogati del consumo; il consumerismo magari fosse metadone: è la dose a basso prezzo”. Qui mi pare che ci sia una svista. Il “consumerismo” altro non è che la “tutela del consumatore” ed in questo senso è un processo che ha una lunga storia. Liquidare il consumerismo in questo modo significa buttar via Ralph Nader e il Bill of Rights in un colpo solo. Senza dimenticare tutto il dibattito intorno al prosumerismo. Anche perché il problema sorge quando si introduce il concetto di “spesa equilibrata”. Cosa è una “spesa equilibrata”? Come – ma soprattutto – chi decide il punto di equilibrio? Ed esiste un “punto di equilibrio” a prescindere da altre considerazioni?


Non potrebbe essere lo Stato il decisore di ultima istanza riguardo ai consumi?
Sembra di capire dal Manifesto che dovrebbe essere infatti lo Stato a curarsi del problema. Infatti il punto 19 dice: “Mercato, libero mercato, libera concorrenza e libero scambio sono formule e concetti ideologi. Talvolta, secondo le circostanze, può essere utile un monopolio. Ed è sempre necessaria la programmazione, che è una scelta umanistica, mentre l’affidamento alle forze del “mercato” è di per sé nichilistico”. Come sai sulla formazione spontanea dei monopoli marxismo e liberismo si sono affrontati per un centinaio d’anni. Qui la parola “monopolio” è vicino alla parola “programmazione” e dovendo interpretare il punto si potrebbe dedurre che il monopolio è demandato allo Stato. In caso contrario – se situazioni monopolistiche fossero in capo ai privati – salterebbe qualsiasi capacità di programmazione. Quindi sembra di capire che i monopoli di Stato dovrebbero sottrarre spazio al capitalismo svolgendo funzioni di calmiere quantomeno. Ma anche qui il Manifesto sembra essere timido. Ossia se dico che il monopolio statale “talvolta”, “secondo le circostanze” può essere introdotto rimango abbastanza in mezzo al guado. Poi dire che il mercato e il libero scambio sono concetti ideologici mi lascia un po’ perplesso. Come il concetto che la programmazione (ritengo economica) sia umanistica lascia aperte delle praterie interpretative.


Quali altri punti trovi interessanti?
Il rapporto con la scienza e la ricerca scientifica riporta in causa il ruolo dello Stato. Il punto 28 sostiene che “La scienza, in tutte le sue specie, è libera e non soggetta a controlli. Il finanziamento della ricerca è statale o è indirizzato dallo Stato o può essere controllato dallo Stato. La tecnologia non è libera e, ricorrendo un interesse generale, può essere sottoposta sia a penetranti controlli sia a divieti”. Qui escono due piani che volgarizzando potrebbe significare più o meno: “sei libero di fare la ricerca scientifica che preferisci ma lo Stato – unico soggetto di fatto  autorizzato a finanziarla – decide cosa gli interessa e cosa no”. Il che alla fin fine corrisponde a stabilire che la ricerca è libera solo formalmente visto che gli si tolgono le fonti di finanziamento alternative allo Stato. In più le ricadute tecnologiche – che poi sono lo sbocco economico della scienza – dovrebbero sottostare all’interesse generale, stabilito dallo Stato. La conseguenza sarebbe che – a meno di ipotizzare il ritiro dei passaporti agli scienziati – nel giro di un anno chiunque si occupa di scienza se ne scapperebbe a gambe levate a lavorare altrove. Tentare di imbrigliare la scienza dentro dei confini è una strategia che non ha mai funzionato.


E sull’energia e le fonti energetiche che mi dici?
Vedo un approccio prima di tutto moralistico (absit iniuria verbis) se leggi il punto 14 te ne accorgi con una certa evidenza: “Prima di attivare le fonti rinnovabili, che comunque devono essere già da oggi studiate e progettate, dobbiamo evitare ogni spreco energetico. Ridurre i consumi e combattere gli sprechi di energia. Questi ci sembrano i principi direttivi. Poi attiveremo le fonti rinnovabili. Il risparmio, l’austerità e comunque la pudicizia nella spesa (spendere di nascosto): questo insegneremo ai nostri figli. E facciamo nostro l’antico insegnamento che lo spreco, di qualunque cosa, è spregevole”. Ritorna l’esaltazione del risparmio come “sacrificio che forgia”. Io sotto ci leggo l’idea che se il popolo avesse – da subito – la disponibilità di fonti alternative a basso costo non verrebbe educato al sacrificio. Gli estensori del Manifesto sembrano vedere nelle politiche energetiche uno strumento di educazione nazionale: prima impara a risparmiare e dopo ti daremo fonti alternative. Le fonti alternative più che una soluzione energetica diventano uno strumento di cambiamento morale. E in questo senso il concetto di “rivoluzione conservatrice” ritorna in modo netto. La gente va ricondotta su un sentiero dal quale si è allontanata, occorre riaggiustare una perversione collettiva. I valori da recuperare sono quelli di una economia borghese precapitalista: risparmio, austerità in primo luogo e, se proprio non si può fare a meno di spendere, farlo di nascosto vergognandosene un po’.


Questa sarebbe la “pudicizia della spesa”?
Eh beh sì. Ma anche qui il pensiero moralistico emerge con forza. E con pensiero moralistico non intendo esercitare una critica. Intendo piuttosto dire che riemerge una linea di pensiero antica quella del Cinquecento e del Seicento. Insomma tutta quella galleria di grandi teorici che comprende Machiavelli, Pascal, Montaigne, La Bruyère o il nostro Accetto e tanti altri. E che sotto la “pudicizia della spesa” come concetto ci siano queste radici di pensiero me lo conferma un sorprendente punto 50: “Detestiamo l’ipocrisia.”. Che è una affermazione che proprio non ci aspetterebbe in un manifesto politico ma che è in linea con i moralisti classici che ti ho citato che si davano l’esplicito compito di svelare l’ipocrisia del mondo mondano che li circondava.


E nei rapporti internazionali questo Stato parsimonioso di natura cosa dovrebbe fare secondo il Manifesto?
Direi che qui viene la parte più “aggressiva” del Manifesto. In primo luogo la funzione positiva delle organizzazioni internazionali viene radicalmente negata. L’ONU viene definito una costruzione degli Stati vincitori della Seconda Guerra Mondiale (il che non è sbagliato) e quindi falso di per sé perché non paritario. Il dibattito sulla riforma dell’ONU va avanti da decenni ma gli estensori del Manifesto sembrano aver perso qualsiasi fiducia in una riformabilità e preferiscono ipotizzare nuove organizzazioni “regionali” paritarie. C’è un problema però, all’articolo 38 il Manifesto dice tra le altre cose: “Le organizzazioni internazionali mondiali a carattere politico o sono paritarie ma al tempo stesso poco realistiche e concretamente mai realizzate o sanciscono la supremazia di alcuni Stati sugli altri e allora devono essere rifiutate per principio”. Insomma sembra chiaro che alle organizzazioni internazionali come concetto non ci credono affatto, visto che anche quelle paritarie non funzionerebbero. Perciò quando al punto 37 scrivono: “Una organizzazione internazionale mediterranea appare necessaria. E dovrà essere promossa ed attuata” mi pare che lo facciano con poca convinzione. Lo dicono ma sembrano non crederci. In questo senso gli esponenti della “Konservative Revolution” erano molto più netti quando facevano a pezzi la Lega delle Nazioni.


Avevi detto che era la parte più “aggressiva”, non ci vedo molto di “aggressivo” sinora.
A
spetta. Punto 34: “Non abbiamo alcun interesse a mantenere gli attuali equilibri geopolitici. Forte o debole, vogliamo che l’Italia sia indipendente ed autonoma: se debole, sarà comunque libera nella lotta. I nostri diritti e i nostri doveri sono sanciti dalla Costituzione Italiana; in Italia si trova la terra che amiamo; la lingua che parliamo è l’Italiano”. Qui l’aggressività sta nel prefigurare lo sganciamento dalla area occidentale in senso politico. Attenzione non è solo il famoso “Fuori l’Italia dalla Nato, fuori la Nato dall’Italia”, è la rivendicazione ancora una volta del concetto moralistico che chiamerei di “splendida povertà”. Poveri ma liberi. E riemerge un’altro dato che li avvicina alla “Konservative Revolution”: il lato jungeriano. Il lato della lotta sganciata dagli esiti. Non importa se saremo deboli, la cosa che imprta è la libertà di ingaggiare la lotta anche con quelli ben più grossi di noi. Periremo? Poco importa, meglio perire che rimanere schiavi. E il legame con la terra e la lingua non è un caso che torni nello stesso articolo. A questo si lega poi l’articolo 39: “La sudditanza culturale nei confronti degli Stati Uniti d’America ha da lungo tempo superato i limiti del ridicolo. Bisogna liberarsene. Sono in gioco, non soltanto la dignità e la personalità del popolo e dello Stato italiano, ma la stessa concreta possibilità di progettare il nostro destino”. Non è chiaro come ci si libera da una sudditanza culturale. Si elabora una cultura identitaria nuova? Si ripesca una vecchia? Ma anche qui riemerge il moralismo classico: non si tratta tanto o solo di una questione politica ma morale, di dignità nazionale. Ovviamente poi c’è l’istanza di uscita dall’UE (punto 36) ma questo è ovvio visto il carattere sovranista della formazione politica sostenuta dal Manifesto.


Ma l’Italia che si intravvede dalle proposte del Manifesto ha caratteri totalitaristici?
Uno Stato può essere “forte” senza essere totalitario. Però sulla questione che poni io vedo qualche contraddizione. Al punto 47 si dice: “I capi, per noi, non sono un tabù. Preferiamo il termine Capo – o quelli di Comandante e Guida – ai termini correnti: Segretario, Presidente o addirittura Leader (che è un modo ipocrita per non indicare se il designato è un capo o un segretario). Coloro che sono acclamati da una collettività siano i capi. Se non vi è l’acclamazione, la collettività elegga un presidente e promuova l’emersione di uno o più capi. Resta chiaro che le collettività, così come hanno il potere di scegliere i capi, hanno il potere di revocarli”. Non mi soffermo sul nominalismo esplicito, ossia sulla tendenza ad abrogare simbolicamente le parole con l’idea che decadano per conseguenza i comportamenti che ci sono dietro. Non è infatti che abolendo la parola “consumatori” o “segretario” costruisci automaticamente qualcosa di nuovo. Piuttosto la scelta di “Capo”, “Comandante” “Guida” connessa al concetto di “acclamazione” fa pensare a procedure estranee alla democrazia liberale. Non si capisce come funzioni la “acclamazione” e, di conseguenza, non si capisce come si revocano i “capi acclamati” in precedenza. Ciononostante il Manifesto in più luoghi si dichiara fedele alla attuale Carta Costituzionale.


E dunque vedi una contraddizione?
Una contraddizione logica con un senso politico. Il Manifesto come ogni manifesto politico ha una funzione aggregativa: tu lo leggi e in base alle idee aderisci o meno. Più il manifesto ha idee “larghe”, più è accoglibile. “Comandante” è un appellativo caro alla tradizione di Sinistra (pensa a Guevara, al subcomandante Marcos) ed è inutile dirti che il termine “Guida” ha reminiscenze vicine alla Destra (il conducator Antonescu, tanto per non citare il caudillo o peggio). Perciò dire “rifiuto il termine Presidente o Segretario” significa dire “rifiuto la mollezza parlamentaristica” e sul rifiuto di questa mollezza si può convergere da Destra come da Sinistra. Poi si vedrà se sarà “comandante” o “caudillo”. Se però sei intimorito ti puoi rassicurare leggendo il punto 43: “Invece le Libertà fondamentali sancite dalla nostra Carta Costituzionale sono inviolabili” e il 44: “I Principi Fondamentali della Suprema Carta sono sacrosanti”. Se vuoi cogliere una contraddizione grave devi leggerti il punto 51: “L’umanesimo è la nostra bandiera. Invece, l’umanitarismo ci infastidisce, tra l’altro perché indebolisce ogni buona idea e ogni giusta posizione”. Al di là del significato nebuloso della parola “umanesimo” (umanesimo antico? medievale? rinascimentale? Oppure Mario Rodriguez Cobos? Non si capisce) è difficile essere infastiditi dall’umanitarismo quando questo è con tutta evidenza un principio ispiratore della nostra Carta Costituzionale. Ma ti ripeto: all’interno di un Manifesto questi diventano dettagli anche se poi dettagli non sono.


In conclusione come giudichi questo Manifesto?
Semplicemente non lo giudico. Si tratta di un atto politico che ha alla base uno sforzo di sincretismo ideologico. Un andare al di là della Sinistra e della Destra introducendo temi cari all’una e all’altra. Si tratta di una miscela politica sulla quale il giudizio ha poco senso. Semmai si può discutere se la miscela sia ben riuscita ma discuterne in termini astratti è poco produttivo. Se la miscela è ben riuscita aggregherà consensi se è vero il contrario non ne aggregherà.


Ti giro la domanda allora: pensi che questo sia un documento che possa aggregare consensi?
Penso che buona parte di quanto auspica sia irrealizzabile. O, meglio, che sia realizzabile solo nel quadro di un rovesciamento violento del potere. Così com’è è un “book of dreams”. Presentarsi alle elezioni con un programma del genere non credo frutterebbe una coagulazione del consenso significativo. Però se vuoi una risposta più articolata potrei risponderti dicendo che un Manifesto serve – nei piccoli movimenti allo stato nascente – a darsi una dimensione identitaria e a raggiungere la massa critica di aderenti sufficiente per allearsi o confluire in contenitori più grandi, in movimenti più ampi. C’è una fascia di persone che in questa situazione magmatica avverte un senso di perdita di “landmarks” ideologici e morali. Se tu gli dici quanto sta scritto nel punto 49 e cioé “La storia ha dimostrato che fedi, fedeltà e idee hanno una vita più lunga di quella degli uomini. Perciò siamo disposti a perseguire risultati che potrebbero verificarsi dopo la nostra morte” restituisci una dimensione di speranza eroicista. Può essere un balsamo.


Il fatto di farsi chiamare Fronte Popolare Italiano e di usare come immagine Garibaldi cosa ti fa pensare?
I simboli non si discutono: si apprezzano o si rifiutano. Coinvolgono o non coinvolgono. Ad alcuni potrebbe piacere. Ma visto che parliamo di simboli c’è una foto che secondo me descrive bene il processo politico di ogni “rivoluzione conservatrice”, ossia il recupero e il riuso di tradizioni precedenti e la loro riproposizione. Mi pare ci potrebbe stare bene.


La userò. Grazie mille per la disponibilità.
Grazie a te.

tumblr_mqgutnW6hZ1qb5gkjo1_500

Ho sognato Mister Dampen (divertissement)

Dopo una giornata calda e stressante sono caduto in un sonno agitato. Ho sognato ma ricordo pochi frammenti ma di certo è stato un incubo. Provo a ripercorrerlo …..

Secondo una nuova leggenda metropolitana l’Illinois è pieno di marxisti. Il governatore dell’Illinois per molto tempo ha trascurato la diceria. Quando però – sulle colonne del New York Times – Paul Krugman si è congratulato con lo Stato dell’Illinois per essersi costituito in repubblica sovietica, si è deciso ad intervenire. NSA e FBI hanno affiancato la polizia di stato dell’Illinois nella caccia a quello che in codice è stato chiamato “Mister Dampen”.
Le notizie sono frammentarie e la ricerca si preannuncia difficile. Mister Dampen è stato visto negli anni in molti luoghi. In passato pare sia stato riconosciuto a Lisbona ma un economista italiano che oggi circola con la camicia sbottonata e la barba trascurata (e che a Lisbona c’era negli stessi giorni) ha dichiarato di non sapere chi sia. Romano Prodi che presiedeva il convegno ha detto di non ricordare nessuno di strano. “Era il 2002 – ha detto Prodi – si parlava di Euro, se qualcuno avesse fatto discorsi strani me ne ricorderei”.
Negli ultimi tempi alcuni dicono di averlo visto in un covo di monarchici, altri dicono di averlo visto in un sordido bar frequentato da escort dell’Olgettina mentre chiedeva denaro per una non meglio identificata “causa superiore”. Un barista di Como pare lo abbia riconosciuto perché, alla richiesta di pagare il caffè consumato,  sarebbe fuggito urlando “Fascista! Lei mi diffama. Fascista!”. Sembra sia stato un avvistamento attendibile: sul luogo è stato rinvenuto un volantino pubblicitario di Cesare Ragazzi e una copia del noto libro di Oswald Spengler, “Il tramonto dell’Occidente”. Paul Krugman ha fatto sapere sul suo blog di aver ricevuto una mail dalla bisnipote di Spengler che lamentava di aver ricevuto una lettera con una sola frase “Suo bisnonno mi ha copiato il titolo. Fascista!”.
Probabilmente il mistero dei marxisti dell’Illinois non si potrà mai svelare fino a che Mister Dampen non sarà smascherato. Un keynesiano ha proposto di organizzare una trappola nella quale – dice – cadrà senz’altro. Il piano è semplice: una telecamera finta, tempo illimitato per parlare, zoom sulla eventuale copertina di un libro (se ne ha scritto uno) per sedici minuti. Nessun contraddittorio. Però per organizzare una cosa del genere occorrono fondi e in Illinois non ce ne sono molti. Ma si dice che Nomura sia interessata a sponsorizzare  l’operazione a patto che gli si dia in cambio il il Delfino Pescara e tutto lo Stadio Adriatico. La richiesta è incomprensibile ma si sta trattando.
Frattanto, con accuse non meglio specificate la polizia canadese ha arrestato un ottuagenario economista. Messo sotto torchio l’uomo ha ammesso di conoscere Mister Dampen e di avergli venduto tutto il suo allevamento di oche ma di non aver ricevuto nulla in cambio: solo grafici incomprensibili e un numero di telefono che, pare, corrisponda al cellulare di Gianluigi Paragone.
Si è tentata allora la via dell’analisi comportamentale già usata per i serial killer. Pare che il soggetto – se invitato – si rechi in qualsiasi luogo per esternare alcune sue teorie. Entro quarantotto ore dalla prolusione – invariabilmente – in un blog che gestisce (frequentato da miliardi di miliardi di triliardi di persone) il soggetto sputtana sistematicamente chi lo ha invitato. La bocciofila di Quarto Oggiaro si è detta disponibile ad invitarlo promettendo pubblico per sedici ore continuate, applausi a scena aperta e una ola ogni sei minuti. Sarà sufficiente aspettare, dice l’FBI. Se entro due giorni comparirà un post che dirà “i bocciofili di Quarto Oggiaro sono delle merde fasciste” gli inquirenti sono sicuri di riconoscerlo ed incriminarlo.
“La caccia al misterioso Mister Dampen continuerà – ha dichiarato il governatore Pat Quinn – ha i giorni contati”. Ma l’ottimismo sembra eccessivo. Fonti informate riferiscono di una disponibilità di Putin ad accogliere Dampen  e cacciare Snowden. Il portavoce del presidente russo ha dichiarato “Snowden non ci interessa più. Ora ci interessa Dampen, Putin vuole sapere tutto sul ciclo di Vrenkel”. Secondo il giornalista Zucconi Putin si riferiva a Olga Vrenkel nota modella ucraina.
Enrico Letta in una conferenza con la stampa estera ha fatto sapere che Dampen è meno pericoloso di Assange ma che i servizi segreti italiani erano già sulle sue tracce da tempo. Alfano ha aggiunto “non è la moglie di qualche kazako ma lo prenderemo lo stesso”. La collaborazione italiana sembra essere concreta e importante. Pare che un collaboratore dei servizi (nome in codice Pisellino) stia seguendo da mesi su twitter un account riconducibile a Mister Dampen. Il settimanale “L’Espresso” ha annunciato d’aver intervistato l’agente Pisellino che ha dichiarato “Al xe na roba complicada. Lù xe proteto da na marea de camei. E xe ciaro: i camei xe pì pericoosi de cocai o de pincioni. E po’ lu xe un macaco sospetoso, co tuìtuer bana tuti, anca so mare che gavaria vossuo farghe ii auguri gha banà. Al xe tanto strano, al xe mato” (traduzione: “E’ una cosa complicata, lui [Mister Dampen] è protetto da un numero rilevante di cammelli. Ed è d’altronde cosa nota che i cammelli sono molto più pericolosi dei gabbiani e dei piccioni. In più è un personaggio sospettoso, con Twitter banna tutti, ha bannato anche sua madre che gli voleva fare gli auguri. E’ un tipo molto strano, è matto”). L’agente Pisellino non ha voluto dire altro e si è chiuso in un riservato silenzio sgranocchiando un hamburger(s).
Infine, è notizia di queste ore, nell’unica cabina telefonica pubblica rimasta a Frosinone è stato ritrovato un documento intitolato “Documento Strategico 5122” nel quale si dichiara che Mister Dampen sarebbe un altro oscuro personaggio, tale Vita Brevis. Il Documento Strategico (firmato con una stella con Qui, Quo, Qua all’interno) afferma testualmente: “Mister Dampen, aka Vita Brevis è nostro. Arriveremo prima della CIA. Lo troveremo noi e prima di sottoporlo a regolare processo popolare ci faremo ridare i soldi dell’acqua minerale che quel miserabile si è sbafato quando è venuto a parlare da noi. Due litri di Sangemini si è tracannato e si è portato via altre sei bottiglie dicendo che erano per i suoi cammelli. Ci ha lasciato sei monetine da 500 lire e ci doveva dodici euro. Ci ha detto che valevano di più ma il barista non è stato contento. Ha ingannato noi, il popolo e anche il barista che fra un po’ sarà costretto a chiudere il bar”.
Il sogno si è interrotto qui. E’ stata una esperienza pesante. A chi vuole aprire un blog consiglio vivamente di ripensarci. E se proprio non potete farne a meno parlate di tutto ma non di economia.