Questo è il primo contributo di Ars Longa USA che inaugura una sezione di riflessioni su quanto sta accadendo dall’altra parte dell’Oceano nel campo della lotta per superare la crisi. Ars Longa USA vive negli Stati Uniti da venticinque anni e si occupa di pianificazione dei territori urbani. A breve cercheremo di dare la possibilità a lui e agli altri collaboratori la possibilità di postare direttamente gli interventi in modo tale che siano riconoscibili con immediatezza dai lettori. Cercheremo di introdurre questi ed altri cambiamenti in modo graduale cercando di migliorare la leggibilità complessiva del blog. Ogni suggerimento è gradito
Il 1952 fu l’ultimo anno di autosufficienza energetica americana. Da allora – e per vent’anni – il bisogno di energia venne soddisfatto attraverso gli acquisti effettuati nei Paesi del Golfo e soprattutto dall’Arabia Saudita. La crisi petrolifera del 1973 rimise tra le priorità di Washington l’autosufficienza. Gli sforzi per raggiungere il traguardo sono stati molto lenti ma hanno subito una accelerazione decisiva soltanto a partire dagli anni Novanta. Oggi il traguardo è a portata di mano e gli osservatori stimano che entro un decennio gli Stati Uniti non avranno più bisogno di acquistare petrolio. Manca poco: nel 2010 l’81% del fabbisogno è stato soddisfatto dalla produzione interna. I progressi di Washington sono evidenti se guardiamo all’altro indicatore significativo: dal 1999 ad oggi le importazioni sono calate del 22%.
Se entro il 2023 il risultato sarà raggiunto la conseguenza sarà una sola: anche il XXI secolo sarà un secolo americano. Il perché è semplice: ai prezzi odierni tutto ciò si tradurrà in un risparmio di 147 miliardi di dollari all’anno. Questo soltanto per ciò che riguarda i risparmi diretti. Altrettanto significativi sarebbero quelli indiretti. Attualmente gli Stati Uniti garantiscono gli equilibri del Medio Oriente attraverso un fiume di denaro. Al solo Egitto vanno annualmente 3,1 miliardi di dollari all’anno. Raggiungere l’autosufficienza energetica significa disimpegno dall’area e disimpegno significa risparmio.
Le conseguenza di questa politica ricadono interamente su quella che oggi viene chiamata nuova industrializzazione. La crisi ha avuto come conseguenza principale l’abbassamento del costo del lavoro negli Stati Uniti e si tratta di un abbassamento di lungo periodo. L’autosufficienza accoppierà a questa autosufficienza un costo molto conveniente dell’energia. In altri termini se anche il lavoratore statunitense costerà più del lavoratore cinese (ma la forbice è, appunto diminuita) la sua competenza, insieme ai bassi costi di produzione farà la differenza. Il movimento è già in atto e sempre più imprese americane stanno ritornando “a casa” attirate da questa combinazione. Un altro fattore si rivelerà decisivo in questo ritorno: l’abbassamento dei costi di trasporto delle merci rispetto alle imprese sparse per il mondo. Tutto ciò non significherà la fine della globalizzazione ma una modificazione importante. Le imprese statunitensi manterranno all’estero le produzioni a scarso valore tecnologico e riporteranno a casa quelle ad alto valore. Le variabili di questa situazione sono chiare: costo dell’energia, costo della formazione dei lavoratori, costo della logistica, costo del lavoro. Se le prime tre variabili diventano molto favorevoli, l’ultima ossia il costo del lavoro diviene la voce meno importante.
La discussione che si è aperta negli Stati Uniti ha investito in pieno le Università ed il sistema di insegnamento. Come negli anni Cinquanta, quando venne operato uno sforzo grandioso per vincere la corsa verso lo spazio contro l’Unione Sovietica che era partita in vantaggio, oggi sono le Università che risulteranno strategiche nel fornire nuovi sistemi di educazione permanente per studenti di nuovo tipo: lavoratori con un impiego full-time, con famiglia e tempi limitati. La sfida è riuscire a mantenere il più alto livello di competenze delle persone per tutta la durata della vita lavorativa. Sia Stanford che il MIT hanno iniziato a progettare nuove modalità di somministrazione dei corsi. L’idea è quella della “Quadruple Helix” ossia di uno stretto contatto operativo tra università, aziende, fondazioni, governo. Rispetto al passato questo contatto dovrà agire soprattutto a livello “regionale”. In altri termini le università locali dovranno collaborare con le aziende del loro territorio, le fondazioni dovranno incentivare e dirigere fondi sulla propria area e il governo entrerà in azione per finanziare queste collaborazioni “regionali”. L’obiettivo è riportare sui banchi (sempre più virtuali) il maggior numero di studenti maturi e di aumentarne le competenze durante tutto l’arco della esistenza. Per far questo è obbligatorio abbassare i costi altissimi dell’istruzione universitaria attraverso la collaborazione tra imprese, fondazioni e governo. Spostando il più possibile il carico economico dell’istruzione permanente dagli studenti alle imprese e al governo. Questo obiettivo dovrebbe essere raggiunto grazie ai fondi liberati dalla autosufficienza energetica. La Southern New Hampshire University ha lanciato da un paio d’anni un programma di rinnovamento dei classici modelli di insegnamento. Nel giro di due anni accademici gli iscritti sono aumentati di 12.000 unità. L’Università dell’Arizona ha varato un programma per promuovere la crescita di lavoratori super specializzati nelle nuove tecnologie soprattutto quelle delle energie rinnovabili. Il “regionalismo” della nuova industrializzazione americana sta assumendo sempre di più la caratteristica di adeguarsi alle condizioni delle aree nelle quali opera. Il tutto fa pensare a quelli che in Italia erano i “distretti” ma con una peculiarità: le specializzazioni delle aree vengono collegate alle situazioni dell’ambiente. Quando si parla di green-economy non si intende soltanto una economia meno inquinante ma, soprattutto, una economia sintonizzata con la morfologia dei territori. La “vocazione” delle aree non è determinata dalla volontà delle imprese di stabilirsi in una zona ma dalle condizioni favorevoli a determinate produzioni. Quel che sta accadendo negli Stati Uniti viene chiamato “New Regionalism”: piccole compagnie da 1.000-2.000 dipendenti strettamente legate in senso operativo con le multinazionali e destinate a lavorare in modo costante sulla innovazione. In questa logica Il lavoro a basso valore aggiunto, il semplice assemblaggio rimarranno una prerogativa dei lavoratori (stranieri) di basso livello e tutta l’area innovativa rimarrà all’interno del Paese. Questo movimento sta crescendo di giorno in giorno man mano che le risorse stanno disimpegnandosi da altri settori.
Il quadro che ne emerge per il futuro è quello di un grande cambiamento anche nella mentalità. Sino ad oggi, ogniqualvolta si presentava un problema, il motto nazionale è sempre stato “go west”, ossia “spostati” e la mobilità degli americani è diventata leggendaria. Il modello industriale del “New Regionalism” avrà bisogno di maggiore sedentarietà proprio perché è nella logica delle cose che interi settori industriali si sviluppino in determinate aree e in quelle stesse aree si affermino le agenzie educative specializzate in quei settori economici.
Se questo è il modello del futuro viene da domandarsi se sia applicabile anche fuori degli Stati Uniti. Nulla vieta che si possa pensare ad un “new regionalism” nei Paesi europei ma occorre creare un “set” di premesse. Il primo è l’abbassamento dei costi dell’energia che oggi in Europa costa mediamente tre volte rispetto agli USA. Il secondo è una profonda rivoluzione del sistema educativo. Il terzo la capacità di identificare le “vocazioni” del territorio non in base a decisioni politiche ma in base a oggettivi dati reali. Il quarto la volontà di favorire un modello di impresa che raggiunga pesi specifici superiori a quelli della piccola industria. Infine “last but not least” il “new regionalism” implica la determinazione di alzare in modo estremamente significativo il livello medio culturale di una intera nazione non soltanto in relazione al lavoro ma in senso complessivo. Una operazione così complessa che richiede molti anni è possibile solo a patto che sia cosciente nell’intero corpo di una nazione, che vi sia la sensazione di un programma preciso per il raggiungimento di una meta comune, che vi sia una nuova “moralità” più che una “austerità”. Occorrerebbe che ciascun sentisse importante il proprio ruolo in una impresa comune, lo vedesse rispettato e rispettasse quello altrui al di là delle differenze di visione politica. Il cambiamento passa anche per un nuovo entusiasmo collettivo che per crearsi ha bisogno di una classe politica autorevole e costruttiva e di un corpo sociale cosciente del percorso intrapreso. Si tratta di prerequisiti difficili da raggiungere più difficili che non trovare le risorse economiche. Soltanto il futuro potrà dirci se anche in Europa saremo capaci di svilupparli innanzitutto in noi stessi.
NOI NON ABBIAMO LE STESSE MATERIE PRIME COME GLI AMERICANI CHE SE LO ANNO PRESO CON ARROGANZA D’ALTRI STATI VEDI ARABIA IRAQK NON SO COSA CI SIA IN AFGNISTAN MA NE ANNO TANTO DI PETROLIO IN ALASKA MA ALLA FINE IL NUOVO MERCATO DI CONSUMO REALE E SEMPRE ASIA CINA INDIA INDONESIA ECEDERA ECED ALLORA IO PENSO CHE ITALIA E EUROPA SI PUO SALVARE SOLO CON IL CONSUMO SUL BENE COMUNE DI NOI STESSI COME FANNO I CINESI CONSUMANO SOLO TRA DI LORO COSI LA RICCHEZZA RIMANE FRA DI LORO NOI DOBBIAMO PUNTARE SUL PRODUZIONE DI ALTA QUALITA SIA NEL CIBO CHE PER LE COSE INDUSTRIALI E CONSUMARE QUESTE COSE DEVE PARTIRE DA TUTTI DAL CONSUMATORE AL PRODUTTORE SE NO PER NOI E LA FINE SE LE BANCHE GLI FANNO CREDITO E POI SI COMPRANO I BOT STATALI E NON LI USANO PER LA CRESCITA DELLE AZIENDE NOI SIAMO DESTINATI AD UN GRANDE FALLIMENTO E A VENDERE LA NOSTRA COLTURA DI DUEMILA ANNI AI NUOVI RICCHI QUINDI IL VECCHIO CONTINENTE SARA SCHIAVO DI QUESTO MERCATO GLOBALE
Tu quoque? Forse bisognerà mettere nomi diversi piuttosto che un nome collettivo. Non tutti gli articoli li condivido e questo lo condivido solo nella parte che riguarda lo sforzo educativo. Progettavo di sentire anche un’altra campana. Ma tu hai una pistola velocissima!
Incredibile lectu est. Questo articolo rappresenta la tipica posizione dei ‘professori’ inviati negli US of A per insegnare in qualche università – specialmente quelli di economia.
Ben intrallazzati, remunerati, magari con due stipendi piu’ spese di trasferta, parlano perchè hanno una lingua e scrivono perchè hanno una penna.
O magari l’autore appartiene (o spera di far parte) di una delle “think-tanks” (piu’ precisamente chiamate “stink-tanks”) da cui nascono quelle belle idee dell’ “American Century”, la “liberta’ e democrazia”, le guerre al “terrorismo”, le “drug wars” etc.. Sentine di ideologie nefaste, le stink-tanks, promuovo urbi et orbi le piu’ bieche idee del neo-liberismo.
Del resto, l’Italia è praticamente una colonia americana con 115 uffici e/o basi militari e un’agguerrita ambasciata che controlla e pilota i politici “di fiducia”. Politici che adulano in loro presenza ma di cui disprezzano la piaggeria e la vanità. Leggasi, per un esempio, il rapporto confidenziale dell’ambasciatore americano su Berlusconi – rapporto venuto fuori da Wikileaks.
Ma ritornando all’articolo, la cosiddetta “auto-sufficienza energetica” (??) corrisponde, comunque sia, a una colossale distruzione dell’ambiente, decisione distruttiva presa senza e contro l’opinione di chi ha un minimo di coscienza o sensibilità ecologica.
Nelle montagne Allegheni, la cima di intere montagne viene fatta esplodere, in un botto diabolico, con tonnellate di TNT – perchè e’ “piu’ economico” aprire la montagna che la miniera. A ogni montagna esplosa segue la completa distruzione della fauna acquatica di fiumi e torrenti associati alla montagna, e la contaminazione dell’acqua e delle falde acquifere.
Idem, anzi peggio, con il “fracking” per arrivare a gas o petrolio. Anche qui distruzione ambientale e delle falde acquifere, alla faccia di chi quell’acqua la beve.
A solo scopo dimostrativo invito chi fosse interessato a connettersi al seguente articolo:
http://yourdailyshakespeare.com/shakespeare-the-environment-utah-a-hero-and-the-justice-system/equalities
dove si legge cosa e’ successo a chi ha osato opporsi al fracking in una zona particolarmente pittoresca dell’Utah.
Ma il peggio del peggio è il petrolio ricavato dalle “tar sands”. Nell’Alberta una foresta con estensione pari all’area dell’Inghilterra è stata trasformata in una melma desertica per accedere alle tar sands. Per portarvi le enormi macchine necessarie, hanno costruito o ampliato enormi strade dell’Idaho in una delle zone pristine e piu’ belle degli Stati Uniti.
E contro l’opinione pubblica vogliono costruire la Keystone pipeline dall’Alberta, un mostruoso progetto con enorme danno ambientale.
A proposito delle università, forse l’autore ignora che il minimo costo di un’università (e non di quelle per i “piu’ meglio”, vale a dire i piu’ ricchi) e’ di 40 mila dollari annui per arrivare ai 80-100 mila. Il che ha fatto proliferare una fiorente industria dedicata di “università” dedicate alla truffa educativa. Le quali predano sui giovani propagandando in televisione che prendendo una “laurea” loro tramite (e con considerevoli costi) avranno lavoro assicurato.
E sempre a proposito dell’ “innalzare il livello medio educativo”, il 95% della popolazione non sa neanche trovare l’Afghanistan sulla carta geografica. Non solo non lo sa, ma giudica il saperlo roba da gonzi, perchè il saperlo non e’ fonte diretta di profitto. E’ un modo di sentire instillato ormai nel DNA da piu’ di cent’anni di propaganda, che parte gia’ dall’asilo con il “pledge of allegiance”.
La macchina mediatica è sotto completo monopolio del governo e del Pentagono. Per di piu’ sotto Natale si assiste alla vomitevole successione, nei programmi di notizie, di interruzioni per onorare “i nostri eroi” (sic). Dove per 10 secondi si intervista un soldato tornato dai vari paesi invasi, contento di avere portato “libertà e democrazia” là dove i “nemici” vengono fatti fuori con drones e missili.
Per gli anglofoni allego anche quest’altro link – e’ un’intervista video con un intellettuale che rappresenta la “maggioranza silenziosa” della gente pensante. Il quadro dell’America ivi presentato è abbastanza preciso. Si tratta di una persona che è persino andata in galera per protestare contro le infamie commesse dall’elite finanziario-militare-governativa di questo paese
http://www.informationclearinghouse.info/article37047.htm
Per concludere, sono peraltro d’accordo con Voltaire, nel senso che pur essendo in completo e totale disaccordo sia con i dati che con la tesi dell’articolo, l’autore ha diritto a esprimere quel che pensa.
Ma c’è qualcosa che, appunto, trovo “incredibile lectu”. Avevo l’impressione che “Ars Longa” fosse, a suo modo, un punto di riferimento per idee aliene ed opposte al nefasto e mai-abbastanza-deprecato neo-liberismo, nato ed imposto al mondo (e all’Europa) dalla cabala yankee. Mi accorgo di essermi sbagliato.
wwwyourdailyshakespeare.com
Caro Jimmy in qualche modo il mio ritardo è causa del tuo sconcerto. Dovevo contattare sull’argomento una collega canadese attiva sul fronte ambientalista e molto critica rispetto ai temi che sono stati sollevati nel post. Non sono stata capace di sincronizzarmi come volevo. Me ne scuso. Lasciami due giorni per ottenere un contributo che, già prevedo, sarà più critico del tuo.
L’autore dovrebbe semmai spiegarci perchè pur con questa bellissima ” neoindustrializzazione ” in realtà il mercato del lavoro negli states è tuttora al palo e perchè essi siano ancora indietro sul tema del risparmio energetico, tanto per dirne un paio. In generale condivido sia le osservazioni di fondo che quelle più specifiche postate da jimmiepdx.
“…..Se le prime tre variabili diventano molto favorevoli, l’ultima ossia il costo del lavoro diviene la voce meno importante”
non si è capito ancora nulla
sul frackng, se interessasse, avevo pubblicato questo articolo preso dall “Internazionale”
http://altrecorrispondenze.wordpress.com/2013/03/07/fracking-m-klare/
a parte le altre giustissime considerazioni sulla devastazione ambientale prodotta dal fracking, l’autore si “dimentica” che i giacimenti sfruttati dal fracking si bruciano mediamente in appena 8 anni, quindi per mantenere la produzione bisogna perforare in continuazione nuovi pozzi, con un costo ambientale ed economico immenso che renderà la pratica antieconomica MOLTO prima dell’autosufficienza prevista nel 2023, sempre che non scoppi la bolla ancor prima dell’esaurimento di tutti i pozzi
http://dissidentvoice.org/2013/08/us-shale-myths-and-european-market-reality/
http://grist.org/news/why-the-fracking-boom-may-actually-be-an-economic-bubble