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Il 24 agosto Lorenzo, un commentatore, ha scritto:
“vi chiedo, come ho già chiesto precedentemente (anni fa, prima che scoppiasse il fenomeno bagnai-borghi) al professor brancaccio (senza aver ottenuto risposta) cosa inventarci (partito-associazione-fronte-altro) le strutture che trasformano le analisi precise e puntuali in programmi politici di intervento e trasformazione della società? come trasferire (in tempi non lunghi sennò saremo morti) il vostro “sapere” a noi comuni cittadini sbandati e spaesati?”

Lorenzo ha avuto il merito di ribadire una domanda che si era già infiltrata in altre discussioni ma non era stata resa così esplicita: cosa fanno gli intellettuali nel mezzo di una crisi? Perché non ci aiutano a superarla? E qui – per cercare di dare una risposta – occorre in primo luogo chiedersi cosa sia un intellettuale per il comune sentire.  Il vocabolario Treccani online riporta una definizione piuttosto complicata che può far riflettere. “Riferito a persona, colto, amante degli studî e del sapere, che ha il gusto del bello e dell’arte, o che si dedica attivamente alla produzione letteraria e artistica: una donna intelletuale. e raffinata; in questo significato è per lo più sostantivato, soprattutto al plur., gli i., per indicare complessivamen

te coloro che si dedicano agli studî, che hanno spiccati interessi culturali, che esercitano una attività intellettuale o artistica”. E sin qui – apparentemente – tutto bene. La definizione dice tutto e non dice nulla. L’intellettuale insomma è uno che non fa cose con le mani. Andando più avanti il dizionario ci dice anche: “Nell’uso contemporaneo ha spesso valore ironico o limitativo, per indicare ostentazione di gusti e costumi raffinati o superiorità culturale e spirituale, non di rado solo immaginaria”. Il che è anche più interessante: l’intellettuale può essere quello che “se la tira”, uno snob. Terza possibilità che ci viene data dal vocabolario: “In ambienti politici, la parola è stata usata con accezioni e sfumature diverse, talora per definire coloro che, in un gruppo sociale, in un partito e simili costituiscono, per la loro preparazione culturale, per ingegno, ecc., la mente direttiva e organizzatrice (ha questo significato anche l’espressione gramsciana intellettuale organico); talora, invece, per designare polemicamente chi, in nome di una effettiva o pretesa superiorità culturale, assume atteggiamenti individualistici e critici in seno alla società in cui vive, al gruppo politico di cui fa parte”. Strano a dirsi ma quest’ultima definizione sembra attagliarsi un commissario politico dell’Armata Rossa. Ed in realtà l’estensore del dizionario ha pensato esattamente alla definizione gramsciana.
Insomma per la Treccani la figura dell’intellettuale è legata a doppio filo con quella di un partito. Questo è il rimasuglio di una antica polemica tra Vittorini e il PCI la cui storia potete ripercorrere su wikipedia.

Per farla breve Vittorini diceva a Togliatti che l’intellettuale non può e non deve essere organico al partito (o ad un partito) perché la politica non deve dirigere la cultura e la cultura non deve dirigere la politica. Vittorini era un puro e vedeva il ruolo dell’intellettuale come qualcuno che raccoglie gli stimoli che provengono dalla società e opera per rigenerarla. A parte questo quel che mi preme sottolineare è che in Italia la figura, o meglio il ruolo dell’intellettuale, è sempre stato visto come quello di qualcuno che è ruota di scorta della politica.
Ma se usciamo dagli italici confini ci troviamo proiettati in un altro mondo, assai meno provinciale e triste del nostro. In Francia l’abitudine all’esistenza degli intellettuali risale all’Illuminismo. Non li chiamavano intellettuali, ma “philosophes” ma è lo stesso. Ed era assolutamente normale vederli per ciò

che erano: critici del sistema e creatori di idee nuove. Da Montesquieu a D’Alembert passando per Rousseau e Voltaire l’idea era che il ruolo dell’intellettuale fosse quello di guidare il cambiamento. Nel Novecento la parola “intellectuel” si precisa ancora di più. L’intellettuale francese diventa qualcuno che si sporca le mani che s’engage, che entra nel presente e prende posizione
Raymond Aron  nel 1955 scrive un libro: “L’oppio degli intellettuali”, alla fin fine dava anche lui la sua definizione: l’intellettuale è un “creatore di idee” che deve essere impegnato nel presente. Per Sartre è naturale che l’intellettuale sia impegnato ad intervenire su ciò che lo circonda perché è una persona che “si impegna in ciò che non lo riguarda” e contro qualsiasi istituzioni oppressiva ovunque essa sia e di qualunque tendenza politica sia.
Ma anche in Francia queste considerazioni e definizioni incominciano a scricchiolare a partire dagli anni Ottanta del Novecento. Ci si accorge che gli intellettuali sono di due tipi: quelli contro il sistema e quelli a favore. Questi ultimi secondo Serge Halimi, sono i “nuovi cani da guardia” del sistema. Crolla così la definizione che aveva dato Albert Camus quando diceva che l’intellettuale non può ontologicamente “mettersi al servizio di coloro che fanno la storia: egli è al servizio di coloro che la subiscono”. A toccare le corde più importanti della questione è come al solito Foucault che, nel 1981 si esprimeva con queste parole: “Io credo che la gente sia abbastanza grande per scegliere da sola chi votare. Andare  a dire: «Sono un intellettuale, io voto per Tizio, dunque bisogna che voi votiate per Tizio» mi sembra un atteggiamento abbastanza sorprendente, una sorta di presunzione dell’intellettuale. Al contrario, se, per un certo numero di ragioni, un intellettuale pensa che il suo lavoro, le sue analisi, le sue riflessioni, il suo modo di agire, di pensare le cose, aiutino a chiarire una situazione particolare, un ambito sociale, una congiuntura, e che gli sia effettivamente possibile apportare il suo contributo teorico e pratico, allora a quel punto se ne possono trarre delle conseguenze politiche […] io credo che l’intellettuale possa condurre, se lo vuole, alla percezione e alla critica di queste cose, degli elementi importanti, da cui si deducono in seguito del tutto naturalmente, se le persone lo vogliono, certe scelte politiche”.

Entriamo così, con le parole di Foucault, dentro al problema del “cosa debba fare l’intellettuale” per essere realmente tale. Quando il commentatore Lorenzo chiede: “come trasferire (in tempi non lunghi sennò saremo morti) il vostro “sapere” a noi comuni cittadini sbandati e spaesati?” pone il problema della divulgazione delle idee dagli intellettuali ai cittadini. E qui entriamo in un campo minato. L’intellettuale istituzionalmente scrive. Perciò il passaggio delle idee dovrebbe avvenire attraverso la lettura di quanto l’intellettuale scrive. Con lo sviluppo dei canali informativi (i media) si sono aggiunte altre possibilità. Il passaggio di idee può avvenire attraverso la televisione, il web, il cinema. Un intellettuale come Pasolini scriveva sul “Corriere della Sera”, su “L’Espresso”, più recentemente un altro intellettuale, Massimo Cacciari, fa largo uso del mezzo televisivo ed è sempre stato engagé prima nel PCI e poi come figura autonoma anche in politica. Che piacciano o no Pasolini e Cacciari, il dato è che l’uno e l’altro presentano (in continuità evolutiva) l’adattarsi dell’intellettuale al crescere degli strumenti di comunicazione. Perciò non si può dire che gli intellettuali non comunichino e non sia possibile per i “comuni cittadini sbandati e spaesati” prendere visione delle idee che circolano.
Ma Lorenzo dice anche: “cosa inventarci (partito-associazione-fronte-altro) le strutture che trasformano le analisi precise e puntuali in programmi politici di intervento e trasformazione della società?”. Ed è questo il punto sul quale si incardina tutto. Lorenzo chiede all’intellettuale di farsi politico. Ma non è una richiesta soltanto sua, è una richiesta diffusa. Questa richiesta apre due questioni, la prima è se sia lecito all’intellettuale farsi politico, la seconda è quale sia lo stato di salute dell’intellettuale in Italia e in generale e quindi quali possibilità reali abbia di influire sulla società. Riguardo alla prima questione – da quanto si è citato in precedenza – sembra che l’intellettuale se si fa politico smette di essere tale. In altre parole: se l’intellettuale è quel signore che, sempre e comunque, è critico nei confronti del sistema (di qualsiasi sistema), nel momento in cui si fa politico “entra” dentro i meccanismi del sistema. Perde la sua “terzietà”. Il che non significa

che non possa essere vicino a determinate posizioni che facciano parte del programma di un determinato partito ma non dovrebbe essere “organico” a quel partito. Magari non vi piacerà l’esempio ma ve lo propongo. Giancarlo Miglio è stato uno studioso, probabilmente uno dei più attivi e preparati del secondo dopoguerra, ma fu anche un intellettuale. Io direi di no. Perché Miglio fu sempre legato alla politica di partito, dapprima nella Democrazia Cristiana e poi nella Lega Nord, divenendone anche senatore. Quel che voglio dire è che l’intellettuale (per essere tale) non può essere “organico” (con buona pace di Gramsci), perché essere “organico” significa cessare di svolgere la sua funzione e assumerne un’altra. L’intellettuale può disseminare le sue idee, comunicarle nel modo migliore in relazione alle sue capacità e ai suoi mezzi, ma non può farsi né politico indicando entro quali strutture svolgere un’azione volta a realizzare il suo pensiero. Né può trasformarsi in capopolo creandosi una corte di suoi caudatari più o meno dediti all’ammirazione delle sue qualità vere o presunte. In questo senso – per riprendere tre nomi già citati – Pasolini rimase un intellettuale, Miglio si trasformò in politico 1opiumorganico, Cacciari vive una sorta di schizofrenia che ha risolto abbassando una saracinesca tra il suo lavoro intellettuale e il suo impegno diretto in politica. Per verificarlo basta leggersi il suo ultimo, raffinato, libro “Il potere che frena”, per soppesare la dicotomia tra il linguaggio adottato e quello sfoderato nei litigi televisivi.
Mi fermo qui per ora. Domani vorrei riprendere il tema partendo dall’altra questione, ossia se gli intellettuali siano in grado o meno di esercitare il loro ruolo in questa società.

Note di lettura:

A questo indirizzo potete scaricare il testo della lettera aperta che Vittorini indirizzò a Togliatti. “L’oppio degli intellettuali” di Raymond Aron è stato tradotto in Italia da Lindau nel 2008. dovrebbe essere ancora reperibile. Il testo di Serge Halimi è stato tradotto con il titolo “I nuovi cani da guardia. Giornalisti e potere” da Tullio Pironti Editore nel 2000. L’opinione di Camus è tratta da “Discours de Suède”, Gallimard, 1959. Il testo di Foucault sta in “Discipline, Poteri, Verità”, Marietti 1820, p. 217. Il libro “Il potere che frena” di Cacciari è edito da Adelphi, 2013.

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