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Anni fa mi fu offerto di insegnare a Barcellona. L’idea mi piaceva molto. La città era l’icona di una certa cultura aperta e, si diceva, che chi voleva capire la direzione dello sviluppo culturale europeo aveva due scelte: andare a Barcellona o a Berlino. Iniziai a preparare la documentazione richiesta e mi accorsi che avrei dovuto tenere le lezioni in catalano. Per lo spagnolo (castigliano) non avevo problemi ma di catalano proprio non sapevo nulla. Molte persone amiche mi incoraggiarono con l’argomento della facilità della lingua: “sai l’italiano, sai il castigliano, sai il francese, ci metti un mese ad imparare il catalano”. Ma più ci pensavo e più la cosa mi convinceva meno. Formalmente e giuridicamente non eccepivo nulla. Lo Statuto della Autonomia Catalana dice infatti che il “catalano deve essere utilizzato normalmente come lingua veicolare e di apprendimento nell’istruzione universitaria e in quella non universitaria”, però poi dice anche che “il corpo docente e gli alunni dei centri universitari hanno il diritto di esprimersi, oralmente e per iscritto, nella lingua ufficiale che vogliano scegliere”. Una apparente contraddizione che, però, era stata brillantemente risolta tagliando la testa al toro: il corso va tenuto in catalano. E allora ho detto no grazie. Il fatto è stato per me il primo “scontro” personale con il nazionalismo. Mi era stata spiegata la scelta dell’Ateneo con un complicato discorso nel quale le parole “nazionalità”, “identità”, “cultura”, “patriottismo” erano, per usare un brutto neologismo, “pivotali”. Tutto questo argomentare mi aveva alla fine irritata moltissimo. Passato un po’ di tempo – nel frattempo avevo accettato un’altra proposta – ho ripensato alla cosa e ne ho approfittato per fare una autoanalisi della mia scelta e, soprattutto, della mia irritazione.  Mi ha aiutato in questo percorso un bel libro di Francesco Remotti che si intitola “Contro l’identità” . Mi sono chiarita così un primo tassello: l’identità è qualcosa che viene sempre “costruita” o “inventata) . E sulla invenzione dell’identità ho letto un altro libro – che è oramai un classico – “L’invenzione della tradizione” di Hobsbawn e Ranger. Fu una scoperta fantastica. La parte che riguarda la Scozia mi impressionò particolarmente. Tutto quello che pensavo non era vero. Il kilt, l’associazione di colori diversi a specifici clan …. tutte invenzioni di una tradizione creata di sana pianta. Ho scoperto che il giudizio su come si deve considerare una nazione è diviso in due campi. Da una parte ci sono quegli storici che considerano la nazione una invenzione dell’Illuminismo. Insomma una creazione culturale che – secondo le considerazioni successive del pensiero marxista – avrebbe giovato proprio al crescere del capitalismo. Insomma la nazione come progetto unificante delle classi dominanti rispetto alle classi dominate. L’idea di nazione si basa così su quattro punti cardinali: il concetto di confine, quello di difesa militare, di unità linguistica, di omogeneità etnica. L’altra corrente di pensiero ritiene che le nazioni si siano costruite nel tempo partendo da una comune base linguistica di un gruppo etnico. La lingua comune avrebbe permesso poi – pian piano – la creazione di strutture essenziali per la determinazione di nazione: il diritto, l’amministrazione, la narrazione storica.
Recentemente Giulio Bollati ha scritto un libro molto intelligente che media tra queste due visioni. Si intitola “L’italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione”. Per Bollati l’Italia e gli Italiani sono – contemporaneamente – il frutto di un processo storico e di una invenzione. Con grande acutezza sostiene che noi oggi siamo ciò che il processo storico da Dante, a Bembo a Manzoni ha costruito nei secoli. Ma siamo anche il frutto di un progetto culturale che si chiama Risorgimento. Proprio il Risorgimento si è incaricato di sistematizzare il processo storico, di dargli una coerenza ex-post. Coerenza ovviamente arbitraria e artificiale, con integrazioni e amputazioni più politiche che storiche. Questa sistematizzazione risorgimentale ha creato un risultato culturale: principi morali, spirituali, idealità. Che lo si ami o lo si odi, che lo si accetti acriticamente o lo si rifiuti con sdegno questo è il retaggio ideale che ha contribuito a formare l’identità del Paese che chiamiamo Italia. Ma Bollati dice anche una cosa più profonda, il prodotto della sistematizzazione è un  “retaggio ideale” che, a guardarlo spassionatamente, e riconosciutagli la sua parte di funzione patriottica e i suoi momenti di decoro culturale, bisognerà poi decidersi a considerare per quello che è: una riserva di fondo nei confronti della civiltà moderna”. Questa frase mi sembra decisiva. Che lo vogliamo o no siamo immersi in una dimensione culturale che si chiama “nazione” (o per i più romantici “patria”) e con questo bagaglio tramandatoci dalla famiglia, dalla scuola, dai monumenti e dalla letteratura ci confrontiamo con il resto del mondo. Abbiamo allora due scelte possibili: vivere la dimensione nazionale in modo aperto o in modo chiuso. Il modo chiuso è quello che paventa Bollati: utilizzare a scopo difensivo l’identità nazionale. E per scopo difensivo intendo quelle strategie di rifiuto/contrapposizione rispetto al moderno, all’intrusione della modernità nel nostro orizzonte culturale post-risorgimentale. Ci si chiude quando ci si sente minacciati culturalmente dalla diffusione del kebab (ma stranamente non dai pub in stile finto irlandese), quando la visione dell’altro è una visione di sospetto. Quando il concetto di confine diventa una porta di casa chiusa a chiave. Quando prevale sul dialogo l’idea del “padroni a casa nostra”. Il modo aperto è – probabilmente, ma è una mia opinione – il più difficoltoso, il meno facile da maneggiare. Occorre essere degli adulti equilibrati con un senso di identità forte che, proprio per questa sua forza, non sente come una minaccia l’incontro con l’altro. Il modo aperto è saper armonizzare la propria identità in un contesto che – ci piaccia o no – è globalizzato e omogeneizzato. Avere una dimensione aperta della propria identità nazionale secondo me significa rinunciare alle retoriche patriottarde che facevano dire ad Albert Einstein: “Questo eroismo a comando, questa violenza insensata, questo maledetto e ampolloso patriottismo, quanto intensamente li disprezzo!”. Significa depurare il “retaggio ideale” da quei principi che ci impediscono di metterci in relazione conoscitiva con altri “retaggi ideali”.
Alla fine di tutto il percorso nato con il mio rifiuto di piegarmi alla necessità di imparare il catalano, ho imparato altre cose, credo altrettanto importanti. Ho imparato a fare pace con il concetto di “nazionalismo” e quello di “nazione” e a mantenere a distanza l’altro concetto che continuo a vedere come pericoloso e inaccettabile: il patriottismo. Mi sono così inventata questa mediazione con me stessa: c’è una buona idea di nazione e una cattiva idea di nazione. Quella che include e quella che esclude. Quella semplice e autentica e quella retorica e artificiale, quella che vede il confine come un luogo di confronto e quella che lo vede come il punto di partenza di un “sacro suolo” arbitrariamente segnato da guerre vinte o perse con i vicini. C’è una idea cattiva di nazione che mi ingabbia dentro dei principi arbitrariamente definiti eterni e una idea di nazione che è un continuo divenire e modificarsi nel procedere del tempo. Ciò posto, e dopo aver scelto la mia idea di nazione aperta ho anche ricominciato a vedere un significato positivo nello sventolio di bandiere. Certo non riesco ad emozionarmi e la musica dell’inno, nonché le sue parole belliciste, mi danno ancora un po’ fastidio, ma – tutto sommato – sono soddisfatta del mio risultato.

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