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L’articolo che segue è stato pubblicato da Samuel Brittan sul Financial Times l’8 agosto scorso. Brittain è è stato redattore economico dell’Observer, consulente del Dipartimento Affari Economici del governo britannico e, dal 1966, commentatore del Financial Times. Una penna importante per la testata economica inglese. Chi conosce le stretgie del Financial Times sa che gli articoli più condivisi sono quelli firmati da articolisti storici. Lo abbiamo tradotto perché ci sembra un ottimo spunto di riflessione.

Immaginate il negozio all’angolo in crisi. Nella migliore delle ipotesi non riesce più a produrre un reddito che garantisca al suo proprietario un livello minimo di sussistenza. Nel peggiore dei casi non il proprietario non può più coprire i suoi costi ed è stato costretto a chiedere prestiti e donazioni da parenti, amici e sostenitori. Uno di questi donatori ha detto con convinzione che avrebbe fatto tutto il dovuto per mantenere il negozio in vita, e ha aggiunto: “Mi creda, sarà sufficiente”.

Tutte le analogie sono imperfette ma questa è abbastanza vicina alla situazione dei membri non competitivi della zona euro. Da quando l’euro è stato inaugurato nel 1999, i costi unitari del lavoro tedesco sono aumentati di meno del 13 per cento cumulativo. Durante questo periodo, il costo del lavoro greco, spagnolo e portoghese sono saliti dal 20 al 30 per cento, e quelli italiani ancora di più. Non c’è da stupirsi che la Germania abbia un avanzo delle partite correnti pari al 6 per cento del prodotto interno lordo, mentre Grecia, Italia, il Portogallo e Spagna hanno un equilibrio disastroso. Le stime devono essere prese cum grano salis, ma il loro messaggio generale è fin troppo plausibile. Né la cosiddetta unione bancaria o l’armonizzazione fiscale saranno sufficienti, in presenza di questi squilibri.

La teoria economica che stava dietro la creazione dell’euro sosteneva che la stessa moneta unica, e la presunta impossibilità di svalutazione da parte dei membri, avrebbero agito come una forza armonizzante. Ma questo non è successo e relazioni attuali tra i Paesi sono diventati insostenibili. Herbert Stein, un economista che operava a Washington verso la fine del secolo scorso, disse che se una politica o una situazione si rivela insostenibile, non dovrebbe essere perseguita. Disgraziatamente non precisò il tempo necessario per disfarsene.

Nel frattempo, è nell’interesse degli eurocrati far sì che i problemi sembrino più complicati possibile in modo tale che solo un piccolo numero di cosiddetti esperti finanziari possa discuterne. Nel frattempo è stato varato un pacchetto finanziario dopo l’altro e una garanzia dopo l’altra per mantenere l’attuale struttura in vita. Ma prestiti e garanzie non rendono sostenibile l’insostenibile. Ad oggi esistono poche alternative future in grado di realizzarsi.

Keep_Calm_Rule_Britannia_MugIn primo luogo, l’”austerità” nei paesi periferici potrebbe avere successo. Con questo, voglio dire, che la compressione della domanda che è stata imposta potrebbe tradursi in un calo dei costi e dei prezzi, rispetto ai vicini della zona euro, portando ad una maggiore competitività, un eventuale recupero del tenore di vita e un forte calo della disoccupazione. Una variante di questo schema potrebbe essere un miglioramento della competitività non del prezzo: più fantasiosi viaggi turistici in Egeo o alberghi più attraenti in Algarve. La domanda chiave è: quanti anni – o decenni – sono necessari affinché questa soluzione dia dei risultati positivi.

In secondo luogo, le periferiche potrebbero continuare a rimanere in una situazione di stagnazione. La disoccupazione è ora al 22% in Grecia, al 24% in Spagna, al 18% in Portogallo, al 15% per cento in Irlanda e al 10% per cento in Italia (a titolo di confronto, è all’8% negli Stati Uniti e in Gran Bretagna). In questo caso temo che l’esito sarebbe una ulteriore crescita e l’inizio di una emigrazione di massa.

La terza opzione è la più improbabile, ma va citata per completezza. La Germania e gli altri paesi settentrionali dell’eurozona potrebbero decidere di adottare politiche più “espansive” (ossia inflazionistiche), ridimensionando così l’agonia del sud. In alternativa potrebbero decidere di continuare a sovvenzionare le periferie del sud a tempo indeterminato.

La quarta opzione prevedrebbe l’uscita di uno o più paesi periferici dalla zona euro. I difficili problemi derivati dal distacco non investirebbero soltanto i Paesi che uscirebbero ma anche quelli che rimarrebbero a causa delle banche che detengono assets in euro potenzialmente deprezzabili.  Ma alla fine di questo processo i paesi usciti dall’euro potrebbero raccogliere i propri pezzi membri riemergendo con prestazioni economicamente più tollerabili, come è avvenuto con l’Argentina quando venne tagliato l’apparentemente indissolubile legame con il dollaro americano. Alcuni economisti vorrebbero che si verificasse la situazione opposta e preferirebbero che la Germania e i suoi vicini prendessero l’iniziativa e uscissero dall’euro, ma questo non accadrà a prescindere dal risultato delle prossime elezioni tedesche.

Naturalmente, si può immaginare un vasto numero di varianti e compromessi nelle quattro congetture esposte, ma le possibilità sono limitate. Se dovessi scommettere (cosa che non faccio) il mio denaro lo fare sulla ipotesi 4. Ma non ci scommetterei sul quando potrebbe verificarsi. Il Sacro Romano Impero – che non era notoriamente né romano, né un impero – fu fondato da Carlo Magno nel 800 e durò fino a quando non fu sciolto da Napoleone nel 1806. La Confederazione tedesca fu  inaugurata dopo le guerre napoleoniche e non ebbe mai veri poteri sugli stati membri. Venne rafforzata da una unione doganale (Zollverein) nel 1834 e tutta la sua traballante struttura durò fino a quando non venne sciolta da Bismarck a favore del nascente Reich tedesco nel 1871.

La storia può subire accelerazioni, ma non possiamo sapere di quale entità, e il calendario di una euro-disintegrazione è comunque soggetto a congetture. C’è senz’altro un limite alla spinta che si può imprimere.

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