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Ci siamo occupati – a margine della discussione sull’uscita dall’Euro – delle teorie della “sovranità” che – almeno i rete sono rappresentate da diverse aggregazioni. Avevamo ammesso la nostra incapacità a collocare il sovranismo in schemi politici usuali. Ci è stato detto (anche non troppo larvatamente) di studiare e di approfondire. Abbiamo cercato di farlo e abbiamo scelto di analizzare un documento: il Manifesto del Fronte Popolare Italiano. E siccome volevamo una analisi e non una critica siamo andati da un esperto di Scienza Politica che insegna da qualche parte e che abbiamo arruolato nel nostro “collettivo di fessi” (copyright di bvzm1). Consideratelo come ArsLonga2. Gli abbiamo dato da leggere e commentare il Manifesto e lo abbiamo intervistato. Quello che segue è la lunga chiacchierata che ne è uscita fuori. Ovviamente tutto è opinabile perciò si pregano gli interessati di non vedere quanto scritto come una critica. Volevamo capire da qualcuno che stimiamo impressioni e valutazioni, non giudizi.

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– Hai esaminato il Manifesto del Fronte Popolare Italiano. Che impressione generale ti ha fatto?
Sono partito da questo documento perché – se ho capito bene – è l’atto fondativo di un “non-partito” e sembra andare al di là della questione della sovranità monetaria per porre una visione più ampia. Non vorrei dire una cosa troppo grande ma qui (almeno per ora, poi non so se ci siano o saranno altri documenti simili) sembra emergere la “visione del mondo” (intesa come Weltanschaaung) del movimento che lo ha stilato. La questione dell’Euro qui si ricolloca in una visione più ampia insomma. L’impressione generale è che ci sia uno sforzo di sintesi, anzi un sincretismo di idee che provengono da diverse tradizioni politiche ma anche dalla Tradizione intesa in senso guenoniano.

Ed emerge da questo sincretismo qualcosa di più vicino alla sinistra o alla destra, giusto per capire l’impronta generale?
Da quel che mi è sembrato lo sforzo è evitare di dire “cose di sinistra” o “cose di destra”. Il lsottofondo ha un sapore che si potrebbe definire di “rivoluzione conservatrice”. Mi spiego meglio: la Konservative Revolution fu una esperienza politica che è stata liquidata molto male e frettolosamente dalla storiografia e perciò alla fine ne è uscita o denigrata o esaltata ma mai presa troppo sul serio. Però all’interno c’erano cose molto distanti e per certi versi la sua forza risiedeva nella disomogeneità. Per sintetizzare brutalmente: dentro c’era Thomas Mann e von Hoffmanstall, ma anche Jünger e Heidegger, Sombart e Schmitt. Insomma fu un crogiolo i cui pezzi presero poi vie molto distanti. E c’erano delle cose che ho visto anche in questo manifesto: un fastidio verso il parlamentarismo, la messa in primo piano di valori tradizionali, una tendenza che più che patriottica sembra essere identitaria, il bisogno di recuperare elementi guida di tipo morale.

E dal punto di vista delle proposte e del clima generale?
Adesso le vediamo singolarmente, ma il senso generale è quello appunto di una serie di proposte che diventano rivoluzionarie perché riprendono qualcosa di desueto e lo riattualizzano. Ossia il senso rivoluzionario è un po’ quest’opera di riproposizione. Il clima generale – e questo è un altro punto di contatto con la Konservative Revolution – è il pessimismo e il disagio. Ovvero: tutto sembra partire dalla constatazione di un declino non solo morale ma generale, da un senso di perdita e da un bisogno molto “virile” o “virilizzato” di reagire.


Vediamo allora i punti più salienti?
Sì, ma ancora una premessa: il manifesto non è un corpus ordinato rigidamente secondo delle tematiche. Raggruppa alle volte aree di intervento ed argomenti ma non lo fa con sistematicità perciò i vari punti devono essere raggruppati in modo diverso dalla successione degli articoli cosa che ho fatto io, in modo perentorio per aree tematiche.


E da quale area cominciamo?
Direi da quella più ideale ossia dall’ambito religioso. Il primo punto che lo affronta è il 16: “Dobbiamo sviluppare e insegnare ai nostri figli una religione civile della Madre Terra. La possibilità di vivere con il proprio lavoro sulla propria terra deve essere promossa.” Questo richiamo alla terra come valore supremo ha una doppia valenza: di coesione nazionale e di superamento delle contraddizioni sociali. E’ una sorta di Lebensraum che produce identità e – per questo – meritevole di diventare spazio religioso. Tanto che gli altri punti che riguardano questo argomento sono svolti in negativo. Mi riferisco ai punti che vanno dal 32 al 33. Questi punti sono preceduti dal 31 che afferma: “La vita è piena, non vuota; è concreta non astratta. La vita è ciò che corre tra la nascita e la morte. L’enorme importanza assunta, presso certe dottrine, soprattutto religioni, dalla nascita e dalla morte fa da contraltare al declino della vita. Il fenomeno deve esser invertito.” Onestamente mi è sembrato involuto ma se ne ho compreso il significato e lo collego al punto 16, sembra voler sottrarre il concetto di vita alla speculazione teologico-metafisica. Sembra dire: “la vita è qui e ora, il resto è pensiero astratto e quindi improduttivo”. Non se sono certo ma mi sembra di poterlo dire leggendo gli altri articoli. Il 32 dice: “Se la chiesa cattolica vuole essere una associazione, riconosciuta o non riconosciuta, come tutte le altre, pienamente legittimata ad esprimersi sulle scelte politiche del popolo italiano, deve prima rinunciare a tutti i privilegi concessi con il concordato e le leggi di revisione e deve cessare di essere uno Stato. Altrimenti deve stare in silenzio: può parlare ai cattolici; non ai politici italiani, né ai cittadini italiani. Tutte le altre confessioni religiose, essendo prive dei privilegi della chiesa cattolica, devono essere libere di esprimere le opinioni che vogliono, anche sulle scelte politiche che il popolo italiano si trovi a prendere.”


Una cosa tipo “libera Chiesa in libero Stato”?
Sì, ovviamente il succo è questo e non potrebbe essere altrimenti visto che alcune reminiscenze risorgimentali sono esplicite nel movimento. Cavour ci sta tutto. Ma c’è anche la negazione della “religione di Stato” in senso metafisico. Il Cattolicesimo è ricondotto ad una parità con qualsiasi altra religione perché la “religione” è quella affermata dal punto 16, ossia la Terra. Il cittadino è anzitutto un devoto alla patria e poi, se vuole, nel privato alle proprie credenze religiose che non hanno però “corso legale”. Il punto 33 mi ha incuriosito, dice: “Quando il nostro interlocutore, nel discorrere di problemi politici – e ribadiamo di problemi politici – afferma “io sono cattolico”, noi gli rispondiamo: “Non ci interessa minimamente. Cita le tue scritture sacre! Le parole delle sacre scritture, in particolare le parole di Gesù, le ascoltiamo sempre volentieri e non ci interessa se chi le pronuncia è cattolico o meno.” Qui, sia nel tono che nel contenuto, si mette in discussione l’auctoritas del discorso religioso come discorso di potere. Sembra che dica: chiunque può “narrare” il discorso religioso. Il che significa disancorarlo dalla struttura di potere clericale e riappropriarsene. Un discorso laterale, non diretto ma che sembra voler depotenziare le religioni con attese escatologiche già affermata al punto 16.


E sul tema religioso che conclusioni trai?
Direi che il Manifesto esprime un sentire che va anche  al di là dell’anticlericalismo risorgimentale. Non so se sia un caso o no, però sembra di sentire qualcosa che assomiglia al pensiero di Alberto Radicati di Passerano che dal suo anticlericalismo arriva alla giustificazione etica del suicidio nella “Dissertazione filosofica sulla morte” del 1732. Infatti, e sarà un caso, il Manifesto parla di suicidio al punto 30: “Crediamo che debba essere riconosciuto finanche il diritto di seguire l’usanza di antichi popoli, presso i quali gli anziani, avvertendo l’avvicinarsi della fine, si isolavano dalla comunità, si sedevano sotto un grande albero e attendevano la morte come ultimo tenero abbraccio della madre terra.” Che non è solo il riconoscimento della liceità della eutanasia (in linea di assoluto principio e quindi con una certa vaghezza) ma anche il suo ricollegarlo all’antichità, alla tradizione pre-cristiana. L’idea del vecchio che se ne va a morire sotto l’albero ha il tono lirico del ricongiungimento alla Terra, appunto: Alberto Radicati di Passerano.


Il secondo gruppo tematico che emerge?
In linea con il sapore di Rivoluzione Conservatrice direi il tema dell’educazione nazionale che è trattato molto, anche di più di quanto ci si aspetterebbe in un Manifesto politico. I punti vanno dal 20 al 25. Io metterei per primo il punto 24 che dice: “La scuola non deve formare uomini moderni, bensì semplicemente uomini, che sappiano guardare dentro di sé e fuori di sé.” che per essere capito va strettamente coniugato con il punto 22: “Le funzioni essenziali della Scuola e dell’Università sono due: formare gli uomini e valorizzare i talenti. La Scuola, se si tratta di Scuola tecnica, può eventualmente svolgere anche la funzione di fornire agli studenti notizie e tecniche utili a svolgere un lavoro. L’Università e i licei, che non siano licei tecnici, mai”. Qui la visione della scuola ha un sapore molto antico, quasi antimoderno. Ossia: la scuola non insegna materie ma educa il corpo della nazione. La scuola (tranne poche eccezioni, ossia gli istituti tecnici) forma il carattere della nazione e poi, in seconda battuta, trasmette insegnamenti pratici. Tanto che i licei vengono recuperati a quell’antico livello di superiorità, insomma le scuole per la classe dirigente. Il quadro è quello di una scuola molto tradizionale nella quale la “modernità” va espulsa o, quantomeno, recintata a favore della educazione del cittadino.


Quindi si auspica una scuola con una educazione fortemente umanistica?
Direi di più ancora: una scuola come suprema agenzia formativa più importante della famiglia e comunque superiore alla famiglia, tanto che il punto 21 dice: “La libertà nella scelta dei metodi educativi è sacrosanta. Invece, l’obiettivo dell’educazione è un dato indiscutibile: che il giovane sia coraggioso, intelligente, colto, paziente, disponibile a sopportare immensi sacrifici per il raggiungimento degli obiettivi che si prefigge, magnanimo con i deboli e dignitoso con i potenti. La realizzazione di questo obiettivo non è affidata soltanto ai genitori, bensì anche alla Scuola; o soltanto alla Scuola, quando i genitori si rivelino inidonei o deliberatamente si sottraggano al loro sommo dovere.” E questo è interessante perché ci dice che la scuola deve formare individui con le migliori qualità spirituali individuate in caratteristiche che hanno un sapore molto marziale. Deve formare cittadini orientati al dovere, forgiati nei sacrifici e disponibile ai sacrifici. E il compito è un compito della nazione più che della famiglia. Famiglia che può scegliere il metodo (che so steineriano piuttosto che qualcos’altro) ma non può derogare dall’obiettivo di formazione del cittadino ideale. La prevalenza della missione della scuola sulla famiglia è esplicita al punto 23: “Bisogna ridare prestigio alla Scuola. Ma il prestigio presuppone il potere. Nella sfera di competenza della scuola, il potere educativo della medesima, se contrasta con l’orientamento dei genitori dello scolaro, deve prevalere. La scuola deve sottrarre i giovani alle pretese e alle ansie dei genitori, per renderli uomini”. Qui la locuzione “orientamento dei genitori” è opaca. Non si capisce se ci si riferisce all’orientamento politico, religioso, oppure se è – più banalmente – la restituzione al maestro dell’autorità repressiva sullo scolaro. Insomma non è chiaro se è qualcosa di molto ideologico o di molto spiccio, tipo autorizzare nuovamente che il maestro o il professore ti prenda a ceffoni come succedeva a noi da piccoli. Comunque sia la visione è quella di una scuola antica, molto autorevole, con una buona dose di autoritarismo. Quasi una scuola che sospende, nell’orario di lezione, la patria potestas a favore dell’educatore.


Altro tema sviluppato in modo completo?
Direi quello che si occupa esplicitamente o implicitamente del controllo dei media. Il punto che funziona da “cappello” generale è il 20: “Sappiamo che oltre alle tre funzioni esercitate dai tre poteri dello Stato esistono altre due funzioni, le quali non sono esercitate, se non in parte, da poteri o organi statali: creare moneta e formare l’opinione pubblica. Entrambe devono essere sottratte al grande capitale e consegnate al popolo”. Tralascio il punto sul battere moneta. “Formare l’opinione pubblica” non è tecnicamente una “funzione” a meno che non si stia parlando di un regime totalitario con un Ministero della Cultura Popolare creato ad hoc. Anche se qui si dice che la “funzione” va restituita al popolo è poco credibile che il popolo possa gestirla poi da sé. Sembra un po’ circolare: c’è una funzione di orientamento dell’opinione pubblica ed essa viene restituita al popolo. Quindi o il popolo si “autoforma” oppure ci deve essere una “agenzia” che cura il formarsi dell’opinione pubblica. Questo non è affermato esplicitamente però al punto 25 si dice: “Muoviamo dalla consapevolezza della enorme superiorità della scrittura rispetto alle immagini” e al punto 26: “Sappiamo che la televisione è droga e in particolare sappiamo che è un narcotico”. Ora, lasciando perdere il quadro che radicalizza anche il pur duro giudizio di Popper sulla televisione, per deduzione il controllo su un medium tanto pericoloso, che si basa sulle immagini ed è quindi “inferiore”, non dovrebbe essere lasciato al popolo a voler essere conseguenti.


Perciò?
Perciò il Manifesto non è chiaro su questo argomento: non viene esplicitato chi dovrebbe controllare un settore così delicato in grado di influenzare l’opinione pubblica. O meglio, siccome il punto 17 dice “La pubblicità deve essere ridotta. Una lenta ma inesorabile riduzione della pubblicità: questa è la strada”, si deduce che un forte intervento dello Stato viene messo nel conto.


E per quanto riguarda lo Stato e l’economia quali sono le proposte?
Il punto cardine che sembra emergere è il punto 13 che mi sembra propedeutico a tutto il resto: “La crescita o la decrescita sono il risultato di politiche giuridiche, ossia di politiche del diritto volte ad affermare principi economici, politici, culturali e ideali. Non sono un obiettivo: né la crescita né la decrescita. Sappiamo, peraltro, che un rallentamento sarà il risultato del perseguimento dei nostri obiettivi .” Qui si ha uno spostamento dell’equilibrio dei poteri come lo intendiamo comunemente a favore delle “politiche giuridiche”. Ossia è il diritto che fa lo Stato e non viceversa. Sono le politiche giuridiche che affermano i principi economici, politici e culturali e, addirittura ideali.


Ed è un bene?
Non so se sia un bene o un male: è una visione del rapporto tra Stato e diritto. C’è chi come Kelsen vede il diritto come prodotto dello Stato (ossia della politica che si è fatta istituzione) e chi vede il diritto positivo prima dello Stato. Anzi ci sarebbe una triade gerarchica: diritto naturale – Stato – diritto positivo. E il diritto naturale che precede lo Stato perché a voler semplificare il diritto naturale corrisponde a quelli che grosso modo chiamiamo diritti umani. E i diritti umani vengono prima dello Stato. Ma io credo che qui i diritti umani c’entrino poco perché il punto 42 dice: “ i diritti umani sono uno strumento di imperialismo culturale e militare”. Perciò ne deduco che la teoria su cui si basa l’articolo 13 abbia un’altra natura, un’altra origine.


Quale origine?
Credo ci si rifaccia nuovamente ad un rappresentante della Konservative Revolution: Carl Schmitt. Il diritto crea lo Stato. Ci sono molte venature schmittiane in questo manifesto. D’altronde quello che si propone sembra essere uno Stato che si ricentralizza, vedi ad esempio il punto 35 “Che una maggiore autonomia (dallo Stato) degli enti territoriali e degli enti pubblici minori non territoriali sia in sé, sempre e comunque, preferibile ad una maggiore eteronomia, possono asserirlo soltanto gli sciocchi, coloro che sono in errore grave e coloro che sono in malafede”.


Si prefigura uno Stato forte nel Manifesto?
Bisognerebbe intendersi sul significato di “forte”. In ogni caso tutti i provvedimenti economici proposti sembrano presupporre uno stato in grado di imporre provvedimenti da “stato di eccezione” (e torna Schmitt).


E quali sarebbero questi provvedimenti economici che si propongono?
Il punto 4 dice “Le rendite per così dire naturali devono essere mantenute e, decurtate delle spese e del lavoro accessorio, devono superare di poco l’inflazione. E pressoché non devono esistere, sempre salve le spese e il lavoro accessorio, se non c’è inflazione”. Il che fa ricordare i discorsi del buon vecchio Claudio Napoleoni (e del suo “Patto tra produttori”) che voleva l’abolizione tout court delle rendite che sarebbero state, per come la vedeva lui, il residuato del mondo pre-capitalista. Qui credo che la proposta sia quella di tassare le rendite finanziarie anche se espresso come concetto in modo da ricordare (o ricomprendere, non saprei) i famigerati “rentier” di Napoleoni. Comunque al punto 5 dice: “Le rendite artificiali – marchi, brevetti, “diritti sportivi” e ogni altra entità immateriale elevata a “bene”– devono essere limitate sotto molteplici profili e in modo severo o addirittura eliminate. Esse sono come sono perché il diritto le ha plasmate così. Allo stesso modo il diritto le può disfare.” A parte questa idea di un diritto che crea e distrugge, coerente con quanto detto prima, la proposta fortemente avversa alle rendite qui si sposerebbe con il movimento no-copyright. Insomma si miscelano concetti antichi e moderni.


Poi?
Poi alcune proposte ruotano intorno al problema del debito e del consumo e sono le proposte più nuove ma sempre con un persistente sapore ideale di antico. Si può cominciare con il punto 3: “Non siamo contro il capitale privato, perché sappiamo che ogni produzione implica capitale e lavoro e conveniamo che, in una certa misura, il rischio del capitale debba essere remunerato”. A mio avviso questa affermazione implica l’introduzione di un “capitalismo limitato nel suo saggio di profitto”. Ossia sembra proporre dei tetti se intendo bene “in una certa misura”. Il punto 1 (“Muoviamo dall’assunto che l’uomo deve lavorare, col pensiero, con la parola o con il corpo, per l’autoproduzione oppure per la produzione generale e vogliamo che la Repubblica sia fondata sul lavoro: autonomo e subordinato”) non tocca la natura capitalistica dello Stato ma si capisce poi che la proposta che si avanza è quella di un capitalismo minimale, ossia ricondotto allo svolgimento delle piccole attività a bassa capitalizzazione.


Da cosa lo deduci?
Dal punto 2: “Ci auguriamo che il lavoro subordinato, alle dipendenze dei privati, possa progressivamente essere ridotto e intendiamo agire politicamente perché ciò possa, almeno in parte, avvenire. La Costituzione prevede che “la legge provvede… allo sviluppo dell’artigianato”. Se capisco bene quel che c’è scritto significa che il lavoro subordinato dovrebbe essere assorbito per lo più da aziende statali, visto che si vuol ridurre progressivamente il lavoro presso i datori di lavoro privati. Insomma una economia nella quale la parte del leone dovrebbe farla lo Stato in quanto datore di lavoro. Sembra di intuire che il capitalismo dovrebbe attestarsi intorno al lavoro artigianale, al piccolo commercio, etc. Insomma piccoli esercizi capitalisti e grandi aziende di Stato. Non a caso il punto 1 del Manifesto dice: “Muoviamo dall’assunto che l’uomo deve lavorare, col pensiero, con la parola o con il corpo, per l’autoproduzione oppure per la produzione generale e vogliamo che la Repubblica sia fondata sul lavoro: autonomo e subordinato”.


Quindi si rimarrebbe nel quadro di una economia capitalista?
Sì ma sembra di intravvedere una idea di “capitalismo sobrio”, ossia di un capitalismo cui sono state tagliate le ali dello strumento finanziario. Tanto che il punto 8 dice: “Crediamo che il diritto dei mercati finanziari debba divenire oggetto di immensa riflessione, non solo da parte dei giuristi ma delle menti più lucide che il popolo italiano è in grado di esprimere. Per ogni istituto introdotto negli ultimi anni, è necessario chiedere quali interessi sarebbero tutelati se esso venisse soppresso oppure sostituito con un diverso istituto, oppure, infine, se esso venisse disciplinato diversamente. È una materia che va affrontata di petto e non conviene accettare il piano delle modifiche”. A parte il fatto che qui, coerentemente con gli assunti precedenti, è sempre il diritto che fa la politica e sono i giuristi che dovrebbero regolare pur con appoggi esterni, la proposta è estremamente radicale. L’idea di limitare il capitalismo attraverso l’abolizione della finanza si esprime anche il punto 7 che auspica l’eliminazione dei promotori finanziari. Una limitazione che si esprime anche con l’enfasi che viene data al concetto di risparmio contrapposto al consumo. Gli estensori del manifesto hanno come modello una società frugale che accede all’acquisto di beni attraverso una fase precedente di risparmio. Il risparmio sembra avere una funzione educativa più che economica. Infatti il punto 9 dice: “Ammiriamo il risparmio e non crediamo che la legge debba promuovere l’acquisto a debito di beni di consumo. La Costituzione dice che “La Repubblica incoraggia … il risparmio”, non il debito. E noi intendiamo essere il potere costituente della nostra Carta Costituzionale”. Non è frequente usare il verbo “ammirare” riferito al risparmio. Il risparmio in sé non si ammira in senso moderno perché la propensione al risparmio è – se mi permetti la semplificazione – una variabile economica. Si ammirano delle virtù e qui “ammirare il risparmio” sembra diventare in sostanza l’ammirazione per il sacrificio personale che il risparmio richiede. E tutto ciò diventa trasparente leggendo il punto 10: “Il mutuo per l’acquisto della prima casa non può avere ad oggetto una somma superiore al cinquanta percento del prezzo e non può avere una durata superiore a quindici anni”.


La casa come punto di arrivo di una vita di risparmi?
Più o meno. Il dato che emerge è che le giovani coppie, se non supportate dall’aiuto delle famiglie di provenienza, potrebbero diventare proprietarie di un immobile in tempi assai più lunghi. Necessità di un capitale di dimensioni importanti e rate più alte allungherebbero significativamente i tempi per coloro che non hanno alle spalle genitori in grado di finanziare l’acquisto. Ma di questo – e in generale della restrizione dei crediti al consumo di cui si parla al punto 11 – gli estensori sembrano comprendere le conseguenze perché al punto 12 scrivono: “Sappiamo che le leggi contro l’indebitamento dei cittadini avranno come effetto un aumento del conflitto sociale. E tuttavia sappiamo anche che sarà possibile che il conflitto trovi una giusta composizione per effetto di una nuova equilibrata politica dei redditi. I problemi non vanno evitati ma affrontati e risolti”. Il che dice poco o, almeno, lasci molto nel vago. Una “equilibrata politica dei redditi” presuppone un percorso di concertazione tra sindacato e impresa come lo conosciamo attualmente o nasce da provvedimenti legislativi? Perché le differenze non sarebbero lievi. La lotta al consumo è presentata con toni che non lasciano molti spazi al punto 18: “Il termine consumatore deve essere bandito. Esistono soltanto il consumismo e la spesa equilibrata. Il consumismo è l’atteggiamento e l’ideologia dei drogati del consumo; il consumerismo magari fosse metadone: è la dose a basso prezzo”. Qui mi pare che ci sia una svista. Il “consumerismo” altro non è che la “tutela del consumatore” ed in questo senso è un processo che ha una lunga storia. Liquidare il consumerismo in questo modo significa buttar via Ralph Nader e il Bill of Rights in un colpo solo. Senza dimenticare tutto il dibattito intorno al prosumerismo. Anche perché il problema sorge quando si introduce il concetto di “spesa equilibrata”. Cosa è una “spesa equilibrata”? Come – ma soprattutto – chi decide il punto di equilibrio? Ed esiste un “punto di equilibrio” a prescindere da altre considerazioni?


Non potrebbe essere lo Stato il decisore di ultima istanza riguardo ai consumi?
Sembra di capire dal Manifesto che dovrebbe essere infatti lo Stato a curarsi del problema. Infatti il punto 19 dice: “Mercato, libero mercato, libera concorrenza e libero scambio sono formule e concetti ideologi. Talvolta, secondo le circostanze, può essere utile un monopolio. Ed è sempre necessaria la programmazione, che è una scelta umanistica, mentre l’affidamento alle forze del “mercato” è di per sé nichilistico”. Come sai sulla formazione spontanea dei monopoli marxismo e liberismo si sono affrontati per un centinaio d’anni. Qui la parola “monopolio” è vicino alla parola “programmazione” e dovendo interpretare il punto si potrebbe dedurre che il monopolio è demandato allo Stato. In caso contrario – se situazioni monopolistiche fossero in capo ai privati – salterebbe qualsiasi capacità di programmazione. Quindi sembra di capire che i monopoli di Stato dovrebbero sottrarre spazio al capitalismo svolgendo funzioni di calmiere quantomeno. Ma anche qui il Manifesto sembra essere timido. Ossia se dico che il monopolio statale “talvolta”, “secondo le circostanze” può essere introdotto rimango abbastanza in mezzo al guado. Poi dire che il mercato e il libero scambio sono concetti ideologici mi lascia un po’ perplesso. Come il concetto che la programmazione (ritengo economica) sia umanistica lascia aperte delle praterie interpretative.


Quali altri punti trovi interessanti?
Il rapporto con la scienza e la ricerca scientifica riporta in causa il ruolo dello Stato. Il punto 28 sostiene che “La scienza, in tutte le sue specie, è libera e non soggetta a controlli. Il finanziamento della ricerca è statale o è indirizzato dallo Stato o può essere controllato dallo Stato. La tecnologia non è libera e, ricorrendo un interesse generale, può essere sottoposta sia a penetranti controlli sia a divieti”. Qui escono due piani che volgarizzando potrebbe significare più o meno: “sei libero di fare la ricerca scientifica che preferisci ma lo Stato – unico soggetto di fatto  autorizzato a finanziarla – decide cosa gli interessa e cosa no”. Il che alla fin fine corrisponde a stabilire che la ricerca è libera solo formalmente visto che gli si tolgono le fonti di finanziamento alternative allo Stato. In più le ricadute tecnologiche – che poi sono lo sbocco economico della scienza – dovrebbero sottostare all’interesse generale, stabilito dallo Stato. La conseguenza sarebbe che – a meno di ipotizzare il ritiro dei passaporti agli scienziati – nel giro di un anno chiunque si occupa di scienza se ne scapperebbe a gambe levate a lavorare altrove. Tentare di imbrigliare la scienza dentro dei confini è una strategia che non ha mai funzionato.


E sull’energia e le fonti energetiche che mi dici?
Vedo un approccio prima di tutto moralistico (absit iniuria verbis) se leggi il punto 14 te ne accorgi con una certa evidenza: “Prima di attivare le fonti rinnovabili, che comunque devono essere già da oggi studiate e progettate, dobbiamo evitare ogni spreco energetico. Ridurre i consumi e combattere gli sprechi di energia. Questi ci sembrano i principi direttivi. Poi attiveremo le fonti rinnovabili. Il risparmio, l’austerità e comunque la pudicizia nella spesa (spendere di nascosto): questo insegneremo ai nostri figli. E facciamo nostro l’antico insegnamento che lo spreco, di qualunque cosa, è spregevole”. Ritorna l’esaltazione del risparmio come “sacrificio che forgia”. Io sotto ci leggo l’idea che se il popolo avesse – da subito – la disponibilità di fonti alternative a basso costo non verrebbe educato al sacrificio. Gli estensori del Manifesto sembrano vedere nelle politiche energetiche uno strumento di educazione nazionale: prima impara a risparmiare e dopo ti daremo fonti alternative. Le fonti alternative più che una soluzione energetica diventano uno strumento di cambiamento morale. E in questo senso il concetto di “rivoluzione conservatrice” ritorna in modo netto. La gente va ricondotta su un sentiero dal quale si è allontanata, occorre riaggiustare una perversione collettiva. I valori da recuperare sono quelli di una economia borghese precapitalista: risparmio, austerità in primo luogo e, se proprio non si può fare a meno di spendere, farlo di nascosto vergognandosene un po’.


Questa sarebbe la “pudicizia della spesa”?
Eh beh sì. Ma anche qui il pensiero moralistico emerge con forza. E con pensiero moralistico non intendo esercitare una critica. Intendo piuttosto dire che riemerge una linea di pensiero antica quella del Cinquecento e del Seicento. Insomma tutta quella galleria di grandi teorici che comprende Machiavelli, Pascal, Montaigne, La Bruyère o il nostro Accetto e tanti altri. E che sotto la “pudicizia della spesa” come concetto ci siano queste radici di pensiero me lo conferma un sorprendente punto 50: “Detestiamo l’ipocrisia.”. Che è una affermazione che proprio non ci aspetterebbe in un manifesto politico ma che è in linea con i moralisti classici che ti ho citato che si davano l’esplicito compito di svelare l’ipocrisia del mondo mondano che li circondava.


E nei rapporti internazionali questo Stato parsimonioso di natura cosa dovrebbe fare secondo il Manifesto?
Direi che qui viene la parte più “aggressiva” del Manifesto. In primo luogo la funzione positiva delle organizzazioni internazionali viene radicalmente negata. L’ONU viene definito una costruzione degli Stati vincitori della Seconda Guerra Mondiale (il che non è sbagliato) e quindi falso di per sé perché non paritario. Il dibattito sulla riforma dell’ONU va avanti da decenni ma gli estensori del Manifesto sembrano aver perso qualsiasi fiducia in una riformabilità e preferiscono ipotizzare nuove organizzazioni “regionali” paritarie. C’è un problema però, all’articolo 38 il Manifesto dice tra le altre cose: “Le organizzazioni internazionali mondiali a carattere politico o sono paritarie ma al tempo stesso poco realistiche e concretamente mai realizzate o sanciscono la supremazia di alcuni Stati sugli altri e allora devono essere rifiutate per principio”. Insomma sembra chiaro che alle organizzazioni internazionali come concetto non ci credono affatto, visto che anche quelle paritarie non funzionerebbero. Perciò quando al punto 37 scrivono: “Una organizzazione internazionale mediterranea appare necessaria. E dovrà essere promossa ed attuata” mi pare che lo facciano con poca convinzione. Lo dicono ma sembrano non crederci. In questo senso gli esponenti della “Konservative Revolution” erano molto più netti quando facevano a pezzi la Lega delle Nazioni.


Avevi detto che era la parte più “aggressiva”, non ci vedo molto di “aggressivo” sinora.
A
spetta. Punto 34: “Non abbiamo alcun interesse a mantenere gli attuali equilibri geopolitici. Forte o debole, vogliamo che l’Italia sia indipendente ed autonoma: se debole, sarà comunque libera nella lotta. I nostri diritti e i nostri doveri sono sanciti dalla Costituzione Italiana; in Italia si trova la terra che amiamo; la lingua che parliamo è l’Italiano”. Qui l’aggressività sta nel prefigurare lo sganciamento dalla area occidentale in senso politico. Attenzione non è solo il famoso “Fuori l’Italia dalla Nato, fuori la Nato dall’Italia”, è la rivendicazione ancora una volta del concetto moralistico che chiamerei di “splendida povertà”. Poveri ma liberi. E riemerge un’altro dato che li avvicina alla “Konservative Revolution”: il lato jungeriano. Il lato della lotta sganciata dagli esiti. Non importa se saremo deboli, la cosa che imprta è la libertà di ingaggiare la lotta anche con quelli ben più grossi di noi. Periremo? Poco importa, meglio perire che rimanere schiavi. E il legame con la terra e la lingua non è un caso che torni nello stesso articolo. A questo si lega poi l’articolo 39: “La sudditanza culturale nei confronti degli Stati Uniti d’America ha da lungo tempo superato i limiti del ridicolo. Bisogna liberarsene. Sono in gioco, non soltanto la dignità e la personalità del popolo e dello Stato italiano, ma la stessa concreta possibilità di progettare il nostro destino”. Non è chiaro come ci si libera da una sudditanza culturale. Si elabora una cultura identitaria nuova? Si ripesca una vecchia? Ma anche qui riemerge il moralismo classico: non si tratta tanto o solo di una questione politica ma morale, di dignità nazionale. Ovviamente poi c’è l’istanza di uscita dall’UE (punto 36) ma questo è ovvio visto il carattere sovranista della formazione politica sostenuta dal Manifesto.


Ma l’Italia che si intravvede dalle proposte del Manifesto ha caratteri totalitaristici?
Uno Stato può essere “forte” senza essere totalitario. Però sulla questione che poni io vedo qualche contraddizione. Al punto 47 si dice: “I capi, per noi, non sono un tabù. Preferiamo il termine Capo – o quelli di Comandante e Guida – ai termini correnti: Segretario, Presidente o addirittura Leader (che è un modo ipocrita per non indicare se il designato è un capo o un segretario). Coloro che sono acclamati da una collettività siano i capi. Se non vi è l’acclamazione, la collettività elegga un presidente e promuova l’emersione di uno o più capi. Resta chiaro che le collettività, così come hanno il potere di scegliere i capi, hanno il potere di revocarli”. Non mi soffermo sul nominalismo esplicito, ossia sulla tendenza ad abrogare simbolicamente le parole con l’idea che decadano per conseguenza i comportamenti che ci sono dietro. Non è infatti che abolendo la parola “consumatori” o “segretario” costruisci automaticamente qualcosa di nuovo. Piuttosto la scelta di “Capo”, “Comandante” “Guida” connessa al concetto di “acclamazione” fa pensare a procedure estranee alla democrazia liberale. Non si capisce come funzioni la “acclamazione” e, di conseguenza, non si capisce come si revocano i “capi acclamati” in precedenza. Ciononostante il Manifesto in più luoghi si dichiara fedele alla attuale Carta Costituzionale.


E dunque vedi una contraddizione?
Una contraddizione logica con un senso politico. Il Manifesto come ogni manifesto politico ha una funzione aggregativa: tu lo leggi e in base alle idee aderisci o meno. Più il manifesto ha idee “larghe”, più è accoglibile. “Comandante” è un appellativo caro alla tradizione di Sinistra (pensa a Guevara, al subcomandante Marcos) ed è inutile dirti che il termine “Guida” ha reminiscenze vicine alla Destra (il conducator Antonescu, tanto per non citare il caudillo o peggio). Perciò dire “rifiuto il termine Presidente o Segretario” significa dire “rifiuto la mollezza parlamentaristica” e sul rifiuto di questa mollezza si può convergere da Destra come da Sinistra. Poi si vedrà se sarà “comandante” o “caudillo”. Se però sei intimorito ti puoi rassicurare leggendo il punto 43: “Invece le Libertà fondamentali sancite dalla nostra Carta Costituzionale sono inviolabili” e il 44: “I Principi Fondamentali della Suprema Carta sono sacrosanti”. Se vuoi cogliere una contraddizione grave devi leggerti il punto 51: “L’umanesimo è la nostra bandiera. Invece, l’umanitarismo ci infastidisce, tra l’altro perché indebolisce ogni buona idea e ogni giusta posizione”. Al di là del significato nebuloso della parola “umanesimo” (umanesimo antico? medievale? rinascimentale? Oppure Mario Rodriguez Cobos? Non si capisce) è difficile essere infastiditi dall’umanitarismo quando questo è con tutta evidenza un principio ispiratore della nostra Carta Costituzionale. Ma ti ripeto: all’interno di un Manifesto questi diventano dettagli anche se poi dettagli non sono.


In conclusione come giudichi questo Manifesto?
Semplicemente non lo giudico. Si tratta di un atto politico che ha alla base uno sforzo di sincretismo ideologico. Un andare al di là della Sinistra e della Destra introducendo temi cari all’una e all’altra. Si tratta di una miscela politica sulla quale il giudizio ha poco senso. Semmai si può discutere se la miscela sia ben riuscita ma discuterne in termini astratti è poco produttivo. Se la miscela è ben riuscita aggregherà consensi se è vero il contrario non ne aggregherà.


Ti giro la domanda allora: pensi che questo sia un documento che possa aggregare consensi?
Penso che buona parte di quanto auspica sia irrealizzabile. O, meglio, che sia realizzabile solo nel quadro di un rovesciamento violento del potere. Così com’è è un “book of dreams”. Presentarsi alle elezioni con un programma del genere non credo frutterebbe una coagulazione del consenso significativo. Però se vuoi una risposta più articolata potrei risponderti dicendo che un Manifesto serve – nei piccoli movimenti allo stato nascente – a darsi una dimensione identitaria e a raggiungere la massa critica di aderenti sufficiente per allearsi o confluire in contenitori più grandi, in movimenti più ampi. C’è una fascia di persone che in questa situazione magmatica avverte un senso di perdita di “landmarks” ideologici e morali. Se tu gli dici quanto sta scritto nel punto 49 e cioé “La storia ha dimostrato che fedi, fedeltà e idee hanno una vita più lunga di quella degli uomini. Perciò siamo disposti a perseguire risultati che potrebbero verificarsi dopo la nostra morte” restituisci una dimensione di speranza eroicista. Può essere un balsamo.


Il fatto di farsi chiamare Fronte Popolare Italiano e di usare come immagine Garibaldi cosa ti fa pensare?
I simboli non si discutono: si apprezzano o si rifiutano. Coinvolgono o non coinvolgono. Ad alcuni potrebbe piacere. Ma visto che parliamo di simboli c’è una foto che secondo me descrive bene il processo politico di ogni “rivoluzione conservatrice”, ossia il recupero e il riuso di tradizioni precedenti e la loro riproposizione. Mi pare ci potrebbe stare bene.


La userò. Grazie mille per la disponibilità.
Grazie a te.

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