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Questo post nasce dall’occasione che ci è stata offerta da un commentatore che, in uno scambio di opinioni, ha sostenuto che “chi afferma che l’Economist è fonte di dati, e vieppiù affidabile del FMI non ha molto chiaro il concetto di dato”. Non è mia intenzione riaprire una polemica (tanto che il commentatore era in realtà uno dei pretoriani inviati qui e perciò conta per ciò che può contare), piuttosto cogliere l’occasione per parlare dell’Economist e, lateralmente, per sostenere che il dato economico non è mai neutro ed è decisivo – piuttosto – il modo in cui viene raccolto e poi “cucinato”.

Con un milione e mezzo di copie vendute The Economist è di gran lunga la testata di argomento economico più letta al mondo e – contemporaneamente quella che gode di maggior prestigio e capacità di influenzare. Il pubblico cui si rivolge (visto il costo dell’abbonamento) non è propriamente “popolare”. I lettori dell’Economist – secondo quantgo dichiarato dallo stesso giornale – hanno un reddito medio superiore ai 150.000 dollari all’anno. La crisi ha toccato in modo molto lieve le vendite e la credibilità è in continua ascesa.
James Wilson era un fabbricante di cappelli che nel 1843  fondò l’Economist per partecipare in modo attivo alle campagne a favore del libero commercio e l’abbassamento dei dazi doganali. Rimase per sedici anni alla guida della sua creatura passando poi la mano a suo cognato, Walter Bagehot. Il nuovo proprietario allargò il terreno di intervento a temi politici acquistando ancora più successo. Nei 170 anni di vita dell’Economist alla sua guida si sono succeduti sedici proprietari con una continuità di idee assolutamente impressionante. Continuità che è data dalla loro estrazione sociale: Francis Hirts (1907-1915) aveva compiuto i suoi studi a Oxford, il barone Walter Layton (1922-1938) a Cambridge come il suo successore, il barone Geoffrey Crowther (1938-1956). Alastair Burnet (1965-1974) proveniva da Cambridge, Andrew Knight (1974-1986) da Oxford. Rupert Pennant-Rea (1986-1993) invece proveniva dalla Manchester University, ma soprattutto era ex vicegovernatore della Banca d’Inghilterra. Bill Emmott (che molti conoscono bene per la sua battaglia contro Berlusconi e che ha retto l’Economist tra il 1993 ed il 2006) e John Micklethwait, attuale “editor-in-chief” provengono dal Magdalene College di Oxford.
Un altro dato interessante è che i pezzi pubblicati (a parte i collaboratori esterni e i pezzi firmati in occasione della partenza dal giornale) sono sempre anonimi, nessuno dei settanta giornalisti firma i suoi articoli, con buona pace di tutti coloro che pensano l’anonimato come elemento di delegittimazione della credibilità di chi scrive.
Nella sua lunga vita The Economist ha visto le tre grandi crisi del capitalismo: quella del 1873, quella del 1929 e l’attuale. Apparentemente le acque nelle quali ha navigato sono state quelle del liberalismo (o liberismo) più ortodosso. Tuttavia – quando serve – The Ecomist sa essere realista e appoggiare gli interventi della mano statale nell’economia: il salvataggio delle banche del 2008 è stato approvato come una scelta inevitabile ed opportuna.
La ricetta del giornale per salvare l’economia è ben nota: istituire gli Eurobond, anche se questa è una idea avanzata per primo dal think-thank Bruegel che vanta tra i suoi soci sostenitori alcune delle più importanti corporation del mondo. La linea è che la macchina capitalista va benissimo e che semmai sono gli uomini che la guidano che devono essere criticati.
Chiunque abbia avuto in mano una copia del The Economist (a parte quelli che pensino sia una fonte inaffidabile) sanno benissimo che buona parte del giornale è dedicata ad elencare tutti o quasi gli indicatori economici e finanziari possibili ed immaginabili. Una tradizione che il giornale rispetta da quando ai suoi albori pubblicava la lista dei prezzi all’ingrosso. Perché la “missione” del giornale è consetire ai suoi lettori di agire sui mercati con cognizione di causa. Fornire dati sbagliati The-Economist2corrisponderebbe a far morire il giornale ed i dati forniti sono effettivamente quelli che supportano le decisioni più importanti. La dicitura “Fonte: The Financial Time” in basso ai grafici è quella che si presenta più di frequente nelle “slide” proiettate nei Consigli d’Amministrazione che contano.
Liberista com’è The Economist si sceglie i suoi nemici e non risparmia epiteti molto poco “british” come quando definì Paul Krugman “keynesiano grossolano” e non si capiva se l’offensa principale stava nell’aggettivo “keynesiano” o in “grossolano”. Non ha alcun problema a sparare a zero sui grandi nomi della cultura europea poco funzionali al trionfo delle tesi liberiste Derrida, Foucault, Althusser sono stati sbeffeggiati ampiamente e, guarda caso, i francesi sono – in generale – uno degli obiettivi principali. Il presidente Hollande è stato definito un “uomo pericoloso”, un “nemico della libera impresa”. Probabilmente perché una fetta preponderante dei suoi lettori è negli Stati Uniti d’America, The Economist è sempre stato molto attento a non criticare troppo le scelte di Washington fino al punto di sostenere con entusiasmo tutte le guerre che si sono succedute nell’ultimo ventennio.
E dunque The Economist è una fonte di dati affidabili? Senza alcun dubbio direi “certamente”. I dati che pubblica sono quelli oggettivi che riflettono la realtà del mercato. Ma l’oggettività è anche una questione di luce. Non c’è bisogno di essere dei geni per sapere che la stessa casa vista all’alba, a mezzogiorno, alle cinque del pomeriggio assume aspetti diversi e ancora differenti a seconda della stagione. La casa è lì oggettivamente ma a seconda dell’illuminazione acquista significati visivi diversi. La stessa cosa vale per i dati in economia: basta illuminarne alcuni, minimizzarne altri, far splendere il mezzogiorno su di un dato e la mezzanotte su di un altro e il gioco delle interpretazioni è già pronto. A differenza di molti economisti The Economist fornisce tutti o quasi i dati ma sa come esercitare l’illuminazione. Altri più rozzi si dimenticano di alcuni dati, The Economist li minimizza. Perciò il dato è sempre apprezzabilmente oggettivo, l’esposizione non lo è.
Ma fare una colpa di questo sarebbe ingeneroso: ognuno tende a portare acqua al mulino delle proprie tesi ed è inevitabile che, per sostenere il liberalismo, occorre usare le luci giuste.
Affidabile nei dati, opinabile nella loro interpretazione. Questa potrebbe essere la definizione di The Economist. Probabilmente è anche una definizione valida per tutta la “scienza” economica.

Bibliografia:
Ruth Dudley Edwards, The pursuit of reason: The Economist 1843-1993, Harvard Business Review Press, 1993

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