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Si chiama OCSE e nessuno ne parla. Certo è una esagerazione, ma in realtà chi sta affrontando temi economici e sociali sul web parla poco o per nulla della Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Wikipedia non mi piace ma ha un merito: mette in evidenza con la lunghezza e  precisione dei suoi articoli non solo la realtà ma anche l’interesse che una voce suscita. La voce italiana è così sconsolante che, alla fine, ci si domanda, “ma a cosa serve sto OCSE?”.
Un vecchio detto dice che un segreto si mantiene meglio quando è sotto gli occhi di tutti. La passione per il complotto segreto plutocratico si anima a nominare Bilderberg, Aspen o Trilateral ma non registra significative reazioni quando si nomina l’OCSE.
Eppure sta lì a Parigi, Chateau de la Muette, Rue André Pascal 2 e, viste le dimensioni del luogo non pare vi sia nessuna intenzione di nascondersi. Ciononostante quel che fa o dice l’OCSE non interessa mai molto i giornalisti che danno l’impressione di ritenerlo più che altro un istituto statistico. Complice di ciò è probabilmente il modo in cui l’OCSE si qualifica ufficialmente e cioè “forum” e “fonte di dati”. Insomma un luogo di chiacchierate o, al massimo, un ufficio statistico. Neppure gli economisti italiani sembrano molto diversi dai giornalisti. Al massimo trovate citato l’OCSE in caratteri piccoli, in basso rispetto ad un grafico con la dictura “Fonte: dati OCSE”.
Il fatto divertente è che il funzionamento dell’OCSE è quasi del tutto sconosciuto ai profani. Come spende i suoi 342 milioni di Euro di budget? Cosa fanno i suoi 40.000 esperti impegnati nei gruppi di lavoro? E i 750 economisti a permanente libro paga su 2.500 funzionari? Nessuno lo sa con precisione. Una cosa è certa: chi lavora per l’OCSE è contento. La retribuzione di base mensile per un economista che ci lavora va dai 4.000 agli 11.000 Euro netti.
Era nato nel 1948 ed assolveva, all’inizio della Guerra Fredda, al compito di rendere omogenee le politiche dei Paesi dell’Europa libera. Non aveva grandi preoccupazioni democratiche visto che tra gli stati fondatori c’erano tre dittature (Spagna, Portogallo, Turchia). Questo dato è interessante perché mette in luce un principio guida non detto: democrazia ed economia sono due variabili indipendenti. L’OCSE dovrebbe sfornare valutazioni generali slegate dalle teorie, dovrebbe essere una agenzia indipendente e oggettiva nelle sue analisi. In realtà non lo è mai stata. Sino agli anni Ottanta è stata senza alcun dubbio una roccaforte keynesiana, dopo una cittadella neoliberista.
Il cambio della guardia avvenne brutalmente con il caso di Stephen Marris. Non cercatelo su Wikipedia. Non c’è. Era l’epoca in cui Ronald Reagan stava muovendo i suoi primi passi e disponeva di un mastino neoliberista di nome Martin Feldstein. Probabilmente il nome vi dice poco ma Feldstein è oggi consigliere di Barak Obama dopo esserlo stato di Reagan e di Bush. Cosa successe di preciso? Il dollaro era sotto pressione, aveva perso terreno di fornte al Marco tedesco in modo pauroso. Occorreva fare qualcosa si diceva a Washington. Marris, che se ne stava all’OCSE da trent’anni, criticò duramente la politica di Reagan paventando un riallineamento traumatico. Feldstein invece premeva per una azione forte e immediata. Il fatto che Marris avesse parlato di “crash landing” possibile in seguito ai piani di Feldstein fece scattare la rappresaglia. Gli Stati Uniti finanziano per il 25% l’OCSE e misero in chiaro che non avrebbero tollerato posizioni troppo difformi dalla linea economica che intendevano seguire. Il siluro andò a segno e Stephen Marris venne cacciato dal suo posto di consigliere speciale del Segretario generale dell’OCSE. Ma l’attacco era cominciato da tempo, Nel 1978 l’allora cancelliere tedesco Helmut Schmidt aveva accusato l’OCSE di trastullarsi con vecchie dottrine keynesiane inutili per affrontare la crisi. Dopo essere stato defenestrato Marris concesse una intervista alla fine del 1986 ad un giornale francese, mettendo in chiaro il declino dell’OCSE ridotta ad essere una organizzazione di secondo livello, burocratizzata e ben attenta a non disturbare i manovratori.  Il clima stava cambiando Robert Keohane accusò sin dal 1978 l’OCSE di essere passata senza alcun dibattito direttamente da posizioni keynesiane a posizioni neoliberiste. Il punto di svolta negli orientamenti economici fu il cosiddetto McCracken Report del 1977 che suonò come l’inizio di una iniezione di neoliberismo nel Dipartimento di Studi Economici dell’OCSE. Le resistenze ci furono perché, ovviamente, gli economisti del Dipartimento erano tutti keynesiani e cambiare casacca velocemente non fu una strategia di successo. Ma la pressione americana non si allentò tanto che all’inizio degli anni Novanta l’OCSE si era trasformata in quella che Marcussen ha chiamato “ideational agent” del neoliberismo. Il Dipartimento di Economia incominciò a martellare sull’importanza della liberalizzazione del mercato del lavoro e sulla flessibilità insistendo nel contempo, astutamente, su concetti quali la “flexicurity”. Soprattutto l’OCSE cominciò ad appoggiare fortemente la liberalizazione dei mercati finanziari attraverso il Comitato sui movimenti di capitali e le transazioni invisibili (CMIT). “Appoggiare” significava abbassare i toni, non lanciare allarmi e lasciare che il mercato facesse il suo corso senza interferire. A voler essere brutali il CMIT si addormentò trascurando di monitorare la situazione. Ma, d’altronde, perché avrebbe dovuto farlo se tutti i Paesi aderenti all’OCSE stavano spingendo sulla finanziarizzazione dell’economia.
Torniamo allora alla domanda: cosa fa l’OCSE e che importanza ha? Per anni l’OCSE è servita a dare realistiche fotografie dell’economia. Fotografie in base alle quali prendere delle decisioni. Ad un certo momento della sua vita l’OCSE ha cominciato a dipendere e a non avere più la caratteristica di osservatore indipendente. Le sue fotografie hanno cominciato ad essere non un supporto per prendere delle decisioni ma un supporto per decisioni già prese. Il sistema è noto: basta tirare il freno su certe questioni e spingere sull’acceleratore su altre. La fotografia così diventa coerente con politiche di disinflazione, flessibilità del lavoro e liberalizzazioni. Venuta a cadere la missione principale di cooperazione e sviluppo l’OCSE si è trasformata nel megafono delle politiche dei suoi maggiori contributori. Alcuni hanno parlato di una reazione all’inizio degli anni Duemila con la creazione della così detta Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi. Ripensare gli indicatori del benessere introducendo elementi estranei alla pura economia fece pensare alla volotà dell’OCSE di uscire dal ruolo di servitore delle politiche neoliberiste. In realtà l’operazione venne condotta principalmente per contrastare la disaffezione e il calo di credibilità. Infatti il ruolo di fedele cane da guardia del neoliberismo non è mutato. Di fronte alla crisi l’OCSE continua ufficialmente a parlare di flessibilità, produttività, aumento della concorrenza con un perfetto vocabolario neoliberista.
Tutto ciò dovrebbe preoccuparci? Dovrebbe certamente considerando che è sui dati sfornati dall’OCSE che i giornalisti fanno discendere a cascata analisi e allarmi. Il che, in una società basata sulla comunicazione, è fondamentale. Chi ha il compito di suonare l’allarme può decidere di non farlo o farlo in ritardo o indicare altri motivi per l’allarme. L’opinione pubblica può così costruirsi quello che un grande scienziato sociale chiamava “framework” che, guarda caso andrebbe in perfetto accordo con alcune volontà piuttosto che altre.

Bibliografia

Aubrey, H. G.,  Atlantic Economic Cooperation: The case of the OECD. Council on Foreign Relations/Praeger: New York/Washington/London.

Carroll, P., and Kellow, A.,  The OECD: A study in organizational adaptation. Edward Elgar Publishing: Cheltenham.

Keohane, R., “Economics, Inflation and the Role of the State: Political Implications of the McCracken Report” World Politics 31(1): 108-28.

Marcussen, M., “The Organization for Economic Cooperation and Development as ideational artist and arbitrator” in (eds) B. Reinalda and B. Verbeek, Decision-Making within International Organizations, Routledge: London/New York.

Marris, S., “History of my time at the OECD: Part I and II”, unpublished memoirs, speech delivered to OECD Secretariat, 24 and 30 June 1983.

OECD, Staff Profile Statistics 2010, OECD: Paris.

Wolfe, R., “From reconstructing Europe to constructing globalization: The OECD in historical perspective” in (eds) R. Mahon and S. McBride, The OECD and Transnational Governance, UBC Press, pp. 25-42.

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