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Non sono una economista. Lo premetto, con un certo orgoglio, perché non vorrei che mi si rimproverasse di non aver scritto una recensione “tecnica” del libro “Il tramonto dell’Euro” di Alberto Bagnai. Ciò premesso non sono neppure Alice nel paese delle meraviglie e qualcosa mi riesce di capire sull’argomento. Altra premessa, più che concentrarmi su tesi contrapposte (keynesiani, neoliberisti, sovranisti, etc.) vorrei soffermarmi su alcuni aspetti mediatici che questo libro e il blog dietro al quale è cresciuto mettono in luce.Tramonto
Lo ammetto: seguo Bagnai sul suo blog dall’inizio delle sue pubblicazioni (2011) ma non ho mai postato alcun intervento. Ho continuato a seguirlo perché mi sembrava, e penso di non aver giudicato male, che giorno dopo giorno stesse diventando un fenomeno rilevante della Rete. Oggi Bagnai comunica di aver raggiunto i cinque milioni di contatti. Fossero anche tre sarebbero stupefacenti. Come è stupefacente che nel giro di due anni Bagnai sia riuscito a imporre un argomento del genere in un Paese che non ha mai (potuto) mettere in discussione l’Unione Europea in modo serio e costruttivo. Non che Bagnai sia solo. Libri che trattano lo stesso argomento ne sono usciti, penso a quello di Marino Badiale, Mario Seminerio, Jacques Sapir e altri. Ma “Il tramonto dell’Euro” rimane un caso speciale del tutto a parte.
La prima ragione che rende il libro e l’autore un “caso speciale” è il suo ricollegarsi alla tradizione polemistica ottocentesca nel campo dell’economia. Karl Marx menava fendenti potentissimi nei suoi scritti all’indirizzo di economisti che giudicava privi di talento e di acume. Dall’altra parte della barricata non mancavano risposte altrettanto al vetriolo. Tradizione polemistica che è diventata quasi un tutt’uno con la professione di economista. Le battutacce di Keynes e quelle di von Hayek dall’altra parte della barricata sono state numerose e – spesso – memorabili. In questo senso Bagnai rimane, autorevolmente, nel solco della tradizione. Molti trattano oramai il tema dell’uscita dall’Euro ma pochi raggiungono Bagnai nella capacità di polemizzare anche sanguinosamente.
La seconda ragione che rende speciale il libro è che la tesi di fondo non è complicata da capirsi. Lo dice sin dall’inizio l’autore stesso: l’Eurozona non è in crisi per il debito pubblico accumulato ma per il debito estero. Debito estero che, in un decennio di moneta unica, sarebbe andato a gravare sui Paesi meridionali a tutto vantaggio di quelli settentrionali della Unione Europea. Perché? Perché l’Euro, così come è stato concepito, è portatore di una rigidità insostenibile in un quadro di economie diverse per competitività.
La terza ragione è che il libro – al di là dei suoi contenuti – è qualcosa che si inserisce in un progetto di comunicazione (conscio o inconscio, spontaneo o programmato, non saprei dire) a più vie. Le altre vie sono come si è già detto il blog e la incredibile mobilità attivistica di Bagnai. Basta guardare su YouTube per imbattersi in Bagnai che partecipa a conferenze organizzate dalla Sinistra antagonista, dai monarchici, etc. Bagnai parla con tutti – a dire il vero anche con persone e movimenti imbarazzanti – perché il suo messaggio vuole essere interclassista. Il dato interessante è che l’autore usa un lessico provocatorio, ruvido, cattivo e quindi divisivo ma il messaggio ha fortissimi contenuti unificanti. Qualcuno potrebbe dire che non si tratta di una novità assoluta. Anche Grillo e il suo movimento adottano una tecnica del genere in apparenza. In realtà Bagnai non attacca una “kasta” non meglio identificata e si qualifica come un signore che sa di cosa parla. Non è una mia critica personale ma è evidente che Grillo e il suo movimento hanno invece dato l’impressione di essere incapaci di elaborare discorsi complessi e efficaci.
Ruvidezze a parte il libro si rivolge direttamente al lettore ma lo inquadra già in una pluralità con l’uso del “voi”. Il che è più tipico di una scrittura a pamphlet di tipo anglosassone che non di un ragionamento all’italiana. Può essere letto come atto ruffianesco o come manifestazione dell’ego, fatto sta che Bagnai decostruisce il suo essere “autore” usando un linguaggio che avvicina il lettore. Allo stesso modo i particolari autobiografici (del tutto non funzionali alla tesi del libro) funzionano per creare complicità e vicinanza.
Il punto forte del libro (per chi, come me, non è addentro alle segrete cose dell’economia) è il tono colloquiale che Bagnai usa anche a costo certe volte di semplificare. Ma l’autore riesce, nella parte intitolata “Cambio fisso, cambio flessibile, moneta unica” a fornire in modo divulgativo ed efficace concetti economici che non è scontato presumere acquisiti dai lettori. L’abitudine al colloquio sula Rete deve aver fatto capire a Bagnai l’utilità di alcune tecniche di dialogo.
La mia scarsa preparazione in materia mi impedisce di capire bene la parte riguardante le Aree Valutarie Ottimali ma da quel che ho letto qui e lì mi pare che Bagnai ci faccia un po’ troppo affidamento. E questo mi pare un punto debole del suo argomentare anche se, bisogna ammeterlo, usare l’acronimo Oca e stressarlo in modo da farcela vedere questa benedetta oca è effettivamente ben trovato. Ho dei dubbi anche su un certa crocifissione di Beniamino Andreatta che Bagnai secondo me semplifica un po’ troppo e, forse affrettatamente, fa diventare il capo di una congiura.
Il punto più interessante – Bagnai metterebbe anche me tra la schiera degli “eurosognatori” evidentemente – sono le proposte per il dopo. Ossia: ammesso e per di più anche concesso che Bagnai abbia fatto nelle pagine precedenti un discorso sensato e condivisibile, che succede dopo? E per dopo intendo dopo l’uscita dall’Euro? E sì perché arrivata a più di metà libro (Kindle segnala “posizione 3800 di 6608”) è questo che mi chiedo. Mi pare di capire che per Bagnai uscire dall’Euro non corrisponda necessariamente all’uscita dal mercato comune europeo (“Se si ritiene, come chi scrive, che l’integrazione economica europea sia un valore da perseguire, il percorso giusto è ancora oggi quello che ci additavano gli economisti degli anni Cinquanta e Sessanta: abolita l’abberrante integrazione monetaria, ricominciare dall’integrazione delle economie reali, cioè dei mercati del lavoro, dei sistemi previdenziali, dei sistemi educativi, mantenendo fra le economie nazionali quei normali presidi dati dall’autonomia delle politiche fiscali, monetarie e valutarie”). Bagnai dice anche che “cooperazione e coordinamento possono realizzarsi anche senza integrazione” e sembra suggerire l’opportunità di riportare le lancette della Storia indietro e ricominciare – pazientemente, senza fretta e nel rispetto delle diversità – un processo che potrebbe esser a questo punto anche di integrazione se svolta secondo tempi e metodi sostenibili. In caso contrario – mi par che dica – ce ne faremo tutti una ragione perché l’Italia “ha più risorse ed energie per affermarsi sul panorama dell’economia globale di quanto un’informazione distorta a beneficio di interessi esterni voglia farci credere”.
Cerco di concludere. Comincio dai punti di forza del libro: Bagnai è convincente, sa indubbiamente ciò di cui parla, ha una buona capacità comunicativa e scrive un italiano corretto (non sempre ma più della media di quello che si legge). Rispetto ad altri suoi colleghi è meno teorico e comunque non si nasconde dietro il dito della professione.
I punti di debolezza – a mio avviso – sono in primo luogo un eccessivo ottimismo sul “dopo”. L’impressione è che Bagnai “la faccia più facile” di quanto sarebbe non perché i suoi ragionamenti economici siano fallaci ma perché sono SOLO ragionamenti economici. Manca completamente (e qui mi sento di essere d’accordo con Ars Longa) una analisi del capitalismo o, meglio, Bagnai non mette minimamente in discussione alcun meccanismo del capitale. La crisi non è valutata nei termini ampi che – a mio modesto avviso – meriterebbe. Bagnai parla di una impresa che, oggettivamente, risulterebbe gigantesca. Ma solo in una visione di numeri e grafici. Sarà una deformazione professionale ma pensare che da questa analisi si lascino tranquillamente da parte tutte le questioni sociologiche, antropologiche e genericamente sociali mi riempie di perplessità. Mi rifiuto di pensare – probabilmente per un mio limite personale – che una operazione di queste proporzioni debba essere affidata esclusivamente agli economisti che, per di più, hanno fatto già troppi danni. Il rimprovero principale che muovo al libro è dunque che la sua è un’ottica ristretta e perciò in certi passaggi importanti semplificante e semplificatoria.
Ma questa debolezza probabilmente sta più all’autore che non al libro. Bagnai ha atteggiamenti complessivi pesantemente urtanti, al limite della cafoneria. Ha una concezione del mondo con pochissimi grigi e un ego imbarazzante. In più – o probabilmente per questi motivi – non mostra grandi capacità collaborative (polemizzare con coloro che sono su posizioni assai vicine alle sue mi pare improduttivo) e ha questa tendenza un po’ adolescenziale a vedersi come Batman (autonominarsi “er cavariere nero” è sintomatico): eroe solitario circondato però dall’affetto degli abitanti di Gotham City (ossia i suoi affezionati lettori del blog). Per farsi due uova in padella non c’è bisogno di troppi collaboratori per uscire dall’euro credo ce ne vogliano molti e soprattutto versati in discipline differenti e non solo economiche. Ma questo Bagnai non sembra capirlo, non so se per scelta tattica o per ripulsa emotiva.
Ciò detto il libro è da comprare e da leggere perché ha un suo valore tecnico e propositivo difficilmente discutibile.

PS. La recensione al libro di Bisin avrei dovuta scriverla io e questa su Bagnai, Ars Longa. Abbiamo invertito i compiti perché in primo luogo io non ho (ancora) polemizzato con Bagnai (e non ho intenzione di farlo, perciò i supporter si astengano dal lapidarmi nei commenti). In secondo luogo perché tra la scortesia cronica (Bagnai) e l’alterigia sotto la quale si agita il nulla (il libro di Bisin) preferisco di gran lunga la prima.

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