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Oggi ho fatto una buona azione: ho partecipato al finanziamento della motocicletta nuova di un signore che declina le parole inglesi in italiano mantenendo la “s” finale quando si esprime al plurale. Già questo per me è un peccato pari a quello commesso dall’inventore delle finestre in alluminio anodizzato (Woody Allen insegna) ma c’è di più: il signore in questione è convinto che il professore bravo e moderno debba essere uno che mette i piedi sulla scrivania e mangia hamburger(s) con i suoi studenti. Altro che i docenti di una volta. Da tutto ciò capirete che mi è costato molto acquistare il libro di Alberto Bisin, “Favole & numeri”. Per fortuna ho ridotto le perdite acquistando l’edizione Kindle a 3,99 euro portando la mia bontà a livelli compatibili con la simpatia che l’autore mi ispira.

L’intento di Bisin è quello di sfatare delle favole (o meglio delle presunte “leggende metropolitane”) che incombono sull’economia. Sorprendentemente la prima leggenda sulla quale si applica è l’esistenza di diverse “scuole economiche”. O, meglio, di due grandi scuole: la keynesiana e quelli che chiama “monetaristi” (o ultra-liberisti, bontà sua). Scopriamo che i monetaristi avrebbero il lro quartier generale a Chicago e sarebbero – ovviamente i Chicago Boys. Ma attenzione questa corrente di pensiero ci vien detto “è esistita” e “ha travolto la disciplina come un tornado, spazzando via il metodo allora dominante, lasciando i keynesiani «che le balle ancora gli girano» direbbe Paolo Conte, senza terra sotto i piedi”. Quest’ultimo passaggio mostra due peculiarità che ci trascineremo per tutto il libro Prima peculiarità: Bisin vuole fare lo spiritoso perché si sta rivolgendo ad un pubblico che poco ne mastica e perciò è bene “alleggerire” il discorso con delle sagacità. Il risultato è – purtroppo – simile a quello degli amici che non sanno raccontare le barzellette e provocano stiramenti di bocca in simulati sorrisi che assomigliano a delle paresi. Seconda peculiarità: Bisin è apodittico, le sue affermazioni sono degli “ipse dixit”. Andiamo avanti. La suddivisione in scuole ci viene spiegato è una invenzione di chi non sta dentro l’economia perché fra economisti Bisin in “venti anni di onorata carriera” non ha mai visto “contrapposizioni ideologiche dirette”. Insomma gli economisti sono una specie di club inglese dove vige un “fair play” assoluto degno di una partita di polo tra gli ufficiali di un reggimento del Lancashire e i nobili del Sussex. Viene da chiedersi in vent’anni dove sia stato Bisin, escludo l’abbiano sequestrato e rinchiuso in un McDonald’s e dunque non mi spiego questa assoluta panzana. Però bisogna dire che è una panzana costruita in modo classico. Lo stile è quello del tipico rompiscatole che di fronte a dei dati statistici si alza e ti dice “però mio cugino magia due polli al giorno, come mai lei dice che mangiamo in media un pollo e mezzo?”. Per farvi capire meglio: per dimostrarci che Chicago non è il quartier generale del male ci dice che il neokeynesiano Mike Woodford si è laureato a Chicago e che poi a Chicago è tornato a insegnare. Come se questa fosse la prova irrefutabile del suo ragionamento.

Va bene, proseguiamo. Quello che Bisin ha in serbo per noi è la dimostrazione che l’economia produce sempre nuove scuole e che queste si affermano o non si affermano (originale vero?). Manco a dirlo tutte le scuole “alternative” alla sua hanno fallito. Fatevene una ragione: Bisin rules Keynes sucks. Di qui comincia ad analizzare i diversi “approcci” e le ragioni dei loro fallimenti. Bisin mette le mani avanti: “non è mia intenzione discutere Karl Marx in poche righe” e però nonostante la dichiarazione ci prova. Con quale risultato? Questa frase: “Marx ha però finito per forzare la logica del modello classico, per esempio strangolando un po’ la teoria del valore per renderla coerente con la sua concezione dello sfruttamento del proletariato”. Ecco con questo Bisin ha fatto fuori Marx e, in tutto ci ha messo (mia versione Kindle) ventiquattro righe. Nelle quali l’unico concetto è quello espresso in precedenza. Mi immagino uno studente che arriva all’esame e dice “… eh sì però sa … Marx ha fatto un errore ha strangolato un po’ la teoria del valore ….”.

Dopo aver così efficacemente distrutto Marx (un record a mio avviso e senza citare niente, non dico il Capitale ma neppure uno straccio di Grundrisse) Bisin si dedica a demolire Sraffa. Bisin è un democratico e ci mette ventiquattro righe, una in più di Marx. Il cuore della argomentazione contro Sraffa è ancora più esile di quello usato per Marx: la logica di Sraffa era debole. Neppure la voce italiana di Wikipedia riesce ad essere più vaga e più abborracciata della “distruzione” di Sraffa operata dal divoratore di hamburger(s). Ma tant’è. cestinato Marx e Sraffa si può procedere oltre e fare i conti con i Keynesiani. Anche qui premessa d’obbligo: “Argomentare in poche righe che l’economia keynesiana è un fallimento è ancora più folle che farlo riguardo all’economia marxiana” scrive Bisin. E allora Bisin perché lo fai? Perché devi farti del male da solo? Ti accorgi che stai per fare un’altra scemenza e la fai lo stesso? E qual’è la sentenza su Keynes? “il modello keynesiano […] era statico e non aveva prezzi ad aggiustare sbilanci nei mercati. La staticità del modello è ciò che lo ha distrutto”. Seconda domanda allo studente: “Mi parli di Keynes”, risposta “ah professò no, no Keynes non funziona era statico, sa il discorso che fa Keynes delle pompe? Non funziona, professò non funziona” “In che senso non funziona?” “Professò se po’ pompà acqua da una parte ma mica è detto che esca dove je piacerebbea Keynes che uscisse, a professò se non me capisce e je pare che sto a ddì un argomento circolare nun se preoccupi, lo so che sembra circolare ma c’ho ragione”. Così muore anche Keynes ed è la volta degli austriaci.

Questi vengono collettivamente fucilati in tredici (!) righe. Menger, Böhm-Bawerk, von Hayek, Von Mises e per fare il peso giusto pure Schumpeter. Che hanno fatto di buono costoro? Erano “eterodossi negli anni Sessanta, quando i keynesiani dominavano l’accademia” ossia tradotto: erano dei gran fighi perché tiravano calci sotto al tavolo a Maynard poi si sono rammolliti si parlano addosso, “rifiutano la matematica”, “non vanno nemmeno molto d’accordo con l’analisi empirica”. Insomma una follia o almeno – si può presumere – l’effetto di uno spritz al Campari a stomaco vuoto.
BISINBisin ha fretta: tutti quelli che ha “demolito” sono nell’armadio della storia. Adesso tocca ai contemporanei. Inizia con la MMT e poi spara a zero su Krugman per il quale “l’economia […] è oggi uno strumento di persuasione”.E verrebbe da dire: ma perché tu Bisin invece cosa fai di diverso? Cosa stai facendo pur di comprarti la motocicletta nuova? In ogni caso, come a battaglia navale, in un colpo solo fuori una teoria e un premio Nobel. Ma d’altronde Bisin ha già ucciso Marx e Schumpeter che volete che sia un mentecatto come Krugman?
Bsin ora è scatenato. I liberisti hanno influenzato la politica economica italiana negli ultimi vent’anni? Balle! Lo dice solo Vendola e Fassina. I poveri liberisti – ci avverte Bisin – “non hanno avuto voce in capitolo”. Riuscire a fare una affermazione del genere secondo me può essere solo il frutto o della malafede o di un hamburger(s) particolarmente pieno di ketchup. Hanno privatizzato metà dell’economia, stanno tentando di privatizzare definitivamente anche l’acqua ma mica per l’influenza del pensiero liberista … nooo, ve lo dice Bisin.
Ma la scoperta migliore è quando – più avanti – Bisin ci dice “succede spessissimo (diciamo pur sempre) anche a me di essere tacciato di liberismo, o anche di peggio. E non mi pace affatto”. Ohibò che mondo cattivo! Perché ci dice questo Bisin? Perché adesso è la volta di sfatare una favola nuova: che i liberisti siano cattivi. Bisin è Lupo de Lupis, il lupo “tanto buonino”, perché gli dite le cose cattive che poi mi sta male? In fondo cosa auspica Bisin per noi, per la nostra felicità? Efficienza economica! E “l’efficienza economica si garantisce quindi con un sistema politico leggero, che non ostacoli la competizione tra imprese, e al contempo pesante, che sia in grado di imporre concorrenza negli ambiti in cui non sia presente”.  Che vuol dire “sistema politico leggero” all’atto pratico? Bisin non ce lo dice. Se no poi ci verrebbe il sospetto che è leggero quando non disturba il mercato mentre sta copulando con il nostro posteriore ed è pesante quando impone regole affinché più soggetti economici ce lo mettano in quel posto di cui sopra. Ma non preoccupatevi in modo abbastanza involuto Bisin ci rassicura quando parla di acqua. Sbagliamo tutti quando non vogliamo dare un valore economico all’acqua e ci ostiniamo a pensarlo come “bene comune” che deve stare fuori dal mercato. Tutto quello che si può vendere e comprare ha un valore di mercato e non esiste altro valore se non quello di mercato perché “l’idea che esista un valore vero delle cose, indipendente e distinto dal loro valore di mercato è una forzatura concettuale”. Non capite che razza di beoti siamo che ci ostiniamo a pensare che ci siano dei beni non misurabili con dei soldi? Che ci sia qualcosa di non commercializzabile? E magari con queste idee in testa finiamo per dare del liberista a Bisin e poi Bisin si dispiace e gli fa male come al re della canzone di Jannacci.
La parte più divertente del libro secondo me è quella dove Bisin cerca di “sfatare” il mito che siano stati i debitori a pagare i costi della crisi dei mutui. Certo, concede Bisin, “non vi è dubbio che i costi psicologici di lasciare la propria abitazione possono anche essere elevatissimi”  (vuoi provare tu Bisin così valuti meglio gli effetti?) ma di qui a pensare che il debitore sia buono e il creditore cattivo ce ne corre dice Bisin. Perché signori miei tutta quella massa di straccioni che si è indebitata oltre le sue possibilità per fare il mutuo doveva leggere prima di firmare! Perché se c’è una cosa che fa arrabbiare Bisin è che qualcuno, parlando di banche che prestano soldi a go-go per poter poi insalsicciare i titoli tossici e guadagnarci ancor di più, usi la parola “cupidigia”. Le banche stanno lì per fare profitto perché accusarle di cupidigia? La cupidigia per Bisin è fare tassi di interesse da strozzini non favorire in tutti i modi l’indebitamento delle famiglie per poterci guadagnare poi con strumenti finanziari. E naturalmente in un mondo in cui avere casa nuova, macchina nuova, vacanze esotiche non sono solo espressioni di possesso ma manifestazioni di status, in un mondo in cui il possesso è diventato affermazione di sé le banche han fatto il loro mestiere. Non c’è stata cupidigia nello sfruttare un iperconsumismo latente per mandare a gambe all’aria una nazione. No, per carità. Potevano leggere il contratto, straccioni ignoranti!
Al capitolo 4 Bisin si produce nello spiegarci che la crisi che viviamo è una crisi di debito, ci spiega che il sottoconsumo (vecchia teoria di un certo Marx ucciso alcuni capitoli prima) è banale e incoerente. Ma a questo punto non ho più voglia di argomentare alle astruse spiegazioni sulle quali Bisin si arrampica. sono a metà e mi sento esausto. Poco più avanti – dopo averci detto che il capitalismo e la speculazione nulla c’entrano con la crisi –  si getta sull’Euro. Niente di nuovo vi avverto, Bisin ha ricucito un post già apparso tempo fa su NoiseFromAmerika e a dire il vero parecchie delle 190 pagine sono cose già freddate e riproposte con una lieve scaldatina. Il cuore della questione per chi vuole sangue e arena è quando Bisin si “accinge” ad affrontare Bagnai. La cosa divertente è che se per Marx c’erano volute poche righe per Bagnai ce ne vogliono di più. E’ un mondo difficile questo se Bagnai è diventato un osso più duro di Marx. Comunque se vi aspettate qualcosa di nuovo ricredetevi. Bagnai sarà pure simpatico come una verruca sotto la pianta del piede ma su certe cose “chapeau”, ha ragione e ha documentato bene ciò che afferma. E Bisin che fa? Tira fuori le stesse trite: la Germania è meglio di noi perché è più produttiva. Insomma fuffa in termini epici. Sull’eventuale uscita dall’Euro sapete come la penso: non servirebbe a niente. Ma io sono io, anonimo e conoscitore del latino, Bisin è uno che mangia hamburger(s) e se ne sta con i piedi sul tavolo. Mi sare aspettato qualcosa di più. Ma se vorrà ci penserà Bagnai. Qui non mi intrometto.
Piuttosto concludo che questa recensione già nobilita troppo con la sua lunghezza il testo recensito. Posso solo dire che nella conclusione abbiamo un Bisin in versione “piagnone” e vittima dei cattivi (comincio a sospettare che un po’ piagnone lo sia veramente come dato di fondo). Un Bisin umiliato e offeso ci muove a commozione quando ci fa sapere che “… ricevo anche decine di email di insulti ogni volta che più o meno pubblicamente […] prendo posizione contro una di queste teorie e provo a smontarle come favole. Per esempio scrivendo di precariato sul “Fatto Quotidiano” un paio di anni fa, nei commenti le mie affermazioni sono state definite «castronerie, spocchiosità, panzane, deliranti, ridicole, un tanto al chilo, qualunquiste, scempiaggini, bischerate, vecchie e abbandonate, da bar». A parte il fatto che mi sarei aspettato centinaia di email di insulti e non decine, insomma solo decine? Diffcile farsi martirizzare per così poco. Il punto è che Bisin non si domanda neppure per un attimo con una botta di sana autocritica se qualcuno tra quelli che l’hanno mandato “in mona” (e già qualcuno lo ha fatto dice Bisin) abbia nella sua ingiustificabile cattiveria qualche giustificata ragione non dico di teoria economica ma di evidenza fattuale dei disatri liberisti. Bisin chiude il suo libro con un fervorino di pace invitandoci alla discussione per “fermare il declino del Paese” …. e io che pensavo che la figuraccia di Giannino e dei risultati elettorali gli avesse fatto capire qualcosa.
Spero solo che Bisin non guidi la motocicletta nello stesso modo in cui argomenta. Perché se frena con la stessa efficacia con la quale ha distrutto Marx, Keynes, Sraffa e un centinaio di economisti veri da Schumpeter a Mises, probabilmente sarà improbabile leggerlo ancora.

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