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C’è un mito che aleggia da tempo nel web, il mito dell’Università americana. Il mito consiste nell’idea che nella grande democrazia d’oltreoceano, nella terra delle opportunità, chiunque sia dotato di talento possa accedere al livello di istruzione che riesce intellettualmente a governare. Nessuno qui discute dell’eccellenza degli atenei statunitensi. Non si fa fatica a concordare sul dato che nelle classifiche mondiali le università americane sono ai primi posti. Tra le prime dieci  nel 2012 soltanto Oxford e Cambridge facevano eccezione allo strapotere americano. Benché i criteri adottati per stilare le classifiche mi lascino con più di qualche dubbio, la sostanza è questa. Lo dico a ragion veduta e per personale esperienza anche se indiretta. Un mio carissimo amico si è trasferito dall’altra parte dell’Oceano chiamato da una tra le prime venti università al mondo. Vista la paga, visti i mezzi che nel suo Dipartimento ha a disposizione, visti i benefit e confrontato il tutto con un sistema universitario reso agonizzante dai tagli ho ben capito che la sua scelta di partire è stata saggia e condivisibile.
Ciò premesso quel che vorrei discutere è per chi è e quanto costa in termini umani frequentare l’Università negli Stati Uniti. Faccio perciò tabula rasa dei miti e delle favole e vorrei sforzarmi di focalizzare l’attenzione non sui docenti ma sugli studenti. Perciò deluderò qualcuno ma non mi occuperò nuovamente della stupida immagine folkloristica che dell’università americana fornisce Alberto Bisin, ossia la storiella del docente con i piedi sul tavolo che mangia hamburger(s) con gli studenti. Si tratta di un suo copyright indelebile che gli lascio volentieri.

Nel 2008 il debito medio dei neolaureati americani ammontava a 23.200 dollari, nel 2011 era passato a 26.600 dollari. Ma sto parlando di una media. Se siete curiosi di vedere la media suddivisa Stato per stato potete andare a vedere un  sito interessante che si chiama “The project on student debt”. Vi accorgerete ad esempio che alla Chicago State University il debito medio per studente laureato è di 30.237 dollari e di 22.663 dollari all’University of Chicago. Le oscillazioni sono parecchie e non c’è grande differenza tra le università di Stato e quelle della Ivy League sotto il profilo dell’indebitamento degli studenti. Il tasso degli studenti che non riescono a pagare i debiti contratti per frequentare l’Università è salito dal 5% del 2008 al 10% nel 2011.
Come mai le Università americane costano così tanto? I più prestigiosi atenei sono privati e nascono tra la fine del Settecento e la seconda metà dell’Ottocento ad opera di ricchi mecenati o da antichi collegi religiosi. A fare il mercato sono le Ancient Eight, meglio conosciute come Ivy League, ossia le otto più antiche. Se ci si vuole iscrivere alla più antica e prestigiosa ossia ad Harvard fondata nel 1636, occorre scucire 52.650 dollari tutto compreso. Siccome Harvard e le altre sette università della Ivy League tirano la volata, tutte le altre università si accodano per farsi concorrenza. Per offrire servizi, docenti più o meno famosi. L’università pubblica esiste ed era nata – anche se non esplicitamente – per offrire una istruzione a costo più basso. Ma il meccanismo della concorrenza ha fatto sì che per stare al passo anche questi Atenei non riescano più a sopravvivere con le sovvenzioni dello Stato in cui operano e scarichino i costi sugli studenti. Così anche in questa sorta di Università “pubblica” mediamente si dovranno pagare 13.000-15.000 dollari all’anno.
Anzi negli ultimi anni l’aumento delle Università “pubbliche” è stato a due cifre. Le università “pubbliche” della California nel 2011 hanno registrato un aumento delle tasse del 21%. Le già care università della Ivy League “soltanto” dell‘8,3% nello stesso periodo. Una corsa senza freni che ha portato al raddoppio dei costi medi in dieci anni.
Quindi se qualcuno vi dice che ci sono università “pubbliche” fatevi spiegare bene cosa intende all’atto pratico per “pubbliche”. Certo vi diranno che ci sono le borse di studio per i più bravi (in nome della “meritocrazia”) ma queste come la più famosa Pell Grant hanno un tetto massimo e coprono circa un terzo delle spese universitarie. Perciò lo studente dovrà contrarre un prestito statale ossia controllato dallo Stato ad un tasso vantaggioso. Ma anche qui ci sono dei tetti massimi e il nostro ipotetico studente dovrà rivolgersi alle delizie del libero mercato bancario (con tassi di interessi più alti). Il problema è che nella giungla delle Università americane chi non va nelle più prestigiose  e non si può permettere il “pubblico” si rivolge ai “for-profit colleges” ossia università che sono sovvenzionate al 90% e che forniscono una preparazione mediocre che spesso non fornisce quell’agognato remunerato impiego per ripagare il debito contratto.
Facciamo due conti semplici. Il giro d’affari degli studenti indebitati vale 1.000 miliardi di dollari, nel 2011 le banche hanno erogato prestiti per 100 miliardi di dollari. Tutto questo circo vale per le banche 30 miliardi di dollari di interessi all’anno. E se anche Barack Obama nel gennaio del 2012 ha toccato – con preoccupazione – l’argomento nel Discorso sullo stato dell?Unione c’è ben poco che si possa fare. Gli interessi in gioco sono troppo potenti.
Tra le altre cose questa fallimentare gestione che crea giovani indebitati con sempre maggiori difficoltà a trovare un lavoro a causa della crisi, si ripercuote da questa parte dell’Oceano. Perché le banche nelle loro alchimie finanziarie utilizzano anche questi debiti per confezionare le “salsicce” dei derivati. “Salsiccia” è un termine tecnico che sta – in modo molto percepibile – ad indicare un prodotto finanziario costruito con l’impacchettamento di titoli di diversa natura. Noi li conosciamo come “titoli tossici” ma sono anche noti come CDO (Colateralized debt obligations). Così può capitare che qualcuno dei miei lettori stia finanziando il debito di qualche studente americano.
Tutto ciò genera una conseguenza ed una considerazione. La conseguenza è che se i neo-laureati americani dovessero comportarsi come quelli che smisero di pagare il mutuo bancario scoppierebbe un’altra bomba ad orologeria i cui effetti economici sono imprevedibili. La considerazione è che il sistema universitario statunitense è tagliato su misura dei ricchi. Il cumulo di scemenze che ci viene rifilato giornalmente sulla “terra delle opportunità” nasconde accuratamente il fatto che sempre di più l’istruzione sta diventando un privilegio di pochi. Perciò vi consiglio di diffidare quando qualcuno vi parla di “meritocrazia”, di “competitività”, di “sana concorrenza”, se poi mentre parla mette le gambe sulla scrivania, sgranocchia un hamburger(s) e se ne sta con la cravatta slacciata facendo l’amicone allora fuggite a gambe levate.

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