La competitività è un concetto diffuso: si sente affermare la sua necessità nei discorsi dei politici, degli economisti, dei blogger, persino nei bar insieme al caffè e al cornetto. In passato la parola “competitività” era ristretta alle imprese, anno dopo anno a partire dall’inizio del secolo, è stata sempre più allargata a dimensioni geografiche: città, regioni, Stati.
I cardini del concetto sono – grosso modo – tre: controllo dei costi di produzione, marketing del territorio, capacità di attrarre capitali. Eccellere in questi tre campi è la chiave per ottenere competitività. Volendo tradurre con altre parole potremmo dire che una nazione che riesce a tenere bassi i salari, che sa “vendere” le potenzialità del suo territorio e che è in grado di far arrivare capitale straniero, è più competitiva. Dal punto di vista puramente teorico la “competitività” intesa in questo modo è il passaggio di un concetto microeconomico al piano della macroeconomia. Già qui, allora, dovremmo riflettere con attenzione. Il dubbio principale è se sia possibile affermare che una impresa e un territorio abbiano la stessa natura. Un economista “duro e puro” probabilmente non avrebbe dubbi. Ed infatti tutti gli economisti che limitano la loro indagine ai dati e agli indicatori puramente economici accolgono il concetto di “competitività” con grande consenso. I più avvertiti e meno dogmatici – ampliando gli strumenti di analisi anche a discipline diverse dall’economia – notano che un territorio – e maggior ragione un territorio nazionale – è uno spazio anzitutto sociale e culturale per chi vi abita che non si riduce ai suoi dati macroeconomici. In secondo luogo le finalità di una impresa e di una nazione differiscono in quasi tutti i campi. La critica al concetto di competitività applicato alle nazioni è stata espressa in termini molto netti da Paul Krugman in un articolo pubblicato quasi dieci anni fa su Foreign Affair (“Competitiveness: a dangerous obsession, Foreign Affairs, vol. 73, n. 2 marzo-aprile 1994) ripreso poi sul suo blog nel gennaio di due anni fa. Krugman non lascia spazio alle ambiguità dialettiche quando scrive che “ … la competitività è una parola priva di senso se applicata alle economie delle nazioni. L’ossessione della competitività è insieme sbagliata e dannosa”. Ciononostante il criterio della “competitività” è diventato un altro mantra e si è strettamente legato alla affermazione della globalizzazione. Le nazioni hanno cominciato ad essere valutate come una merce (una specie di commodity) più o meno appetibile per delocalizzare la produzione, per parcheggiare capitali, etc. In questo modo lo Stato-merce si offre sul mercato insieme a chi lo abita. Tutti gli abitanti infatti sono chiamati a contribuire alla “competitività” assumendo comportamenti definiti “virtuosi” dai mercati. Accontentarsi di bassi salari, accettare forme di flessibilizzazione selvaggia del lavoro, mutare il quadro costituzionale e legale del Paese per attirare capitali sono tutte azioni cui i cittadini vengono chiamati in nome della competitività. Per esemplificare: un provvedimento che tassi le rendite finanziarie rende meno competitiva una nazione perché allontana i capitali. Un provvedimento che scardina le tutele dei lavoratori acquisite nel passato, aumenta la competitività perché abbassa il costo del lavoro e quindi il costo della produzione. Non stupisce allora che le ricette per uscire dalla crisi siano basate su quella che oramai si indica come “austerità”. In realtà la parola “austerità” è priva di significato perché presuppone che in precedenza chi è diventato austero oggi sia stato spendaccione ieri. Il fine delle politiche di uscita dalla crisi è la trasformazione delle economie dei Paesi in senso neoliberista: abbassare il costo del lavoro, remunerare al massimo grado i capitali investiti. Il problema è che un Paese troppo “austero” – e quindi molto “competitivo” – drena risorse ai suoi cittadini per invogliare l’afflusso di capitali producendo un effetto benefico relativo che non ricade sui cittadini ma sul mercato.
La conseguenza principale è che la ragione di esistere dello Stato si sposta in modo drammatico. Lo Stato non ha più come compito quello di garantire il benessere dei cittadini ma di garantire una libertà assoluta al capitale. In questo quadro si capisce allora che la parola “competitività” nel suo autentico valore pratico è corrispondente al “dumping”. Infatti un paese che tiene bassi i salari (dumping sociale), che trascura le questioni ambientali (dumping del territorio), che svaluta la propria moneta ogniqualvolta lo ritenga necessario (dumping monetario), che ha una insufficiente legislazione di garanzia per i meno abbienti (dumping assistenziale), che ha una politica fiscale orientata al permissivismo per alcuni e al rigore per altri (dumping fiscale) diviene automaticamente un Paese “competitivo”, entrando da “vincente” nella battaglia della concorrenza.
Occorre aggiungere – anche se è evidente da quello che si è detto – che un paese “competitivo” provoca benefici differenziati per classi sociali e reintroduce lo spettro della “lotta di classe” che si è sforzati di esorcizzare per tanto tempo considerandolo un concetto lesivo della “coesione sociale”. Nella realtà la “competitività” scarica i suoi aspetti negativi sulla classe lavoratrice e premia la classe imprenditoriale.
Vi è un’altra questione che va chiarita intorno al concetto di “competitività”: il suo effetto sulla domanda. Più uno Stato sviluppa competitività più i consumi si deprimono. Il che è una conseguenza evidente del raggiungimento della competitività attraverso il contenimento e l’abbassamento dei salari. Ma se tutti i Paesi fossero “competitivi” e si potesse perseguire le politiche di dumping che abbiamo visto senza un freno si giungerebbe all’annullamento del circuito produzione-consumo-produzione perché, detta in termini semplici: ci sarebbe sempre meno gente capace di consumare quanto viene prodotto. Quando l’UE parla di “convergenza delle competitività” afferma una sciocchezza: la corsa di tutti contro tutti verso la competitività impoverisce tutti in una spirale connessa: al crescere della competitività aumenta la povertà. La povertà diffusa diventa la variabile necessaria per aumentare la competitività. Si può obiettare che una politica del genere genera però un positivo effetto sul commercio estero. I miei cittadini non consumano ma le vendite all’estero crescono. Parzialmente questo si sta verificando in questi ultimi tempi nell’Eurozona come nota oggi molto opportunamente The Walking Debt. In realtà l’aumento delle bilance commerciali è il risultato di due fattori: l’aumento dell’export e la diminuzione dell’import e quest’ultima è quasi sempre decisiva. La competitività ha, infine, una sorta di logica del cerino: qualcuno alla fin fine deve avere la bilancia in rosso affinché altri segnino un attivo. Il che significa che non è auspicabile che tutte le nazioni che agiscono sul mercato internazionale siano “competitive”: alcune dovrebbero non esserlo altrimenti la macchina si blocca per assenza di compratori.
La parola “competitività” e il concetto che se ne fa derivare diviene così un gioco a somma zero: qualcuno deve pur perdere perché il vincente non abbia fatto invano il suo percorso di dumping.
Una parola che ha assunto una sua rispettabilità nasconde dietro di sé una realtà affatto diversa. La “competitività” è parente stretta della “concorrenzialità” tra le nazioni e genera inevitabilmente povertà diffusa e conflittualità permanente. Ancora una volta la realtà del capitale accetta e promuove una società di “sommersi” e di “salvati” mettendo nel conto che i “sommersi” siano i necessari ed inevitabili effetti collaterali del progresso. Il più “competitivo” passeggia sulle ossa di quelli che si sono dimostrati meno competitivi di lui con il destino finale di soccombere a sua volta. Il tutto si chiama neo-capitalismo. Per questo motivo è assolutamente ininfluente quale nome abbia la moneta che abbiamo in tasca ed è sul medio-lungo periodo inefficace ipotizzare che un dumping monetario ci liberi dalla crisi. Il problema è dunque spezzare la logica del sistema della “competitività” non rimanerci dentro inventandosi una qualche nuova forma di dumping e di macelleria sociale.
Il più competitivo muore per ultimo
16 martedì Lug 2013
Posted in Economia
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Come pensa di affrontare il problema della competitività?
Smontando il problema. Michael E. Porter all’inizio degli anni Novanta (The competitive advantage of the nations, Free Press, New York, 1990), ha messo in luce che per essere competitivi a livello nazionale l’influenza dei tassi di cambio, la positività della bilancia dei pagamenti, l’alto livello di esportazioni, il costo del lavoro basso non bastano e spesso non sono neppure determinanti. Si può prosperare anche in presenza di una elevata remunerazione del lavoro e di una debolezza in alcuni settori industriali (come ad esempio il Giappone). Perciò un primo passo dovrebbe essere la fine dell’illusione che si è competitivi a livello nazionale quando i lavoratori vengono sottopagati. Il secondo passo dovrebbe essere quello di uscire dall’attuale concetto di competitività adottando la definizione che Porter dà della competitività: “… la capacità di un Paese di perseguire uno sviluppo costante e sostenibile della propria economia, garantendo al tempo stesso un benessere crescente alla generalità dei suoi cittadini”. Il che, tradotto in altri termini, significa cominciare a considerare che una competitività che non promuove il benessere dei lavoratori non è competitività.
Il secondo passo per uscire dal paradigma attuale (e fallimentare) di competitività sta nello smontare il concetto di “concorrenza” cominciando a pensare ad una “con-correnza”, ossia non ad una competizione verso un traguardo ma ad una collaborazione per il raggiungimento di un traguardo. La competitività rimane un problema fino a quando la si considera un gioco a somma zero dove c’è un soggetto che perde ed uno che vince. Perciò – a mio parere – per affrontare il problema occorre prima di tutto uscire da una mentalità che provoca diseguaglianze.
Grazie.
Non pensi che sarebbe interessante un discorso sulla mobilità sociale (più precisamente “fluidità”) che sta diminuendo sempre di più?
Mi sembra che la promessa di una consistente mobilità sociale, promossa e incentivata dallo Stato possa essere un punto fondamentale per un nuovo patto sociale (per di più sarebbe difficile opporvisi, se presentato nella maniera adeguata).
Bisogna accettare l’idea che quando uno sale c’è anche uno che scende ma in realtà questa promessa è l’unico fattore che potrebbe consentire ai piccoli imprenditori, ai professionisti e agli intellettuali, che rischiano di essere spazzati via dalla storia e in buona parte proletarizzati, di mantenere in qualche modo la loro posizione; allo stesso tempo sarebbe una motivazione piccola ma concreta per le classi meno abbienti che avrebbero un orizzonte di possibilità più ampio per i loro figli). Inoltre nell’arco di due o tre generazioni si sdrammatizzerebbero le differenze di classe e nascerebbe, credo per forza di cose, un nuovo senso di solidarietà entro il quale anche i discorsi che hai fatto sulla competitività e concorrenza diventerebbero più accettabili da tutti.
Sull’argomento ad esempio vedi qui anche se alcune conclusioni mi convincono sino ad un certo punto. Il problema è che mi sembra di vedere da paarte dello Stato il contrario di quanto tu auspichi. Negli ultimi anni sono venute a mancare le politiche scolastiche ed universitarie tese a porre le persone non dico su di un piano di eguaglianza ma, almeno, in grado di partire dagli stessi blocchi. Il tentativo di assecondare le richieste imprenditoriali spingendo verso gli Istituti Tecnici e creando con le lauree triennali una forza lavoro “on demand”, tagliata su presunte richieste di Confindustria ha generato una situazione fallimentare. In più l’Università è stata dissestata verso il basso. Il valore della laurea (sotto la spinta della proposta neoliberista di abolire il titolo legale) è stato gardatamente abbassato fornendo con la triennale “laureati” con meno “diritti” e meno aspettative. Contemporanemente la follia di istituire sempre nuove sedi universitarie utili soltanto ai docenti e non agli studenti. Avere sessantotto atenei in un paese di 60 milioni di abitanti è una follia pura e semplice (ed ho conteggiato solo quelle statali) con uno spreco di risorse privo di senso.
Promuovere il funzionamento di un reale “ascensore sociale” non mi pare sia nela agenda politica da molto tempo. Con la scusa delle poche risorse si è lasciato passare il concetto che questa – che ha 20-30 anni oggi – sia la prima generazione che non innalzerà il proprio livello al di sopra di quello raggiunto dai genitori. Il che non è un destino inevitabile ma il frutto di precise scelte politiche. E’ più facile – come è stato fatto – imbrogliare i giovani con il mito delle “start-up” (che per la maggior parte non hanno un futuro perché l’ecosistema imprenditoriale è inadeguato) piuttosto che assumere i provvedimenti che auspichi. Ma magari in futuro potrei cercare di fare qualche ragionamento più ampio che non una risposta come questa. Grazie per il suggerimento.
Grazie mille, ho letto con interesse.
Aggiungo brevemente (e concludo) che sono d’accordo che lo Stato in questo momento non promuove un effettivo ascensore sociale, ma ne ho parlato perché a mio avviso dovrebbe piuttosto essere una delle proposte centrali di ogni movimento che voglia mettere in discussione lo status quo. E’ l’unica proposta concreta e realizzabile che possa motivare la grande massa ormai scoraggiata dei cittadini, dargli speranza e unità, fargli sentire di avere un peso e una forza contrattuale ed è anche qualcosa alla quale è molto difficile opporsi esplicitamente che davvero comincerebbe a mettere in discussione una certa visione di problemi come competitività e concorrenza.
Grazie di nuovo.
non è certo un caso che lo stato italiano (che è epifenomeno politico della prassi economica) impedisca una concreta mobilità sociale: la sua propria riproduzione tal quale sarebbe altrimenti compromessa. la presenza statale come motore economico di prima istanza (con una continuità che inizia attorno al 1880 e prosegue imperterrita attraverso il ventennio fascista, tutta la prima repubblica fino ad oggi) la dice lunga sulla condizione di minorazione che educa gli italiani ad invocare acriticamente (se non per aspetti molto superficiali) il loro leviatano nazionale.
Esatto. E per motivi misteriosi non si capisce che la mobilità sociale è l’arma che, se presentata con la giusta dose di sdegno e vittimismo, permetterà il tanto invocato risveglio del popolo. Tutti, intellettuali e persone colte si lamentano dello stato indecente della coscienza civile e politica degli italiani ma finché Dio non li illumina mostrandogli come la coscienza del popolo rinasce solo se loro si occupano di farla rinascere, di risultati se ne vedranno pochini.
Leggetevi a proposito il saggio di Michel Crozier sugli intellettuali che si trova nel libro “The Crisis of Democracy” edizioni…Trilateral Commission…(gajardo, vero?).
http://www.trilateral.org/download/doc/crisis_of_democracy.pdf
“il popolo” per me è una parola senza fondamento, non sottoscrivo.
più che agli intellettuali faccio affidamento al fatto che sia la stessa prassi sociale (di cui l’economia sotto il comando del capitale è per forza di cose l’aspetto più importante) a sviluppare la coscienza storica (qundi non necessariamente quella personale, anche se c’è relazione) . quello che mi preme piuttosto è che il capitalismo offra e sviluppi tutto quello che può offrire e sviluppare. ma da noi rimaniamo spesso a metà strada, abituati al padre padrone statale -così amato da sinistra e sindacati come da confindustria e banchieri.
Ecco, tu aspetta che ci pensi la prassi sociale, mi raccomando.
anche tu hai da aspettare, portati i panini.
ritornando all’ argomento produttività (che in altre parole è lo sfruttamento), che offre spunti più seri che non quelli risibili riguardo a oniriche riforme culturali -solo gli intellettuali ignorano che non è la cultura che organizza la società-, è del tutto evidente che il problema italiano (specificatamente italiano) risiede innanzitutto in uno stato che è troppo inefficiente, lentissimo e estremamente costoso nel fare quello che onestamente (dal punto di vista del Capitale) deve fare: organizzare al meglio il sistema paese per assolvere le sempre mutevoli esigenze della produzione.
Se assolve questo dettame costitutivo lo spread competitivo si riduce e il sistema produttivo si svecchia, altrimenti le infinite vie della prassi economico-sociale faranno -come fanno comunque: evasione, nero,corruzione, delocalizzazione, outsourcing ecc- altrimenti fino a trovare una più compiuta espressione politica.
D’accordo come sempre con le tue osservazioni. La competizione sregolata nell’epoca dello pseudo-liberismo globale si gioca sulla riduzione dei diritti e del numero dei lavoratori, oltre che sullo sfruttamento sfrenato delle risorse naturali.
Forse la soluzione potrebbe essere l’istituzione di un organismo sovranazionale trasparente e democratico, che si ponga come obiettivo quello di regolare i metodi di produzione ed il commercio internazionale, vigilando sul rispetto della dignità umana dei lavoratori e delle buone pratiche ambientali in tutto il mondo.
Auspicabile quello che dici Enrico. Tuttavia occorrerebbe anche rivedere le politiche di agenzie che non hanno fatto il loro dovere nel trascorrere degli anni. Faccio un esempio: se i sindacati dei Paesi più avanzati (intendo dire Francia, Italia, Germania) avesserso condotto una battaglia per assicurare una base omogenea di diritti ai lavoratori delle nazioni che entravano nella UE avrebbero influito sulla globalizzazione nel senso non solo delle merci ma anche dei diritti. Gli organismi sovranazionali ci sono, il problema è farli funzionare.