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Questo post è curato da una nuova firma del blog che si occuperà di osservare alcune questioni sotto una luce un po’ inconsueta. Un benevenuto a bamaisin e un buon lavoroArs Longa

La nuova moda del reality show passa ormai per la cucina. Dopo anni nei quali abbiamo (chi più, chi meno, chi volontariamente, chi involontariamente) seguito le vicende di qualche ragazzotto tatuato e qualche ragazzina uscita da un corso per estetiste chiusi in una pseudo casa monitorata televisivamente, oggi è l’ora dello chef. L’evoluzione del reality show mostra una migrazione costante verso le ambientazioni connesse al lavoro. L’inizio di questa mutazione si è manifestata, in un primo momento, verso il format dello spettacolo. Per anni abbiamo assistito a una sorta di gara al massacro tra giovani “talenti” più o meno versati nel canto o nel ballo. I programmi diventavano il luogo nel quale poteva sbocciare l’occasione di una vita. Il premio finale era ed è un trampolino di lancio verso lo star system. Oggi l’ultima frontiera è la cucina. Una prima tipologia di questi nuovi reality culinari ricalca il talent show musicale: un gruppo di aspiranti lotta per ottenere il premio finale (una somma di denaro, uno stage presso uno chef internazionale, etc.) a colpi di piatti giudicati da un inflessibile chef o da una giuria di esperti. Masterchef o Top Chef sono i principali reality di questo tipo.
La seconda tipologia rappresenta invece il salto di qualità più interessante. Nel 2004, in Gran Bretagna, prese avvio il reality intitolato “Ramsay’s kitchen nightmares”, tradotto poi in italiano come “Cucine da incubo”. Il vero protagonista è la chef-star Gordon Ramsay proprieatrio di unaventina di ristoranti pluripremiati dalla Guida Michelin. Il co-protagonista è il gestore di un ristorante sull’orlo del fallimento che cambia ad ogni puntata. La missione di Ramsay è quella di rimettere in sesto il ristorante e rilanciarlo come attività imprenditoriale profittevole.
La differenza rispetto ai reality “a concorso” è che Ramsay non offre consigli sulla preparazione dei piatti ma opera come un coach a livello organizzativo. Il proprietario del ristorante da salvare viene sottoposto ad una sorta di seduta psicoanalitica violenta. L’obiettivo di Ramsay è sempre lo stesso: occorre distruggere psicologicamente il “perdente” per ristrutturarlo. La distruzione serve a mettere in luce tutte le carenze: sporcizia, scarsa qualità dei cibi, carenze di organizzazione. Il martellamento prosegue sino a quando Ramsay e il ristoratore non arrivano ad un punto culminante: il litigio catartico. In un crescendo di insulti, grida, minacce fisiche il ristoratore viene demolito completamente. Il percorso è un classico del dramma della redenzione, un classico plot letterario americano nel quale un uomo/donna smarrito riacquista la propria dignità attraverso un lento risalire alla superficie della propria dignità perduta. Basta ricordare lo sceriffo ubriacone di “Un dollaro d’onore” che ritrova orgoglio e coraggio nella prova suprema, per capire quanto sia diffusa questa narrazione.
Una volta messo di fronte alla propria degenerazione, dopo aver ammesso di essere stato un incapace e un “perdente”, ilgordon-ramsay ristoratore può passare alla fase di rinascita guidata da Ramsay. Il mantra o la morale se preferite è che “basta volere”, basta avere vera volontà, impegno, dedizione e disponibilità assoluta.
Paradossalmente una cucina di un ristorante per funzionare deve avere alla sua base un ben rodato gioco di squadra. In altri termini i salariati (cuochi, aiutocuochi, inservienti, camerieri) sono decisivi quanto il ristoratore-imprenditore. Ma l’eroe che risale dall’inferno del fallimento al paradiso del successo è solo colui che si è fatto imprenditore di sé stesso. Nella serie mai si parla della retribuzione dei dipendenti, dei loro orari di lavoro, delle loro qualifiche, della loro provenienza sociale, della loro storia. Sono i debiti accumulati dal ristoratore-imprenditore ad essere al centro dell’attenzione. Successo e fallimento sono due variabili connesse in modo esclusivo all’imprenditore: lui deve imparare a farsi ubbidire e i sottoposti devono ubbidire. Diventa ovvio che – grazie a Ramsay – la mutazione da ristoratore incapace a ristoratore di successo è determinata dal grado di imprenditorialità. Accettare orari di lavoro massacranti, accontentarsi di entrate misere, sacrificare la propria vita relazionale sono qualità che vengono spostate ed attribuite soltanto sull’imprenditore. I salariati – è sottinteso – devono fare lo stesso se non di più ma la loro posizione subalterna, di persone che si sono sottratte al destino di essere “imprenditori di sé stessi” li rende ininfluenti e poco interessanti.
Quando i lavoratori vengono messi davanti alla telecamera è per dichiarare cosa non funziona nell’imprenditore. La loro presenza ha un senso solo nella fase in cui Ramsay deve distruggere il ristoratore per farlo rinascere. Poi tornano nell’anonimato della loro condizione subalterna, soggetti passivi che lavorano male o bene solo se ricevono ordini adeguati o inadeguati.
La colpevolizzazione assoluta dei dipendenti sta acquistando un ruolo maggiore nella serie “clone” nota in Italia come “Tabatha mani di forbice”. In questo caso, anche se dalla cucina ci spostiamo, in saloni di parrucchieri la struttura narrativa è la stessa. Tabatha Coffey gioca il ruolo di Ramsay nel salvare un salone in difficoltà ma il suo approccio è ancora più spinto sul versante della gestione del personale. I dipendenti sono quasi sempre degli infingardi, nullafacenti, disonesti e approfittatori. Perciò – con maggiore violenza rispetto a Ramsay – l’intervento di Tabatha oltre alla ristrutturazione del proprietario mira alla eliminazione delle “mele marce” tra i dipendenti. Non a caso il titolo originale è Tabatha’s Salon Takeover. Uno dei passi principali nel format di Tabatha è l’analisi (apparentemente segreta) dei comportamenti (quasi sempre negativi) dei dipendenti.
Sia nel caso di Ramsay che in quello di Tabatha la spettacolarizzazione del lavoro passa per una ideologia precisa nella quale tutti i temi centrali del lavoro vengono banalizzati o passano in secondo piano. I lavoratori diventano fantasmi o ciechi comprimari, l’imprenditore – colui che rischia – è l’unica chiave di volta del sistema. In una immagine così distorta e povera si rispecchia – spettacolarizzata – una ideologia del lavoro che riporta il tema del lavoro ad una dimensione gerarchica, di sommersi e di salvati. In una parola ad una dimensione neo-tayloristica del lavoro.

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