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Mentre l’Europa da tempo vorrebbe buttare nel cestino Keynes altrove – e con successo – se ne usano le teorie. Mentre (complici tutti i politici senza distinzione di bandiera) la nostra Costituzione viene stravolta per inserire il vincolo di bilancio, altrove si ragiona diversamente.
Keynes ha ormai gli occhi a mandorla. Nella bufera della crisi la Cina si è trovata con due assi nella manica: un ingente surplus e un  sistema bancario ancora non del tutto integrato nel sistema globale. Nel 2009 la crisi si è fatta sentire anche a Pechino: crollo relativo delle esportazioni e perdita netta di tre milioni di posti di lavoro. Il governo cinese è intervenuto con un piano di stimolo di 600 miliardi di dollari destinato a costuire nuove strade, nuovi aereoporti, linee ferroviarie ad alta velocità e una miriade di progetti infrastrutturali. Contemporaneamente è stato dato ordine alle banche (una dittatura può farlo senza problemi) di allargare i cordoni della borsa e ricominciare a concedere credito alle imprese e ai progetti privati. Il rovescio della medaglia è stato il riacutizzarsi dell’inflazione e la crescita dei valori immobiliari nelle città centro del motore economico cinese. Il pericolo delle possibili sofferenze è trascurabile sino a quando ci saranno riserve in valuta estera. La crisi bancaria degli anni Novanta venne superata proprio in questo modo. Ma non basta. Il governo cinese ha messo mano al problema dei salari lasciando che nel 2010 i lavoratori scioperassero e hanno fatto ricadere i costi degli aumenti salariali sulle grandi aziende estere impiantate nel paese. Sono cresciuti investimenti in sanità, servizi sociali, istruzione. C’è una strana situazione: da un lato l’Occidente (Europa) che punta sulla ricetta neoliberista dell’austerità, dall’altro la Cina che ha fatto suoi i principi cardine del keynesismo.
Ma attenzione bisogna capire bene come funzionano le teorie. Keynes non ha mai affermato che un piano di stimolo debba essere permanente. Il piano di stimolo serve a contrastare una fase recessiva di breve termine per poi passare ad una azione di ripianamento dei deficit a congiuntura migliorata.
The Walking Debt, un blog che leggo sempre con grande piacere per l’equilibrio e la capacità di analisi, oggi discute di Cina e discute di come si stiano configurando i rapporti tra Germania e Cina. Vi consiglio di leggerlo con la dovuta attenzione. Il tema del giorno è infatti la internazionalizzazione piena della valuta cinese e, in prospettiva, il suo trasformarsi in valuta di riserva. Un percorso complesso ben delineato dall’autore. Mettiamo insieme la considerazione per cui il successo cinese è stato cucinato secondo una ricetta keynesiana (come tutti i successi degli ultimi sessanta anni) con le considerazioni di Walking Debt. Ne esce un quadro sul futuro interessante e che ci dovrebbe indurre a fare il tifo per la Cina. Se il renmimbi fosse già completamente internazionalizzato saremmo già fuori dalla crisi, dobbiamo aspettare. Aspettare che una economia enorme come quella cinese giocata su un altro terreno rispetto al neoliberlismo salvi il neoliberismo stesso.
Rimane un punto: il re è nudo. Il re delle teorie degli Alesina e dei suoi figli e figliastri hanno semplicemente allungato il periodo recessivo e ci stanno spingendo ad accunulare più perdite aggiuntive rispetto alla crisi globale. Il topolino partorito dalla montagna, ossia la deviazione dai vincoli di bilancio sugli obiettivi di medio-termine decisa in sede UE (e esageratamente sbandierata da Letta) potrebbe essere un segnale di una inversione di tendenza? Non sono ottimista. Se, come spiegato dalla UE gli investimenti consentiti per questa (temporanea) deviazione riguardano solo i progetti nazionali cofinanziati dall’Ue stessa è troppo poco. Ma l’auspicio è che qualcosa di Keynes torni in Europa e non rimanga in Cina.

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