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La memoria corta gioca brutti scherzi. Ed uno scherzo particolarmente fastidioso è quello di dimenticare ciò che è accaduto nel passato recente. Questa dimenticanza ha, come ulteriore conseguenza, la paralisi della capacità di analisi. Detto in altri termini quando non si ricorda quello che è successo ieri molto difficilmente si può comprendere quel che sta accadendo oggi.
In questo clima di dimenticanza di massa si fanno spazio gli avvoltoi della teoria economica che, ad un pubblico disorientato, offrono soluzioni simili a quelle di certi venditori ottocenteschi che, con un unico sciroppo, garantivano la guarigione dal mal di denti alle malattie veneree.
Allora forse è bene fare un po’ di storia. O meglio, poiché la parola storia potrebbe sembrare presuntuosa, diciamo che è bene mettere in fila dei fatti.
In primo luogo appare evidente che la crisi va declinata al plurale. La crisi che stiamo attraversando è l’ultima di una lunga serie che inizia nel 1973. Nella primavera di quell’anno negli Stati Uniti si ebbe un crollo del mercato immobiliare di proporzioni catastrofiche che ebbe, come elemento più macroscopico il dissesto della città di New York che venne salvata per i capelli. C’è da ricordare la crisi del Giappone degli anni Ottanta con relativo crollo di borsa e depressione dei valori immobiliari. Nel 1992 la Svezia rischiò il default e in tutta fretta il governo venne costretto alla nazionalizzazione delle banche. Tra il 1997 ed il 1998 fu la volta delle “tigri asiatiche” che, negli anni precedenti, erano state gratificate dall’afflusso di capitali internazionali, capitali che provocarono una crescita abnorme e accelerata delle metropoli sconvolgendo le basi sociali di intere nazioni. La crisi strisciante statunitense dei “savings and loans” portò al fallimento quasi duemila banche locali e un numero altrettanto alto di imprese edilizie. Per la maggior parte queste crisi furono determinate dal mercato immobiliare e non assunsero caratteristiche di globalità.
La crisi che stiamo vivendo è invece multifattoriale e se mi passate la parola “sistemica”. Per noi la parola “crisi” significa un periodo buio e depressivo, per il capitalismo significa, quasi risalendo all’origine greca della parola, “cambiamento”. Il capitalismo sta cambiando pelle e quando succede (è già successo nel 1873 e nel 1929) le crisi sono sempre globali o meglio investono tutto quello che, in un dato periodo storico, è il mercato globale.
Il primo cambiamento è dato dalle mutate condizioni del rapporto tra capitale e lavoro. A voler essere totalmente sintetici possiamo dire che per tutti gli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo i lavoratori avevano strutture organizzate efficienti (sindacati) e avevano un notevole peso politico. Questa situazione era ulteriormente sostenuta dal fatto che vi era una sostanziale penuria di manodopera. Mancava quello che Karl Marx chiamava “esercito industriale di riserva”, ossia una massa di manodopera disponibile. Per ottenerla a partire dalla metà degli anni Settanta si allentarono dapprima i vincoli all’immigrazione e – dall’altro, si procedette ad un giro di vite verso le organizzazioni sindacali. Agli inizi dei loro periodi di governo sia Reagan che la Thatcher puntarono sulla disintegrazione dei potenti sindacati che sino a quel momento avevano opposto una efficace resistenza. La terza azione destinata a cambiare il rapporto tra capitale e lavoro fu, nello stesso periodo di tempo, è stato il progressivo utilizzo di bacini di manodopera che sino a quel momento non erano stati sfruttati. Bacini assai distanti e caratterizzati da basso costo e da debole protezione sindacale. Già negli anni Ottanta era possibile acquistare merci parzialmente prodotte in Paesi cosiddetti “in via di sviluppo” e per ragioni logistiche, assemblate vicino ai luoghi di vendita. Ovviamente l’immissione nel mercato del lavoro di questa marea di manodopera abbassò il costo del lavoro. I salari ovunque cominciarono a subire delle compressioni e il potere di acquisto delle classi basse e medio-basse iniziò ad erodersi progressivamente.
Nel sistema capitalistico però la macchina non può incepparsi. Se la maggior parte della popolazione attiva perde troppo potere di acquisto i consumi si abbassano e, per logica conseguenza, gli acquisti diminuiscono. L’uovo di Colombo per non alzare i salari e fare in modo che le persone si indebitino. In altri termini: allargare le maglie del credito significa spingere le persone a comprare oggi anche ciò che non potrebbero acquistare attraverso l’indebitamento. Ovviamente questa manovra ha dei rischi perché allargare il credito significa aumentare la possibilità di sofferenze. Per aggirare questo ostacolo nacquero dei prodotti finanziari creati per “spalmare” (o “cartolizzare”) il rischio.
Ma l’allargamento del credito non venne applicato soltanto alle persone ma anche agli Stati, soprattutto quelli in “via di sviluppo”. Le grandi banche statunitensi con a disposizione una mole immensa di liquidità inaugurarono una vera e propria “economia del debito” a livello personale e statale. Per rendere questa strategia efficiente occorreva avere meno vincoli possibili. Dietro lo schermo della lotta ai “lacci e lacciuoli” delle regolamentazioni vi era il desiderio di far circolare il più velocemente possibile e ovunque i capitali. In tal modo il decennio 1985-1995 è stato caratterizzato dalla politica neoliberista della “deregulation” e delle privatizzazioni. Il colpo finale di questa manovra globale fu l’abolizione del Glass-Steagall Act che distingueva rigidamente tra banche di investimento e banche di deposito. Questa legge era stata introdotta nel 1933 per non far accadere di nuovo quanto era successo con la crisi del 1929. L’abolizione consentì a qualsiasi istituto bancario di trasformarsi in di lanciarsi sui mercati finanziari. Mercati finanziari che entrarono in competizione tra di loro per attrarre il più possibile gli investitori internazionali. Ed ovviamente chi vuole investire desidera avere meno controlli possibili. Per questo motivo le varie piazze finanziarie mondiali diedero inizio ad una corsa accelerata verso la più vasta deregolamentazione possibile. Il che, tradotto in conseguenze, significa che la piazza preferita dal mercato è sempre quella che sorveglia meno.
Tutto questo movimento era (e vorrei dire “è” ancora) supportato da una teoria economica che negli anni ha assunto il valore di una vera e propria ideologia: il neoliberismo. La parola d’ordine neoliberista può essere riassunta dallo slogan della figlia del droghiere di Grantham arrivata a Downing Street: “Arrichitevi, diventate azionisti!”. Dietro l’idea di una società nella quale tutti hanno la possibilità di arricchirsi si nasconde la realtà di una maggioranza che si impoverisce. Nel 1996 il Rapporto sullo sviluppo umano dell’ONU mise in evidenza che sotto il governo di “Maggie” Thatcher la Gran Bretagna era diventata la nazione europea con le disuguaglianze sociali più profonde. Gli inglesi che si trovavano nell’area di povertà erano quattordici milioni. Ma il neoliberismo non si è mai preoccupato troppo dei costi umani perché è convinto che sul medio-lungo periodo la situazione è destinata a riassestarsi. Grazie alla bacchetta magica della “mano invisibile dell’economia” i ricchi, diventati sempre di più e sempre più ricchi, cominceranno a spendere (badate bene “spendere” non significa “investire”) e questa spesa ricadrà positivamente giù giù sino ai più poveri con una meravigliosa pioggia di briciole. Far arricchire le persone significò privatizzare tutto il privatizzabile per “mettere a frutto” aree dapprima escluse dalla capacità di intervento del capitale privato. La parola magica sulla bocca di questi truffatori dell’economia è sempre stata “efficienza” e “meritocrazia”. In realtà il problema dell’efficienza è sempre stato la foglia di fico che nascondeva la volontà di aprire settori nei quali poter convogliare gli investimenti. Trasporti pubblici, telecomunicazioni, servizi postali, forniture elettriche e idriche sono diventati in questi anni il bersaglio di privatizzazioni. Apparentemente con lo scopo di rendere più efficienti i servizi, in realtà con la volontà di creare occasioni di investimento. Dagli anni Ottanta in poi i settori aggrediti dalle privatizzazioni sono diventati sempre più ampi. La promessa che la concorrenza tra operatori introducesse un risparmio generalizzato non si è mai realizzata.
Soprattutto l’idea che i ricchi e gli arricchiti dessero il via alla seconda fase del “piano”, ossia che cominciassero a far cadere le briciole dalle loro mense non si è mai realizzata. Era una idea balorda per due motivi: il primo è che, per quanto un ricco, spenda il valore della sua spesa sarà inferiore a quella possibile ad una pluralità di persone con un reddito medio. Il secondo è che il capitalista preferisce reinvestire il suo denaro non laddove si crea lavoro e benessere ma laddove il suo saggio di profitto è maggiore. Perché i capitalisti non hanno come obiettivo né creare posti di lavoro né creare ricchezza diffusa e perché la teoria che pochi ricchi distribuiscano ricchezza meglio di molte persone con redditi medi.
Per chiarirvi la cosa vi lascio, in attesa della seconda parte di questi appunti, con il discorso che il milionario statunitense Nick Hanauer ha pronunciato l’anno scorso alle TED conferences. Dura cinque minuti ed è in italiano. Noi ci leggiamo al prossimo post.

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