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Disgraziatamente mi è capitato di nominare Barnard. L’uomo ha molti detrattori ma, evidentemente, altrettanti sostenitori. Perciò qua e là mi è capitato di vedere che della teoria di cui si fa portavoce (se non paladino) molti sembrano essere convinti. Ne avevo già accennato con toni possibilisti in un post di un anno fa. Studiai un poco la questione da allora. Non ne scrissi più ma arrivai alla conclusione che si tratta di una teoria che finisce per fare acqua da tutte le parti.
La teoria parte da un assunto indimostrabile (poco male: tutte le teorie tendono a farlo) che si può riassumere così: se uno Stato ha la capacità di stampare moneta propria non può fallire, ha cioè una ability to pay che lo mette al riparo da ogni problema. In questo modo uno Stato può non porsi alcun tetto al deficit perché, se questo crescesse troppo, voilà si avvierebbero le zecche e si stamperebbe tutta la moneta necessaria a coprire qualsiasi buco. Il vero modo con il quale lo Stato si finanzia sarebbe proprio questa indefinita possibilità di stampare moneta. Le tasse – contrariamente a quanto si pensa – non sarebbero lo strumento per creare le risorse necessarie al buon funzionamento dello Stato. Le tasse servirebbero a controllare l’inflazione. Le tasse sarebbero niente altro se non il riconoscimento del valore della moneta e quindi del suo controllo sulla inflazione. Cosa significa? Significa che lo Stato stampa moneta con la quale stimola la domanda di moneta stessa con l’obbligo del pagamento delle tasse. I teorici della MMT ragionano come ragionavano i colonialisti in Africa all’inizio del Novecento. Di fronte alle tribù che non conoscevano moneta e non volevano usarla imponevano tasse esigibili soltanto in moneta. Gli africani, obbligati al pagamento delle tasse, dovevano procurarsi queste benedette banconote. Perciò vendevano i loro prodotti accettando a loro volta soltanto banconote. Il risultato era che la banconota acquistava valore e credibilità. I prodotti della terra nel gioco del libero scambio commerciale assestavano il loro prezzo e praticamente da soli assicuravano il controllo dell’inflazione. Una volta che tutti abbiano accettato la moneta e gli abbiano dato credibilità usandola, lo Stato non si preoccupa più neppure di emettere titoli di Stato perché non ha nessuno bisogno di approvvigionarsi attraverso il mercato. Se ha bisogno di denaro lo stampa.
Il punto sul quale la MMT si arena e perde di chiarezza è come si gestiscono i problemi di bilancia commerciale verso l’estero. Usare la moneta per finanziare la spesa pubblica porta inevitabilmente ad un aumento delle importazioni. In una situazione del genere sarebbe inutile qualsiasi controllo del tasso di cambio. La MMT ci risponde che di fronte a questo pericolo si risponderebbe facilmente attraverso la svalutazione competitiva della moneta. Una pratica questa nella quale siamo stati – noi italiani – maestri per molti anni prima dell’Euro. Svalutando i beni prodotti diventano competitivi sul mercato e i beni esteri diventano inarrivabili sul mercato interno. Chi è un po’ anziano ricorderà che la composizione del parco auto circolante negli anni 70 e 80 era per lo più nazionale. Gli italiani compravano Fiat perché una automobile tedesca aveva prezzi sostenibili solo da pochi. Ammettiamo a questo punto che un governo italiano qualsiasi domani decidesse di uscire formalmente dall’Euro e – tornando ad una moneta nazionale – attuasse una politica di autofinanziamento attraverso la stampa di cartamoneta e di svalutazioni competitive. Il risultato sarebbe abbastanza scontato: i Paesi esteri fornitori di materia prima (non dimentichiamo che la nostra economia è una economia di trasformazione) chiederebbero di essere pagati non con la nostra moneta nazionale ma con una qualsiasi moneta estera ritenuta “sicura”. Sicura perché la nostra moneta nazionale non lo sarebbe vista la nostra abitudine a svalutarla ogni volta che ci serve. Ci occorrerebbe allora una grande quantità di moneta estera giudicata affidabile per acquistare materie prime. Qualcuno potrebbe dire che questa moneta affidabile arriverebbe dalle vendite estere dei nostri prodotti. Ma sarebbe una rincorsa continua. Svalutando in modo competitivo piazzeremmo i nostri prodotti ma con cambiamenti dell’afflusso di capitali esteri. Le vendite non garantirebbero automaticamente l’afflusso di valuta estera per l’acquisto di materie prime. In più le oscillazioni dei prezzi delle materie prime potrebbero aggravare la situazione costringendoci a spendere di più in moneta estera. Perciò l’indipendenza ottenuta con l’uso illimitato di moneta stampata verrebbe annullata dalla dipendenza da valuta straniera per gli scambi commerciali internazionali. Inoltre mi pare una illusione supporre che, di fronte a svalutazioni competitive nostrane, gli altri Paesi rimarrebbero inerti spettatori e non adotterebbero, a loro, volta misure difensive.
Insomma in linea puramente teorica a me pare che la MMT funzioni a condizione che la nazione che comincia a stampare come e quanto vuole, sia dotata di una moneta che, a livello internazionale, è diventata moneta di scambio. Per certi versi la MMT è applicabile agli Stati Uniti e al Giappone che hanno monete “internazionali” forti ma non a Paesi le cui monete non avrebbero tale caratteristica. La mia conclusione è che la MMT semplicemente trasferisca i problemi dal pareggio di bilancio al pareggio della bilancia dei pagamenti. Per dirlo in altri termini: il problema non si risolve ma si sposta rimanendo identico. Insomma rimarrebbe il problema – altrettanto drammatico – di finanziare la bilancia dei pagamenti. E non sarebbe uno scherzo.
Ma poi – perdonate la frase provocatoria – in questo Paese noi la MMT l’abbiamo usata per anni e anni prima dell’introduzione dell’euro. Chi c’era si ricorderà l’inflazione a due cifre, i mini-assegni e quant’altro. Seriamente qualcuno ha il coraggio di sostenere che quelle erano condizioni che sostenevano la piena occupazione? Il tasso naturale di disoccupazione in Italia cominciò a salire a partire grosso modo dal 1964 passando da circa il 4% a circa il 16% nel 1998-99. E faccio umilmente notare che non c’era l’euro. Il tasso di disoccupazione nel 2012 ha toccato secondo l’ISTAT l‘11,1%. Di fronte a questi dati mi domando: tornare alla moneta nazionale e alle svalutazioni competitive è una soluzione per l’occupazione? Cosa ci garantisce che questa ricetta che in passato non ha dato alcun risultato in termini occupazionali ne darebbe ora? Insomma i problemi non sembrano essere superabili dalla bacchetta magica della MMT e quindi dalla uscita formale dall’Euro. Semplicemente si sposterebbero. Io non sono affatto uno di quelli che vede nella uscita dall’Euro la fine del mondo dell’economia italiana. Tuttavia non ci vedo neppure la soluzione dei problemi. Il punto è che Mosler, uno dei fautori della MMT, insiste sul concetto che la moneta è un “monopolio dello Stato”. Su questo non ho problemi a seguirlo: sono d’accordo con lui. Però il problema che pongo è che non esiste uno Stato ma una pluralità di Stati ciascuno con il proprio monopolio. Non siamo soli, non saremmo soli in una operazione di sganciamento dall’Euro.
Per come lo vedo io il problema è che c’è stata una valutazione politica sbagliata nella creazione dell’Euro. All’epoca tutti sapevano che le economie che entravano a farvi parte erano troppo distanti l’una dall’altra. Venne coltivata una cieca fiducia nel fatto che, nel giro di pochi anni, le diverse economie si sarebbero spontaneamente riallineate. Una cieca fiducia neoliberista che ha lasciato questo compito al mercato. Ma il mercato in trecento anni di capitalismo ha dimostrato di non essere in grado di riallineare nulla. La mano invisibile dell’economia non ha mai funzionato. Il capitalismo ha vissuto la sua esistenza in balia di gravissime crisi cicliche. Il fatto che sia sopravvissuto ad esse non è una dimostrazione della sua validità ma, semmai, della sua resistenza. Ma la capacità di sopravvivere non fa sì che qualcosa possa definirsi positivo: anche il virus dell’AIDS si è dimostrato resistente e a nessuno verrebbe in mente di dedurne che si tratta di un virus utile e simpatico.
La fiducia che tutto si mettesse a posto da sé, spontaneamente, ha condotto l’Euro alla rovina. Nessuna politica economica seria è stata pensata per far sì che le varie economie di allineassero verso un punto mediano dal quale ripartire. Ovviamente non era necessario un mago o un veggente per prevedere che, in queste condizioni, le economie forti prima dell’Euro sarebbero diventate più forti dopo l’Euro.
Ed il problema non sta affatto nelle politiche di welfare. Se avessimo un welfare come quello tedesco o danese attuale staremmo benissimo. La Germania non ha significativamente tagliato il welfare in questi anni. Ma non perché non ne avesse bisogno ma, semplicemente, perché il welfare è un pilastro di quella economia. Di fronte alla crisi l’idea è stata di obbligare i paesi in difficoltà a comprimere il proprio debito pubblico comprimendo la spesa pubblica e cioè comprimendo il welfare. Tasse alte e tagli al welfare hanno costituito la miscela esplosiva. Il debito pubblico non solo non è calato ma è aumentato perché i cittadini supertassati non hanno i soldi per consumare e se consumano lo fanno per riequilibrare ciò che viene tolto loro in termini di servizi. Oggi, giustamente, si invocano politiche espansive. Ma le politiche espansive devono essere concordate ed accettate a livello europeo. Non è credibile che l’Italia da sola attui politiche espansive mentre il resto dei paesi UE continui ad adottare politiche di austerity.
Perciò quando mi si offre la soluzione del MMT, quando cioè mi si dice: uscire dall’euro, stampare moneta a volontà non capisco. Perché adottare una ricetta che può essere adottata soltanto in condizioni simili agli Stati Uniti (che di fatto stanno stampando tonnellate di cartamoneta sin dal 1971) come paese singolo? Una via del genere ci porterebbe soltanto a spostare la crisi dal debito pubblico alla bilancia dei pagamenti come ho detto prima. La MMT potrebbe essere credibile se adottata dall’UE nel suo complesso. Ma prima di questo occorrerebbe fare i passaggi che non si sono fatti. Il primo passaggio è il riallineamento delle economie attraverso il posizionamento della ricchezza europea su una linea mediana tra la ricchezza tedesca e la povertà greca. E per far questo occorre perdere per ogni nazione un altro pezzo di sovranità non riguadagnarlo. Occorre cioè che nessuno stato singolo della UE emetta titoli di stato ma che ci sia un unico titolo di Stato europeo che riduca le divergenze e ci metta al riparo dalla speculazione internazionale che oggi ha buon gioco nel destabilizzare gli anelli deboli della catena europea. In termini effettivi questo significherebbe trovare un punto mediano che sarebbe un relativo impoverimento dei Paesi del Nord Europa e un relativo arricchimento di quelli del Sud Europa. Una operazione questa che andava fatta subito. Sarebbe stato opportuno procedere ad una unificazione politica prima ancora che economica, si è fatto il contrario con esiti spaventosi.
Adesso uscire dall’Euro o rimanerci è ininfluente. L’Euro non ha assolto al suo compito perché è stato lasciato a sé stesso e ha selvaggiamente prodotto i suoi risultati sulle economie deboli. Io credo che in fondo neppure a Berlino interessi più l’Euro così come è strutturato oggi. Perché se con esso ha ottenuto una incredibile centralità economica, contemporaneamente ha essiccato importanti mercati di sbocco. Oggi io non vedo le possibilità per un ulteriore salto di qualità dell’Europa verso una unione più stretta. Verso quegli  Stati Uniti d’Europa cui si sarebbe dovuto tendere per risolvere le contraddizioni introdotte dall’Euro. Ora è tardi. Non usciremo dall’Euro come la MMT suggerisce perché l’Euro è una moneta dalla quale non si può uscire in modo solitario. Occorre che si prenda atto che per avere una moneta unica europea da Helsinki a d Atene sarebbe stato necessario un maggiore allineamento. Sarebbe stato cioè necessario procedere con più calma integrando le economie del sud Europa tra loro, facendole crescere. Forse una moneta a due velocità, un Euro meridionale e un Euro settentrionale potrebbero essere una parziale soluzione. Il dubbio è che siano soluzioni non più praticabili. L’Euro oggi non esiste più e non possiamo né rimanervi né uscirne perché le ricette economiche liberiste, i limiti strutturali della costruzione europea ci hanno messi tutti in un cul de sac. Ed è in questa situazione che i venditori di speranza come i teorici della MMT hanno successo. Proponendo ricette facili da capire, ma semplicistiche e – soprattutto – invecchiate e inadatte alla situazione si possono ottenere grandi volumi di consenso. Ma il consenso rispetto a soluzioni non efficaci non regala maggiore efficacia.

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