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Perdonatemi se ogni tanto esco dalla logica del blog “duro e puro” e mi avventuro in consigli di lettura. So che può sembrare spocchioso consigliare letture. Presuppone in qualche modo che il lettore di poassaggio sia “sfornito” di qualcosa che gli si vuole rifilare. Però la lettura che vi suggerisco oggi è realmente importante. Si tratta del libro “Contro riforme” scritto da Ugo Mattei e pubblicato da Einaudi pochi giorni fa. Probabilmente tra due mesi (viste le logiche del mercato editoriale italiano) sarà introvabile. Se avete dieci euro da spendere ve lo consiglio vivamente. Le ragioni per le quali stimo molto Ugo Mattei le potete dedurre dalla sua biografia su Wikipedia. La riflessione sui beni comuni che ha svolto in questi anni è molto importante. Ed è proprio sulla questione dei beni comuni che ho incontrato per la prima volta gli scritti di Mattei. Se permettete una piccola digressione autobiografica, potrei dirvi che il pensiero che ci fosse qualcosa che non potesse essere privata o concepibile come privatizzabile, mi ha colpito come uno schiaffo quando ero ancora un bambino. Credo che capiti a chiunque, a me a voi, che ogni tanto si apra (ma sarebbe meglio dire si spalanchi violentemente, un cassetto della memoria risucchiandovi indietro nel tempo e lasciandoci storditi dall’impatto del ricordo. Giorni fa mentre leggevo un altro libro di Mattei (Beni Comuni. Un Manifesto, Laterza 2011), sono stato catapultato indietro nel tempo. Una domenica mattina di tantissimi anni fa, nella città nella quale sono nato. Era una rara passeggiata con mio padre. Rara perché non accadeva spesso che un uomo con il carattere di mio padre, prendesse per mano suo figlio e passeggiasse con lui. Arrivammo presso le mura antiche della città e mio padre me ne descriveva la storia e mi diceva che quando era piccolo con i suoi amici si arrampicava sino in cima per qualche tratto. Ad un certo punto, per mostrarmi dove si saliva, oltrepassammo un cancello in legno. Dalla curva due ragazzini spuntarono sopra delle biciclette e sfrecciandoci a fianco grazie alla velocità della discesa ci urlarono “proprietà privata!” allontanandosi. Tornammo indietro sulla strada principale ripassando il cancello. Io ero piuttosto deluso, speravo di salire sulle mura e di vedere la città dall’alto. Non avevo messo in relazione la rinuncia a proseguire con l’avvertimento dei bambini in bicicletta, perciò insistevo con mio padre. “Non si può. È proprietà privata, appartiene a delle persone, non si può passare” fu la risposta. E quando dissi che le mura della città non potevano appartenere a qualcuno, mi rispose che avevo ragione ma che era così, il cancello lo dimostrava. Fu così che non scalai mai le mura insieme a mio padre. Ci vorrebbe uno psicanalista freudiano per decidere se questo ricordo sia stato o meno decisivo nei tempi che sono seguiti, sino ad oggi che sono molto invecchiato. Comunque sia il passo che Mattei compie dal concetto di “bene comune” a quello di “riforma” neoliberale è quasi consequenziale. Ma non voglio scrivere una recensione che vi convinca. Mi limito a copiarvi le prime tre pagine del libro. Giudicate voi se vale la pena di leggerlo tutto.

Una decina d’anni fa, fui invitato in gran pompa a Washington DC presso la sede della Banca Mondiale per dare il mio apporto di giurista a un «brainstorming» di economisti e scienziati della politica volto alla produzione di un documento, il World Development Report, che anche quell’anno la Banca doveva redigere a uso delle élite dei cosiddetti «Paesi in via di sviluppo». Questi documenti presentano linee guida di «politica tecnica» (in inglese la locuzione intraducibile è policy, concetto  diverso da quello di politics) che i Paesi «in via di sviluppo» devono adottare in modo bipartisan, quale che sia il colore politico  dei loro governi,  per otttenere i finanziamenti e i prestiti della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale. Si tratta della piu genuina manifestazione istituzionale del cosiddetto Washington Consensus, l’ideologia che, almeno   fino alla crisi del 2008, godette egemonia planetaria e che oggi, in crisi di consenso, si manifesta  con il pugno di ferro tramite  la sospensione «tecnica» della vita politica. Quell’anno il rapporto era niente di meno che sul tema generale delle «istituzioni» e con gli illustri colleghi angloamericani ivi raccolti, diversi dei quali insigniti di premio  Nobel,  dovevamo  tracciare  in poche centinaia  di pagine un sistema istituzionale «efficiente». Tale sistema, poi effettivamente pubblicato nel World Development Report del 2004, era una semplice guida a riforme la cui desiderabilità era condivisa (il Consensus appunto),  che governi  di tutto  il mondo, nelle situazioni politiche e culturali piu diverse, dall’Africa  all’Asia all’America Latina,  avrebbero dovuto necessariamente cercare di realizzare.  Soltanto i governi  che cosi facendo  si fossero dimostrati virtuosi, avrebbero potuto accedere ai fondi indispensabili per uscire dalla propria drammatica  situazione di povertà  materiale e proseguire sulla strada  dello «sviluppo».  Tralasciando  per ora i contenuti specifici, in gran parte identici a quelli che nell’agosto del 2011 una lettera congiunta  dei presidenti uscente  ed entrante della Banca centrale europea (Trichet e Draghi) impose all’Italia, ciò che mi colpi fu la totale condivisione tra gli economisti ivi presenti  del fatto  che un unico assetto  istituzionale, proprio  come una qualsiasi  tecnologia, potesse essere  tranquillamente progettato a tavolino  a uso di tutto il mondo, indipendentemente da qualsiasi peculiarità  dei contesti di ricezione.  Una volta progettato, tale schema poteva  essere realizzato tramite  riforme fondate  su un solo imperativo categorico: quello di stimolare  o imporre,  attraverso la strutturazione di istituzioni efficienti, comportamenti sociali virtuosi in quanto competitivi, economicamente produttivi e quindi capaci di attrarre investimenti e ridurre i costi. Mi fu ancor piu chiaro allora il potere politico immenso  di quell’ideologia  «efficientistica» che dai primi anni Ottanta era divenuta pensiero unico nei principali dipartimenti di economia,  diritto e scienza politica, prima negli Stati Uniti e poi in tutto il resto del mondo.
Qualche anno piu tardi,  ebbi la ventura  di vedere da vicino, seguendo le riprese di un film documenta­ rio, l’impatto devastante sul piano sociale e culturale di quelle riforme in parte realizzate nel Mali, un Paese africano poverissimo di mezzi materiali  ma ricchissimo di cultura  anche istituzionale, considerato allora uno dei migliori «allievi»  della Banca Mondiale.  Dìvenne sempre piu chiaro ai miei occhi che il riformismo neoliberale era molto piu di una semplice operazione tecnica per riformare istituzioni obsolete o malfunzionanti. Esso costituiva la vera e propria forma giuridica del capitalismo dopo la caduta del muro di Berlino, la retorica di una nuova grande  trasformazione sovversiva dell’ordine sociale e del modello di società che si era affermato, pur fra immani tragedie, nel Novecento. Il Mali, Paese povero di mezzi ma ricco di cultura, fu spinto  ad abbandonare la seconda in cambio della promessa di un po’ di benessere materiale, che sarebbe «sgocciolato in giù» qualora i grandi colossi dell’agrobusiness, dei trasporti, delle telecomunicazioni, dell’industria energetica, cosmetica, farmaceutica e mineraria fossero stati lasciati liberi,  e anzi incoraggiati  tramite apposite riforme istituzionali, di arricchirsi nel Paese.
Fu allora che incominciai a interrogarmi sul senso della locuzione «riformismo» cominciando  a guardare  a quanto  stava avvenendo nel nostro Paese alla luce di due esperienze  apparentemente lontanissime, al centro e in periferia,  che mi avevano portato  a contatto con la forza ideologica dell’universalismo riformista.
Negli Stati Uniti avevo visto l’ambiente, del tutto avulso dalla realtà,  in cui nello splendido  palazzo di metallo della World  Bank l’élite  accademica  produceva, in totale  irresponsabilità e inconsapevolezza dell’impatto umano e sociale della propria  ideologia universalistica, ricette istituzionali coerenti con gli interessi del potere  che ne finanziava  i dipartimenti. ln Mali avevo documentato l’impatto devastante (letteralmente genocida) delle ricette ivi elaborate sui valori costituzionali profondi di quella società informata alla solidarietà e all’organizzazione incentrata sul gruppo. Cominciai allora a essere sempre piu pervaso da un semplice dubbio che in poco tempo si trasformò in ipotesi di ricerca. Forse che anche in Italia, tutto questo parlare di riforme non sia sovversivo dell’ordine costituzionale fondato sui valori di solidarietà e uguaglianza da cui è permeata la Costituzione del 1948?
Dalla metà degli anni Ottanta, il concetto (da noi antico) di «riformismo» ha conosciuto una nuova pri­mavera. Tutti i politici desiderosi di assumere cariche di governo, dimostrandosi responsabili e affidabili agli occhi della comunità internazionale, si devono necessariamente  dichiarare «riformisti». Il riformismo è oggi qualcosa di più di una scelta politica, ancorché interamente  bipartisan.  In questa stagione, anche i cosiddetti tecnici «prestati  alla politica» continuano a ripetere come un mantra: «Bisogna fare le riforme!» Poche affermazioni possono competere in popolarità con questa,  tanto che pressoché tutti  i parlamentari in carica si dichiarano orgogliosamente riformisti (e quasi altrettanti liberali). Sono ben pochi coloro che si permettono  di far notare l’assoluta vacuità di questa nozione, anche perché chi lo fa è tacciato di estremismo,  marginalizzato  dal circuito mediatico­politico dominante e certamente  perde delle ottime opportunità di carriera. Chi mai potrà non volere le riforme?  Quale inguaribile  ottimista privo di ogni contatto  con la realtà può pubblicamente rallegrarsi dello status quo fino al punto  da non considerare le riforme necessarie? E all’opposto,  quale pericoloso e violento disegno utopistico o rivoluzionario potrà covare chi non condivide che le riforme siano una strada giusta ed equilibrata che ogni politico o intellettuale responsabile e realista deve percorrere senza indugio per preparare un mondo migliore? In effetti, il riformismo è oggi uno di quei valori tanto condivisi da poter essere difficilmente messo in discussione ma che, proprio per questo, è dovere del pensiero critico sottoporre a una rigorosa verifica. Che cosa significa davvero fare le riforme? Quale visione di società porta avanti o favorisce, consapevole o piu spesso inconsapevole, chi si dichiara riformista? Quali rapporti di forza e quali strutturazioni del potere accompagnano il discorso sul riformismo?
In questo libro intendo  sostenere che le riforme non sono altro che ideologia. Una falsa coscienza, il vestito buono adottato dai saccheggiatori neoliberali per portare avanti il loro disegno reazionario volto all’accumulo nelle mani di pochi di risorse appartenenti a tutti.  Il discorso riformista è nella realtà un gigantesco quanto  complesso dispositivo volto  alla massima estensione e concentrazione della proprietà privata, producendo involuzione politica, sociale e culturale. Questo scritto vuole essere un grido d’allarme per impedire l’uso indiscriminato di una formulazione che, nel passaggio tra la prima e la seconda Repubblica, ha cambiato interamente  senso. Dietro  l’uso della retorica delle riforme si cela una strategia  che utilizza la sovversione di significato di questo termine per produrre risultati sociali sempre piu irreversibili. La strategia riformista, che questo volume vuole portare allo scoperto sperando in un effetto  Dracula, per cui essa potrebbe morire se portata  alla luce del sole, conduce alla sistematica distruzione di ogni istituzione sociale che non sia perfettamente coerente con la massima estensione della proprietà privata e dell’attività di consumo, il brodo di coltura in cui essa prospera fin dalle sue origini nella rivoluzione borghese. L’individualizzazione  sociale e la riduzione di ogni rapporto umano allo scambio di mercato, scopo ultimo della logica capitalistica dell’accumulo e dello sfruttamento senza fine, sono progressivamente strutturati tramite un insieme di trasformazioni istituzionali, le riforme appunto, che sortiscono il loro effetto socialmente nefasto tanto nel caso in cui siano effettivamente realizzate quanto nell’ipotesi che non lo siano.

 

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