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Voterò. Ma mettendo la scheda nell’urna non nutrirò alcuna speranza per il futuro. Il voto che ci apprestiamo a dare non garantisce alcun cambiamento perché nessuna delle forze che si candida a governare il Paese ha uno straccio di idea chiara su come farlo. Ho letto tutti i programmi, i non programmi, le agende in circolazione: non ho trovato nulla di serio. Nessuno, dai neoliberisti di Giannino agli arancioni di Ingroia ha quella che gli americani chiamano vision. Ossia una visione globale del problema. E questo è evidente dal fatto che in politica estera nessuno sa cosa dire. Certamente alcuni di voi penseranno che la politica estera sia qualcosa di secondario in questo momento. In realtà chi non ha le idee chiare sulla politica estera non ha le idee chiare su nulla. Avere le idee chiare in politica estera significa saper sviluppare un nuovo modello di difesa militare. Significa domandarsi cosa ci serve, non in base alle richieste di generali e ammiragli interessati ad avere il meglio possibile della tecnologia militare, ma in base a quello che vogliamo fare. Avere le idee chiare in politica estera significa saper orientare un piano di politica industriale in base a quelli che abbiamo deciso debbano essere i nostri partner commerciali principali, le aree nelle quali intendiamo svilupparci, i prodotti che intendiamo vendere.
L’economia non è la finanza e noi siamo stati abituati in questi ultimi due anni a pensare in termini di soldi e non di sviluppo. Lo sviluppo economico è molto più complesso e multifattoriale rispetto allo spread o alla politica monetaria. Ma, soprattutto, ragionare di economia ci porta a prendere delle decisioni di lungo periodo. Gli ultimi anni, dal 2001 in poi, sono stati anni di confusione di idee in politica estera. I governi Prodi balbettavano, i governi di Berlusconi hanno cercato vie assurde come la creazione di rapporti con Putin e disastrose intese con il defunto dittatore Gheddafi. Il risultato è stato inevitabile: nebulosità e politiche di basso profilo.
La crisi ci sta insegnando una lezione importante: abbiamo rinunciato alla nostra collocazione geografica e siamo rimasti ostaggi dei Paesi del Nord Europa. Che lo vogliamo o no il nostro ruolo è nel Mediterraneo. Dovremmo rafforzare la collaborazione e la concertazione prima di tutto con Spagna e Grecia. Con la Francia che ha forti interessi mediterranei, con la Turchia. E poi con tutti i Paesi della costa sud: Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto. In questa area le nostre capacità e la nostra tecnologia possono giocare un ruolo importante.
Si tratta di una politica che abbiamo progressivamente abbandonato dopo la morte di Enrico Mattei nel 1962 e che non abbiamo più saputo riprendere in modo strategico.
Occorre un grande piano di rilancio di questo Paese e per farlo occorre avere una visione sul futuro globale. Il fatto che l’Agenda Monti non spenda una parola sulla immigrazione (che proviene per una buona parte dai Paesi che ci interessano) è sintomatico. Le uniche parole spese dal “professore” sono generiche e degne di un compitino da liceale: “La collocazione geografica dell’Italia al centro del Mediterraneo impone di guardare con più coraggio e con una visione strategica ai grandi cambiamenti politici, economici e civili suscitati dalla primavera araba e di sostenere percorsi di vera democratizzazione”. Questo l’unico accenno di Monti alla politica estera. A me non pare abbastanza. Gli altri concorrenti non ragionano diversamente, né il duo Bersani-Vendola, né tantomeno il confuso tribuno Grillo, né l’armata brancaleone coagulata intorno a Ingroia, né le schegge impazzite neoliberiste hanno da dire qualcosa sull’argomento.
Voteremo quindi per eleggere qualcuno – chiunque sia – che pensa che la crisi si risolva facendo le pulizie in casa a prescindere da quello che succede nel mondo. Ciò che facciamo in casa nostra non è slegato da quanto accade intorno a noi ed il futuro è fuori dalla nostra casa. Se non saremo attrezzati a interpretarlo – ed oggi nessuno si sta impegnando a farlo – non riusciremo ad uscire da questa crisi.

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