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Wolfgang Münchau, in un articolo comparso sul Financial Times il 9 dicembre dello scorso anno (che potete leggere qui) si occupava di Mario Monti. Münchau sostiene che l’anno di governo di Monti altro non è stata se non una bolla perché nulla è cambiato realmente e l’Italia, dopo un anno, si ritrova al punto di partenza ma, con in più, una profonda depressione economica.
Ma la cosa più interessante è che l’articolista del Financial Times scrive che oggi occorre “rovesciare l’austerità immediatamente”, perché “l’innalzamento delle tasse e i tagli di spesa hanno avuto effetti controproducenti” . Il 9 dicembre Münchau non poteva conoscere le decisioni di Monti e metteva nel conto delle possibilità un impegno in politica del professore tra le varie ipotesi.
La conclusione cui arrivava Münchau è che l’Italia ha bisogno di un leader di quel che c’è da fare rimanendo ancorati all’eurozona. Un elemento interessante dell’articolo era l’idea che Monti non sia stato capace di affrontare Angela Merkel sul problema del debito. In altri termini visto che l’Italia è in recessione e il suo debito è al 130% del PIL senza una iniziativa di “mutualizzazione del debito” (ossia un serio impegno della Germania a trovare una via di uscita globale (che si chiami eurobond o qualcos’altro ha poca importanza) il nostro Paese non può rimanere in Europa. Monti non avrebbe saputo porsi in una posizione sufficientemente forte per discutere con la Merkel. Questa incapacità – sempre secondo Münchau – nasceva dalla stessa posizione di Monti, ossia quella di non avere alle spalle la legittimità di un voto popolare.

Oggi, ad un mese di distanza da quell’articolo, sappiamo come stanno andando le cose. Monti sta cercando quella legittimità di cui ha bisogno. Contrariamente a Münchau credo che se la ottenesse non la userebbe per porsi in modo più forte di fronte alla Germania. Semplicemente perché Monti non ha ancora deciso cosa fare. Le 25 pagine della Agenda Monti (che potete scaricare qui) sono pura nebbia. Per capirci faccio soltanto un esempio tratto dalla seconda pagina: “…. l’Italia, deve chiedere all’Europa politiche orientate nel senso di una maggiore attenzione alla crescita basata su finanze pubbliche sane, un mercato interno più integrato e dinamico, una maggiore solidarietà finanziaria attraverso forme di condivisione del rischio, una maggiore attenzione alla inclusione sociale e alla sostenibilità ambientale.” Un ottimista potrebbe dire che è intenzione di Monti chiedere all’Europa (ma diciamocelo francamente: alla Germania) una qualche forma “mutualizzazione del debito”, ossia quello che Münchau suggeriva. Un ottimista appunto. Perché ad essere realisti questa frase non dice nulla, o meglio: non ha neppure il coraggio di dire le cose che servono. L’Agenda non dice: per uscire dalla crisi occorre che la Germania si assuma le sue responsabilità, sta solo auspicando “maggiore attenzione”. Tralascio il resto che ha meno significato di un vaneggiamento tanto è obliquo e impreciso.Qualcosa di meno evanescente lo si vede a partire da pagina quattro quando Monti cerca di farci sapere la su ricetta: pareggio di bilancio strutturale. riduzione dello stock del debito pubblico di un ventesimo ogni anno, valorizzazione/dismissione del patrimonio pubblico. Certo, si tratta di qualcosa di più preciso ma la domanda è: si tratta della ricetta che ci serve? Perché qui c’è un assunto ideologico non dimostrato: la riduzione del debito pubblico è il toccasana da cui poi discende ogni altra cosa. E questa è una sciocchezza da liberisti ciechi di fronte ai problemi.
Tra le tante altre dichiarazioni evanescenti e sciocchezze evidenti sottolineo solo la parte intitolata “Italia 2.0: l’Agenda digitale”. Sembra di sentire le sciocchezze che la Gelmini ci regalava dopo che Abravanel gliele aveva insufflate nelle orecchie. Come fa Monti a raccontarci questa fiaba di una pubblica amministrazione digitalizzata se la nostra rete è in condizioni da Terzo Mondo? Come si fa a suonare la trombetta dell’Italia 2.0 quando non si spiega come si farà, con quale estensione, con quali tempi una vera banda larga e cioè come si troveranno i fondi per far poggiare l’intero sistema sulla fibra ottica? Chi mi legge se è fortunato, viaggia a 20 mega nominali (molto nominali) e paga cifre assurde per farlo. E di fronte a ciò che credibilità hanno le frasi da scolaretto di Monti? E per il turismo cosa dice Monti? Di fatto se scorrete pagina 14 la grande risposta di Monti per rilanciarlo è far macchina indietro e centralizzare (ma non avevamo detto che bisognava decentralizzare?) la gestione del turismo. Che significa “rafforzare il coordinamento centrale”? Creare un ministero ad hoc? Per ulteriori delucidazioni Monti ci rinvia al “piano strategico per il turismo”. Non sono riuscito a procurarmelo ma, sospetto, non sarà più innovativo di quanto è l’Agenda.
Una Agenda che è un compitino di buoni propositi. Con la disoccupazione all’11% l’Agenda (pagina 15) ci dice che bisognerà intervenire per “ridurre a un anno al massimo il tempo medio del passaggio da un’occupazione all’altra”. Come signor Monti? Mistero.E come fa il signor Monti (pagina 18) a sostenere la necessità di “potenziare l’assistenza domiciliare dei parzialmente sufficienti e dei non autosufficienti” quando i tagli di quest’anno hanno lasciato sole migliaia di famiglie?
Mi fermo qui. Nulla sui diritti. Nulla di serio sulla riforma universitaria, nulla di serio sulla situazione carceraria. Ma soprattutto nulla di serio in generale. Questa non è neppure una Agenda ma una lista di contraddizioni. Perché il signor Monti non spiega come farà a trovare i fondi anche per una soltanto delle sue (discutibili) iniziative mentre comprime il debito pubblico. Non ci dice come farà a comprimere il debito pubblico e, contemporaneamente, a ridurre le tasse. Non ci dice come pensa di ridistribuire la ricchezza e ridurre le diseguaglianze
Ma soprattutto Monti non spende neppure una parola nella Agenda sul problema della immigrazione. E badate bene non lo dico soltanto io, se ne è accorto – tanto per cambiare – il Financial Times che in un articolo di due giorni fa di Guy Dinmore scrive che non ci sono indicazioni su una politica per gestire l’immigrazione (“But his 25-page “Agenda Monti” is thin on social issues, making no reference to immigration policies”).
E tutto questo quando oggi si ha notizia che il tasso di disoccupazione giovanile è al 37,1% e che la pessima ministro Fornero declina ogni responsabilità perché si tratta di una conseguenza di “errori di lungo periodo”. Ma non avevamo detto che c’era un bisogno di tecnici per salvare il Paese? Non sapeva la Fornero accettando il suo incarico che avrebbe dovuto lavorare sul problema? Non le si chiedeva di risolvere tutto con la bacchetta magica ma, almeno, di non aggravare la situazione con gli errori di breve periodo. E tutto questo mentre la UE ci dice che corriamo il rischio di entrare in una “enorme trappola della povertà”.
E sempre oggi la Corte Europea di Strasburgo ha condannato l’Italia a pagare 100.000 euro di danni morali a sette detenuti per aver violato i loro diritti mettendo a loro disposizione tre metri quadrati di cella. Il ministro Severino – che in tredici mesi si è adoperata per chiudere i tribunali, compresi quelli efficienti – Si dice “avvilita, non stupita” e imputa tutto alla mancata approvazione del ddl del governo sulle misure alternative alla detenzione. E si potrebbe chiedere allora: perché ha affrontato questo problema alla fine dell’anno e non all’inizio del governo Monti? Quale è il sistema di valutazione che ha nella testa ministro Severino?
La triste verità è che abbiamo perso un anno di tempo. Complice il presidente Napolitano è stato impedita l’unica cosa seria da fare: andare alle elezioni subito dopo le dimissioni del Nonno Sporcaccione. Si è interrotta la normalità democratica, si è consegnato il Paese a una pattuglia di pseudo-tecnici il cui scopo era soltanto salvare le istituzioni bancarie. In tredici mesi Monti e i suoi ministri non hanno saputo costruire neppure le premesse per il rilancio di questo disgraziato Paese. L’unico risultato all’attivo di Monti è la costituzione di una armata brancaleone di partiti e personaggi abbondantemente screditati.
A questo Paese non serve una Agenda Monti, serve qualcuno che non si vede all’orizzonte: qualcuno che abbia chiaro il quadro di quel che serve. In questo aveva ragione un mese fa Wolfgang Münchau.

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