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Quando parliamo di “politiche sociali”, senza saperlo, stiamo pensando ad una interpretazione, tra le tante possibili. Se chiedete alle persone cosa è una “politica sociale”, molto probabilmente, vi risponderà che si tratta di tutte quelle politiche che servono a sostenere i meno abbienti. In altre parole quando parliamo di “politiche sociali” pensiamo ad una azione che introduce un limite alle disuguaglianze di capacità economica. Pensiamo, senza saperlo, in termini keynesiani. Negli anni che vanno dal 1929 alla metà degli anni Settanta dello scorso secolo siamo stati abituati a pensare che una “politica sociale” serva:
a ridurre l’effetto di sperequazione tra ricchi e poveri nell’accesso ai beni di consumo
a promuovere la maggior diffusione media di certi consumi di base (cure mediche, scuola, etc.) anche tra coloro che, altrimenti, vi rinuncerebbero
Ma, soprattutto, siamo stati abituati a pensare che, più una società cresce più la “politica sociale” deve diventare intensa. Ossia una società moderna più diventa ricca più deve espandere la sua capacità di ridurre le diseguaglianze.
Chi è nato tra il 1945 ed il 1965 è cresciuto in quest’ordine di idee, Ed è contro quest’ordine di idee che si scagliano i neoliberisti.
I neoliberisti ci dicono che una politica sociale non deve mai servire da contrappeso e non deve compensare gli effetti economici del mercato. Una politica sociale non deve mirare a ridurre le differenze perché sarebbe anti-economica. Il ricco – ce lo dice Röpke – non deve essere tassato di più di uno che è meno ricco. Perché se si preleva ad un ricco questo significherà che il ricco spenderà meno per consumare o investire. La regolazione delle disuguaglianze non deve essere un fine. Bisogna lasciare che i ricchi spendano e investano il più possibile perché questo fa crescere il benessere della società e, sul lungo periodo, una società in crescita fa star meglio anche i poveri. Lo Stato per i neoliberisti deve soltanto garantire un minimo vitale a coloro che, altrimenti, non riuscirebbero a sopravvivere. Il secondo punto, ossia innalzare l’accesso ai consumi essenziali come le cure mediche, non può essere garantito dallo Stato. Ci sono dei rischi nella vita, come ad esempio ammalarsi. A questi rischi deve far fronte il singolo attraverso quella che i tedeschi chiamano “politica sociale individuale”. Ciascuno deve poter destinare parte del suo reddito per assicurarsi i mezzi in caso di bisogno di cure mediche ad esempio. Il compito dello Stato non è fornire cure mediche a basso prezzo perché significherebbe tassare i più ricchi, il compito dello Stato è fare in modo che la macchina economica funzioni perfettamente e ciò porterà ad avere un reddito medio sufficiente per tutti. Sufficiente per costituirsi una assicurazione medica privata o accedere a livelli di istruzione maggiori. Se notate su questo punto i neoliberisti hanno ottenuto un successo dopo l’altro in tutti i paesi occidentali. Ovunque le politiche sociali sono state ristrette, ovunque si è puntato sulla “privatizzazione delle politiche sociali”. E se guardate agli Stati Uniti capirete quanto la battaglia di Obama per un sistema sanitario   pubblico più largo sia difficile. Un aumento di ticket sulle prestazioni sanitarie non è solo una misura di emergenza ma fa parte della marcia dell’ideologia neoliberista di riduzione dell’impegno dello Stato contro le diseguaglianze.
Quello che vorrei, disperatamente, comunicarvi è che apparentemente il neoliberismo è una teoria di “governo dell’economia”, in realtà è una ideologia di “governo della società”. Quando Monti dichiara che il suo compito è cambiare la mentalità degli italiani sta parlando di “governo della società”. Un altro neoliberista tedesco, Müller-Armack. su questo punto è chiarissimo: occorre creare una Gesellschaft, ossia una “politica della società”. La società deve essere regolata dall’economia. Un mercato che funziona come dovrebbe è in grado di governare la società. Perché se si garantisce sempre e comunque la concorrenza, il mercato è in grado di rispondere ai bisogni della società. Quando i miei amici della “decrescita felice” puntano il dito sulla riduzione dei consumi e fanno ruotare i loro discorsi sulla sovrapproduzione a me viene da mettermi le mani nei capelli. Perché i neoliberisti non vogliono una società sottomessa alla merce, vogliono una società sottomessa alla concorrenza. Quello che vogliono i neoliberisti non è una società orientata al consumo ma una società orientata all’impresa. Tutto deve essere impresa, tutto deve essere regolato dalla concorrenza. In questo ambito di pensiero il neoliberismo accetta e reintroduce come lecito il concetto di povertà. Il concetto di lotta alla povertà non è parte del bagaglio mentale dei neoliberisti. Lottare contro la povertà significa sovvertire il meccanismo economico. L’unica lotta alla povertà lecita è la garanzia dei livelli di sussistenza nei casi più disperati e, comunque, per un tempo limitato. Assistere quelli che sono in situazione disperata per un tempo limitato, questa è la politica sociale neoliberista. Röpke ci dice che la disoccupazione non è un problema e neppure un handicap, in una economia della concorrenza l’esistenza di un bacino di disoccupati non è solo normale ma è anche desiderabile. Se la concorrenza funziona bene farà fallire i meno competitivi e i più competitivi riassorbiranno i disoccupati in un percorso circolare senza fine. Perciò introdurre delle politiche sociali che riducano la disoccupazione significherebbe perturbare il mercato.
Ora, se questa visione della politica sociale vi sembra estremista, ho una brutta notizia per voi: i neoliberisti di cui vi ho parlato sino ad ora sono i più moderati. Quando le teorie neoliberiste dalla Germania passeranno agli Stati Uniti le teorie si faranno molto più dure e nascerà un neoliberismo americano che avrà anche i suoi soggetti più estremisti, gli anarco-liberisti. Ma di questo passaggio dalla Germania agli Stati Uniti parleremo nella prossima puntata.

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