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Quando i neoliberisti parlano di “quadro” e di “politiche di quadro” si riferiscono a ciò che lo Stato deve fare per creare un mercato che sarà gestito dallo stesso mercato. Eucken nel 1952 – in quanto esperto del governo tedesco – affrontò il problema della agricoltura descrivendo quali dovevano essere le “politiche di quadro” verso il settore. In poche parole Eucken diceva che se si voleva inserire l’agricoltura nell’economia di mercato si dovevano prendere tutte quelle “azioni ordinatrici” di carattere non economico. In altri termi Eucken diceva che non bisognava agire sui prezzi, non bisognava sostenere un settore in crisi o aiutare gli agricoltori con sussidi. Occorreva invece in primo luogo ridurre la popolazione agricola (troppo numerosa), elevare tecnicamente i fondi agricoli, formare gli agricoltori a nuove tecniche agricole, cambiare le leggi relative all’eredità delle terre, etc. Una volta intervenuto sul versante extra-economico, lo Stato consegnerà una agricoltura modernizzata al mercato. Con le “politiche di quadro” lo Stato crea un settore produttivo in grado di “stare sul mercato” e accoglierne le sue sollecitazioni.
Se non avete capito, visto che siamo in estate, prendete la vostra automobile e andate in giro per le campagne. Vedrete subito gli esiti, a 50 anni di distanza, delle teorie di Eucken che sono state trasportate nell’Unione Europea. Perché ci sono così tanti campi di mais? Perché agli agricoltori viene dato un incentivo ad esempio per abbattere gli ulivi, che poi trovate in vendita nei vivai del nord d’Italia? Perché tutto questo è il frutto di una “politica di quadro”. Inutile sostenere una azienda che produce olio artigianale e che ha poco mercato, è piuttosto più utile che l’agricoltore si converta al mais magari pre produrre ecocombustibili. Una “politica di quadro” non è interessata alla conservazione del prodotto tipico locale se questo ha un mercato limitato. Anzi, occorre scoraggiare quanto possibile quelle coltivazioni che non sono in grado di essere “competitive” sul mercato. Il tutto attraverso “politiche di quadro” extraeconomiche.
Allora, sono sicuro, cominciate a capire che il neoliberismo non vuole che lo Stato smetta di occuparsi di economia. I neoliberisti voglio no che lo Stato crei le condizioni per far entrare tutti i possibili settori produttivi dentro il mercato.
Allora riassumendo con la puntata precedente: per il neoliberismo esistono delle “azioni regolatrici” che lo Stato mette in atto per garantire la concorrenza e delle “azioni ordinatrici” che costringono interi settori della società ad entrare dentro al mercato.
Volete un esempio ancora più chiaro? Le carceri. Nessuno ha mai pensato che un carcere sia qualcosa che può entrare nel mercato. Ma se la sorveglianza e la gestione delle carceri fosse affidata a società private ecco che si creerebbe un mercato. Per far questo lo Stato dovrebbe fare un decreto che liberalizza la gestione delle carceri e questo decreto sarebbe non un atto che incide direttamente sull’economia ma un atto che prepara il mondo delle carceri a diventare una “merce”. Quando i neoliberisti prendono in esame la vita sociale non vedono “beni indisponibili” o attività non economiche, perché per tutto può essere trovato un mercato e per tutto deve essere trovato un mercato. Qualsiasi aspetto della vita degli esseri umani può diventare oggetto di contrattazione economica. Dietro le privatizzazioni non c’è soltanto (e se c’è è una menzogna) il motivo sbandierato dell’efficienza, c’è in realtà l’ossessione di inserire ogni aspetto della nostra vita dentro il circuito economico. E questo ci porta all’argomento che affronterò nella prossima puntata: la politica sociale dei neoliberisti.

*Vi lascio con un elemento di riflessione. Le “politiche di quadro” svolte dallo Stato sono la chiave per creare una società neoliberista. Sino ad oggi i neoliberisti hanno puntato a far governare governi inclini alle loro posizioni. Negli ultimi dieci anni le politiche neoliberiste del governo Berlusconi non sono state valutate come sufficientemente energiche. Di qui la voglia di sostituirsi ai politici e occupare la stanza dei bottoni. La cricca neoliberista italiana punta a questo: ad occupare il potere per disegnare quelle “politiche di quadro” che da sempre auspicano per questo Paese.

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