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Mi accorgo che usare certi termini senza spiegarli è cosa molto sbagliata, specialmente per un blog che si occupa di temi che sono di grande attualità. Ho pensato allora che, se la cricca di NoiseFromAmerika, dell’Istituto Leoni e gli altri neoliberisti d’assalto sparsi in tutti i partiti da Destra a Sinistra, hanno scoperto le carte, se questa gente sta facendo l’ultimo salto in avanti, l’ultimo golpe per impadronirsi del potere politico, occorre raccontare alla gente che non può sapere quali sono le loro radici.
Poi nel segreto dell’urna vedrete voi per chi votare. Ma almeno io la storia ve l’avrò raccontata e non avrete scuse.
Cosa è il neoliberismo? In primo luogo vi dico cosa non è: non è liberismo. I liberisti classici, Adam Smith in testa, avevano un problema da risolvere: creare una società nella quale vi fosse un libero mercato non condizionato dallo Stato. Attenzione, “non condizionato” non significa un mercato selvaggio. Adam Smith non avrebbe mai pensato ad un mercato senza regole o ad un mercato che usurpa i poteri della politica e della democrazia. Adam Smith e i liberali classici volevano che al mercato fosse dato lo giusto spazio di autonomia per funzionare.
I neoliberali hanno un altro problema teorico che vogliono risolvere: come regolare l’esercizio globale del potere politico in base ai principi di una economia di mercato. E lo strumento che questi signori hanno scoperto è la “concorrenza”. Fate attenzione a questo passaggio. Il problema non è più che lo Stato lasci libero il mercato, il problema, anzi, lo scopo che vogliono ottenere è che lo Stato sia il garante della concorrenza. Tutto giusto direte voi, viva la libera concorrenza. Ma aspettate. Prima guardiamo alla storia.
Parigi, 1939 a pochi mesi dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si svolge una riunione di economisti che viene chiamata “Colloquio Walter Lippmann”.  All’incontro ci sono tutti i nomi che contano del neoliberalismo: Hayek, von Mises, Rustow, Röpke e il segretario generale della riunione è niente di meno che Raymond Aron. Questo colloquio è importante perché proprio durante le discussioni verranno fissati i punti cardinali del neoliberalismo. Uno di questi signori, Miksch, dice: “in questa politica neoliberale è possibile che gli interventi economici siano tanto ampi e numerosi quanto in una politica pianificatrice, ma sarà la loro natura a essere differente”. Perché esprime un concetto così strano per un liberale? Perché dice che lo Stato dovrà intervenire pesantemente? Sembra una contraddizione in termini. Ma non lo è.
Miksch e i suoi compagni di merende stanno pensando al problema dei monopoli. Qualcuno (qualcuno di nome Marx) aveva fatto notare da tempo che, quando il mercato viene lasciato libero di autoregolarsi, tendono a formarsi dei monopoli. E si era notato che proprio i monopoli tendono a strangolare il libero mercato. Perciò si era detto: “non è vero che il mercato lasciato libero di agire si autoregola, anzi, semmai, con i monopoli che egli stesso crea muore da sé”. I neoliberisti in quella riunione del 1939 ribattono e dicono una cosa piuttosto strana: non è il mercato che crea i monopoli ma le azioni sbagliate dello Stato che, non vigilando sulla concorrenza in modo serio, lascia nascere i monopoli. Von Mises aggiunse un altro concetto: i monopoli si formano in mercati piccoli, nazionali. Il giorno in cui ci sarà un vero mercato mondiale, globale sarà impossibile la creazione di un monopolio Ma, in fondo, aggiunge von Mises, perché preoccuparsi dei monopoli? Essi sono destinati a infrangersi perché quando un monopolista fisserà un prezzo troppo alto allora, all’interno dell’economia, sorgeranno imprese che praticheranno prezzi più bassi. Cioè: in ogni caso se il monopolista esagera con i prezzi il mercato reagirà. Così la principale obiezione di Marx veniva (apparentemente) eliminata. Rimane il problema di capire come lo Stato dovrà intervenire. Ce lo dice un altro economista neoliberale, Eucken. Lo Stato, dice, deve intervenire con “azioni regolatrici”. E le azioni regolatrici dello Stato vanno fatte non sull’economia ma sul funzionamento del mercato. Questo significa che si dovrà puntare sempre alla stabilità dei prezzi ossia quel che deve fare lo Stato è controllare a tutti i costi l’inflazione. Lo Stato non dovrà mai calmierare i prezzi, non dovrà mai sostenere un settore in crisi, non dovrà mai e poi mai creare posti di lavoro attraverso l’investimento pubblico. Lo Stato dovrà solo controllare l’inflazione. Come? Attraverso il tasso di sconto, attraverso l’abbassamento delle tasse. Ma mai con una politica che turbi l’economia. E per la disoccupazione lo Stato che dovrebbe fare? Per Eucken e per i neoliberali lo Stato non dovrebbe fare nulla. Il disoccupato non è una vittima – dice un altro neoliberale, Röpke – il disoccupato è solo un “lavoratore in transito” che passa da una attività non redditizia a una più redditizia. Ma lo Stato userà le “azioni regolatrici” solo dove si presenti la necessità, normalmente invece dovrà lavorare per garantire le condizioni di esistenza del mercato. Lo Stato dovrà garantire l’esistenza del “quadro” come lo chiamano i neoliberali nel 1939. Garantire il “quadro” è possibile attraverso le “azioni ordinatrici”. Ma di queste vi parlerò alla prossima puntata.

*Intanto, se vi va, riflettete su due cose che sono molto interessanti: la politica economica della Germania in questo 2012 è perfettamente in linea con il “Colloquio Lippmann” del 1939: le autorità devono soltanto controllare l’inflazione, ogni altra misura turba il mercato. Vi lascio un altro spunto: alcuni degli economisti tedeschi citati (escluso Marx ovviamente) sono stati i fondatori dell’economia tedesca del dopoguerra. Pensateci. Alla prossima.

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