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Qualche post fa ho parlato della Teoria Monetaria Moderna, oggi vorrei dire due cose su uno strumento che questa teoria propone: l’obbligazione fiscalmente vincolante che ha come teorici Warren Mosler e Philip Pikington. Si tratta di un sistema che vorrebbe aggirare il problema della fine della sovranità monetaria dei Paesi dell’Eurozona. Queste obbligazioni avrebbero un doppio utilizzo: come tutte le obbligazioni e come metodo di pagamento delle tasse. Se allo scadere dell’obbligazione lo Stato che ha emesso l’obbligazione non è in grado di rimborsre gli utili o il capitale (o ambedue) il risparmiatore può usare l’obbligazione per pagare le tasse verso il Paese che ha emesso l’obbligazione. Per esemplificare: compro obbligazioi fiscalmente vincolate per 10.000 euro, alla scadenza lo Stato mi dice che non è in grado di rimborsarle, a quel punto invece di perdere denaro, quando arriva il tempo di pagare le tasse presento le obbligazioni riducendo ciò che devo versare di 10.000 euro.I patiti delle cose tecniche possono leggersi le due pagine originali (in glese) che fanno riferimento alla proposta qui.

In linea di principio non è una novità assoluta. Negli Stati Uniti funzionano così i “municipal bonds” che vengono emessi da città, distretti speciali, contee e stati. Sembrerebbe l’uovo di Colombo: gli investitori, rassicurati dal legame con la tassazione avrebbero più desiderio di acquistarli. Mosler e Pilkington sostengono che questi bond sarebbero sempre “moneta buona” che ristabilirebbero la fiducia verso i bond dell’Eurozona.

A me lasciano molti dubbi. In primo luogo se pensiamo ai piccoli investitori, il titolo interesserebbe soltanto coloro che non hanno un reddito fisso. Chi è stipendiato ha il prelievo fiscale quasi interamente alla fonte. Certo potrebbe possedere una casa o altri beni sui quali paga le tasse ma dubito che questa situazione spingerebbe all’acquisto. I grandi investitori sarebbero interessati? In linea di principio questi bond emessi (facciamo il caso) dall’Italia potrebbero essere comprati da un tedesco. In caso di insolvenza dell’Italia, il tedesco potrebbe rivendere a una persona, una azienda o una istituzione che paga le tasse in Italia i suoi tax backed bond. Il che non significa affatto che si riprenderebbe quanto ha speso comprandoli. In un ipotetico mercato di tax backed bond un italiano comprerebbe un valore nominale di 10.000 euro in obbligazioni ad un prezzo inferiore, diciamo 9.000 euro. Il nostro acquirente tedesco registrerebbe una perdita di 1.000 euro.

A me pare che questa “soluzione” non rappresenti affatto una “moneta buona”: si tratta di una sorta di “derivato buono” che però non ha caratteristiche di affidabilità se non teoriche. Immagginiamo uno Stato costretto o deciso a fare default. Il default significa bancarotta. Lo Stato in bancarotta non paga più i suoi debiti. Chi garantisce che uno Stato in queste condizioni avrebbe il buon gusto di mantenere i suoi impegni su questi “tax backed bond”? Insomma “default” significa che uno Stato ha perso le speranze di poter rifondere i suoi creditori e compie una azione estrema. Ad uno Stato del genere rimangono da prelevare solo le tasse dei suoi cittadini per tirare a campare. In queste condizioni estreme la “promessa” fatta sui “tax backed bond” verrebbe mantenuta? Lo Stato che è andato in default accetterebbe di perdere parte del suo (magro) gettito fiscale accettando indietro queste obbligazioni e onorandole? A me pare che in una situazione estrema (e la storia delle bancarotte nazioali ce lo insegna) non si va tanto per il sottile. I “tax backed bond” assomigliano ad un “titolo camomilla”, se non riesci seriamente a dormire perché soffri di insonnia puoi bere un litro di camomilla e rimanere sveglio. Paradossalmente queste obbligazioni hanno un mero valore psicologico di rassicurazione del mercato, un valore rassicurativo peraltro basso perché laddove ve ne fosse bisogno diventerebbero spazzatura come tutti i titoli emessi da uno Stato in default.

La mia conclusione è che sembra che negli ultimi tempi ci sia tra gli economisti la caccia alla soluzione magica. Le proposte che leggo sono tutte alchemiche e nessuna strutturale.Dispiace vedere poi che chi le avanza spesso invoca come appoggio le teorie keynesiane. La differenza tra queste soluzioni e le teorie di Keynes è semplice: Keynes puntava ad una soluzione delle crisi strutturale, queste proposte sono soltanto soluzioni estemporanee. Il problema è che queste crisi sono state provocate da una finanziarizzazione eccessiva dei mercati economici. Sono state aggravate dalle idee criminali dei liberisti che stanno uccidendo l’economia sotto il peso di tagli che impediscono lo sviluppo. La soluzione è abbandonare l’ideologia liberista e tornare immediatamente a politiche espansive. Ogni altra soluzione rimane imprigionata nel circolo vizioso delle teorie hayekiane.

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