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Avvertenza: questa è una lunga e – probabilmente – noiosa recensione ad un libro su Frédéric Bastiat. Il volume è di Luciano Priori Friggi, “Rcominciare da Bastiat”, Microinet, 2011. Poiché so già che per molti sarà tedioso me ne scuso in anticipo. Tornerò presto con un pezzo più di attualità. Ogni tanto il mio gusto teorico prende il sopravvento e me ne scuso.

Frédéric Bastiat

Quasi tutte le culture umane hanno un’abitudine “infantile” dura a morire: far risalire le proprie origini a tempi immemorabili. Si tratta di un riflesso – quasi condizionato – che tocca tutti i popoli. Si trova un fondatore, perso nella notte dei tempi ma di grande prestigio, e se ne fa il punto di partenza leggendario su cui fondare la propria identità. Il bisogno di fondatori non è comune soltanto alle civiltà ma, anche e ormai soprattutto, alle discipline. Così la psicoanalisi ha il suo Sigmund Freud, l’antropologia il suo Levi.Strauss, la storia il suo Marc Bloch, l’astronomia Copernico e così via. Anche l’economia ha i suoi padri fondatori che, con il tempo, diventano numi tutelari, sempre meno letti ma sempre più citati. Così se i liberisti hanno von Mises, i keynesisti ovviamente hanno Keynes. Fa bene agli epigoni avere padri fondatori importanti perché si ha la sensazione che una teoria che perdura nel tempo, proprio per questa sua resistenza allo scorrere degli anni,  abbia implicitamente un nocciolo di verità. Ovviamente è una illusione che confina con la sciocchezza ma, che lo si voglia o no, le cose funzionano in questo modo.
All’interno di questa tradizione – di tanto in tanto – spuntano fuori delle mode. Per una serie di casi qualcuno apre l’armadio del passato e – frugando tra la naftalina – fa uno scoperta, la spolvera per bene e comunica al mondo la “riscoperta” di qualche genio incompreso e dimenticato. Il gioco funziona quando all’ormai ignoto e antico studioso si possono far dire delle cose che sembrano azzeccatissime per il tempo presente. Così – automaticamente – il dimenticato eroe diventa un “precursore”, ossia qualcuno che aveva capito tutto molto prima di tutti. Ovviamente siccome aveva capito tutto molto prima dei suoi contemporanei, in vita non fu molto considerato ma, e qui viene il bello, siamo noi, i posteri, che scopriamo “l’attualità” del pensiero di quel grande ingiustamente dimenticato. Questo meccanismo da ormai una ventina d’anni ha investito un personaggio del passato: Claude Frédéric Bastiat.
Per quasi 130 anni dalla sua morte (avvenuta nel 1850) il nostro Bastiat venne, senza grandi traumi, archiviato e dimenticato, meritandosi una dozzina di righe in qualche buona enciclopedia. Oggi non c’è liberista che (ovviamente senza averlo letto) non ami citarlo in quei passaggi di libri e conferenze che ricercano il consenso del pubblico. Insomma Bastiat ha avuto il destino della rucola. Quando ero piccolo e mia madre mi portava con se in quei mercati rionali che erano centrali nella vita alimentare italiana prima dei supermercati, ricordo che quando acquistava la lattuga, il verduraio aggiungeva, gratuitamente, un po’ di rucola, erbetta modesta e dura di valore economico nullo. Molti anni dopo, colpevole qualche chef da nouvelle couisine, la rucola ha ritrovato un inaspettato successo divenendo ambita e acquistando valore.
Devo ammettere che faccio oggi molta fatica a mangiare un piatto di carpaccio senza rucola e, allo stesso modo, devo confessare che si fa sempre più fatica a ignorare Frédéric Bastiat. I liberisti sono come i ristoratori: se pensano che una pietanza sia buona per loro diventa oggettivamente buona. La mia resistenza passiva e silenziosa è durata un ventennio ed oggi devo capitolare: parlerò di Bastiat – di questo studioso-rucola dell’Ottocento – recensendo un volume scritto da Luciano Priori Friggi, dal titolo “Ricominciare da Bastiat”, edito da Microinet nel 2011.
Priori Friggi ama il suo eroe. Forse troppo per scriverne la biografia. La parte iniziale del libro è dedicata ad un breve tratteggio della figura umana di Bastiat e – purtroppo (ma neanche troppo, perché mi son divertito a leggerla) – presto dalla biografia si scivola nella agiografia. Bastiat è un provinciale dell’inizio dell’Ottocento che nasce in Francia, nella cittaduzza di Bayonne. Insomma più provincia di così non si poteva chiedere: Bayonne, che oggi conta neppure cinquantamila anime, sta nell’estremo sud ovest del Paese. Un punto di incontro tra occitani, baschi e francesi. Qui Bastiat cresce, va a scuola (in scuole famose precisa Priori Friggi) ma non ha gran successo scolastico (e questo è importante perché, si sa, i geni a scuola vanno sempre male). non si diploma e si impiega nella impresa commerciale dello zio. A ventiquattro anni eredita una cospicua tenuta che gli permetterà di migliorare il suo stato economico. Così il giovanotto – libero da pressanti – problemi di mantenimento può dedicarsi a ciò che meglio crede. Da buon provinciale francese benestante, di buona famiglia è fervente cattolico sin dalla giovinezza (Priori Friggi ci dice che proprio a Bayonne nacque il Giansenismo, io che ho letto cose diverse rimango perplesso ma in assenza di note esplicative sospendo il giudizio). Ciò non gli impedisce di farsi massone (un tratto ancora tipico della piccola borghesia francese) e di interessarsi di politica. In questo campo coglie quei successi che l’istruzione e l’agricoltura gli avevano negato. Essendo cresciuto in una famiglia di commercianti i suoi interessi si rivolgono alle questioni “economiche” esordendo con un librettino su una questione doganale di provincia. Di qui cresce il suo interesse per i temi del protezionismo e guarda alla Gran Bretagna dove il tema è all’ordine del giorno. Legge tutto quello che può e, ovviamente, come ogni erudito locale che si rispetti, si getta a scrivere un articolo che spedisce al Journal des Economistes. L’articolo ha successo e il nostro eroe si ritrova catapultato a Parigi e di qui a Londra sulle tracce del movimento dei “liberoscambisti” di Richard Cobden. Cobden non può definirsi uno studioso, piuttosto, un efficace agitatore ed è questo che fa innamorare Bastiat che decide di imitarlo. Nasce così l’Associazione per la libertà degli scambi. Adesso Bastiat ha trovato la sua via di apostolo della libertà dei commerci. Priori Friggi ci spiega che Bastiat pagherà con attacchi personali, con la calunnia il suo impegno e ciò – ovviamente – ne fa un eroe ancora più solido. Pubblicitsa e giornalista Bastiat apre un giornale che – ça va sans dire – si chiama “Il libero scambio”. Il lavoro sa per dare i suoi frutti quando i moti del 1848 mettono in secondo piano l’intera questione. Sul’onda della rivoluzione Bastiat finisce in Parlamento e siede sui banchi della Sinistra (che non ha nulla in comune con il nostro concetto di Sinistra, come Priori Friggi sostiene). Nel 1848 la “Repubblica democratica e sociale” nata con la caduta della monarchia viene repressa nel sangue. Sono le “Giornate del Giugno”. Il generale Cavaignac riporta l’ordine borghese a Parigi massacrando diecimila persone e deportandone quattromila in Algeria. Bastiat (presunto di Sinistra) plaude al massacro e appoggia le fallite mire presidenziali di Cavaignac. Priori Friggi derubrica il massacro a “guerra civile” (evidentemente visto il bagno di sangue una “guerra civile” a senso unico) e ridimensiona il conto dei cadaveri, ma andiamo avanti. La vita di Bastiat è giunta al termine. Nel 1850 si reca a Roma e qui muore, debitamente conciliato con la Chiesa.
Chiuso il capitolo della biografia Priori Friggi si impegna in quello che è forse lo scoglio più arduo: dimostrare che Bastiat sia stato l’economista più importante dei suoi tempi. Occorre dire che – se, giustamente, poniamo da un canto la produzione polemistica – Bastiat ha scritto un’unica opera che si avvicina alla teoria economica: le “Armonie economiche”. In quest’opera Bastiat sostiene la tesi secondo la quale gli interessi di tutti i membri della società sono armoniosi nella misura in cui e fintanto che i diritti di proprietà siano rispettati. Il che significa che vi è un indimostrato “stato di natura” armonico che ha nella proprietà privata il suo cardine. Per dirla altrimenti la proprietà privata è una sorta di creazione della Provvidenza posta a tutela della pace. Pace che si tramuta in guerra quando lo Stato cerca di mettere il naso nelle questioni economiche o i comunisti tentano di abolirla. Ma non solo. Proprio perché l’armonia delle leggi economiche è la diretta conseguenza della Provvidenza, la buona economia basata sulla proprietà privata è destinata a portare pace e prosperità per tutte le classi. Priori Friggi (che sappiamo in Keynes ha il suo antieroe) non rinuncia a citare proprio Keynes che, a proposito di Bastiat, ebbe a dire che le “Armonie economiche” e le altre sue opere erano “l’espressione più stravagante e rapsodica della religione dell’economista”. Per Priori Friggi questo giudizio è stroncatorio e supponente e per di più e un’abile mossa di Keynes per sottrarsi al confronto con Bastiat. Devo dire che ho sottolineato con gusto più volte questo passaggio. Conoscendo abbastanza gli scritti di Keynes, anche i più accesi, devo dire che il giudizio su Bastiat va letto in modo assai meno supponente e sarcastico di quanto Priori Friggi pensa. Semplicemente Keynes ci dice: questo Bastiat pretende di mettere il Creatore in diretto contatto con l’economia e di fare dell’Altissimo il baluardo definitivo della proprietà privata. Di cosa dunque si parla? Di economia o di religione? Se Bastiat parla di economia sta dicendo sciocchezze indimostrabili (cosa che capitò anche a grandi come Leibnitz), se parla di religione allora non val la pena di discuterne. Keynes ha capito l’inconsistenza del ragionamento di Bastiat che è viziato “in radice” da questo presupposto mistico e fa quel che un economista serio d’istinto fa: si domanda di cosa mai parli Bastiat. Poiché è evidente che l’intero castello si basa sull’assunto divino e che Bastiat la butta in metafisica, Keynes ci perde il tempo necessario per concludere che a scrivere è un prete che recita in omelia il suo credo. Priori Friggi si ribella all’odioso Keynes (che fra le tante cose di cui si occupava) sfuggì il confronto con Bastiat anzi con la “granitica coerenza”, “la logica stringente” di Bastiat. Certo ci vuol poco a elaborare una “granitica coerenza” dopo essersi coperti le spalle nientemeno che con l’Altissimo e da un assunto indimostrato e indimostrabile far discendere una “logica stringente”. A Priori Friggi non va meglio neppure con Schumpeter che definisce Bastiat non un economista ma un grandissimo giornalista e certamente non un teorico. Con Schumpeter Priori Friggi ha un rapporto migliore che con Keynes e, probabilmente per questo, definisce il giudizio di Schumpeter “lusinghiero”. Insomma Priori Friggi si è posto il compito di dimostrare che Bastiat fu “l’economista più importante dei suoi tempi” e quando Schumpeter ci dice che fu il più grande giornalista mai esistito ma certo non un economista o un teorico si rallegra per il complimento. Con Marx si casca dalla padella alla brace. Marx ci dice (in modo chiaro direi e per nulla involuto) che Bastiat (e Carey) si accorgono dell’ammissione involontaria della economia classica, specie di Ricardo. David Ricardo con il “Saggio sui profitti” e i “Principi di economia politica” hanno posto le basi teoriche – senza dissimulazione – dell’opposizione tra capitale e lavoro. Marx rileva che Bastiat con le sue “armonie economiche” benedette da Dio, tenta una brusca sterzata concettuale che, rifacendosi ad una mistica economica, risolverebbe (ed è il caso di dirlo) con un miracolo lo scontro tra lavoro e capitale che sia Ricardo che Smith hanno ammesso. Priori Friggi ci dice che la frase di Marx metterebbe in chiaro che vi era coscienza trasversale “del ruolo avuto da Carey e Bastiat nel mettere in luce le contraddizioni dell’economia classica”. Trasversale perché anche Marx lo attesta. Peccato che Marx dica un’altra cosa: dice in sostanza che l’economia classica ha ammesso la lotta tra capitale e lavoro e che Carey e Bastiat cercano di infilarla nuovamente sotto il tappeto straparlando di divine armonie economiche. Priori Friggi  sostiene che uno degli obiettivi di Marx fu quello di “distruggere Bastiat” e che di fronte alle teorie di Bastiat, Marx “si da alla fuga, come farà Keynes”. In realtà Marx si misura con Bastiat nei Grundrisse (Priori Friggi purtroppo ha omesso un apparato di note bibliografiche, il che non aiuta i suoi lettori) con chiarezza. Lo stesso Priori Friggi è costretto ad ammettere (p. 55) che Marx “tratta a lungo della teoria di Bastiat”. Strano modo di fuggire analizzare a lungo la teoria. Ma se questa teoria di Bastiat, come dice Marx, “presenta  una storia fantasiosa, pone le sue astrazioni in forma di argomenti oppure in forma di eventi supposti che tuttavia non sono mai e da nessuna parte accaduti” è anche logico che alla fine di una lunga analisi Marx concluda: “è impossibile seguire queste assurdità, lasciamo dunque andare Monsieur Bastiat”. Se Priori Friggi volesse (ri)leggersi i Grundrisse dovrebbe convenire che Marx tutto fa meno che fuggire (e da cosa poi?), dopo averla analizzata in tutte le sue debolezze lascia a Bastiat le sue teorie. Forse Priori Friggi avrebbe desiderato un volume apposito di Marx su Bastiat? Insomma il tentativo di dimostrare che Bastiat fu il più grande economista del suo secolo si conclude portando all’incasso il giudizio di Schumpeter, magro incasso visto che Bastiat ottiene sul campo il titolo di grandissimo giornalista, ma di economosta o di teorico dell’economia, neppure a parlarne.
Mi si dirà che Marx, Keynes e Schumpeter (ma per quest’ultimo avrei qualche dubbio) sono terribili nemici del liberismo e che non c’era da attendersi granché in favore di Bastiat. Il punto è che Bastiat non riscuote alcun apprezzamento né tra i liberisti né tra i cattolici che dovrebbero essere i due campi di elezione del nostro grande giornalista francese. Prima che la moda di Bastiat divenisse simile ad una malattia esantematica nel campo liberista contemporaneo eccheggiavano parole abbastanza definitive. Ad esempio Ernesto Screpanti e Stefano Zamagni nel “Profilo di storia del pensiero economico” mettono Bastiat tra coloro che “non diedero grossi contributi all’evoluzione della teoria economica, ma ebbero nel periodo considerato molto successo”. Insomma Priori Friggi vede in Bastiat un Mozart ma, il resto del mondo economico, sembra vedere nel giornalista francese tuttalpiù un Salieri. Bastiat tenta disperatamente, ricorrendo a tutte le armi della dialettica del suo tempo, di dimostrare che il disaccordo nei fenomeni dell’economia è solo apparente, che produttori e consumatori hanno gli stessi interessi e se anche vi sono delle opposizioni queste finiscono, magicamente e provvidenzialmente, in una armonia generale che governa la società. Insomma un pasticcio: prima della mano invisibile dell’economia si intravede una seconda mano ancora più invisibile: quella divina. Come potevano gli economisti anglosassoni da un lato e gli economisti cattolici prendere seriamente questo giocoliere che lancia le biglie ora di un mondo ora di un altro? Gli economisti inglesi inorridiscono di fronte al venir meno – lampante ed effettivo, con buona pace di Priori Friggi – del libero arbitrio. I cattolici si sdegnano a veder mischiati Sacro e Profano con tanta disinvoltura.
Ma dunque se Bastiat non fu che un giornalista dotatissimo, la cui unica opera teorica è stata giustamente relegata per centocinquanta anni nell’armadio dei vecchi abiti, perché Priori Friggi ha scritto un libro su di lui? Posso azzardare una ipotesi: perché Bastiat è tornato di moda. Ma attenzione non è tornato di moda il Bastiat vero ma un Bastiat di plastica, molto peggiore di quello vero. Perché nel vero Bastiat una proposta sensata di società c’è. Nella seconda parte delle “Armonie economiche”, quando la smette di sparare tutti i suoi fuochi d’artificio dialettici e depone l’armamentario da piazzista di una economia per signore timorate di Dio, dice cose interessanti, disorganiche ma interessanti. Ci sono dei colpi di luce intuitivi che varrebbe la pena di prendere in considerazione. Quando parla della necessità della semplificazione legislativa c’è qualcosa su cui riflettere. Ma, ahimé, quel poco di buono di Bastiat è rimasto sotterrato dalla sua logorrea polemistica e, dopo la prima insopportabile parte pochi si sono avventurati a cercare perle nella seconda. Certo, occorre essere un archeologo dell’economia o un liberista sfegatato, per addentrarsi nella seconda parte delle “Armonie”. Io, che liberista non sono, lo feci anni fa e qualcosa di buono ci trovai. Mi sono accorto però che il Bastiat di oggi non c’entra nulla con il Bastiat migliore.
Priori Friggi sembra aver perduto questa intuizione e rimane nel recinto di chi ha costruito un Bastiat falso. E’ stata una operazione, tutto sommato, semplice. Il Bastiat giornalista polemista era abbastanza scoppiettante da essere usato facilmente. Lo sappiamo, gli americani hanno questa perniciosa mania di ridurre in pillole per manager qualsiasi cosa. Lo hanno fatto con Cicerone e con Seneca, lo han fatto pure per Bastiat. Le frasi ad effetto, i paragoni coloriti sono sollucchero per la mentalità d’oltreoceano applicata alla formazione aziendale. Fu così che – lo ricorda Priori Friggi – la General Electric impegnata in un corso di formazione decise di usare – alla maniera del Reader’s Digest – alcuni testi di Bastiat. A interpretare questi testi venne chiamato un attore, Ronald Reagan. Noterò per inciso che affermare che “Reagan restò sempre fedele alle idee di Bastiat” come vorrebbe Priori Friggi è – quantomeno – difficile da sostenere. Un liberista convinto (e insospettabile) come Murray Rothbard ha scritto: “The presidency of Ronald Wilson Reagan has been a disaster for libertarianism in the United States, and might yet prove to be catastrophic for the human race. […] Reagan, who obscenely calls himself the intellectual disciple of Bastiat and Mises, has raised tariffs and imposed import quotas like mad”. Dipingere Reagan un discepolo fedele di Bastiat non mi pare un buon argomento. Ed allora perché Reagan si dichiarava fedele sostenitore delle idee di Bastiat? Perché le idee alle quali faceva riferimento erano quelle che aveva masticato per quel corso. Idee tratte dai pamphlet, ossia dalla peggiore produzione di Bastiat: i “Sofismi economici” e “La legge”. Quel che piaceva a Reagan era “l’economista dell’apologhetto, che concionava con argomenti riciclati e frusti sempliciotti e fanatici liberisti sulla necessità di impedire che qualcuno in nome dello Stato mettesse le mani nelle loro tasche” (parole di Antonio Falato che sposo in pieno). Tra gli altri estimatori Priori Friggi cita Margaret Thatcher, Vaclav Klaus. Non mi dilungo su questi ultimi. Ho solo da dire che anch’essi non sono estimatori di Bastiat ma del peggiore Bastiat, per giunta rimasticato per riunioni aziendali. Insomma Priori Friggi è rimasto dentro quel Bastiat da citazione tra “bauscia” milanesi al circolo del golf. Da liberista avrebbe potuto fare quel che i suoi colleghi di pensiero ancora non hanno fatto: prendere seriamente in mano il Bastiat  che lascia la polemica di bassa lega, che si prende una pausa dalla sua necessità di attaccare i socialisti del suo tempo, che depone le sue farneticazioni mistico-economiche tutte sostenute per smentire (inutilmente) Ricardo e i pessimisti. Andare a vedere dove – ed è come ho detto nella seconda parte delle “Armonie” – si sforza di proporre un modello di Stato, una società liberale con una organizzazione ed un suo modus operandi. Questo sarebbe un buon servizio a Bastiat, forse questo sarebbe un autentico “ricominciare da Bastiat” mettendo da parte Ronald Reagan, i Tea Party e i liberisti “de noantri”. Esca dal coro Priori Friggi e ricominci dal Bastiat migliore. Glielo dice uno che considera il liberismo una piaga sociale, perciò può fidarsi.

PS, La prossima volta faccia due cose: metta una bibliografia e note che rimandino alle sue citazioni; non metta la “s” dopo parole come “meeting” e “fan”. In italiano le parole straniere diventano indeclinabili, bastano gli articoli per definire il singolare ed il plurale.

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