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Premessa: questa è una divagazione ma non temete, al prossimo post tornerò a parlare di economia. Il presidente del Consiglio dei Ministri (scusate non uso “premier” come non uso “governatore” per un presidente di Regione, sono tradizionalista) Mario Monti ripete spesso di avere un largo consenso tra i cittadini italiani. A fine marzo – secondo i dati delle società di sondaggio – il governo Monti aveva un consenso pari al 45%. Non mi convincono molto questi dati, non perché penso che Monti abbia più o meno consenso, ma, non conoscendo le metodologie utilizzate per stabilirlo, rimango scettico. In ogni caso, questi sono i dati e faccio finta che siano attendibili. A fine marzo in uno scatto, che ricorda più una caduta di stile, Monti dichiarava di avere più consenso dei partiti che, oggettivamente, gli danno il consenso parlamentare per governare. Nonostante queste dichiarazioni roboanti, in questi giorni, alcuni ministri, soprattutto Passera, parlano di “accelerare lo sviluppo”. Lo stesso presidente della Repubblica ha invitato ad andare in questa direzione (bontà sua).
Ma qual’è il problema del consenso per un governo liberista come quello di Monti? Ci sono in ballo elementi specifici dell’Italia ed elementi generali, comuni a tutte le nazioni governate dall’ideologia neoliberista. Gli elementi specifici sono abbastanza semplici e di durata limitata. Dopo gli anni di Berlusconi, Monti è stato avvertito come un “sano ritorno” al decoro. Paradossalmente la stessa borghesia conservatrice che, per anni, aveva sostenuto il Nonno Sporcaccione se ne è allontanata in un sussulto di moralismo. Intendiamoci: non se ne poteva più e, oramai, si era oggettivamente nelle mani di un “re nudo”. Il moralismo ha coperto la realtà di un governo che non ha mantenuto nessuna delle promesse fatte. In Italia, a differenza dei paesi protestanti, siamo ontologicamente meno preoccupati della morale sessuale dei governanti. In altri termini: scusiamo i “vizi privati” se riconosciamo le “pubbliche virtù”. Berlusconi aveva reso i suoi vizi troppo pubblici e le sue virtù tanto private da essere irrintracciabili. Ciononostante la spallata non gli è arrivata dall’opposizione ma dal diktat europeo. Non sto dicendo nulla che chi mi legge non conosce. Riassumo solo per dire che l’elemento specifico che ha portato un iniziale consenso al governo Monti è stato il  suo porsi come personaggio “austero”. Gli italiani hanno apprezzato l’austerità dopo tanto scandalo e, sono giunti sino alla commozione di fronte alle lacrime della Fornero. Proprio quelle lacrime, interpretate come autentica partecipazione ai mali dei più disagiati, hanno segnato il picco del consenso.
   Perché gli italiani, all’epoca delle lacrime e ancora oggi, hanno bisogno di vedere nel politico qualcuno che partecipa, che non è distante da coloro cui chiede sacrifici. Siamo una nazione intimamente populista e certe cose ci commuovono. Oggi vorremmo un presidente del Consiglio che magari lavora a stipendio zero, che fa la spesa al supermercato di persona, che vive modestamente e che chiede sacrifici facendoli a sua volta e facendo vedere che li fa. Una pretesa tutto sommato ingenua e non si capisce quanto funzionale. Se andate a vedere sui blog e sui commenti che la gente posta agli articoli dei giornali torna un mantra continuo: “è facile per Monti chiedere sacrifici che non condivide”.
Il problema è che i governanti italiani – siano essi politici che tecnici – non hanno mai stimato il popolo che si sono trovati a governare. Da Mussolini a Berlusconi gli italiani sono stati sempre considerati un popolo e non una nazione. Se per Mussolini gli italiani erano intimamente vigliacchi, per Berlusconi erano una massa amorfa di quattordicenni neppure tanto svegli. Il governo Monti non fa troppo mistero, nelle dichiarazioni dei suoi ministri, di stimare poco gli italiani. Gente che si è attaccata alla tettarella del welfare state, incapace di capire i principi della “meritocrazia”, senza vero spirito imprenditoriale. Lo diceva Padoa Schioppa e lo ridice la Fornero: i giovani italiani sono dei mammoni semirimbambiti, o degli “sfigati” come sostiene il furbetto Martone.
Beppe Grillo, agitando il suo verbo da guru ipocrita, ha buon gioco a suscitare l’indignazione e quella che viene definita “antipolitica”. Antipolitica che in realtà non si nutre del disprezzo dei privilegi, non si nutre dello sdegno sociale per ruberie, corruzioni e malaffare. Si nutre, ancora una volta, della sensazione di non essere oggetto di compassione. Insomma è come se milioni di persone dicessero: “i sacrifici li faccio ma voglio farli insieme a te, mi devi dimostrare che anche tu, governante fai i miei stessi sacrifici”.
Non si spiegherebbe diversamente l’insistenza in tutti i blog e i bar italiani del desiderio di azzerare gli stipendi dei parlamentari. Basta parlare con le persone e il discorso salta fuori. Non importa che abolendo qualsiasi emolumento ai parlamentari non si risolverebbe alcuna crisi. Gli italiani vogliono forti gesti simbolici, vogliono che – se proprio si deve soffrire – soffrano tutti compresi coloro che impongono i sacrifici. Questo desiderio di essere compatiti è la chiave di volta dell’antipolitica che fa tanta paura a Bersani e soci. Agli italiani non importa se Beppe Grillo (che a torto o ragione viene identificato come il moralizzatore) è un benestante che continua a guadagnare quattrini, con una condanna per omicidio colposo di tre persone: Beppe Grillo mostra (o simula bene, fate voi) compassione per gli italiani. Una operazione che Monti non sa fare, che non sa fare nessun politico italiano.
La “distanza” psicologica tra governati e governanti è il vero problema del consenso oggi. Monti ha saputo usare un’unica arma per trovare consenso: diminuire la coesione sociale cercando via via nuovi obiettivi. Siano essi i farmacisti, gli avvocati, i tassisti la tecnica è sempre la stessa: individuare una casta vere ma quasi sempre presunta da additare a responsabile per la mancanza di felicità.
Il problema rimane. In primo luogo perché la classe politica del Paese non è un parto sbagliato. I Bersani, i Berlusconi, i Bossi (giusto per rimanere alla lettera “b” ma voi potete continuare) sono italiani qualsiasi che hanno, come si dice a Roma, “svoltato”, che hanno risolto i loro problemi economici a differenza di altri. Apparentemente l’antipolitica sembra essere indignazione mentre in realtà assume la forma più prosaica di invidia. Ma se nei tempi di vacche grasse chi ha “svoltato” può essere considerato un esempio da emulare, in tempi di vacche magre è soltanto l’odioso vicino con l’erba più verde che ti obbliga a tirare la cinghia mentre lui si gode la vita.
Una classe politica di spendaccioni senza principi morali è stata sopportata e sopportabile sino a quando non ha chiesto ai governati austerità e sacrifici. Non avendo più alcuna autorità morale non è stata in grado di chiederli. Ha forzatamente dovuto farsi sostituire, sotto la luce dei riflettori, da un professore algido, distante e molto poco compassionevole armato di una ricetta neoliberista che ha fallito ovunque.
Monti afferma di avere più credibilità del ceto politico che lo sostiene. In realtà non è così. Dopo la luna di miele e il sollievo per la fine dell’era berlusconiana (ma che sia finita realmente qualche dubbio c’è) Monti paga la sua evidenza: rappresentare una “élite” che ha provvisoriamente sostituito una “casta”. Il grande abbaglio è che la “élite” non si comporta diversamente da una “casta”. Anche i membri della élite sistemano i figli se possono alla faccia della meritocrazia. Anche i membri di una “élite” hanno le stesse debolezze della “casta”. Se una differenza c’è è che le stesse azioni vengono compiute con maggiore stile.
Il problema del consenso è oggi irrisolvibile perché non c’è più – in nessuno luogo – una idea di futuro comune verso il quale dirigersi. Le vecchie ideologie, che tanto male hanno fatto, sono morte e hanno lasciato il posto a sistemi ideologici senza ideali. Il mondo che ha in mente Monti è un mondo ideologico, una società neoliberista dove lo Stato è solo un semaforo che stabilisce quando inizia la gara. Un mondo in cui chi corre sa che non ci saranno ripescaggi in caso di sconfitta. Un mondo competitivo con poca tolleranza per chi non sa correre o non può correre. Un mondo senza mezze misure che, per dirla con Primo Levi, è un mondo di sommersi o di salvati.
L’antipolitica e il calo del consenso è il sintomo più evidente della sparizione di un sentimento di cui tutti, più o meno, consciamente sentono nostalgia: la solidarietà, il sentirsi tutti nella stessa barca a remare nella stessa direzione, il sentirsi parte di un destino comune al quale tutti concorrono secondo le proprie forze.
Gli italiani non riescono più a trovare qualcuno che abbia l’empatia giusta per essere dentro la stessa barca e indicare la strada. Una società senza ideali vorrebbe essere governata da una classe dirigente piena zeppa di ideali. Ma non si vedono all’orizzonte classi dirigenti con ideali, né politici né religiosi. Lo sforzo che è richiesto non è quello di cambiare la politica ma la società. Possiamo mandare a casa Scilipoti, Berlusconi, Monti e Bersani ma se non eliminiamo lo Scilipoti, il Berlusconi, il Monti e il Bersani che sono in noi dovremo accontentarci di Grillo. E non sarà una buona cosa.

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