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La notizia è di qualche giorno fa: l’Ikea trasferisce alcune produzioni dall’Asia all’Italia. Per quantità i fornitori italiani sono al terzo posto dopo Cina e Polonia. Lars Petersson (amministratore delegato Ikea per l’Italia) ha dichiarato: “Abbiamo individuato nuovi partner italiani che hanno preso il posto di fornitori asiatici. Grazie alla loro competenza, al loro impegno e alla capacità di produrre articoli caratterizzati da una qualità migliore e a prezzi più bassi dei loro concorrenti asiatici”.
Possiamo far finta di sorprenderci ma la realtà è che l’Ikea è solo l’ultima azienda arrivata in questo processo mondiale che si è messo in moto da circa un anno: lo chiamano insourcing.
Stiamo assistendo cioé al ritorno di produzione industriale nei Paesi che, precedentemente, avevano delocalizzato. Anche questo è un fenomeno determinato dalla crisi e da quella forma di criminalità sociale (purtroppo ancora non riconosciuta come tale) che si chiama neoliberismo.
Nel contesto della crisi attuale, le istituzioni finanziarie internazionali, ossia ciò che Mario Monti, il salvagente di pietra di questo Paese, chiama “mercato”, tengono sott’occhio due dati: il debito sovrano e gli squilibri del commercio estero in ciascun Paese. La Grecia è fallita (ufficialmente non si può dire ma il dato di fatto è una bancarotta) non solo per il suo debito sovrano ma anche, e forse soprattutto, per lo squilibrio commerciale irrimediabile. Per dirla in altre parole: la Grecia produce troppo poco per avere qualche speranza. Quindi il cumulo dei due deficit, sovrano e commerciale produce una crisi senza ritorno.
La delocalizzazione è un fenomeno di vecchia data. La globalizzazione neoliberista ha sostenuto con forza, a partire dagli anni Ottanta, il fenomeno. Per capire quanto imponenete è stata la delocalizazione vi propongo il dato che si riferisce agli investimenti nel resto del mondo delle industrie americane. Per tutti gli anni Settanta e parte degli anni Ottanta, aziende come ad esempio IBM spendevano all’estero il 23% dei loro investimenti fissi. Tra il 1998 ed il 2007 questi investimenti sono cresciuti sino all’81%. Il che significa che in patria le aziende americane investivano solo per il 19% delle loro possibilità. Si voleva produrre fuori dagli Stati Uniti. Una situazione analoga può essere registrata per l’Europa.
Da qualche tempo però sono sorti problemi nuovi. Il costo dei lavoratori in Cina sta crescendo rapidamente. Molto rapidamente: il 13% annuo. Insomma i lavoratori cinesi, anno dopo anno, guadagnano sempre di più. Certo, sono partiti da salari ai limiti del ridicolo per la nostra mentalità occidentale, ma con un ritmo del 13% annuo la tendenza è chiara.
Dobbiamo poi aggiungere un altro fenomeno convergente: tra il 2005 ed il 2012 la moneta cinese (yuan) si è apprezzata del 30% sul dollaro. Aumento dei salari e crescita del costo del denaro sono una miscela che, giorno dopo giorno, rende meno conveniente delocalizzare in Cina. Contemporaneamente la crisi negli Stati Uniti ha creato legioni di disoccupati e abbassato il costo del lavoro. L’operaio americano costa sempre meno. Il disegno criminale dei neoliberisti di mettere in concorrenza la vita dei lavoratori sta dando i suoi frutti.
Obama lo ha capito. Per farsi rieleggere la rilocalizzazione è diventata il suo cavallo di battaglia. A gennaio Obama nel discorso sullo stato dell’Unione ha detto una cosa importante: l’industria automobilistica americana sta rinascendo. Grazie a iniezioni di soldi pubblici (per i quali ad esempio Marchionne ringrazia) gli Stati Uniti hanno incentivato ad investire sull’industria automobilistica nazionale. Direi che sarebbe prematuro annunciare che le fabbriche americane ed europee riaprono. Ma la tendenza è questa. I cinesi costano di più e non sono ancora attrezzati per una industria di qualità. L’istruzione media del lavoratore cinese è molto più bassa di quella del lavoratore americano o europeo. Se si vuole un prodotto di qualità occorre fare come l’Ikea: riportare la produzione in Occidente. Ma perché questo succede ora? Perché i lavoratori europei sono sempre più deboli, hanno sempre meno diritti e costano sempre meno.
Quando Mario Monti attacca frontalmente l’articolo 18 insieme alla sua sodale ex-piagnona Fornero, lo fa con una prospettiva precisa. Tutti noi sappiamo che l’articolo 18 non incide sulla situazione economica. Ma averla vinta sull’articolo 18 è strategico. Si tratta di un scalpo importante: lo scalpo dei lavoratori. Spezzare la schiena del sindacato è un messaggio inviato al mercato. Un messaggio che dice più o meno: “stiamo riuscendo a ridurre i diritti acquisiti dei lavoratori”. Ridurre i diritti significa che l’operaio italiano è  licenziabile quasi quanto un lavoratore cinese. Certo costa ancora qualcosa in più ma ha una specializzazione media molto più alta. Perciò se si vuole la qualità occorre tornare ad aprire fabbriche in Italia. La condizione per aprire fabbriche in Italia è l’annientamento dei diritti e del sindacato che ancora fa sindacato.  Rimpatriare la produzione sarà sempre più conveniente man mano che i diritti diminuiscono. Per questo motivo l’attacco allo Statuto dei Lavoratori è la frontiera del governo Monti. La partita si gioca tutta qui. La riforma del mercato del lavoro progettata da Biagi ha creato il caos nel mercato del lavoro. Il fatto che Biagi sia stato assassinato dalle Brigate Rosse ha fatto sì che la sua riforma assurda sia stata incriticabile per anni. Siamo giunti alla follia di avere trentuno diverse tipologie di contratto. Quando Monti afferma che occorre riordinare questa situazione non lo dice perché è un buon samaritano. Lo dice perché la legge Biagi ha colto infine il risultato eversivo che si poneva: scardinare totalmente il mercato del lavoro e abbassarne il costo. Legioni di precari sono stati resi disponibili a tutte le forme di sfruttamento possibili e immaginabili. Il resto lo ha fatto la crisi e io sta facendo il governo Monti. Con la menzogna del “stiamo lavorando per dare un futuro ai giovani”, Monti sta liquidando l’arma ormai vecchia della legge Biagi. Non c’è più bisogno della precarietà perché l’obiettivo che la precarietà, introdotta da Biagi, si proponeva è stato raggiunto: i lavoratori italiani costano poco e sono disposti a tutto. Ora comincia una nuova fase: ridurre le tipologie di contratti semplificando il sistema e spazzando via i residui diritti. Si tratta della seconda fase della manovra a tenaglia. E sta funzionando così bene che anche l’Ikea ha capito che conviene comprare in Italia, da fornitori italiani anziché cinesi. Quando Monti ci dice che tutto ciò che fa è per dare un futuro ai giovani trascura di dire che questo sarà un futuro da straccioni sottopagati. Ma siccome già ora (grazie a Biagi come si è detto) i giovani italiani hanno un presente da straccioni sottopagati sembrerà un progresso.
La cricca neoliberista costituita dal governo tecnico, dagli economisti che si collocano a Sinistra (sempre che qualcuno ancora pensi che il PD sia un partito di Sinistra) come gli Ichino, dai neoliberisti evidenti, sta cogliendo il frutto di anni di lavoro di scavo sotto le fondamenta dei diritti. Poiché non c’è più possibilità di abbassare il costo del lavoro senza generare conflitto sociale (il che rovinerebbe la “coesione” del Paese per dirla con il vocabolario del presidente Napolitano) è l’ora dei diritti.
Si tratta di una corsa contro il tempo: più straccioni diventiamo e meno straccioni diventano i cinesi più c’è speranza di uscire dal tunnel. I viaggi da madonna pellegrina di Monti sono l’aspetto pubblicitario dell’operazione. Monti porta in giro lo scalpo dei lavoratori per mostrare quanto sia conveniente, mese dopo mese, investire in Italia. La nostra forza lavoro è istruita, mal pagata e con pochi diritti: una manna per chi vuole produrre bene e a basso costo come l’Ikea.
Stiamo assistendo ad una corsa all’impoverimento delle classi meno abbienti. Un impoverimento e una perdita di diritti da esibire. Ma si tratta di una corsa contro il tempo che ha anche i suoi pericoli. Aspettare che gli stranieri investano in Italia senza iniziare una politica di stimolo all’economia, è una follia che solo i più esagitati tifosi di Monti possono considerare seria. Obama non ha aspettato che i risultati si vedessero per sostenere l’industria automobilistica americana.
Monti invece aspetta e continua a collezionare scalpi, un colpo ai farmacisti, un colpo agli avvocati, un grosso colpo ai lavoratori e al sindacato. L’obiettivo è di renderci tutti appetibili ai mercati. E si sa che i mercati trovano appetibili quei paesi dove i lavoratori sono sufficientemente disperati da accettare bassi salari, molto lavoro e nessun diritto. Il futuro che Monti ci regala è coperto di stracci.

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