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Mesi fa Wolfgang Streeck è intervenuto con un lungo articolo su New Left Review. Probabilmente a pochi sia lo studioso che la rivista diranno qualcosa. Se volete sapere qualcosa di più su Streeck e sull’articolo cliccate e accedete agli originali che sono l’ossatura di questo post odierno. Citate doverosamente le fonti (e fatta quella che si definirebbe una “marketta” per un collega) entro nel merito. Streeck ha il merito di contestualizzare la crisi che stiamo vivendo in uno scenario di ampio respiro. Scenario non solo economico ma anche politico.
Dal punto di vista politico il capitalismo è sempre stato un problema. Ci sono le esigenze dei mercati e ci sono le esigenze della democrazia, ossia dei cittadini. Nel sistema capitalistico queste due esigenze sono raramente coincidenti. Perciò, per vivere decentemente in una società capitalista, i governi si sono sempre preoccupati di trovare soluzioni per superare le contraddizioni tra mercato e democrazia. Da questa esigenza politica è nato il cosiddetto “capitalismo democratico”. Ossia una gestione delle dinamiche capitaliste che offrisse la possibilità di intervenire laddove e allorquando il libero mercato diventava troppo instabile. Per ottenere questo risultato negli anni le soluzioni adottate sono state tre: l’inflazione, il debito pubblico e il debito privato. Queste tre soluzioni hanno funzionato per un po’ di tempo e hanno costituito tre fasi temporali.
Dopo il 1945 il mondo occidentale ha conosciuto una fase di sviluppo senza precedenti. Questo sviluppo eccezionale si era reso possibile perché le forze anticapitaliste (ossia la mitica classe operaia) cessarono di mettere in discussione la proprietà privata e l’economia di mercato. Non faccio qui la storia delle socialdemocrazie europee però per capirci nel 1959 la SPD (il partito socialdemocratico tedesco) nel Congresso di Bad Godesberg abbandonava definitivamente il marxismo e accettava i principi della economia di mercato. In cambio di cosa i partiti tradizionalmente marxisti abbandonarono le teorie che li avevano fatti nascere? In cambio di una politica che assicurasse protezione sociale e miglioramento delle condizioni di vita. All’atto pratico questo significava estensione dello stato assistenziale, diritto dei lavoratori a negoziare liberamente i contratti collettivi, politiche che mirassero al pieno impiego. La quasi totalità dei governi dell’epoca si impegnò a perseguire questi obiettivi utilizzando gli strumenti della politica economica keynesiana.
All’inizio degli anni Settanta la crescita impetuosa cominciò a rallentare vistosamente. Diventò sempre più difficile – in assenza di crescita – mantenere il patto tra governi e lavoratori. Questi ultimi inaugurarono una stagione di proteste e di rivendicazioni che miravano a non perdere ciò che era stato acquisito negli anni precedenti. In assenza di crescita l’aumento dei livelli di benessere diventa problematico. Far fronte alle richieste di aumenti salariali sempre più difficile. I governi – temendo una rottura di quell’accordo raggiunto e che aveva dato buoni risultati – si convinsero (più o meno profondamente) che, in attesa di un ciclo di ripresa economica, si sarebbe potuta adottare una flessibilità della politica monetaria anche rischiando di far crescere l’inflazione. Grazie allo strumento delle indicizzazioni dei salari i danni dell’inflazione furono avvertiti poco dai lavoratori. Le vittime della politica inflazionistica furono coloro che detenevano capitali e che vedevano erodersi i ritorni degli investimenti. L’inflazione permetteva di mantenere alti i livelli dei consumi e la ripartizione del reddito ma attingeva a risorse che non erano state ancora costruite. Ovviamente i detentori di patrimoni non hanno gradito e la ricetta inflazionistica non poteva durare all’infinito. Alla fine l’inflazione ha portato all’aumento della disoccupazione. I governi, pressati dai mercati, hanno abbandonato gli accordi salariali redistributivi e hanno tentato di tornare alla disciplina di bilancio. Dopo il 1979 l’inflazione è stata sconfitta attraverso un aumento vertiginoso dei tassi di interesse e, per conseguenza, ad un aumento della disoccupazione. Negli anni Ottanta si rompe un tabù, ossia l’idea che la disoccupazione avrebbe minato definitivamente il consenso ai politici. Ecco allora che l’ago della bilancia tra lavoratori e capitalismo si muove in favore di quest’ultimo. Il rovescio della medaglia è che i governi non potevano disinteressarsi completamente della disoccupazione crescente e, in qualche modo, dovevano porsi il problema di una politica sociale. Meno larga di quella dell’epoca precedente ma ugualmente costosa. Non potendo più fare uso dell’inflazione come strumento per garantire la pace sociale, i governi a partire dagli anni Ottanta hanno cominciato ad usare il debito pubblico. Invece di stampare moneta i governi chiedono prestiti. In un periodo di bassa inflazione ottenerli non era un grande problema. Ovviamente neppure l’accumulo di debito pubblico (come per l’inflazione) poteva durare per sempre. Perché un debito pubblico troppo ampio rallenta la crescita e soffoca l’investimento privato. Così all’inizio degli anni Novanta – specie in America – si comincia a esercitare un controllo più stretto sul debito pubblico. Ma se il debito pubblico non può più essere usato per finanziare la pace sociale a cosa rivolgersi? All’inizio del 2000 si è trovata la soluzione del debito privato (che alcuni hanno chiamato “keynesianesimo privatizzato”). In altri termini: lo Stato non tutela più l’impiego, non è più preoccupato dei livelli di disoccupazione, abbassa le spese sociali ma lascia ai lavoratori la possibilità di indebitarsi. Non è più lo Stato che, ad esempio, promuove una politica della casa indebitandosi per costruire nuovi alloggi. Sono adesso i cittadini che si indebitano per comprarsi la nuova casa grazie al fatto che l’indebitamento privato viene favorito. Attraverso l’indebitamento facile si crea l’illusione che il livello di vita stia migliorando e non si sente il bisogno di predisporre ammortizzatori sociali. In più questa soluzione faceva contenti tutti, anche chi gestiva un capitale. Negli Stati Uniti una politica di tassi di interesse molto bassi a partire dal 2001 ha fatto esplodere il meccanismo dell’indebitamento privato facendo la gioia del mercato finanziario. Anche questo sistema però non poteva durare in eterno. Lo scoppio della crisi dei subprime americani del 2008 ha fatto saltare il sistema. L’intero sistema finanziario mondiale che, ormai si basava sull’indebitamento privato, rischiava di implodere. I governi hanno fatto l’unica cosa che potevano fare: socializzare i titoli tossici. Ossia accollare sulle spalle dei cittadini il rimborso delle perdite delle banche. Il che ha significato una esplosione dei debiti pubblici di tutti gli Stati. Il debito privato si è nuovamente spostato sul debito pubblico ma, questa volta, con proporzioni colossali. I mercati hanno reagito nell’unico modo conosciuto: aumentando i tassi di interesse per continuare a finanziare gli Stati indebitati. Per garantirsi la restituzione dei prestiti gli investitori però pretendono che il deficit pubblico venga ridotto. Ecco allora che gli Stati adottano quelle politiche che stiamo vivendo di austerità. Più sei austero, più sei credibile dai mercati, più i mercati ti prestano soldi. In alcuni caso però c’è un limite all’austerità. Alcuni Stati non sono in grado, neppure con politiche da macelleria sociale, di riguadagnare credibilità sui mercati. Ad esempio la Grecia. A questo punto se la Grecia dichiarasse bancarotta gli investitori perderebbero tutti i soldi prestati in passato. Perciò i mercati spingono affinché Stati in situazioni migliori (come la Germania) aiutino economicamente la Grecia a far fronte al proprio debito. Ma c’è un punto di rottura da considerare: se le politiche di austerità sono troppo profonde un Paese può, momentaneamente, ridurre il suo deficit ma – proprio per la troppa austerità – non riesce a rilanciare la propria economia. I mercati dunque stanno molto attenti e verificano che a fianco della austerità ci siano misure di sviluppo credibile. Il che – ovviamente – è un equilibrio difficilmente raggiungibile.
Per i mercati oggi l’unica soluzione è abbandonare l’idea che possa esistere un capitalismo democratico. Ossia abbandonare l’idea che in cambio della fine della lotta di classe, si debba pagare un prezzo in termini di politiche sociali. E questa soluzione sta diventando ogni giorno di più la soluzione dei governi. Con parole come “meritocrazia”, tanto per fare un esempio, si nasconde l’intenzione di abbandonare a loro stesse certe classi svantaggiate. I problemi della disuguaglianza e della distribuzione del reddito vengono espulsi dalle preoccupazioni dei governi. Gli Stati sempre più si affidano all’idea che sarà il mercato a far raggiungere un livello medio di vita dei cittadini in grado di mantenere una precaria coesione sociale. Privatizzare e deregolamentare sono diventati gli strumenti, gli unici strumenti ai quali si affida la gestione del futuro. Il tutto nell’illusione che il libero mercato, un mercato senza regole e lasciato alle sue dinamiche sarà in grado di sostenere ad un livello di benessere accettabile la maggior parte delle persone. Il patto tra lavoratori e Stato stipulato quaranta anni fa si è rotto. Le persone sono – ogni giorno di più – sole di fronte al mercato. L’epoca che stiamo vivendo è definitivamente l’epoca del liberismo trionfante e della definitiva presa del potere dell’economia sulle nostre vite. Lo Stato non ha più come compito quello di tutelare i propri cittadini ma di mantenere i livelli di concorrenza. La parola magica è infatti concorrenza. Nel gioco della concorrenza risiede la speranza che i prezzi possano mantenersi stabili e che si realizzi il mito della autoregolamentazione dei mercati. Il tutto in un equilibrio sempre precario. Quando Monti dice ai giovani che devono abituarsi a pensare il proprio futuro senza un posto fisso, sta dicendo che lo Stato si è ritirato dalla gestione del benessere delle persone. Non è più un compito della politica. Solo di fronte ad un mercato sempre mobile e sempre incerto, il cittadino deve essere a sua volta mobile, precario e pronto a cogliere le opportunità. Ma le opportunità non sono numerose quanto le persone. Perciò la creazione di diseguaglianze è uno spiacevole ma inevitabile problema senza soluzione. Perché i liberisti – a differenza del capitalismo democratico –  ritengono che la povertà relativa non vada combattuta. Soltanto la povertà assoluta – quella povertà che ti impedisce di essere un consumatore – va combattuta. Insomma come scriveva Foucault i liberisti mirano a “introdurre la regolazione del mercato come principio regolatore della società”.Un liberista famoso come Ropke sosteneva che la disoccupazione non è un handicap economico. Il disoccupato non è una vittima sociale, è piuttosto un lavoratore in transito, che passa da una attività ad un’altra. Un margine di disoccupazione più o meno ampio per i liberisti può essere utile all’economia.
Il futuro che ci attende è un futuro che si nutre di queste idee. Un futuro che fa della povertà e della disoccupazione strumenti di controllo e di governo. Un futuro di governanti irresponsabili verso i cittadini, di svuotamento della politica intesa come governo del futuro.
Il futuro che ci attende è la fine del futuro.

PS. Naturalmente da NoiseFromAmeriKa non giunge alcun accenno alla correttezza dei concorsi pubblici universitari sostenuti dal vice ministro Martone. Io da quelli che della giustizia nei concorsi hanno fatto una bandiera me lo aspetterei. Ma nulla si sente. Mi domando perché.

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