Tag

, , , ,

John Maynard Keynes  molti anni fa scrisse un saggio intitolato “Possibilità economiche per i nostri nipoti”. Stava parlando di noi perché la data di pubblicazione di quel saggio è il 1930. Keynes prevedeva che i suoi nipoti (noi) sarebbero stati otto volte più ricchi della sua generazione. I bisogni assoluti delle persone sarebbero stati soddisfatti e il capitalismo si sarebbe pian piano spento come un motore che consuma l’ultima goccia di benzina. Effettivamente la crescita in termini economici del pianeta ha cominciato a rallentare da diversi anni. Ma il motore del capitalismo non si è fermato. Il mercato nei paesi più avanzati è saturo. Questo significa che è sempre più difficile vendere alla gente nuovi prodotti. La gente compra meno ed è portata a comprare di più quando ha di fronte un prodotto che percepisce come una novità. Gli smarttphone vendono benissimo, i tablet vendono ancor meglio. Steve Jobs aveva capito l’essenza del capitalismo quando si ostinava a voler vendere prodotti in grado di “cambiare la vita” delle persone. Perché oramai, abbiamo chiara la percezione di ciò che cambia la vita o no. E per cambiare la vita intendo le abitudini, i modi d’uso. Facile da usare e rivoluzionario, questo chiede la gente. Anni fa sembrava che la nuova frontiera della socializzazione digitale fosse Second Life. Oggi pochi si ricordano di cosa fosse. Si trattava di un universo virtuale dove ci si poteva muovere e interagire con altre persone attraverso un “avatar”, una copia di noi personalizzabile che si muoveva in quell’universo virtuale. Second Life è tramontata (direi fallita se non fosse che tecnicamente è ancora in piedi) perché era troppo difficile da usare. Facebook è invece esplosa perché è facile da usare ed è rivoluzionaria. Una nuova lavatrice non è rivoluzionaria. Anche se facile da usare non è più un oggetto che cambia la vita. Rispetto ai tempi nei quali la lavatrice non esisteva è stato un prodotto rivoluzionario. Oggi non lo è più. E per quante funzioni aggiuntive possiamo metterci dentro, la lavatrice viene cambiata quando si rompe irreparabilmente. Herbert Marcuse parlava di “obsolescenza programmata” dei beni di consumo. Diceva cioè che gli oggetti vengono fabbricati con una vita media prestabilita in modo da farci ricomprare lo stesso oggetto. Le imprese hanno usato questa tecnica:  oggi si ripara sempre meno un elettrodomestico che si rompe. Tuttavia non è sufficiente, anche i tempi della “obsolescenza programmata” sono troppo lunghi per un mercato saturo.
Le banche sono state le prime a rendersi conto che il mercato non “tirava” più come una volta.  Prestare soldi ai produttori di oggetti giorno dopo giorno si è rivelato un affare poco promettente. Fare soldi con i soldi è diventato più redditizio. Così pian piano l’economia si è sempre più staccata dal prodotto finanziarizzandosi. Ma senza crescita anche la finanza non riesce a macinare guadagno. Nel loro sforzo di trovare profitti le banche si sono indebitate in maniera crescente. Gli Stati sono intervenuti per salvare le banche prestando altri soldi per coprire le perdite. L’idea era che prima o poi la crescita sarebbe ripartita e che, finalmente, con nuove entrate fiscali il debito sarebbe stato ripianato. Non è andata così. Per alcuni buoni motivi. Il principale è che, a dispetto delle previsioni, i mercati non saturi non si sono aperti. L’enorme mercato della Cina e dell’India non ha cominciato abbastanza in fretta a consumare. Ovviamente se ciascuna famiglia cinese (non solo quelle che abitano nelle grandi città semi liberalizzate) decidesse che è giunta l’ora di comprare un frigorifero o una lavatrice l’economia mondiale ripartirebbe. Ci sono margini enormi di crescita, pensate solamente a quanti villaggi ci sono in Cina e in India dove ancora nessuno ha visto una lavatrice. A dispetto della globalizzazione i mercati non si sono realmente aperti. La Cina e l’India hanno fatto crescere parte della loro popolazione in termini di consumi, una parte ancora troppo ristretta. Cina e India non sono diventati, come si sperava, dei grandi mercati di assorbimento ma grandi mercati di lavoro a buon mercato. Poiché il capitalismo è rapido nell’accumulare ma ha qualche grosso problema nel ridistribuire la ricchezza, ci sono ancora troppe persone che non hanno la capacità economica di “entrare nel mercato”. Così europei e americani non consumano più ai ritmi passati e cinesi ed indiani ancora non sono entrati nel mercato del consumo. Anzi, sono entrati nel mercato della produzione. Così invece di assorbire come si sperava hanno dato una mano a produrre di più abbassando il costo complessivo della produzione. Se pago un lavoratore cinese cento euro al mese posso produrre di più a meno. Rimane il problema però di trovare qualcuno disposto a comprare. Insomma da una parte ci sono mercati saturi e dall’altra mercati promettenti ma lenti, troppo lenti oppure chiusi.
Un altro problema di non poco conto è che se compro un elettrodomestico, un’auto nuova, un telefono cellulare per farlo funzionare ho bisogno di energia. Le politiche energetiche degli ultimi cinquanta anni sono state un fallimento disastroso. L’energia nucleare si è rivelata costosa più di quanto ci si aspettasse. Costosa in termini di stoccaggio delle scorie, in termini di sicurezza e di contributo ai bisogni. Solare ed eolico hanno contribuito per minima parte al fabbisogno di energia. Tutto il sistema rimane dipendente dai combustibili fossili. Ma per quanti barili di greggio pompiamo ogni giorno il bisogno di energia è sempre superiore. Se tutti i cinesi e gli indiani avessero domani un frullatore a testa e volessero usarlo il petrolio schizzerebbe a cinquecento dollari il barile. Perché non ci sarebbe abbastanza petrolio da estrarre per accontentare tutti nello stesso momento. Senza considerare che, prima o poi, i combustibili fossili sono destinati a finire. Riassumendo: metà dei mercati sono ancora chiusi e non c’è energia per tutti.
Questa situazione è una manna solo per chi ha in mente schemi precisi su come dovrebbe essere il futuro. Così crescono i consensi per quelli che predicano l’autogestione dei consumi, la loro parziale abolizione, che disegnano scenari da yogurt autoprodotto. Oppure vanno di moda anarchismi ottocenteschi che sognano di togliere ai ricchi stipendi d’oro e ridistribuirli, pistola alla mano, ai poveri. Nessuna di queste soluzioni è credibile o attuabile.
La soluzione a tutto questo problema a voler essere ottimisti è solo nell’entrata di nuovi acquirenti sul mercato e allo sforzo tecnologico di trovare nuove fonti energetiche a buon mercato. Presto o tardi queste due situazioni si verificheranno.
Ma, nel frattempo, la crisi avrà cambiato molti assetti sociali. Ci stiamo avviando velocemente ad una vita fatta di incertezze crescenti e di distribuzione ineguale. La strategia del liberismo, dei sacrifici inutili, della riduzione delle garanzie, della paura del futuro ci ha resi vulnerabili. Il problema che la crisi trascina con se è la difficoltà di reagire. Non ci sono oggi figure di riferimento in grado di creare di nuovo passioni e reazioni. Il capitalismo liberista sopravviverà ma a spese di un mondo reso molto più grigio.

Annunci