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Ogni giorno che passa diventa più chiaro che il governo Monti non è solo un governo tecnocratico o di salvezza nazionale. Si tratta di un governo animato da una fortissima ideologia e – come sempre accade agli ideologi – animato dalla volontà di cambiare il mondo. Una ideologia è una visione del mondo come pensava Gramsci. L’idea che il mondo sarebbe più bello, più felice, insomma un posto migliore se si piegasse ad una certa visione. Tutti gli -ismi della storia hanno prodotto e hanno alla base delle ideologie. Comunismo, socialismo, liberalismo, nazismo, fascismo, razzismo, capitalismo sono delle ideologie. Di per sé le ideologie sono sempre pericolose, quando poi cercano di realizzarsi diventano mortifere. Ne abbiamo fatto una ampia esperienza nel secolo scorso. Il liberismo è una ideologia, basata su concetti economici e non tradizionalmente politici ma, non per questo meno pericolosa. Anzi direi più subdola.
Il liberismo nasce dall’albero del capitalismo ma ha l’ambizione di modificare il capitalismo stesso. Per certi versi il capitalismo nei secoli non aveva mai invaso il campo della politica. Volgarizzando molto i concetti, il capitalismo si “accontentava” di rimanere nell’ambito dell’economia. Nei trecento anni della sua storia il liberismo si è evoluto come si evolve un ceppo virale. Resistendo ed adattandosi ai cambiamenti della storia è entrato profondamente nel “corpo” della politica e della gestione dello Stato. I giorni che stiamo vivendo sono quelli di una vittoria, forse definitiva, dell’ideologia liberista. Vittoria che in definitiva significa il governo del mondo da parte dell’economia e del libero mercato. Non si tratta di una congiura planetaria in senso stretto né di un complotto studiato a tavolino. Si tratta piuttosto dell’affermarsi di una ideologia di fronte al ritirarsi della politica.
Se facciamo attenzione il liberismo oggi non ha reali opposizioni se non da parte del neo-marxismo, degli economisti keynesiani e neo-keynesiani, di tutta quell’area indistinta che raggruppa movimenti di diversa natura (ecologismo, culture new age, decrescismo, etc.). Questi oppositori hanno oggi voce molto debole sia per il fallimento del socialismo reale nel caso del marxismo, sia per non aver saputo trovare una risposta (nel caso del keynesismo) ad alcuni problemi economici importanti, sia per una certa confusione tra economia, politica e sociologismo nel caso della maggior pate dei movimenti.
La dimostrazione che il liberismo è trionfante è data dal fatto che – a parte le deboli voci di cui sopra – sembra regnare un consenso quasi unanime alle politiche liberiste che ogni giorno vengono adottate. Nessuno mette in dubbio le privatizzazioni e le liberalizzazioni che sono l’asse portante dell’ideologia liberista, nessuno prova ad eccepire di fronte ad un termine propagandistico come meritocrazia, sventolato per dimostrare la capacità etica del liberismo. Se rimaniamo in Italia potremo notare facilmente che non vi è differenza di approccio tra centrodestra e centrosinistra. Nel caso del centrodestra è quasi naturale attendersi un atteggiamento positivo per il liberismo (almeno a parole), nel caso del centrosinistra meno. E tuttavia l’unica forza che – ormai sempre più debolmente – si richiama alla tradizione della Sinistra storica, il Partito Democratico, è in modo convinto liberista. I Massimo D’Alema, i Prodi, i Veltroni non si distinguono in alcun modo nelle loro visioni economiche dal liberismo. Possono essere dei liberisti “moderati” ma pur sempre liberisti rimangono. Il Partito Democratico ha prodotto persino i suoi economisti. Uno di questi è Andrea Ichino un economista che, guarda caso non solo si è laureato alla Bocconi ma si è laureato con Mario Monti. La terribile precarietà del mercato del lavoro italiano è il frutto avvelenato del giuslavorismo di impronta liberista elaborato da D’Antona, Biagi, Pietro Ichino.
Non vi è dunque una forte opposizione politica e teorica al liberismo in Italia. Non considero opposizione reale tutta la galassia di movimenti qualunquisti o antipolitici (Popolo Viola, Grillini, etc.). D’altro canto la  Sinistra che non siede in Parlamento o esprime esauste posizioni difensive (Rifondazione Comunista) o cerca di rinnovarsi in un processo difficile assorbendo in modo confuso parte delle istanze dei movimenti più disparati (mi riferisco a Sinistra Ecologia e Libertà che mette insieme ecologisti, decrescisti, neo-marxisti pasticcioni come Paolo Cacciari).

Il punto è dunque che il liberalismo trionfante non trova oppositori nel campo avverso. Rimangono voci sempre più isolate (e ferocemente attaccate dai reggicoda del neoliberismo) alcuni neo-keynesiani di prestigio come i premi Nobel per l’economia Amartya Sen e Paul Krugman; una parte del movimento no-global più intelligente come Naomi Klein, Richard Sennett, Saskia Sassen e, nel campo delle discipline non economiche un vecchio gigante come Marc Augé e pochi altri. Voci deboli e facilmente silenziabili. Le uniche voci udibili sono quelle delle piazze, degli indignados o di Occupy Wall Street che, però sono facile bersaglio dei lazzi dei giovani leoni liberisti che hanno facile gioco a coglierne le ingenuità di pensiero.

Curiosamente le prime timide perplessità si avvertono, quì e là, dall’interno del mondo intellettuale che non mette in discussione i dogmi liberisti. Vi segnalo un articolo di oggi del New York Times che pone e si pone una strana domanda: come mai non è possibile produrre gli Iphone negli Stati Uniti. (Un bell’articolo che se non sarà tradotto da Internazionale la prossima settimana cercherò di tradurre io). Una domanda che il presidente Obama mesi fa pose ad un evasivo Steve Jobs. L’articolo esplora il motivo per cui l’innovazione non sembra dare posti di lavoro nel Paese che innova. Sono più i lavoratori cinesi (vera carne da macello nell’inferno aziendale della Foxconn Technology) che quelli statunitensi a beneficiare del boom Apple. Timidamente l’articolo nota che il liberismo trionfante non crea occupazione dove trionfa ma distrugge metodicamente l’ossatura del capitalismo ossia la classe media americana uccidendola a colpi di disoccupazione. Trovo buffo che sia il New York Times a porsi la domanda. Mentre noi, qui in Italia, beviamo ogni sciocchezza di Mario Monti e lo lasciamo lavorare perché – oltre a ringraziarlo per aver restituito sobrietà al Paese – crediamo stia lavorando per la nostra felicità. Scopriremo presto che i piatti che stanno uscendo dalla sua cucina saranno piatti avvelenati.

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