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Sono sicuro che qualcuno si pone la domanda: a che servono i sacrifici che stiamo facendo? A sentire il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio stiamo tirando la cinghia per salvare il Paese. Ci si aspetterebbe allora di vedere qualche risultato. Ma, ci dicono, non si può pretendere di vedere i risultati subito. La realtà è che, mentre noi crediamo che i sacrifici servano a salvarci, servono soltanto a cambiarci. O, per essere più chiari, a cambiare il mondo così come le generazioni cresciute o nate prima del 1989 lo hanno conosciuto.
C’è in atto una “lunga marcia” verso lo smantellamento di ogni forma di eguaglianza sociale e di intervento calmieratore dello Stato nell’economia. Una lunga marcia iniziata – più o meno – alla fine degli anni Settanta dello scorso secolo con Margaret Thatcher in Gran Bretagna e Ronald Reagan negli Stati Uniti.
Ma dietro la Thatcher e Reagan – politici brillanti ma non dotati di grande cultura economica – c’erano degli economisti, dei teorici del liberismo che possono essere considerati i veri costruttori della realtà che stiamo vivendo.

Benché gli economisti si sforzino di dimostrarlo, l’economia non è una scienza e, tantomeno, è una scienza esatta. Quando Nobel istituì il premio a lui intitolato, alla fine dell’Ottocento, non pensò che potesse esistere un premio per l’economia. Di fatto il Nobel per l’economia fu istituito soltanto a partire dal 1969. Esistono in economia delle “teorie”, ma poiché l’economia pur basando molta parte di se stessa su proposizioni basate e similari alla matematica, non è una scienza esatta ciò che produce sono teorie. Perciò dovremmo abituarci a vedere l’economia per quello che è: una ideologia. Meglio ancora: uno strumento ideologico. L’economista non è neutro, l’economista non è un tecnico. L’economista è un politico che ha una sua idea del mondo e che, invece di agire e argomentare come un politico, espone le sue idee sotto forma di “teorie”. L’economista sembra più affidabile del politico perché il castello delle sue affermazioni viene presentato con il vocabolario della scienza. Sia l’economista che il politico hanno una precisa idea di come il mondo dovrebbe essere e, in base alla propria idea, operano. La crisi delle ideologie politiche ha lasciato – negli ultimi quaranta anni – sempre più spazio alle ideologie economiche. I cittadini però, quando non gradiscono più una visione politica, nei regimi democratici possono votare e cambiare politici. Gli economisti non vengono votati e la loro ideologia, quando si afferma, permea l’intero sistema. Se vi è sembrato che negli ultimi anni i discorsi e le ricette della Sinistra assomiglino sempre più a quelle della Destra (e viceversa) non vi siete sbagliati. In politica i concetti di Destra e Sinistra sono diventati sempe più evanascenti perché a Destra come a Sinistra si è sposata una sola delle teorie economiche: la teoria liberista.

Il secondo dopoguerra, quando il mondo occidentale era da ricostruire, fu segnato dal prevalere di una teoria economica: il keynesismo, teorizzato da John Maynard Keynes. Se volete metterla in termini brutali il keynesismo ha disegnato le nostre società. L’intervento dello Stato sull’economia, il welfare state, sono invenzioni che derivano dalle teorie keynesiane. Il “Piano Marshall” di aiuti ai Paesi distrutti dalla guerra, lo “stato sociale” inglese derivano dalle idee economiche di Keynes negli Stati Uniti e di Beveridge in Gran Bretagna.

Dalla fine degli anni Settanta l’ideologia economica keynesiana è stata sottoposta ad una erosione costante da parte di un’altra teoria, quella liberista. I liberisti hanno rappresentato una teoria di opposizione al keynesismo. Una teoria che era stata considerata (a torto o a ragione) poco valida a seguito della grande crisi del 1929 e che è sopravvissuta per diversi decenni come una teoria di minoranza. Quando la Thatcher arrivo al potere non nascose di essere ispirata dalle teorie di Friedrich von Hayek che del liberismo moderno è uno dei padri fondatori.  Il liberismo di von Hayek (e del suo continuatore Friedman) si è lentamente affermato. L’affermazione di una teoria economica passa attraverso il suo coinvolgimento con la politica. Gli economisti diventano i consiglieri dei politici, le loro teorie (viste come soluzioni pratiche dai politici) diventano pian piano verità. Ed è ciò che è accaduto in questi anni: il liberismo è diventato l’unico pensiero economico legittimato.

Non stupitevi quindi se a Destra come a Sinistra sentite parlare di liberalizzazioni e privatizzazioni. Non stupitevi se – ogni giorno – vi viene servito lo stesso piatto con gli stessi ingredienti. Il liberismo è diventato l’unico vero dogma, l’unica vera ideologia, l’unica vera religione. La trasformazione di una teoria economica in ideologia dogmatica produce delle conseguenze. La prima è che la politica perde il suo senso e la sua credibilità. La seconda è che – per difendere i propri dogmi – la società viene profondamente stravolta.

Torniamo all’interrogativo iniziale: servono i sacrifici che stiamo facendo? La mia risposta (mi scuserà il presidente Napolitano) è no, non servono a nulla. Perché la ricetta liberista è diventata un dogma. Gli economisti liberisti si sono insediati ovunque in quelle posizioni chiave del governo del mondo occidentale. Dalle Università ai posti di comando dei governi, al Fondo Monetario Internazionale, alla BCE hanno lentamente colonizzato i centri di decisione. Colonizzato e imposto il loro dogma. Le politiche che l’Europa sta adottando mirano a salvare non l’economia ma una idea di economia. Le ricette che hanno fatto fallire la Grecia faranno fallire l’Ungheria e poi via via faranno collassare l’intero sistema.

Monti da epigono del liberismo ha adottato delle manovre che si basano sui dogmi liberisti. Il problema è che oggi non bastano i tagli ma servono piani di spesa pubblica diretti a sostenere l’occupazione. Occorrerebbero investimenti, finanziati in disavanzo con nuova moneta. Bisognerebbe distinguere tra debito “buono” contratto per fare investimenti di crescita e debito “cattivo” contratto per spesa pubblica improduttiva. Occorrerebbe cioé dar vita a misure espansive. Per far questo però lo Stato dovrebbe tornare ad essere protagonista non salvando le banche ma creando occupazione e nuovi investimenti. Si tratterebbe cioé di usare gli strumenti di Keynes. La lobby degli economisti liberisti non può accettarlo. Il pareggio di bilancio è un mito liberista tra i più pericolosi. Inserire il pareggio di bilancio nelle Costituzioni degli stati europei è una follia liberista. Perché il pareggio di bilancio è solo un dogma. Se non c’è pareggio perché lo Stato diventa motore dell’economia e la rilancia questo non è un peccato mortale. A fronte di una economia che funziona il debito contratto rientra.

Oggi siamo ostaggi degli economisti liberisti che, per difendere il loro dogmatismo, impediscono il superamento della crisi, svuotano la politica del suo ruolo, distruggono il lavoro come valore, rimangono indifferenti all’impoverimento di molti e all’intollerabile arricchimento di pochi. I liberisti hanno sostituito al principio di uguaglianza sociale il vuoto e inutile termine di “equità”. In realtà non c’è nulla di equo nel liberismo: Il futuro delle nostre società si avvia ad essere sempre più quello di aggregazioni di persone più o meno fortunate. Ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Parole feticcio come “meritocrazia” e “libertà di impresa” servono soltanto a nascondere un mondo selvaggio, privato delle sicurezze di base, senza un orizzonte di futuro per le persone che sono viste soltanto come rotelline dell’ingranaggio economico.

Se non si romperà questo meccanismo, se non si uscirà dal sequestro della vita delle persone operato dagli economisti liberali, scivoleremo ogni giorno di più in un mondo di diseguaglianze profonde. Quando ci indignamo contro le caste proviamo a riflettere sull’unica casta che non è sul banco degli imputati: quella degli economisti liberisti. Perché questa è l’unica, vera, casta che si è appropriata del futuro di tutti noi.

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