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Ne ho parlato in un post precedenti. Ho sottolineato quel che per me è scandaloso: l’acquisto di 131 cacciabombardieri F-35 da parte dell’Italia per una spesa di 18-20 miliardi di euro (alcuni riducono la cifra a 13). Trovavo intollerabile che, mentre si tassano le pensioni più basse, si mantenga un piano di questo tipo. Il blog liberista NoisefromAmerika pubblica sull’argomento un interessante pezzo di Andrea Gilli che vi consiglio di leggere. In precedenza un altro pezzo aveva sostenuto, con ragione, che la spesa complessiva andava spalmata sino al 2026, anno di termine del progetto.

Leggo sempre con piacere quello che scrivono su NoiseFromAmerika esattamente come uno scout indiano scruta il fortino del 7° Cavalleria. Sapere come ragionano dall’altra parte della barricata è sempre utile. Di fatto cosa ci dice Andrea Gilli? Potrei riassumere così:

a) Il progetto iniziale degli F-35 prevedeva dei cacciabombardieri “economici”, ossia del costo unitario di 30 milioni di dollari. Con l’andare del tempo il prezzo – è il caso do dirlo – è decollato sino a 112-114 milioni di dollari.

b) Gilli sostiene che “Non è però opportuno fare dei tagli eccessivi. In primo luogo, un valido apparato militare rappresenta un deterrente contro dei possibili nemici. Detto in altri termini, contribuisce a mantenere la pace e il benessere. In secondo luogo, un apparato militare efficace richiede decenni di investimenti industriali e in addestramento che difficilmente possono essere ricomposti in caso di bisogno”.

c) A proposito della numerosità dei cacciabombardieri Gilli ci dice che 131 sono necessari perché questa cifra garantisce di avere sempre operativi una quarantina di aerei: “Ecco che da 131 mezzi totali che acquisteremo, quelli operativi sono circa una quarantina. Non è una cifra impressionante, specie se pensiamo di poterne aver bisogno come accadde nel 1991 in Iraq, nel 1999 in Kossovo o quest’anno in Libia“.

d) Gilli sostiene che in linea teorica potremmo uscire dal programma perché non vi sono penali esplicite. Dovremmo però accollarci dei costi come ci spiega: “‘l’accordo sancisce che il contraente uscente dovrà sostenere tutti i costi della sua uscita e quelli che gli altri membri del consorzio dovranno sostenere per via di questa scelta”.

Cosa non mi convince degli impeccabili e documentati ragionamenti di Gilli? In primo luogo, a mio avviso, sorvola troppo velocemente sulla levitazione dei prezzi degli aerei e sulle vicissitudini che hanno visto l’Italia (mi pare a governo Berlusconi durante la presidenza Bush jr.) aderire a questo progetto americano invece che a quello europeo. Una chiarezza storica su questo punto, invece di varie argomentazioni generali,  sarebbe auspicabile. Il secondo punto – che non pertiene al campo dell’economia ma delle scelte strategiche – è l’assioma non dimostrato secondo il quale abbiamo bisogno degli F-35. Non si capisce esattamente chi sono i nostri nemici verso i quali schierare questi aerei. Dovremmo aver bisogno di questi aerei se capitasse un altro Irak, un altro Kossovo, un’altra Libia dice Gilli. In realtà questo ragionamento trascura un punto essenziale che sta a monte dell’acquisto di qualsiasi armamento. Ricordo un aureo libro di quaranta anni fa che si intitolava “La lancia e lo scudo” (troverò l’indicazione bibliografica esatta) e sostanzialmente sosteneva che la scelta è sempre la stessa: armarsi in modo offensivo o in modo difensivo. Il modo offensivo (la lancia) costa molto di più del modo difensivo (lo scudo). Se la foglia di fico pretestuosa per l’acquisto di questi aerei è “garantire la pace” siamo di fronte ad una bugia. Questi aerei non sono armi difensive del territorio della Repubblica. Sono aerei destinati ad operazioni di attacco al suolo. Da notare poi che Gilli evita di ragionare sul modello di difesa del nostro Paese e sul ruolo internazionale che dovremmo avere. Fare una politica di potenza richiede stanziamenti da politica di potenza. Partecipare a guerre sbagliate (Irak 1 e Irak 2), a guerre pseudo-giustificate (Kossovo, ma bisognerebbe parlare di bombardamenti sulla Serbia) o a guerre per mantenere in piedi contratti petroliferi (Libia) non è esattamente la stessa cosa che armarsi per difendersi. Insomma Gilli non ci spiega:

a) cosa significa strategia militare di difesa del territorio e quali sarebbero i mezzi indicati per realizzarla. Aerei? Una rete più efficiente di radar, di missili antimissile, caccia intercettori anziché bombardieri? Ci dice solo che questi F-35 servono a mantenere la pace, senza dirci che tipo di pace e con quali modalità.

b) quale dovrebbe essere il modello di difesa di un Paese con un indebitamento di 1900 miliardi di euro. Ossia Gilli non ci illustra quale ruolo dovremmo avere: potenza planetaria? Media potenza? Potenza regionale? E, una volta operata la scelta, quali mezzi realmente ci occorrerebbero commisurati non solo alla sacra difesa della pace attraverso la guerra, ma, soprattutto commisurati alle nostre finanze.

c) la differenza tra non acquistare i 131 aerei e uscire dal progetto. Perché le due cose non sono equivalenti. Se fosse economicamente pesante uscire dal progetto sarebbe ad esempio, possibile pensare di rimanerci ma senza acquistare il prodotto finito stante le condizioni economiche attuali? Credo di sì ma aspetto smentite.

Infine c’è un punto un po’ oscuro. Ossia il fatto di spalmare la spesa sino al 2026. Gilli ci dice che gli aerei attualmente in uso sono il frutto della ricerca tecnologica degli anni Ottanta. Ammesso che ciò sia vero, e non ho motivi per dubitarlo, se gli aerei attuali sono diventati obsoleti, diventa abbastanza evidente che nel 2026 gli F-35 saranno a loro volta obsoleti. Nel 2026 probabilmente staremo già discutendo degli F-39 o come si chiameranno. Davvero Gilli crede a questa favoletta di aerei tecnologicamente avanzati nel 2011 che rimangono tali anche nel 2026? Oppure è ragionevole immaginare che si tratta di un trucco contabile che spalma i costi apparentemente sino al 2026? Insomma: se questi aerei servono “ora” per garantire la pace i 131 aerei entreranno in linea operativa nel 2026? Credevo di aver capito che, in uno spazio di tempo molto più breve, i 133 aerei dovrebbero entrare in linea anno dopo anno e certamente molto tempo prima del 2026 (quando avranno un nuovo nome e forse il triplo del prezzo). Ma forse ho capito male.

Infine Gilli ci dice che la vera spesa militare sono gli stipendi che incidono per il 65-75% sul bilancio della spesa militare. Qualche dato l’ho pubblicato nei precedenti post. Ma ammettiamo sia così. Se per Gilli questa è la vera spesa da ridurre ci dovrebbe dire in che misura. Ci dovrebbe dire ad esempio quanti tecnici a terra servono per fare la manutenzione ad ogni singolo aereo. Ci dovrebbe spiegare cioé – dopo averci chiarito quale ruolo internazionale dovrebbe avere l’Italia e perché – il rapporto tra logistica (tutto ciò che serve a mantenere in efficienza la macchina militare) e operatività (la macchina militare schierabile). Non è elemento di poco conto. Più grande è la macchina militare tanto più grande è il bisogno logistico. E siccome negli eserciti moderni il raporto tra militari combattenti e militari impegnati nel supporto logistico è di 1 a 3 e spesso di 1 a 5, rispunta nuovamente il modello di difesa e di esercito che vogliamo avere. Rispunta nuovamente il ruolo militare internazionale che vogliamo avere. Perché questo è il punto non la foglia di fico di garantirci la pace attraverso la deterrenza del nostro arsenale militare. A seconda del ruolo la spesa cambia, si razionalizza e si commisura. Prima di comprare 131 cacciabombardieri con i soldi dei pensionati al minimo sarebbe opportuno discutere di questo. Ma oltre che opportuno sarebbe moralmente doveroso. Suppongo che su questo, nonostante le differenze di opinioni economiche, Gilli potrebbe concordare. O no?

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