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Chiacchierando con le persone mi accorgo che questa crisi non è semplice da capire per la gente comune. Ci sono due categorie di pensiero in giro: quelli che si affidano acriticamente a quel gran genio di Mario Monti e non ne vogliono sapere e quelli che sono preoccupati proprio perché ci stanno capendo poco. Mi rivolgo ai secondi, perché i primi – a mio modesto avviso – meriterebbero con le loro professioni di realismo di essere presi a calci nel sedere per la loro inesausta stupidità.

Il problema del giorno /si fa per dire) è la posizione tedesca. Cosa vuole la Merkel? Sarebbe meglio chiedersi cosa non vuole. Di fronte al fallimento di tutte le strategie messe in campo per salvare la Grecia una cosa è entrata nella zucca dei politici europei: tutto quel che è stato fatto non è servito a nulla. Così sono emerse due possibili strade alternative: il “grande bazooka” e gli “eurobond”.

Negli ambienti finanziari quando si parla di “grande bazooka” si intende un comportamento della BCE simile a quello della FED, la Bamca Centrale Statunitense. La BCE insomma dovrebbe acquistare i titoli di stato dei Paesi in crisi in modo illimitato stampando denaro se serve. Si tratta della strategia che gli USA seguono da trent’anni e più. Chi propone il “grande bazooka” sostiene in sostanza che stampando moneta e con questa comprando i titoli di Stato si potrebbe neutralizzare la speculazione. L’inconveniente sarebbe l’inflazione ma, dicono i sostenitori di questa ricetta, meglio l’inflazione dei fallimenti a catena. Il secondo problema è che questa attività della BCE non è prevista dai trattati e, in linea di principio, non si può fare. I fautori del “grande bazooka” sono Barack Obama, David Cameron e il nuovo premier spagnolo Rajoy. Probabilmente – nche se non lo sostiene esplicitamente – anche Sarkozy. La Merkel dice no perché teme che l’inflzione che si innescherebbe uscirebbe fuori controllo e perché i tedeschi hanno una sorta di trauma collettivo storico e, quando si parla di inflazione, vengono colti dal panico.

Gli Eurobond sono la seconda possibilità. Creare dei titoli di stato garantiti da tutte le economie dell’Eurozona farebbe sì che non avrebbe senso attaccare un Paese alla volta. Ci sarebbe un solo debito sovrano e sarebbe europeo, per questo inattaccabile. Questa idea viene coltivata dalla troika europea e soprattutto da Barroso. L’idea più praticabile non sarebbe la totale eliminazione dei titoli di Stato nazionali ma un portafoglio per ogni Stato nazionale composto dal 60% di eurobond e da un 40% di titoli di Stato nazionali. Anche qui la Merkel dice no. Perché? Perché la Germania – in quanto economia più grande – dovrebbe accollarsi circa il 30% delle garanzie sugli Eurobond. In più – pensa la Merkel – gli Stati con le economie  più disastrate messe al sicuro dagli Eurobond non proseguirebbero con il loro percorso di risanamento dell’economia.

Se la Merkel dice no a cosa dice sì? L’idea, espressa ieri da Draghi, è quella dell’unione fiscale dei Paesi dell’Eurozona. A che serve una unione fiscale? Di fatto servirebbe a limitare la capacità di indebitamento dei singoli governi, assicurando regole più stringenti per il controllo dei bilanci nazionali. Grazie all’unione fiscale Bruxelles avrebbe più potere di controllo sui risanamenti dei singoli Paesi e capacità di intervenire. Non è un caso che la Merkel oggi al parlamento tedesco abbia detto che la crisi sarà lunga e altrettanto lunga la guarigione. Perché l’unione fiscale è una bufala. Ossia: non è una ricetta per salvare l’Euro. Sarebbe servita prima della crisi, ora serve a poco se non a nulla.

I tedeschi hanno tutto il tempo che vogliono e, soprattutto, come scrivevo ieri, vogliono capire cosa succederebbe se alcuni Paesi lasciassero l’euro. Autorevoli economisti tedeschi hanno pubblicamente dichiarato che sarebbe molto meglio se la Grecia e il Portogallo uscissero dall’Euro. Secondo questi studiosi tedeschi greci e portoghesi riacquisterebbero i loro vantaggi competitivi, gli speculatori capirebbero che l’Unione Europea s serrare i ranghi e noi italiani capiremmo il messaggio e precedermmo alla macelleria sociale che ci aspetta da lunedì senza esitare.

Insomma la Merkel e i tedeschi vogliono aspettare per vedere cosa succederà quando la fase intensa della bufera sarà passata. Vogliono capire se imercati si chiuderanno alle merci tedesche in caso di uscita dall’euro. Vogliono capire se conviene tagliare i paesi in difficoltà o uscire dall’euro e tornare al marco, vogliono capire gli scenari. Perché, nonostante le dichiarazioni pubbliche, la Germania è intenzionata a salvare l’Euro solo nel caso in cui ciò non abbia ripercussioni sull’economia tedesca. Il problema è che il resto d’Europa non ha tempo. Aspettando che i tedeschi valutino la situazione raccontandoci la balla dell’unione fiscale, i greci e i portoghesi possono anche andare definitivamente alla deriva.

Il rialzo delle borse e la diminuzione dello spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi non deve trarre in inganno. Gli investitori stanno socmmettendo su una iniezione di liquidità che sta arrivando dal Fondo Monetario Internzionale alla BCE. Liquidità che servirà a comprare un altro po’ di titoli di stato di Paesi in difficoltà. Guadagni facili insomma. Ma la partita che si sta giocando ora è un’altra. Una partita che la Merkel con i suoi “no” sta giocando tutta a favore della Germania nascosta dietro l’alibi di una inflessibilità più apparente che reale.

La Germania è sempre più isolata. Prima o poi dovrò decidere tra il “grande bazooka” e gli “eurobond” ma chiederà qualcosa in cambio: avere gli strumenti di controllo sulle econome degli altri Paesi. Staremo a vedere se la paura di dissolvere l’area dell’euro indurrà i Paesi interessati ad accettare che la Germania diventi padrona delle altre economie. Perché questa è la vera posta in gioco: l’egemonia tedesca in Europa.

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