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Nel trattato di Maastricht che abbiamo sottoscritto c’è un articolo, il 107 che recita letteralmente:

“Nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dal presente trattato e dallo Statuto del SEBC, né la BCE né una Banca centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai Governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni e gli organi comunitari nonché i Governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della BCE o delle Banche centrali nazionali nell’assolvimento dei loro compiti.”

Non ci vuole la finissima capacità di un giurista internazionale, né un esperto di finanza per capire cosa significa questo articolo. Semplicemente la BCE non è sottoposta a nessun organo politico europeo eletto dai cittadini. Nessuna decisione politica può influenzare la BCE ma le decisioni della BCE possono influenzare la politica. L’articolo 107 l’abbiamo firmato noi e non c’è nulla da fare.

A Maastricht – all’epoca – abbiamo deciso che la finanza è superiore alla politica. Le banche ai cittadini. Leggendo i giornali di oggi vedo che la stampa berlusconiana e quella di “padani” si è appropriata di questi concetti. Fa un po’ ridere che, soltanto oggi, la banda di cialtroni che ha creato la politica del bunga-bunga si indigni. Ma va da se: la politica è fatta così. Quello che conta è che oggi non abbiamo strumenti per opporci alle ricette della BCE.

Quello che né i giornali nè i politici ci dicono è che la ricetta liberista che subiremo non è matematica. Vorrei umilmente far riflettere sul fatto che dalla crisi del 1929 non si uscì con le politiche liberiste ma con quelle keynesiane. Vorrei che riflettessimo sul fatto che queste politiche sono state creatrici di miseria diffusa ovunque siano state applicate. I disastri prodotti dal Fondo Monetario Internazionale lo dimostrano. Ci sono fior fiore di economisti – anche con premio Nobel – che sostengono con chiarezza che quello che è stato imposto alla Grecia (e che viene imposto alla Spagna, all’Irlanda, all’Italia, al Portogallo) è sbagliato.

Ma in cosa consiste questa folle ricetta? Consiste nel pensare – per dirla brutalmente – che i mali da evitare siano l’inflazione e la presenza dello Stato nell’economia. Potete stare tranquilli che non avremo inflazione nei prossimi anni ma non avremo alcuna crescita. La politica di sacrifici farà sì che qualsiasi timida ripresa sarà frenata. In altri termini si creerà un clima di recessione. Pensate semplicemente ai consumi: chi acquisterà beni rimettendo in moto l’economia se gli stipendi verranno abbassati, se i diritti verranno limitati, se la precarietà aumenterà insieme alla disoccupazione.

La favola del debito pubblico è, appunto, una favola. Il debito pubblico non è altro che il modo in cui gli Stati si finanziano. Soltanto grazie al debito pubblico siamo diventati – dopo il 1945 – una potenza industriale. E non soltanto noi in Europa. Ed il debito pubblico italiano è esploso non durante la crescita degli anni Sessanta e Settanta del Novecento. E’ cresciuto quando è iniziato il ciclo del liberismo. Il debito pubblico nella crisi è una scusa. Il problema vero è altrove.

Il problema vero è che il mondo economico internazionale è cambiato. Ci sono nuovi attori che solo da pochi anni sono entrati in campo. La Cina e l’India, oggi profondamente centrali nei mercati internazionali, hanno spostato l’asse degli equilibri. La Cina è un formidabile produttore ed un nano dal punto di vista del consumo. Il nuovo disordine mondiale ha visto un abbassamento dei prezzi del valore del lavoro. Il lavoro degli operai costa sempre meno, perché c’è sempre un operaio da pagare meno in qualche parte del mondo. Ma i prodotti – sempre con meno qualità intrinseca – che trovano mercato sono sempre più prodotti senza mercato. C’è un equilibrio che non si può spezzare in economia: ciò che viene prodotto deve essere venduto a qualcuno. I liberisti pensano che, sino a quando ci saranno dei ricchi, che consumano le cose continueranno a funzionare. I liberisti non si preoccuapano della ridistribuzione delle ricchezze perché sono convinti che queste si distribuiscono da sole: i ricchi comprano e quindi spendono e se spendono ne beneficiano anche i poveri. Ma questo equilibrio è puramente teorico e non si è mai verificato.

Guardate i cartelli di manifestanti a Wall Street: chiedono sanità pubblica e servizi sociali. Chiedono cioé il sistema che noi smantelleremo definitivamente. Chiedono che la vita degli uomini non sia legata a delle polizze assicurative. Che anche i poveri vengano assistiti e guariti. Non vi fa sospettare che nella patria del liberismo il liberismo non abbia funzionato?

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