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I blog, all’indomani della manifestazione del 15 ottobre a Roma, pullulano di ragionamenti che fanno perno unico sul problema violenza/non violenza. In questo senso la manifstazione è fallita con grande piacere di buona parte degli interessati. Il principale problema del movimento che ha dato vita alla manifestazione non è però quello della violenza. Dovremmo anzi abituarci a atti di violenza di questo genere sino a quando non si sarà diffusa una reale consapevolezza dei problemi che stiamo attraversando.

Non condivido l’articolo uscito sulla Stampa a firma del suo direttore Calabresi. Pieno di buone intenzioni e di valutazioni piccolo-borghesi manca il punto essenziale della questione. Che ci siano stati violenti organizzati (quelli che per comodità poliziesca chiamiamo “black bloc”) è indubbio. Che vi sia stata una violenza non organizzata che ha seguito quasi spontaneamente quella pensata a tavolino è altrettanto indubbio. Ha ragione Calabresi quando dice che “la nostra malattia è la mancanza di un pensiero costruttivo”. Va fuori bersaglio quando sostiene che a forza di dipingere scenari difficili e di declino si semina la disperazione. I giovani (e non solo i giovani) sperimentano sulla propia pelle il declino e la palude, le ricette neoliberiste, la sistematica distruzione della scuola, dell’università. Sanno benissimo di essere avviati verso precarietà e incertezza. Non c’è alcun bisogno che qualcuno gli dipinga uno scenario nel quale nuotano. Sanno benissimo che stiamo vivendo un “si salvi chi può” sociale. Si salveranno i figli di coloro che hanno sufficiente denaro, sufficienti relazioni sociali per creare situazioni di stabilità. La maggioranza continuerà a vivere situazioni lavorative frustranti e precarie. Oggi a Radio24Ore, nella trasmissione del (per me) pessimo Oscar Giannino, era ospite un altro pessimo: Giampaolo Pansa. Il Pansa irrideva i giovani laureati in materie “inutili” (scienza dell’informazione, sociologia) e li invitava a fare quei lavori (a suo dire abbondanti) come il pasticciere. Perché, diceva, un apprendista “prende anche 1.500 euro al mese”. Cito il siparietto di questo anziano furbo come quadro di uno scollamento vero e generazionale. C’è gente che di fronte alle manifestazioni dei giovani ancora dice e pensa “ma andate a lavorare”. Questa area di imbecillità è la miccia che alimenta la voglia di violenza. Oggi lavorare si può. Certamente a chi è disponibile a farsi sfruttare alcune porte sono aperte. Sono sicuro che si possono raccogliere pomodori a sette euro al giorno, sono certo che si possono trovare tanti lavori al nero o con contratti iperprecari. Se lavorare significa accontentarsi di 5-600 euro al mese sono d’accordo: si può trovare. L’apprendista pasticciere a 1.500 euro al mese è già più complicato con buona pace di Pansa è più complesso. Il problema è che non è il lavoro il problema ma il fatto che quello che assomiglia al lavoro e che viene offerto ai giovani è non-lavoro. Un non-lavoro non passa per la retribuzione bassa o alta, passa per la sua relativa sicurezza. Il lavoro è un elemento di identità, in questo senso è nobilitante, anche il più umile. Il lavoro nobilita l’uomo – come si diceva una volta – perché permette di progettare il proprio futuro. Oggi quel che viene offerto ai giovani non permette di progettare il futuro.Se prendiamo i dati degli Stati Uniti vediamo che nell’ultimo anno il tasso medio di disoccupazione tra i laureati statunitensi è del 9,6% quello dei diplomati del 21,6%. Da noi come all’estero stiamo assistendo ad una mobilità verso il basso.

In Italia, come all’estero, la politica si è dimostrato succube delle banche. Ed è evidente anche ad un bambino che la politica non è più in grado di correggere il futuro. Perciò nessuna persona onesta oggi può andare da un ragazzo o una ragazza di 23 anni e rimproverarlo perché non riesce ad avanzare ricette per uscire dalla crisi. E neppure si può onestamente pensare che non ci possano essere esplosioni di rabbia. Rabbia che non viene più e non solo dalla “classe operaia” ma viene dalla classe media che viene ogni giorno di più distrutta.

Il problema è la disparità di reddito che diventa sempre più evidente. Una disparità che tiene la politica ostaggio della finanza. Gli elettori, di fronte al costo delle campagne elettorali diventano sempre meno influenti. Sono gli sponsor delle campagne che fariscono questo o quel candidato. E quei candidati una volta eletti danno conto agli sponsor e non agli elettori.

Ai ragazzi che manifestano si fanno due torti. Il primo: considerarli poco intelligenti. Considerare cioé che non abbiano capito, che siano manipolabili e non vivano dentro una realtà disastrosa per loro. Il secondo chiedere loro di offrire ricette. E questo è il torto più grande. Stanno dicendo cosa non vogliono: non vogliono una società precaria, una mentalità precaria. Non vogliono più sentire le balle di Abravanel sulla meritocrazia. Hanno capito la truffa profonda di un sistema che ha bloccato il loro futuro. Hanno capito che la politica non sta facendo il loro interesse di cittadini. Hanno capito che lo Stato ha smarrito il suo compito di tutelare e promuovere la felicità. Hanno capito che la rappresentanza, la capacità di esercitare i diritti è stata sequestrata. Ci stanno dicendo chiaramente cosa non vogliono. Ma coloro che dovrebbero prendere le decisioni fanno finta che il loro discorso sia confuso e impercettibile. Fanno finta di non sentire per non fare.

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