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Un interessante articolo su “Internazionale” in edicola questa settimana si intitola “La mente di Facebook” e ci fa la storia di chi ha veramente reso il social network più famoso del mondo anche il più redditizio. Non il ragazzone Zuckerberg ma un’altra persona che ha un cognome che finisce in -berg: Sheryl Sandberg. In buona sostanza Facebook era una buona idea ma non produceva denaro. La Sandberg ha fatto il miracolo. Il problema era riuscire a infilare la pubblicità nelle pagine di Facebook. Attenzione però, le pagine di Facebook vengono considerate dagli utenti pagine “private”, uno spazio personale. Perciò non accetterebbero di avere una marea di banner invasivi. Il segreto allora da un lato è essere meno invasivi possibili e il secondo è quello di profilare bene ilcliente in base a quello che scrive, ai gruppi ai quali aderisce etc. Facebook è il gigante che è e MySpace è di fatto morto per questo motivo. Ma c’è qualcosa di più. La coppia Zuckerberg e Sandberg hanno realizzato la quadratura del cerchio. All’inizio degli anni Duemila gli esperti si erano accorti che gli investimenti pubblicitari sul web avevano raggiunto un livello di espansione che non accennava  a crescere ulteriormente. Il motivo sembrò essere il fatto che non era più decisivo un “bel sito” ben strutturato, con effetti speciali in Flash, ben navigabile. Quel che sembrava decisivo erano i contenuti. Bello o brutto che fosse un sito quel che contava era quello che c’era scritto dentro. Banale? Fino ad un certo punto. Ci si accorse che i blog crescevano per contatti e per interesse fino a superare i tradizionali giornali online. Il fenomeno dei blogger fece capire che la gente – uscita dai forum vecchia maniera – si segmenteva sugli argomenti di interesse ed era spinta a leggere molto volentieri ciò che ltri “normali”, non esperti ufficiali di qualche Università avevano da dire. Una sorta di democratizzazione del sistema o una babele di proporzioni galattiche, a seconda dei punti di vista. Facebook ha permesso a tutti di avere un blog nel modo più semplice. Di fatto Facebook è un contenitore di centinaia di milioni di blog. Gli utenti di Facebook sono blogger senza saperlo di essere, in più hanno un pubblico certo e visibile. Ma non sono costretti a scivere cose serie o meditate, possono scrivere quello che gli passa per la testa (“come ti senti in questo momento”), mettere le foto delle vacanze, dire che hanno il mal di testa o la diarrea, che si sono innamorati o che sono stati lasciati. Il tutto senza la sensazione di lanciare bottiglie nel mare, anzi con l’idea di avere un pubblico di amici o di fan. Il numero limite che costringe l’utente di Facebook a crearsi la pagina dei fan è il salto di qualità. Facebook di fatto non si occupa di contenuti interessanti, non immette contenuto. Sono gli utenti a farlo. Tornano a casa si rilassano e … lavorano, questa volta per Facebook. Che c’è di male? Assolutamente nulla. Anche io sto lavorando per WordPress mentre credo di non lavorare. Come si chiama tutto ciò? Si chiama biocapitalismo. Il biocapitalismo è la fase realizzativa della biopolitica. Non sono concetti nuovi. Li aveva espressi più di trent’anni fa Michel Foucault nelle sue lezioni al College de France. Foucault – che non conosceva internet perché internet non c’era – pensava che il capitalismo neoliberista stava raggiungendo la sua nuova frontiera: mettere a frutto quelle aree della vita che ancora non erano state considerate economicamente utilizzabili: il lavoro di cura ad esempio, il tempo libero, etc. L’espansione della sfera economica su tutti gli aspetti della vita era considerato da Foucault il supremo salto di qualità del capitalismo. Internet ne è una dimostrazione estrema. Sono abbastanza vecchio per ricordare l’aura di specialisti inarrivabili degli informatici della prima era di Internet. L’informatico era un guru, ben pagato e ricercato. Oggi un informatico è un tizio che fa la fame, un operaio del web. Chiunque applicandosi ad un manuale per qualche settimana può sfornare un sito impeccabile. Ma il problema sono i contenuti e i contenuti migliori sono quelli appetibili, potabili, semplici: i contenuti di una pagina di Facebook. Un fantastico mondo dove, nel momento in cui mi rilasso produco materiale che attira altro materiale, che crea aggregazione e dove c’è aggregazione c’è pubblicità. C’è business. Come diceva un grande, misconosciuto e – ahimé defunto – analista del web, Fabio Metitieri è la “truffa del web 2.0”. Ma lo stesso Metitieri non metteva in conto che si può essere “operai” senza saperlo di essere. Sul biocapitalismo consiglio di leggere i testi di Laura Bazzicalupo, particolarmente “Il governo delle vite. Biocapitalismo ed economia” e Vanni Codeluppi: “Il biocapitalismo” e “La vetrinizzazione sociale”. Per chi fosse più coraggioso lo stesso Foucault: “Nascita della biopolitica”. Una avvertenza per chi vuole addentrarsi nella lettura di Foucault: oggi non va di moda. O meglio va di moda criticarlo. Tenete presente che molti pochi di coloro che ne parlano lo hanno letto. Esistono due tipi di detrattori di Foucault i giovani coglioni postmoderni e i soliti coglioni di destra. I secondi sono i più ovvi e non merita parlarne. I secondi hanno sbocconcellato in qualche corso parauniversitario i testi principli sugli universi del controllo sociale disegnati da Foucault. Come è ovvio non ci hanno capito nulla. Han preso un voto tra il 24 e il 26 e magari non sono riusciti  laurearsi. Di tutto il percorso gli è rimasto in mente solo l’antipatia di chi non ha capito. Bene, ignorate i loro giudizi e lasciateli arenare altrove. E’ arrivato il tempo di riprendere in mano Foucault perché pressoché tutto quel che aveva profetizzato sta avveendo trent’anni dopo. Un capitalismo neoliberista vincente da Atene a Dublino ha permeato di sé una società intera. Non c’è niente di male a fare arricchire Zuckerberg nel proprio tempo libero. C’è di male a non averlo ben presente. Per questo è necessario rileggersi Foucault. Ma ci ritorneremo.

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