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Anche questo non è un mio ma di Serge Halimi. Comparso su “Le Monde Diplomatique” di luglio 2011. Lo pubblico per dare una tacita risposta all’amico Flaunerotic che non è preoccupato per il liberalismo. Secondariamente perché ho avuto uno scambio di opinioni su un blog di una giornalista. In buona sostanza scriveva, inaugurando il suo blog, che è ora di finirla con i diti medi alzati di Bossi. Io sommessamente notavo che c’è ben altro di cui sdegnarsi. Anzi proprio sdegnarsi su quel dito medio ci distrae dai veri problemi. Problemi che a qualcuno fa comodo restino in silenzio. Temo però che non abbia afferrato il senso di quanto dicevo. Non almeno completamente.


La crisi europea, economica ma anche democratica. solleva quattro questioni fondamentali. Perché le politiche la cui bancarotta è assicurata sono tuttavia applicate in tre paesi (Irlanda, Portogallo, Grecia) con tanta ferocia? Gli artefici di tale scelte sono a tal punto illuminati che ogni – prevedibile – fallimento della loro medicina li induce a moltiplicare la dose? Nei sistemi democratici, com’è possibile che i popoli vittime di tale misure sembrino non avere altra scelta che rimpiazzare il governo che ha fallito con un altro ideologicamente identico e determinato a condurre la stessa “terapia dello shock”? E, infine, è possibile fare altrimenti?

La risposta alle prime due domande si impone non appena ci si liberi dallo sproloquio pubblicitario sull’”interesse generale”, i “valori condivisi dall’Europa” e la “convivenza” Lungi dall’essere folli, le politiche poste in essere sono razionali. E, essenzialmente, conseguono il loro obiettivo. Soltanto che esso non consiste nel porre termine alla crisi economica e finanziaria, ma nel raccoglierne i frutti, incredibilmente succulenti. Si tratta di una crisi che permette di sopprimere centinaia di migliaia di post di dipendenti pubblici (in Grecia nove lavoratori in via di pensionamento non verranno sostituiti), di tagliare i loro stipendi e la durata delle loro ferie. Inoltre essa consente di svendere interi settori dell’economia a vantaggio degli interessi privati, di rimettere in discussione il diritto del lavoro. di aumentare le imposte indirette (le più inique), di alzare le tariffe dei servizi pubblici, di ridurre i rimborsi per le cure mediche e, in altre parole, di realizzare il sogno di una società di mercato. Questa crisi costituisce insomma una fortuna per i liberisti. In tempi normali, la più piccola delle misure prese li avrebbe costretti a una lotta incerta e spietata: ora, tutto arriva immediatamente. Perché quindi dovrebbero desiderare I’uscita da un tunnel che per essi somiglia a un’autostrada verso la Terra promessa?

Lo scorso 15 giugno, i dirigenti dell’ lrish business and employers confederation (Ibec) organizzazione imprenditoriale irlandese, si sono recati a Bruxelles. Hanno chiesto alla Commissione europea di fare pressioni su Dublino affinché una parte della legislazione nazionale del lavoro venisse smantellata senza esitazioni. Al termine della riunione, Brendan McGinty – direttore delle relazioni industriali e delle risorse umane dell’Ibec – ha dichiarato: “Gli osservatori stranieri vedono bene che le nostre norme salariali ostacolano la creazione di impieghi, la crescita e la ripresa. Una riforma di ampio respiro costituisce I’elemento centrale del programma che ha ricevuto l’avallo dell’Ue (Unione europea) e del Fmi (Fondo monetario internazionale). Per il governo questo non è il momento di tirarsi indietro davanti alle decisioni difficili” Le decisioni non saranno difficili per tutti, poiché esse generalizzano una tendenza già osservata nei settori deregolamentati: l’Ibec sottolinea che “negli ultimi anni la scala delle remunerazioni dei nuovi salari si è ridotta di circa il 25%. Ciò significa che il mercato del lavoro risponde (sic) alla crisi economica e alla disoccupazione”. La leva del debito sovrano offre all’Ue e all’FMI i mezzi per far sì che a Dublino regni l’ordine sognato dal padronato irlandese.

La regola sembra essere applicata anche altrove, dato che l’11 giugno un editorialista di The Economist segnalava che “i greci desiderosi di riforme vedono nella crisi l’occasione per rimettere il paese sulla buona strada. Agli stranieri che impongono un giro di vite, ai loro eletti va il loro apprezzamento silenzioso. Sullo stesso numero del periodico liberista, si poteva trovare anche un’analisi del piano di austerità che I’Ue e l’Fmi stanno infliggendo al Portogallo: “Gli uomini d’affari credono fermamente che non si debba fuggire.
Pedro Ferraz da Costa, che dirige un think-tank imprenditoriale,  pensa che nessun partito portoghese avrebbe proposto nel corso degli ultimi trent’anni un programma di riforme così radicale. E aggiunge che il Portogallo non deve lasciarsi scappare una tale occasione. Viva la crisi, insomma.

Trent’anni è più o meno l’età della democrazia portoghese, con i suoi giovani capitani che il popolo copriva di garofani per ringraziarli di avere rovesciato la dittatura, messo fine alle guerre coloniali in Africa, promesso la riforma agraria, campagne di alfabetizzazione e il potere operaio nelle fabbriche. Ora, invece, con la riduzione del reddito minimo di inserimento e dell’ammontare dell’indennità di disoccupazione le “riforme” liberiste della previdenza,
della salute e dell’educazione e le privatizzazioni massicce si è compiuto un grande passo indietro. Per il capitale è come festeggiare Natale tutto l’anno. E l’albero natalizio continuerà a piegarsi sotto il peso dei regali dato che il nuovo premier Pedro Passos Coelho ha promesso di andare anche oltre quanto imposto da Ue e Fmi. Egli vuole infatti “sorprendere” gli investitori. “Che ne siano coscienti o no – è  l’analisi dell’economista americano Paul Krugman – i dirigenti politici servono pressoché esclusivamente gli interessi dei rentiers- coloro che traggono enormi vantaggi dai redditi provenienti dalle loro fortune, che hanno in passato prestato molto denaro, spesso in maniera scriteriata, e che attualmente vengono protetti da una perdita scaricandola su tutti gli altri”. Krugman pensa che le preferenze dei detentori di capitali si impongano tanto più naturalmente quanto più “essi versano somme significative per le campagne elettorali e hanno contatto con i decisori politici che, non appena termineranno di esercitare funzioni pubbliche, andranno a lavorare per loro”. Durante la discussione europea sul salvataggio finanziario della Grecia. il ministro austriaco delle finanze Maria Fekter affermò  inizialmente che “non potete lasciare che le banche realizzino profitti mentre i contribuenti realizzano le perdite”. Ingenuità toccante ma passeggera: dopo aver esitato per quarantotto ore, l’Europa ha lasciato che gli interessi dei rentiers si imponessero su tutta la linea, apparentemente, la crisi del debito sovrano è determinata da meccanismo “complessi” la cui comprensione necessita la capacità di sapersi destreggiare con le innovazioni permanenti  dell’ingegneria

finanziaria: prodotti derivati, premi di fallimento (i famosi Cds o credit default swaps), ecc. Tale sofisticazione complica I’analisi, o meglio la restringe a un piccolo cenacolo di “sapienti” che sono generalmente i profittatori. Essi incassano avendo cognizione di causa, mentre gli “analfabeti” economici pagano, pensando forse che si tratti di un tributo dovuto al fato. O a una modernità che li schiaccia, che è la stessa cosa. Tentiamo quindi la semplicità, cioè la politica. In altre epoche, le monarchie europee ottenevano prestiti dai dogi di Venezia, dai mercanti fiorentini e dai banchieri genovesi. Nulla poteva costringerli a rimborsarli; talvolta se ne dispensavan, il che regolava il problema del debito pubblico. Molto più tardi, il giovane potere sovietico fece sapere di non sentirsi debitore delle somme chieste in prestito e dilapidate dagli zar; generazioni di risparmiatori francesi si ritrovarono allora con dei crediti russi senza valore nel
loro salvadanaio.
Ma altri mezzi,. più raffinati permetterebbero di allentare la morsa del credito. Per esempio, il debito pubblico britannico passò tra il 1945 e il 1955 dal 216% al 138% del Prodotto interno lordo (Pil). Quello degli Stati Uniti dal 116% al 66%. E senza alcun piano di austerità, anzi. Certamente l’impetuoso sviluppo economico del dopoguerra assorbiva automaticamente la gran parte del debito nella ricchezza nazionale. Ma non era tutto. Perché gli stati rimborsavano un valore nominale che veniva assottigliato ogni anno dal livello dell’inflazione. Quando un prestito sottoscritto con un tasso annuale del 5% viene rimborsato con una moneta che cala ogni anno del 10%  ciò che viene definito  come “tasso di interesse reale” diventa negativo – ed è il debitore che ne trae profitto. Infatti, dal 1945 al 1980, il tasso di interesse reale fu negativo quasi sempre per la maggior parte dei paesi occidentali. Il risultato fu che “i risparmiatori depositavano il loro denaro in banche che lo prestavano agli stati a tassi inferiori rispetto a quelli dell’inflazione”. Il debito pubblico si sgonfiava allora senza grandi sforzi: negli Stati Uniti i tassi di interesse reali negativi riportavano al Tesoro americano una cifra pari al 6,3 % annuo del Pil per tutto il decennio 1945-1955.

Perché i “risparmiatori” accettavano di essere defraudati? Perché non avevano scelta. Essi, in ragione del controllo dei capitali e della nazionalizzazione delle banche, non potevano fare altro che prestare denaro allo stato, il quale si finanziava in questo modo. Era quindi impossibile che dei ricchi privati potessero fare speculazioni in Brasile
in titoli indicizzati sull’evoluzione dei prezzi della soia nei tre anni successivi,
restavano la fuga di capitali e le valigie piene di lingotti d’oro che abbandonavano la Francia per la Svizzera alla vigilia di una svalutazione o di una scadenza elettorale che rischiava di essere vinta dalla sinistra. Ma i frodatori rischiavano di ritrovarsi in prigione.
Con gli anni ’80, lo scenario è stato rovesciato La rivalutazione dei salari in funzione dell’inflazione (la scala mobile) proteggeva la maggioranza dei lavoratori dalle conseguenze di quest’ultima, mentre l’assenza di libertà di movimento dei capitali obbligava gli investitori l’assenza di libertà di movimento dei capitali obbligava gli investitori
a sopportare tassi di interesse reali negativi. Da quel momento in poi, sarebbe stato il contrario.

La scala dei salari spari praticamente ovunque. In Francia I’economista Alain Cotta chiamerà questa importante decisione assunta nel 1982 il “regalo Delorc” al padronato. D’altronde tra il 1981 e il 2007, I’idra dell’inflazione è stata abbattuta e i tassi di
interesse reali sono divenuti quasi ovunque positivi. Approfittando della liberalizzazione dei
movimenti di capitali, i “risparmiatori” (precisiamo che non è questo il caso della pensionata di Lisbona titolare di un conto in posta, e nemmeno dell’impiegato di Salonicco) mettono gli stati in concorrenza tra loro, e, per usare un’espressione di François Mitterrand, “guadagnano denaro dormendo”. Premio di rischio senza

assunzione del rischio, Può servire sottolineare che passare dalla scala mobile con tassi di interessi reali negativi a  una riduzione accelerata del potere d ‘acquisto con una remunerazione del capitale che spiccai l volo genera un rovesciamento totale dell’equilibrio sociale?
Apparentemente non basta più. Ai meccanismi che favoriscono il capitale a svantaggio del lavoro, la “troika” ( Commissione europea, Banca centrale europea, Fmi) ha deciso di aggiungere la costrizione, il ricatto, I’ultimatum. Stati dissanguati per avere soccorso
troppo generosamente le banche implorano un prestito per arrivare alla fine del mese la troika impone loro di scegliere tra la purga liberista e il fallimento.Una parte dell’Europa, che ieri spodestava le dittature di Antonio de Oliveira Salazar, di Francisco Franco e dei
colonnelli greci, si trova ora degradata al rango di protettorato amministrato da Bruxelles, Francoforte e Washington La  loro missione principale proteggere la finanza.
I governi di questi stati rimangono, ma unicamente per sorvegliare la corretta esecuzione degli ordini e per ricevere gli eventuali sputi del loro popolo che ha capito che non sarà mai abbastanza povero per impietosire iI sistema. Le Figaro rileva che “Ia maggior par te dei greci paragona la tutela di bilancio internazionale a una nuova dittatura, dopo quella dei colonnelli che segnò il paese dal 1967 al 1974. Com’e pensabile che I’idea di Europa possa uscire rafforzata dal trovarsi associata a una camicia di forza, a un ufficiale straniero
che si impadronisce delle vostre isole, delle vostre spiagge, delle vostre risorse nazionali e dei vostri servizi pubblici per rivenderli ai privati? Dopo il 1919 e il trattato di Versailles, chi può ignorare che un tale sentimento di umiliazione popolare può scatenare un nazionalismo distruttivo?
Tanto più che le provocazioni si moltiplicano. Mario Draghi, futuro governatore della Bce, che, come il suo predecessore dispenserà consegne di  “rigore” ad Atene, è stato vicepresidente della Goldman Sachs all’epoca in cui questa banca aiutava la destra greca a truccare i conti pubblici. L’Fmi, che ha anche un parere sulla Costituzione francese chiederà a Parigi di introdurre una  “norma di riequilibrio delle finanze pubbliche” Nicolas Sarkozy vi si impegnerà.

La Francia, dal canto suo, fa sapere che gradirebbe che, allo stesso modo dei loro omologhi portoghesi, i partiti greci “si riunissero e formassero un alleanza”. Il primo ministro François Fillon e José Barroso (presidente della Commissione europea) hanno cercato di convincere in questo senso il leader della destra greca Antonis Samaras.
Infine Jean Claude Trichet, presidente della Bce, prevede già che “le autorità europee abbiano il diritto di veto su alcune decisioni di politica economica nazionale”.
L’Honduras ha creato delle zone franche in cui non vige la sovranità statale. L’Europa istituisce attualmente dei “temi franchi” (economia politica sociale) rispetto ai quali il dibattito tra partiti svanisce, poiché si tratta di ambiti in cui la sovranità è limitata o nulla.
La discussione si concentra allora sui “temi di società”: burqa, legalizzazione della cannabis radar sulle autostrade, polemica del giorno a proposito della frase inopportuna, del gesto impaziente, dell’imprecazione del politico frastornato o dell’artista che ha bevuto troppo. Questo quadro d’insieme conferma una tendenza già percepibile da due decenni: la delocalizzazione del potere politico verso luoghi di imponderabilità democratica. Fino al giorno in cui I’indignazione deflagra. Oggi siamo a questo punto.

Ma l’indignazione è inerme senza la conoscenza dei meccanismi che I’hanno scatenata e senza ricambi politici. Le soluzioni – volgere le spalle alle politiche monetariste e deflazioniste che aggravano la “crisi”, annullare totalmente o in parte il debito, colpire le banche, domare la finanza, deglobalizzare, recuperare le centinaia di miliardi di euro persi dallo stato sotto forma di riduzioni di tasse a favore dei ricchi (soltanto in Francia 70 miliardi negli ultimi dieci anni) – sono note. Esse sono state spiegate dettagliatamente da persone la a cui conoscenza dell’economia non ha nulla da invidiare a quella di Trichet, ma che non servono gli stessi interessi.
Si tratta meno che mai di un dibattito “tecnico” e finanziario, ma piuttosto di una battaglia politica e sociale. Sicuramente i liberisti ridendo affermeranno che i progressisti reclamano I’impossibile. Ma loro che cosa fanno, se non dare I’ultima mano all’insopportabile?
Forse è giunto il momento di ricordare I’esortazione che Jean-Paul Sartre prestava a Paul Nizan: “Non vergognatevi di volere la luna: ne abbiamo bisogno!”

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