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Questo articolo non è mio. Gli autori sono Damien Millet e Eric Toussaint. Il pezzo è apparso sul numero di “Le Monde Diplomatique” del luglio 2011 (allegato a “Il Manifesto”). Dice in sostanza le stesse cose (ma meglio, forse) che da tempo sto scrivendo. Se avrete la pazienza di leggere fino in fondo capirete due cose: i sacrifici che ci stanno chiedendo sono illegali e la crisi che stiamo vivendo non è una nostra responsabilità. Indignatevi.

Un tempo c’era il primo mondo, il “Nord”, ritenuto un’isola di prosperità; il secondo mondo, quello dei paesi sovietici; e infine il terzo mondo che comprendeva i paesi poveri del “Sud” sottoposti, fin dagli anni ’80 ai diktat del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Il secondo è volato in frantumi all’inizio degli anni ’90, con la dissoluzione dell’Urss. La crisi finanziaria del 2008 ha fatto tremare il primo mondo cosicché ormai le ripartizioni geografiche non sembrano più adeguate. La popolazione si divide in due sole categorie: i pochi che profittano del capitalismo contemporaneo e la grande maggioranza, che lo subisce. In particolare attraverso il meccanismo del debito.

Nel corso degli ultimi trent’anni, gli anelli deboli dell’economia mondiale si trovavano in America latina, in Asia o nei cosiddetti paesi «in transizione» dell’ex blocco sovietico. Dal 2008, è invece l’Unione europea a sollevare qualche dubbio. Mentre il debito estero totale dei paesi dell’America latina toccava, a fine 2009, il 23% del prodotto interno lordo (Pii), si collocava al 155% in Germania, 187% in Spagna, 191% in Grecia, 205% in Francia, 245% in Portogallo, il 137% in Irlanda. Una cosa mai vista.

Contrariamente agli Stati Uniti, che possono rifornirsi di liquidità presso la Riserva federale, in particolare tramite la creazione monetaria, i paesi membri della zona euro si sono privati di questo strumento: gli statuti della Banca centrale europea (Bee) proibiscono il finanziamento diretto degli stati. Così, quando tra il 2007 e il 2009 essi si mobilitano per «salvare le banche» per un importo totale di 1.200 miliardi di euro in impegni e garanzie varie, il loro finanziamento dipende dagli investitori istituzionali: essenzialmente i fondi pensione, le compagnie di assicurazione e … le banche private.
Una delle conseguenze inattese della crisi è stata dunque quella di permettere ai banchieri dell’Europa occidentale in particolare francesi e tedeschi, di utilizzare, dal 2007 al 2009, i fondi prestati dalla Riserva federale e dalla Bce per aumentare la loro esposizione in diversi paesi (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna) e realizzarvi ottimi profitti. Da giugno 2007 (inizio della crisi dei subprime) a settembre 2008 (fallimento della Lehman Brothers), i prestiti delle banche private dell’Europa occidentale alla Grecia sono aumentati del 33%, passando da 120 miliardi a 160 miliardi di euro.

Nella primavera 2010, mentre la zona euro è scossa da forti turbolenze, la Bce concede prestiti alle banche private al tasso vantaggioso dell’ 1%. Queste ultime, in cambio, esigono da paesi come a Grecia una remunerazione ben superiore: dal 4 al 5% per prestiti della durata di tre mesi, circa il 12% per i titoli a dieci anni. La giustificazione di tali richieste? Il «rischio di default», che pesa sui titoli del paese. Una minaccia così pesante che i tassi aumentano notevolmente: nel maggio 2011 , i tassi a dieci anni superano il 16,5%. Peraltro, per «fluidificare» il mercato del debito sovrano, la Bce decide di garantire i crediti detenuti dalle banche private ricomprando loro i titoli degli stati… ai quali, in teoria, non può prestare direttamente.

Vale veramente la pena di ostinarsi a portare avanti un simile marchingegno? In fin dei conti, se le banche pretendono una remunerazione che tenga conto del «rischio di default», non sarebbe coerente prevedere la sospensione dei pagamenti, se non la denuncia dei debiti considerati illegittimi? In genere, il riferimento ä una tale possibilità si vede opporre la descrizione del caos che inevitabilmente ne seguirebbe: uno «scenario dell’orrore», secondo Christian Noyer, governatore della Banca di Francia. Ma, dal punto di vista delle popolazioni, il vero «scenario dell’orrore» non sarebbe invece quello dell’avvio degli annunciati programmi di austerità?
Un analista non certo sospettabile di eccessiva sensibilità terzomondista come Henry Kissinger, ex segretario di stato americano, nel 1989, a proposito dei piani di aggiustamento strutturale imposti ai paesi latinoamericani, affermava: «Nessun governo democratico può sostenere l’austerità prolungata e le compressioni di bilancio dei servizi sociali richieste dalle istituzioni internazionali». E ciò, tanto più in quanto, essendo i vecchi prestiti in parte coperti da nuovi prestiti, il debito continua a crescere nonostante i rimborsi: nel 2009, i poteri pubblici dei paesi in via di sviluppo avevano rimborsato l’equivalente di novantotto volte quanto dovevano nel 1970. Nel frattempo, il loro debito si era moltiplicato per trentadue.

E questo il percorso che attende le popolazioni europee, se i loro governi si ostineranno a rifiutarsi di attivare quelle leve politiche che consentirebbero di cambiare traiettoria. Eppure, al Nord come al Sud si offre un’alternativa. Nel corso degli ultimi dieci anni, alcuni paesi hanno infatti scelto di sospendere il pagamento e di annullare una parte del loro debito: l’Argentina nel 2001 (grazie a una sospensione dei rimborsi per tre anni, ha imposto ai creditori privati una riduzione di più della metà del suo debito del 2005) o, più recentemente, l’Ecuador.  E non si è avuto nessun caos: «Teoria e pratica suggeriscono che la minaccia di chiudere il rubinetto del credito è stata probabilmente esagerata», concludeva Joseph Stiglitz, capo economista della Banca mondiale dal 1997 al 2000. Dal 2003 al 2010, l’Argentina ha registrato un tasso di crescita annuo medio di più dell’ 8%. Quindi, la sospensione dei pagamenti non sembra comportare necessariamente il cataclisma annunciato dalle Cassandre del debito. E se, in più, fosse legittima?

Per essere vincolato da un contratto di prestito, uno stato deve aver dato il suo consenso liberamente. Da questo consenso nasce l’obbligo di rimborsare il debito. Tuttavia, il principio non è assoluto: è sottoposto alla legalità di cui si è dotato il diritto internazionale. Così, l’articolo 103 della Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) proclama: «in caso di conflitto tra gli obblighi dei membri delle Nazioni unite in virtù della presente Carta e i loro obblighi in virtù di ogni altro accordo internazionale, i primi prevarranno». Tra questi si trova, all’articolo 55 della Carta: «L’aumento dei livelli di vita, il pieno impiego e delle condizioni di progresso e di sviluppo nell’ordine economico e sociale.»

I “piani di aiuto” concessi dalla Commissione europea, dalla BCE e dall’FMI ai paesi in difficoltà (permettere loro di rimborsare i creditori) rispondono a queste esigenze? Nel 2009, la Lettonia si è vista imporre una riduzione delle spese pubbliche equivalenti al 15% del Pil, una diminuzione del salario dei funzionari del 20%, una riduzione dell’importo delle pensioni (peraltro giudicata incostituzionale alcuni mesi più tardi) del 10%, e la chiusura di scuole e ospedali. Ma, fin dal 1980, la Commissione del diritto internazionale delle Nazioni unite stabilisce: «Uno stato non potrà, ad esempio, chiudere le scuole, le università e i tribunali, abolire la polizia e trascurare i servizi pubblici al punto da esporre la popolazione al disordine e all’anarchia, al solo fine di disporre dei fondi necessari a far fronte ai suoi obblighi nei confronti dei creditori esteri»
La Convenzione di Vienna del 1986, che completa quella del 1969 sul diritto dei trattati, individua i vari vizi di consenso che possono comportare la nullità di un contratto di prestito. L’articolo 49 tratta del «dolo»: «Uno stato o un’organizzazione internazionale indotti a concludere un trattato dalla condotta fraudolenta di uno stato o di un’organizzazione che abbiano partecipato al negoziato può invocare il dolo quale vizio che inficia il suo consenso a essere vincolato dal trattato». Non si potrebbe qualificare come doloso e fraudolento il comportamento dell’Fmi, tanto abissale risulta il divario tra il dire e il fare? L’articolo 1 degli statuti del Fondo gli assegna il compito di «facilitare l’espansione e la crescita armoniosa del commercio internazionale e [di] contribuire così all’instaurazione e al mantenimento di livelli elevati d’impiego e di reddito reale e allo sviluppo delle risorse produttive di tutti gli stati membri, obiettivi primari della politica economica». Aumento della disoccupazione, caduta dei redditi, privatizzazioni: le misure imposte dall’istituzione conducono molto spesso a ben altre situazioni. Si può ancora parlare di libero consenso di uno stato, quando esso è preso nel tiro incrociato degli speculatori dei mercati finanziari, della Commissione Europea e dell’Fmi?

È quindi lunga la lista degli argomenti in grado di giustificare una sospensione dei pagamenti e di legittimare la denuncia pura semplice di debiti giudicati illegittimi. Da qualche mese, del resto, questa ipotesi si impone progressivamente come un’evidenza Anche agli speculatori: secondo le banche d’affari Morgan Stanley e JP Morgan, i mercati considerano che esista un 86% di probabili che la Grecia faccia default sul suo debito (contro il 50% in aprile).

1Il fenomeno non è sfuggito ai tesorieri. Preoccupati all’idea vedersi imporre un riscaglionamento dei pagamenti o una riduzione del valore dei loro crediti (nel quadro di una rinegoziazione oggi sostenuta da Berlino), le banche francesi hanno diminuito nel 2010 la loro esposizione al debito sovrano greco, che è passata da 19 a 10 miliardi di euro. Le banche tedesche si sono mosse nella stessa direzione: i loro impegni sono diminuiti, da maggio 2010 a febbraio 2011, da 16 a 10 miliardi di euro. Furtivamente istituzioni pubbliche come l’Fmi, la Bce e i governi europei si sostituiscono ai banchieri e ad altri investitori privati. La Bce detiene 66 miliardi di euro di titoli sovrani greci (cioè il 20% del deficit pubblico del paese); l’Fmi e i governi europei hanno prestato fin ad ora 33,3 miliardi di euro. Lo stesso processo è innescato con l’Irlanda e il Portogallo. «Il che significa che in caso di ristrutturazione, saranno i contribuenti – invece degli investitori privati – a pagare il conto» ha riassunto il New York Times.

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