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Più leggo i commenti degli illustri economisti sparsi per la penisola più mi accorgo che il pensiero unico del neoliberismo è entrato in tutte le teste. Quello che sta accadendo non sembra avere letture differenti. Persino i sindacati (e persino la CGIL) accettano l’unica ricetta ritenuta possibile: privatizzazioni, liberalizzazioni, diminuzione del costo del lavoro. C’è poco da illudersi non c’è una voce realmente contraria. Ma cosa è successo? Perché e da quando questo pensiero unico non ha alternative? E’ un verme che viene da lontano, un verme che ha scavato la mela negli anni e ha distrutto un modo di vedere la politica come elemento di governo dell’economia.

Erano gli anni Trenta dello scorso secolo. in Germania Walter Eucken fondava la rivista “Ordo”. Fu l’atto di fondazione di quella che è poi passata alla storia come Scuola di Friburgo. Terrorizzati dalla politica dirigista del nazismo (e ancor di più da quella del socialismo reale stalinista, nemici acerrimi del New Deal e di John Maynard Keynes, questo gruppo di tedeschi preparava la riscossa. Sino ad allora si era abituati a pensare al liberalismo economico come alla dottrina del “laisser faire”. I primi liberali sostenevano che lo Stato non deve mettere il becco nelle questioni economiche e deve limitarsi a lasciare che il mercato faccia il suo corso. Insomma per chi ha qualche ricordo scolastico è la “mano invisibile” dell’economia. Lo Stato deve essere il guardiano del mercato ed assicurare le migliori condizioni per il suo sviluppo. Bene, con gli “ordoliberali” cambia tutto. Lo Stato passa sotto la sorveglianza dell’economia. Il principio regolatore della macchina economica non è più il mercato ma il principio di concorrenza. Lo Stato ha il dovere di intervenire affinché la concorrenza sia sempre garantita. Alcuni anni più tardi gli “ordoliberali” si riunirono a Parigi nell’ormai famoso “Colloquio Lippmann”. Si trattava di un incontro per la presentazione di un libro che si trasformò nel momento fondante del nuovo movimento neoliberale. Dopo aver ribadito che a dominare l’economia doveva essere il principio di concorrenza i neoliberali esaminarono le politiche sociali. Ed è qui il punto che ci interessa di più.

Sino a quel momento le politiche sociali erano tutte quelle attività messe in piedi dallo Stato per ridurre le diseguaglianze economiche tra i cittadini. Per i neoliberali questa era una bestemmia perché lo Stato non può e non deve varare misure “correttive” che in qualche modo danneggino il libero corso dell’economia. Le disuguaglianze – dicevano – devono esistere. Cercare di ottenere meno diseguaglianza significa tassare i più ricchi e ridistribuire il reddito. Ma se un ricco viene tassato non potrà investire tutti i suoi soldi nel mercato e ciò danneggerà l’economia. Le uniche politiche sociali devono essere quelle rivolte a mantenere un minimo vitale per i poverissimi. Gli altri, quelli che hanno un reddito sufficiente devono difendersi dai rischi della vita (malattie, tracolli finanziari, etc.) attraverso assicurazioni o mutue private. In quel lontano 1938 i neoliberali dicevano chiaro e tondo che lo Stato on deve correggere gli effetti distruttori del mercato sulla società. Perché la distruzione portata dall’economia di mercato è una “distruzione creativa”. Ossia: il mercato distrugge ciò che non è concorrenziale e favorisce i migliori. Segniamoci la data di queste affermazioni: 1938.

In quel colloquio per spiegare il pensiero neoliberale con una metafora si disse che il neoliberalismo è come il codice stradale. Le auto non devono circolare come vogliono ma non bisogna neppure fissare itinerari e orari di circolazione. Insomma lo Stato deve creare il quadro generale nel quale la circolazione automobilistica (ossia la concorrenza) funziona perfettamente. Questo codice della strada è lo “Stato di diritto”. Sono sicuro che tutti avete sentito questa parolina magica: “Stato di diritto”. Lo Stato di diritto neoliberale crea le regole del gioco economico e fa in modo che siano sempre rispettate. Lo Stato di diritto non legifera sui particolari ma sul quadro generale. Secondo Hayek, lo Stato traccia il quadro più razionale all’interno del quale gli individui svolgono la loro attività “conformemente ai loro progetti personali”. Naturalmente se lo Stato legifera solo in modo formale e non entra nei particolari dovrà essere rinforzato l’aspetto giuridico. Probabilmente vedendo i telefilm americani vi sarete accorti della ossessione per tutto ciò che riguarda gli avvocati e la legge. E probabilmente vi sarete anche accorti che negli Stati Uniti la litigiosità investe tutto e finire in tribunale è consueto e continuo. La ragione è data dal fatto che effettivamente le leggi regolano soltanto in modo generale i problemi. I casi particolari (e la vita di tutti i giorni è una serie di milioni di casi particolari) vengono risolti dai giudici. La decisione di un giudice crea il diritto. Così nel nostro telefilm l’avvocato americano bravo è quello che riesce a trovare il precedente di una sentenza in un caso che può essere definito analogo.

Stato “leggero” che si occupa dei grandi principi e garantisce la concorrenza dunque. La concorrenza a sua volta regola il gioco dell’economia. E questo è un altro punto importante. I neoliberali per primi applicano la “teoria dei giochi” all’economia. In poche parole si tratta della scienza matematica che analizzando un conflitto cerca di trovare delle soluzioni attraverso dei modelli matematici di decisione. Uno dei più famosi matematici che si sono interessati alla teoria dei giochi è John Nash. Il nome magari non vi dice nulla però se avete visto il film  A Beautiful Mind  con Russel Crowe lo conoscete, perché è appunto la storia di John Nash premio Nobel per l’economia nel 1994. Sì, non avete letto male: premio Nobel per l’economia, non per la matematica. Perché la teoria dei giochi e particolarmente il cosiddetto “Equlibrio di Nash”  hanno influenzato pesantemente il pensiero economico del mondo in cui viviamo. L’equilibrio di Nash può essere spiegato in termini semplici: immaginate un gruppo di persone che stanno giocando. Ogni giocatore gioca pensando a quel che è meglio per sé stesso. Adotta cioè una sua strategia di gioco. Insomma ognuno vuole vincere e gioca secondo una linea che pensa sia la migliore. Ma le strategie degli altri giocatori bene o male influenzano la sua. Così tutti, cercando il proprio guadagno, si influenzano a vicenda. E questo influenzarsi a vicenda crea un equilibrio. Il guadagno dipende dalle scelte di tutti i giocatori. Prendete tutto questo e trasportatatelo in economia: ognuno cerca di arricchirsi e adotta le sue strategie e influenza le possibilità degli altri di arricchirsi a loro volta. Alla fin fine la maggioranza non raggiungerà i massimi risultati possibili in termini di guadagno perché anche gli altri guadagneranno qualcosa. Certamente c’è qualcuno che può tentare di mettersi d’accordo con una parte dei suoi concorrenti per guadagnare di più a scapito degli altri ma in questo caso interviene lo Stato (ossia il manuale del gioco) che stabilisce le regole. Non è un caso che Nash si sia più volte dichiarato un fervente neoliberale.

Bene, se è chiaro tutto questo, c’è una conseguenza evidente: la maggioranza dei giocatori otterrà un risultato positivo (anche se inferiore ai desideri di partenza) e una minoranza più o meno larga uscirà sconfitta dal gioco, ossia avrà delle perdite. Il che tradotto in altri termini significa che una parte dei giocatori – cioè noi – si troverà in povertà o senza lavoro. Cosa dovrà fare lo Stato in questo caso? I neoliberali dicono che eliminare la povertà non è un obiettivo che lo Stato si deve porre. L’unico problema è la povertà assoluta che non permette al giocatore di sedersi al tavolo e continuare a giocare. La politica sociale si deve occupare dei totalmente poveri non dei poveri relativi. Ossia lo Stato deve aiutare chi non ha più nulla da mangiare o non ha un tetto sulla testa. Deve aiutarlo solo sino a quando non sarà di nuovo in grado di ributtarsi nel gioco. I neoliberali non vogliono eliminare la povertà come i socialisti o i keynesiani, i neoliberali non vogliono eliminare le disuguaglianze. Se in uno Stato c’è disoccupazione lo Stato non deve preoccuparsi. Spesso – dicono – l’economia ha bisogno che ci sia disoccupazione. In certi momenti i disoccupati lasciati a “galleggiare” grazie ad una assistenza minimale fanno bene all’economia. Invece di spendere soldi e risorse per ottenere un lavoro per tutti è più conveniente lasciare quei soldi dentro al gioco della concorrenza. Chi ha soldi continuerà a giocare e prima poi con i propri investimenti creerà le condizioni per riassumere i disoccupati.

Guardate cosa sta accadendo in USA. Obama ha cercato di allargare l’assistenza sanitaria ad una fascia di reddito più alta. Ossia ha cercato di garantire aiuto non solo ai poveri assoluti (per i quali già esiste un programma) ma anche ai poveri relativi. I poveri relativi sono quelli che guadagnano abbastanza per non dormire sotto i ponti e chiedere la carità ma che non hanno i soldi per pagarsi una assicurazione privata. Per far questo occorreva tassare di più i redditi alti, far pagare le tasse ai più ricchi. Obama ha tradito le regole del neoliberalismo e siccome in USA il neoliberalismo è da sempre più che una teoria economica una religione, ecco la ragione di tutti i suoi guai e le sue sconfitte. Obama viene definito così un “socialista” da moltissimi negli Stati Uniti.

Insomma, ci sono due mondi: un mondo che pensa che lo Stato attraverso il suo intervento ha l’obbligo di ridurre la povertà e fare in modo che lavorino tutti. Un mondo che pensa che lo Stato debba solo favorire la concorrenza, il libero gioco perché grazie ad esso le cose potranno funzionare e tutti potranno giocare con una possibilità di essere vincenti. Pensateci: “perdenti” e “vincenti”. La società neoliberale divide le persone in queste due categorie e offre un sogno, quello di essere “vincenti”. E quando si è vincenti nella società neoliberale si può essere sfacciatamente vincenti. Volete sedervi ad un tavolo da gioco nel quale al massimo potete perdere 100 euro ma avrete la possibilità di vincerne al massimo 200? Non preferireste sedere ad un tavolo dove rischiate di andare in rovina ma, se vi va bene, portate a casa milioni di euro? Questa è la proposta neoliberale: un tavolo da gioco che può cambiarvi la vita. Questo è il sogno americano neoliberale. Tutti hanno la possibilità di sedersi al tavolo da gioco in America, la democrazia consiste nel darti la libertà di giocare. Se perdi però è un problema tuo, non della società.

La novità (ammesso che possa dirsi tale) è che l’America è qui. La crisi che stiamo attraversando in Europa è anche l’ultima spallata che il neoliberalismo sta dando a quel che rimane di Stato sociale così come la mia generazione nata nell’epoca del boom economico l’ha vissuto. Quello che stanno facendo alla Grecia, al Portogallo, all’Irlanda, alla Spagna e a noi è la picconata definitiva. Gli anni che ci aspettano sono anni nei quali le cose cambieranno definitivamente. Tutto ciò che rimarrà con l’etichetta “pubblico” sarà il girone infernale dedicato ai perdenti. Scuola pubblica, Università pubblica, trasporti pubblici, sanità pubblica saranno il minimo vitale e spesso neppure quello. Se vorrete avere studi decenti per i vostri figli (e dovrete volerlo perché se no non si siederanno mai al tavolo del gioco) dovrete pagare, dovrete pagare per avere cure mediche decenti, dovrete pagare per mantenervi nella vecchiaia o continuare a lavorare fino all’ultimo respiro. Dovrete pagare veri biglietti di treno e autobus se vorrete viaggiare decentemente. Dovrete sedervi al tavolo e giocare la vostra partita. Dovrete aumentare al massimo il vostro capitale umano perché sarete selezionati in base ad esso. Dovrete usare sempre e comunque i gomiti e puntarli agli occhi del vicino.

La Banca Economica Europea ci sta chiedendo di mettere il pareggio di bilancio nella Costituzione. Vivremo in una società fondata sul pareggio di bilancio non sul diritto al lavoro, perché non c’è un diritto al lavoro: c’è solo la possibilità di sedersi al tavolo da gioco. Magari le vostre figlie saranno fortunate e diventeranno veline e non rimarranno commesse di negozio a 600 euro precarie. Magari i vostri figli troveranno un buon lavoro se giocheranno bene le loro carte. Magari no. Ma questo sarà solo un loro problema.

Benvenuti nella definitiva era neoliberista. Questo è il momento o di scendere in piazza o di sedersi al tavolo e cominciare a giocare questo gioco inumano. A voi la scelta.

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