Tag

, , , , , , , , ,

Abbiamo parlato di bancarotte, abbiamo parlato di Grecia, di Portogallo d’Irlanda. Stiamo vivendo la prevedibilissima offensiva della speculazione sull’Italia. Stiamo vivendo la stessa ricetta per uscire dalla crisi. La ricetta degli schiavi: tassare i tassabili (ceto medio, poveri), distruggere quel che è rimasto di assistenza pubblica, massacrare socialmente le persone. Persone che non hanno nessuna colpa della crisi. Stiamo vivendo il copione già visto: si salvano le banche, si salvano i politici che continuano a fare la bella vita. Insomma mentre noi tireremo la cinghia Massimo D’Alema continuerà a veleggiare col suo yacht a vela, il figlio di Bossi – meglio conosciuto come il Trota – continuerò insieme con la Minetti a prendersi uno stipendio mensile equivalente a quello di 20 operai. Mi fermo qui con gli esempi, se ne potrebbero fare a centinaia. La ricetta per uscire dalla crisi è “tagli & privatizzazioni”. Un dogma imposto dalla BCE, dal FMI e da tutto il sistema finanziario che ha provocato la crisi.

Una vignetta raffigura l'Islanda vista dall'Europa: un vulcano che dice NO all'economia finanziaria

Ma è davvero l’unica soluzione? Alcuni post fa scrivevo che se la Grecia dichiarasse bancarotta e tornasse alla dracma si salverebbe. Probabilmente molti economisti neoliberisti inorridiscono di fronte a questa idea. In realtà inorridiscono soltanto perché gli economisti (quelli sul libro paga dei governi e delle università) sono i cani da guardia di questo sistema sul quale e nel quale vivono. Nessuno di loro vi dirà che i sacrifici non servono alla gente ma servono solo a perpetuare un mercato che punta ad arricchire da sempre gli stessi soggetti. Se le privatizzazioni e il taglio di ogni welfare servisse gli Stati Uniti da Reagan in poi sarebbe una economia sana e non lo è. L’idea folle è che privatizzare e liberalizzare rilancerà l’economia. Il che è falso e non si è mai realizzato. Sfido chiunque a darmi un esempio di crescita del benessere delle persone grazie alle privatizzazioni. E intendo crescita del benessere sul medio-lungo periodo. Crescita del benessere per tutte le fasce sociali.
Bancarotta dunque. La parola fa sorgere terribili incubi e mal di testa. Eppure la storia economica è piena di bancarotte, La storia recente del XXI secolo ne vede già tre: la bancarotta dell’Argentina, la bancarotta dell’Ecuador e la bancarotta dell’Islanda. Oggi voglio occuparmi dell’Islanda e – poi nei prossimi post . parleremo di Ecuador e Argentina.

L’Islanda è una nazione indipendente dal 1944. Una nazione sostanzialmente di pescatori. Trecentomila persone che vivono su una superficie pari a un terzo scarso dell’Italia. All’inizio del nuovo millennio la febbre del neoliberismo contagia completamente quest’isola piantata all’estremo nord dell’Europa. Di fatto venne privatizzato tutto.
L’idea era quella di attivare capitali stranieri attraverso alti tassi di interesse. Parallelamente il governo tenne alti i tassi di interesse per mantenere bassa l’inflazione. La gestione delle banche privatizzate toccò a uomini vicini al governo e non a uomini in grado di gestirle realmente. Ma d’altronde perché preoccuparsi? Il capitale straniero arrivava e tutto andava benissimo per le banche. Banche che crebbero in modo stupefacente grazie a controlli benevoli e deregolamentazione totale. Alla fine il capitale delle banche era dodici volte superiore rispetto al valore dell’economia nazionale. Qualcosa di economicamente assurdo. Naturalmente televisioni, giornali e radio erano controllati dalle banche. Nessuna notizia, nessuna voce contraria a quanto stava accadendo poteva filtrare sino ai cittadini. Così nessuno osava scrivere che più crescevano gi investimenti stranieri più aumentava il debito dello Stato. Perché i soldi agli investitori occorre ridarli. Così se nel 2003 il debito estero era pari al 200% del PIL, nel 2005 era salito al 500% e nel 2007 al 900%. Tutto il castello di carte si basava sul fatto che si cercava di rimborsare i vecchi investitori con i soldi di quelli nuovi. Si tratta di una idea economica criminale mutuata dal famigerato “schema di Ponzi”. Si prendono a prestito dei soldi da Tizio, i soldi vengono intascati e Tizio viene remunerato con i soldi del nuovo investitore Caio. Sino a che arrivano nuovi investitori il sistema sta in equilibrio, quando gli investitori cominciano a diminuire il sistema salta.
Nel 2008 – a causa della crisi finanziaria globale – gli investitori cominciarono a non spendere più i loro soldi in Islanda. Il meccanismo cominciò a perdere colpi e poi a spezzarsi. A questo punto le banche avrebbero dovuto restituire agli investitori stranieri i soldi di tasca propria. Le banche che governavano questo schema finanziario fallirono una dietro l’altra. Ma a qualcuno toccava pagare. E quel qualcuno erano i cittadini islandesi. Geir Haarde, il capo del governo dell’epoca, manco a dirlo nazionalizzò le banche per salvarle varando – manco a dirlo – un piano di austerità. La seconda mossa fu quella di rivolgersi agli squali del Fondo Monetario Internazionale per avere denaro fresco. L’FMI decise di prestare più di due miliardi di dollari e circa altrettanti furono prestati da altri paesi scandinavi. In cambio del prestito all’Islanda venne ordinato di fare pulizia facendo pagare il conto alle persone. I conti correnti che promettevano interessi assurdamente alti furono tutti bloccati. Per la maggior parte si trattava di conti correnti di cittadini esteri. Occorreva restituirli. Il premier Geir Haarde fu costretto a dare le dimissioni. A succedergli arrivò Johanna Sigurdardottir che, per soddisfare il FMI e i creditori (specialmente inglesi e olandesi) preparò un piano lacrime e sangue. Piano che venne approvato con 33 voti favorevoli contro 30. Un piano semplice: restituire 5,7 miliardi di euro al tasso del 5,5% in 15 anni. Come restituirlo? Ma ovviamente tassando i cittadini con circa 98 euro al mese per quindici anni. Tutti i cittadini, da chi si era arricchito al pescatore di merluzzo con 1000 euro al mese di stipendio.
Di fronte a questa prospettiva gli islandesi hanno detto no. Perché i debiti delle banche e dei delinquenti che hanno condotto il Paese alla crisi devono essere pagati dai cittadini? Perché devono essere i cittadini a ridare i soldi di investitori avidi provenienti da tutto il mondo? Insomma – se mi passate il francesismo – i cittadini islandesi dissero chiaramente al capitale internazionale di andarsi a far fottere. Un quarto della popolazione firmò una petizione per bloccare la manovra del premier Sigurdardottir. Il presidente della Repubblica islandese Il Olafur Grimsson – preso atto della petizione – dichiarava: «Il mio compito è di accertarmi che la volontà del paese sia rispettata. Per questo ho deciso di presentare la nuova legge al giudizio del popolo per un referendum». Non so se percepite quanto di rivoluzionario c’è in tutto questo: il popolo decide come usare i suoi soldi alla faccia della finanza internazionale. Naturalmente dall’Unione Europea le reazioni non furono di felicità. La ritorsione paventata era l’esclusione dell’Islanda dal mondo finanziario internazionale e la sua non ammissione nell’Unione Europea. 6 marzo 2010: il 93% degli islandesi vota no al piano di restituzione in 15 anni. C’era da aspettarselo. Ognuno in Islanda conosce il romanzo del premio Nobel Haldor Laxness, “Gente indipendente” (Sjálfstætt fólk), il cui protagonista – Bjartur – pur coperto di debiti e perseguitato dalla mala sorte riesce a sopravvivere grazie ad uno spirito di incoercibile indipendenza. I politici si sa però tentano di ignorare i referendum non solo in Italia. Il ministro dell’economia Sigfusson nel febbraio 2011 ha tentato di reintrodurre il rimborso ai Paesi creditori sottolineando che questa era la condizione per far entrare l’Islanda nell’Unione Europea. Perciò gli islandesi sono stati chiamati ad un altro referendum. Arriviamo così al 9 aprile 2011, il 59,1% degli islandesi ha votato ancora una volta no. Ma non basta. Gli islandesi hanno deciso di riscrivere la Costituzione del 1944 attraverso una assemblea costituente. Dopo una partenza zoppicante (il 26 gennaio 2011 la Corte Suprema ha invalidato per motivi procedurali l’elezione dei costituenti) il 24 marzo 2011 i lavori sono partiti. Politici, banchieri, uomini d’affari corrotti e responsabili per la crisi sono stati arrestati e saranno uno ad uno sottoposti a processo. Come è oggi la situazione economica in Islanda? Non facile. Gli islandesi stanno facendo grandi sacrifici ma sono sicuri che stanno soffrendo non per pagare i debiti che qualcun altro ha follemente contratto. L’asta dei Buoni del Tesoro islandesi del 9 giugno 2011 ha fruttato un miliardo di dollari, segno che i mercati sanno adattarsi alle decisioni che vengono imposte dalla volontà popolare. La disoccupazione è al 7,10% e mostra segali di diminuzione.
Questa è la storia dell’Islanda. La domanda è: nelle stesse condizioni un Paese dovrebbe ribellarsi all’egemonia dei mercati e dichiarare bancarotta? Cosa è importante fare, svendere la sovranità nazionale al FMI e alla BCE e far pagare ai cittadini i danni dei politici e dei banchieri? Vediamo le obiezioni degli economisti “classici”.
Prima obiezione: “la crisi islandese è stata causata dagli investimenti errati delle banche ed il paese è fondamentalmente sano con una bilancia commerciale ed un bilancio statale in attivo i  paesi PIGS (portogallo irlanda grecia spagna) sono caratterizzati da una bilancia commerciale ed un bilancio statale in passivo.  l’Islanda può far a meno delle banche i paesi PIGS no”.
Si tratta di una obiezione radicalmente sballata. L’Islanda è entrata in crisi esattamente per gli stessi fattori che hanno causato la crisi altrove. La bilancia commerciale e il bilancio statale in attivo erano assolutamente fittizi perché drogati dalla finaziarizzazione dell’economia.
Seconda obiezione: “se facessimo bancarotta noi non si potrebbero più pagare i dipendenti statali, l’inflazione schizzerebbe al 20% e dovremmo tornare alla lira”.  Falso. O meglio vero, quindi falso. Accettare i sacrifici che oggi la manovra finanziaria di Tremonti ci impone e che saranno ancora più marcati nel 2012-2013 provocherà gli stessi effetti, anzi peggiori. Tutti i sacrifici che ci apprestiamo a fare renderanno il Paese ancora più dipendente dal mercato finanziario condannandoci a pagare per mantenere al potere una classe politica, imprenditoriale e bancaria moralmente marcia. Ben vengano i sacrifici se alla fine del tunnel non vedremo più le solite facce. Sacrifici di altro tipo sarebbero solo l’autolesionismo di un popolo.

Annunci