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Le migliaia di greci scesi in piazza due giorni fa sono lo specchio della disperazione. Sia l’Unione Europea che il Fondo Monetario Internazionale sapevano benissimo a maggio – quando è stato concesso il prestito di salvataggio – che la Grecia non ce l’avrebbe fatta a restituirlo nei tempi stabiliti. Non c’è più spazio per imporre sacrifici, Non c’è più nulla da vendere ai tedeschi che stanno comprando a pochi spiccioli tutto quello che i greci svendono. Si tratta di uno spettacolo di puro squallore capitalistico. L’accelerazione delle richieste alla Grecia è aumentata dopo l’affaire di Strauss-Kahn. Era infatti l’ex direttore del FMI che aveva inaugurato una politica di concessione di fondi attenta anche ad evitare la macelleria sociale. Ma oramai Strauss-Kahn è fuori gioco. La Grecia non ha più amici, il colpo è riuscito.

All’interno l’opposizione di centrodestra non ha nessuna intenzione di aiutare gli odiati socialisti del PASOK guidati da George Papandreou così nessuna stabilità politica sembra garantire gli impegni che la Grecia deve sostenere.  Senza amici la Grecia ha solo l’imbarazzo della scelta per quanto riguarda i nemici. Il principale è il tecnocrate finlandese Olli Rehn, un economista che ha studiato le economie dei piccoli Paesi europei e che è fermamente convinto che le economie del sud Europa siano “corporativiste” e poco liberiste. Non è un caso che si sia lasciato andare ad una dichiarazione che recita “per la Grecia il tenpo sta scadendo”. Altro nemico della Grecia è Nicolas Sarkozy che al vertice del G8 di Deauville si è dichiarato contrario alla ristrutturazione del debito greco. Al massimo secondo il presidente francese si può pensare ad un allungamento delle scadenze. C’è poi Jean Claude Juncker che alla Grecia dà un anno di tempo per fornire le garanzie necessarie per ricevere il denaro stanziato dal FMI.

Il punto è che nessuno scommette più sulla Grecia. Si tratta di un malato terminale (ammalato grazie alle connivenze tedesche di cui qui abbiamo parlato un anno fa) a cui tutti vogliono togliere la spina. Fa comodo a tutti assassinare molto lentamente la Grecia. Fa comodo alle nazioni del nord Europa (Germania e Finlandia in testa) che preferiscono mangiare quel che Atene potrà privatizzare per poi espellere dall’Euro per un certo periodo lo stato ellenico. D’altro canto che la Grecia sia stata cotta a fuoco lento lo dimostra la stessa ricetta adottata per aiutarla. Tecnicamente si sta operando una deflazione interna, lo scopo è creare una recessione economica per sistemare i disastrosi i conti dello Stato. Si tratta di un vecchio modello economico che però non è attuabile in Grecia. Le ragioni sono semplici: la Grecia  non può svalutare per rilanciare l’economia (come faceva l’Italia prima di entrare nell’Euro) perché è dentro l’Euro. Non può stampare moneta per finanziare la spesa pubblica proprio perché è nell’Euro. Non può fare cioé quello che fanno tranquillamente gli inglesi con la sterlina e gli americani con il dollaro. L’unica via per il governo greco è ridurre i salari e abbassare il tenore di vita dei cittadini. Ovviamente però oltre ad un certo livello tagliare gli stipendi non è possibile. Significa gettare nella miserià tutta la popolazione che, ovviamente, non avrebbe alcuna possibilità reale di diventare competitiva grazie a questi sacrifici.

D’altro canto è ovvio che tagliare tutte le spese orizzontalmente (la ricettadel nostro “genio” dell’economia Tremonti) innesca un processo dal quale non si torna indietro. Più tagli, meno investimenti significa meno crescita. Quindi nessuno vuole salvare la Grecia. La rinegoziazione del debito farebbe sì che tutti gli speculatori e le banche che hanno prestato soldi ai greci con tassi minimi del 16% di interesse (ma sappiamo che il doppio è usuale e si arriva anche al 55%) perderebbero il loro guadagno vampiresco. Paradossalmente in questo momento fa comodo tenere la Grecia in uno stato di coma economico. Le paure stanno nella tenuta politica del Paese. La paura è che sotto la spinta della disperazione delle piazze il governo  decida di suicidare la Grecia prima di essere dissanguata. Si tratterebbe di adottare una ricetta già sperimentata dagli argentini all’inizio degli anni 2000. In termini pratici uscire dall’Euro, tornare alla dracma, chiudere il sistema bancario per un po’, congelare i debiti, e cercare di rilanciare l’economia con pratiche di agevolazioni fiscali. Magari (liberi dall’Euro) i greci potrebbero anche andare a chieder aiuto agli unici interessati con ottime disponibilità: i cinesi.

I tecnocrati europei e gli speculatori internazionali devono stare molto attenti. Stanno chiudendo la piccola lucertola greca in un angolo ma rischiano – portandola alla disperazione – di rimanere solo con la coda in mano. Una coda che scotta le dita. Noi italiani possiamo anche far finta come vorrebbe Tremonti che la cosa non ci tocchi. In realtà se la Grecia facesse default e i fondi promessi non venissero utilizzati si innescherebbe una accelerazione del processo di attacco a Portogallo e Spagna. Il Portogallo non sta meglio della Grecia e la stampa ne parla poco ma ne parlerà nei prossimi mesi. La Spagna – con un sistema bancario gestito da mentecatti negli ultimi anni – avrà bisogno di denaro, molto denaro. La prossima scommessa degli speculatori è proprio la penisola iberica. Saltata la Grecia il profumo dei buoni affari sulla pelle della gente si sposterebbe in Spagna. E gli avvoltoi già volano su Madrid. Il governo spagnolo ha pensato di attuare immediatamente la ricetta greca prima che le venga imposta in cambio dei soldi dall’Europa. I risultati della macelleria sociale già si vedono nelle piazze di Madrid e Barcellona. E sono proprio le proteste che attirano gli avvoltoi, sono il segnale che non ci sono margini di sacrifici e che la gente è allo stremo. E quando le persone sono allo stremo si fanno i migliori affari.

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