Il 20 maggio l’agenzia di rating Standard & Pooe ha declassato l’Italia (o meglio) il suo trend da “stabile” a “negativo”. Si continua a ripetere che il basso debito estero e la riccheza delle famiglie ci mettono al riparo da situzaioni simili alla Grecia. Il problema è che questi due elementi positivi non sono eterni. I due problemi che abbiamo di fronte è la mancanza di innovazione e la mancanza di crescita. E tutti e due questi problemi hanno in primo luogo responsabilità politiche più che economiche. I primi responsabili sono gli industriali e la politica di Confindustria. Abbiamo degli imprenditori in primo luogo ignoranti. Chiunque ne abbia voglia vada a vedersi il tasso di dirigenti nelle industrie italiane. Non c’è cultura imprenditoriale, anche perché il 90% delle industrie italiane è costituito da imprese di dimensioni troppo piccole. Non c’è alcuna innovazione perché siamo legati a prodotti sui quali l’innovazione non si fa o non è possibile farla. Senza innovazione non c’è crescita. Occorrerebbe una decisione politica degna del new deal americano. Occorrerebbe prendere atto che alcuni settori non sono sostenibili perché improduttivi, perché tecnologicamente arretrati e sui quali la concorrenza cinese e indiana è imbattibile. Inutile produre spilli: costeranno sempre più cari della concorrenza. Non siamo neppure storicamente in grado di creare dal nulla grandi imprese in stile tedesco e lasciamo che quel che abbiamo cada progressivamente nelle mani di capitale straniero e internazionale. Ma quello che preoccupa di più è che le intelligenze ossia i giovani non vengono impiegati, che non c’è ricambio generazionale, che non esiste un piano concertato di sviluppo. Siamo alla mercé di politici corrotti e incapaci di prevedere un futuro che non sia quello personale. Il futuro lo si costruisce oggi e non abbiamo ancora cominciato neppure a pensarlo.

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