“Ciò che è sparito, nel linguaggio politico, ciò che non è più oggetto di nessuna proposta né di dibattito, è il problema dei fini, delle finalità. A mio avviso è proprio questa scomparsa, questa assenza, il nodo fondamentale dello “smarrimento attuale”: nella misura in cui siamo continuamente invitati a vivere il presente, ne avvertiamo quotidianamente l’appiattimento, l’oppressione, la mancanza di sbocchi. Come la mosca o l’uccello che sbattono sul vetro della finestra chiusa, siamo presi in trappola dall’apparenza e dalla trasparenza”. Queste parole le scrive un grande intellettuale, Marc Augé, conosciuto per lo più da pochi anche perché a pubblicarlo (poco) sono per lo più piccole case editrici.
La nostra condanna e il nostro malessere sembra stare proprio in questa melassa di presente che ci avvolge. Mentre abbiamo celebrato la morte di ogni ideologia ci siamo immersi nella più invasiva di tutte. Tutti i fini sono stati raggiunti e il problema di una finalità che superi il presente non è più sentita come necessaria. Il sistema economico non ha nessun’altra finalità se non quella di riprodursi anche domani. Dall’altro lato chi parla di sviluppo e di crescita della ricchezza spaccia un mezzo per un fine. Perché dovremmo essere più ricchi? Per fare cosa? A dire il vero oggi si parla di “progresso” e meno di “tasso di crescita” e non è un caso. Ma le domande rimangono: a cosa serve lo sviluppo economico? a cosa serve il Potere? Nessuno sa o vuole dare una risposta. Il disagio che si esprime nel cosiddetto “precariato” professionale è più connesso di quanto si pensa alla condizione psicologica che a quella professionale. Lavorare è un mezzo per un fine. O meglio per due fini distinti: il fine dell’immediata necessità e il fine del futuro. Nelle società occidentali il fine del futuro è stato distrutto. Il precario fa fronte al presente con fatica ma gli viene negata la possibilità di elaborare un progetto che vada al di là di un orizzonte temporale limitato.
Se passiamo al campo della politica le cose sono identiche. Nessuna formazione politica a Destra o a Sinistra prevede orizzonti temporali superiori alla durata di una legislatura. I programmi sono tautologici. Anche un progetto disegnato a 30 anni non spiega se stesso. Perché dovremmo fare il ponte sullo Stretto di Messina? Per collegare la Sicilia all’Italia ci viene risposto. Perché collegare la Sicilia all’Italia? Per sviluppare l’economia dell’isola e dell’Italia. Cosa ne faremo di un maggiore sviluppo? Staremo tutti meglio. In realtà questi ragionamenti sono cani che corrono in tondo mangiandosi la coda. Nessuno sa per quale motivo una ulteriore espansione è auspicabile. Ma sostenere di lavorare per il progresso è una forma di investimento sul presente. Da un senso ad un presente che non lo ha. Le grandi ideologie e le grandi religioni sono state accusate di spostare fuori dal mondo l’utopia, La religione promette un futuro dopo la morte, il socialismo in un futuro che il singolo quasi certamente non vedrà durante la vita. Tuttavia questa epoca “non ideologica” lo è altrettanto, se non di più. Si tratta dell’epoca della “fine dei fini”, l’ideologia è che non ci deve essere alcuna ideologia, una sorta di giorno per giorno. Così qualsiasi azione diventa fine a sé stessa. La perdita di una dimensione di azione proiettata nel futuro esalta la dimensione del consumo perché nel presente è possibile solo il consumo. Le trasformazioni dell’Italia negli ultimi vent’anni – al di là della presenza di Berlusconi – hanno prodotto un Paese che oggi non riesce a reagire alla crisi perché è stato privato della capacità di progettare: Negli anni Ottanta si parlava – sbagliando – di edonismo. Ciò in cui siamo immersi oggi è un “immediatismo”. Quella che molti avvertono come un’aria viziata e malsana in realtà è l’assenza di una progettualità. Le ideologie e le religioni erano in grado di “dare senso” al presente in relazione ad un futuro, l’immediatismo attuale ci lascia vuoti di senso, E non si tratta di tornare né alle ideologie né alle religioni. Occorre recuperare tre fattori che sono poi le radici del vivere: le relazioni con gli altri, la coscienza di sé e l’aspirazione alla conoscenza del mondo. Perché sono solo questi tre fattori che fanno superare il presente. In fondo superare l’”immediatismo” non è un percorso molto diverso da quello che costruisce una relazione d’amore. Conoscere e non stancarsi di conoscere la persona che ci sta accanto, avere coscienza del proprio ruolo nella coppia, voler conoscere insieme ciò che ci circonda. Una relazione “immediata” trascura tutto questo e tende a vedere il suo senso nell’immediato. In politica questi tre fattori si traducono nel recupero della responsabilità verso gli altri, nell’accettare di essere elementi di un percorso di costruzione che va al di là del singolo gesto politico, nel mantenersi aderenti alla realtà del mondo circostante. Andare al di là dell’”immediatismo” significa sapere e volere prevedere un futuro migliore per le relazioni tra le persone, per lo sviluppo della coscienza e del valore dei singoli, per la tutela del mondo circostante. Quando una nazione taglia i fondi per la educazione, lascia crescere la disoccupazione, trascura le necessità dell’ambiente nel quale viviamo, nega, ci nega il futuro. I benefici di una politica senza futuro stanno solo (e illusoriamente) nel presente. Riassestare una economia con questi mezzi significa condannarsi ad usarli per sempre in una sequenza infinita di presenti senza futuro. La strategia dell’emergenza non cura, non migliora perché tampona una crisi senza curarla e togliendo le risorse per la cura di domani.
Il problema ancora una volta non è solo e tanto Berlusconi ma ciò che la società ha disimparato nel “ventennio di Berlusconi”. Abbiamo disimparato a valutare i vantaggi a lungo termine di una società istruita e cosciente di sé, dotata di strumenti di analisi critica. Abbiamo sostituito al nostro essere “cittadini” il nostro essere “consumatori”, abbiamo dimenticato il valore di “domani” per il “questo e ora” dell’immediato. Nessuna cosa, nessun concetto può essere apprezzato nel suo valore se misurato sul metro del “subito” e le mode non costruiscono nulla ma aspettano solo di essere sostituite. La sostituzione del “giusto” con il “nuovo”, l’idea che ciò che è nuovo sia automaticamente adatto è un incubo da consumatori. Non c’entra solo Berlusconi, c’entriamo tutti nel momento in cui accettiamo di navigare le nostre vite a vista e di pesare le vite degli altri sull’orizzonte del presente. Se il migrante che vogliamo espellere dal nostro presente di consumatori fosse la donna o l’uomo che avrà l’intuizione che può migliorare la vita di tutti? Se lo studente di oggi sarà il medico, l’ingegnere, il poeta di domani che ci permetterà di capire meglio il mondo e noi stessi con la sua intelligenza? Negare le risorse, rendere prioritarie miserevoli cose rispetto alla crescita del futuro ci condanna a vivere nella palude dell’immediato. In un arco temporale fatto solo di presenti che si succedono senza progetti la sensazione di smarrimento non può che diventare definitiva.

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