Oggi Emma Marcegaglia ha dichiarato che occorre “mobilitarci tutti, unire le forze senza scaricare le colpe sugli altri per dare al paese un messaggio chiaro e preciso delle cose da fare” e più avanti ha tirato fuori dal cappello (o dalla borsetta) anche lo slogan nuovo di zecca: “decidiamo insieme l’Italia da fare”. Che io non abbia la minima stima degli imprenditori italiani e della Marcegaglia in particolare dovrebbe essere chiaro a quei pochi che mi leggono. Tuttavia questa nuova sparata dell’industriale per ereditarietà della marcegaglia acuisce, come se non ce ne fosse stato bisogno, la mia sensazione di una fiera dell’ipocrisia da anni diffusa tra gli imprenditori. I supposti imprenditori italiani hanno avuto tutto quello che chiedevano negli ultimi venti anni. Hanno chiesto ed ottenuto lo smantellamento del mercato del lavoro. Purtroppo che l’Italia abbia precarizzato in modo folle il mercato del lavoro è una verità che non si può dire apertamente. Poiché le teste pensanti del disastro italiano – Marco Biagi e Massimo D’Antona – sono state barbaramente uccise dai terroristi non è più possibile discutere le conseguenze terribili di quella complicata, assurda e generatrice di di disastri che è stata la cosiddetta “Legge Biagi”. Non si può dire che quegli 80 – confusi – articoli hanno segnato per sempre la vita di milioni di lavoratori precarizzandoli nelle forme più disparate. Ma tant’è i risultati sono sotto gli occhi di tutti: i giovani disoccupati sono al 29%. Quella che gli industriali volevano era la precarietà e attraverso la cosiddetta “Legge Biagi” dal 2003 gli è stata servita su un piatto d’argento con il nome ipocrita di flessibilità. Ci si sarebbe atteso che gli industriali avrebbero fatto buon uso di una massa di lavoratori con meno diritti. In cambio di un governo del mercato del lavoro che per anni definivano bloccato e indicavano come il principale responsabile della stagnazione del Paese, ci si sarebbe aspettata una capacità di competere aumentata. Invece gli industriali che oggi vogliono “decidere insieme l’Italia da fare” hanno sfruttato sino all’osso in questi ultimi anni la precarietà dei lavoratori, hanno attinto ai soldi pubblici con la cassa integrazione, hanno favorito (la maggior parte indirettamente, molti direttamente) il lavoro nero, l’uso spregiudicato di migranti regolari e irregolari per continuare a fare l’unica cosa che sanno fare: abbassare i salari. Oggi gli industriali si accorgono che i salari non sono più comprimibili. Il metalmeccanico italiano (ed è già fortunato) porta a casa mediamente 1200 euro. Il metalmeccanico tedesco 2500. Ciononostante la Germania continua a marciare come un treno e l’Italia è ferma al palo. Gli industriali hanno colto tutte le occasioni per dimostrarsi non “datori” ma “prenditori” di lavoro: hanno delocalizzato laddove i diritti erano ancora inferiori a quelli dell’Italia, hano delocalizzato ancora non appena un mercato del lavoro più straccione si profilava più conveniente. Hanno riempito pagine di giornali e di libri della Bocconi con la bufala della “responsabilità sociale dell’impresa” mentre peggioravano le condizioni delle fabbriche. Ci hanno bombardati con la palla del “made in Italy” mentre magari i pantaloni li facevano in Romania e li portavano in Italia per metterci solo i bottoni e – di conseguenza – poterci mettere l’etichetta “made in Italy”. Oppure – come succede in quel di Parma – fanno il prociutto “nazionale” con i mailai imporati dall’Olanda e dall’Ungheria affamando gli allevatori italiani. Oppure – per rimanere a Parma – hanno dimostrato di che pasta sono fatti con il fulgido esempio della Parmalat.
Il dramma è che questi “prenditori” non si vergognano minimamente e continuano a scaricare sugli altri le responsabilità che condividono con i politici (di destra e di centro-sinistra) che in questi anni sono stati loro compagnucci di merende nella distruzione del Paese. Mentre la Marcegaglia straparla il caso del restauro del Colosseo è un bellissimo esempio. Diego della Valle (salutato come un mecenate) ha deciso di spendere 25 milioni di euro per un restauro. In cambio avrà per un congruo numero di anni l’esclusiva dell’immagine del colosseo per le sue scarpe. Sembra un po’ Totò che vende la Fontana di Trevi al turista americano ma non importa. Si potrebbe pure ringraziare il peloso mecenatismo di Della Valle. Purtroppo però dei 7 milioni di euro, sui 25 totali, destinati ai lavori per i prospetti del Colosseo solo meno di un decimo verrà eseguito da restauratori. Nel bando emesso nell’agosto scorso per la ricerca degli sponsor si legge che più di nove decimi del lavoro sulle decorazioni verrà realizzato da operai edili, non qualificati come restauratori. E lo stesso accadrà per le parti interne dell’edificio. Questo significa che i giovani con le lauree triennali o magari magistrali esperti di restauro non ci lavoreranno. Molto meglio appaltare e subappaltare a gruppettini di imprese edili che passano tranquillamente dalla costruzione del condominio a Ostia al restauro del Colosseo. Così i giovani imparano a pigliarsi una laurea e a non andare a fare da subito i restauratori.

Cosa vuole la Marcegaglia? Cosa vogliono questa pseudo classe industriale italiana? Hanno sponosorizzato per anni i governi di centro-destra sperando di ricevre in cambio autostrade, ponti sullo stretto, colate di cemento, sussidi e tutto l’armamentario che li ha sempre e solo tenuti in vita negli ultimi 40 anni. Oggi si sono accorti che la vacca da mungere è troppo magra. Si sono accorti di non essere capaci a fare il loro mestiere (ma lo sapevano a mio avviso da anni). Si sono accorti che non possono più dare la colpa al mercato del lavoro troppo caro. Neppure la manovra di impadronirsi dell’Università, la manovra di trasformare le scuole superiori in un enorme serbatoio professionale ha dato frutti. Non possono più dare la colpa a nessuno. E allora salgono in cattedra. Ci chiamano alla solidarietà nazionale, al superamento delle barriere, allo sforzo comune. Tutto mentre il partito di Montezemolo si prepara. Mentre i corifei della “meritocrazia” come Abravanel (il guru che muove la Gelmini) discettano di competitività attraverso lo smantellamento di quel che rimane di buono.

Cosa vuole la Marcegaglia portavoce dei suoi colleghi? Vuole la solidarietà accapando l’idea che siamo tutti sulla stessa barca. Poco importa che la barca sulla quale siamo l’abbiano rosa dall’interno. Rimbocchiamoci le maniche (Bersani ha già cominciato) e aiutiamo la Marcegaglia. Se le cose andranno meglio sicuramente saprà come saltare dalla barca al momento giusto.

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