Dopo un lungo silenzio eccomi di nuovo qui. Non è stato un abbandono ma una pausa rispetto alla incommentabilità degli avvenimenti. Qualsiasi internauta può trovare la spazzatura che vuole (specie italiana) degli ultimi mesi ovunque. Adesso c’è qualcosa di nuovo. L’avevo detto in un post precedente: “Da gennaio a (presumibilmente) a marzo la speculazione internazionale colpirà il Portogallo. Gli esiti saranno identici a Grecia e Irlanda. Arriveranno i prestiti sufficienti per tenere a galla tra lacrime e sangue Lisbona”. Non mi piace mettermi qualche medaglia o giocare al “io l’avevo detto” ma è ciò che sta accadendo. Mentre ci drogavamo com Ruby Rubacuori e con le scemenze diffuse dal tutt’altro che scemo Tremonti le cose sono andate come dovevano andare. La speculazione dop aver desertificato la Grecia e l’Irlanda è arrivata al boccone preferenziale: il Portogallo. Gli osservatori italiani (osservatori è una parola grossa) mostrano amcora una volta di non aver capito nulla o meglio di voler colpevolmente diffondere sciocchezze. Basta leggere oggi i guru decrebrati del “Sole24Ore”. Il titolo la dice lunga: “Tre crisi diverse in Europa: Grecia conti truccati, Irlanda crisi bancaria, Portogallo non competitivo”. Non c’è molto di più nell’articolo di Vittorio da Rold a parte questo spassosissimo passaggio: Il problema di Lisbona è la crescita, o meglio la mancata crescita del Pil dovuta all’erosione continua di competitività. Lisbona è periferica perché da anni la sua economia è diventata tale non reggendo il passo con l’economia leader del Continente, la Germania. Salari troppo alti rispetto alla produttività hanno messo fuori mercato i pochi prodotti portoghesi, infrastrutture insufficienti, istruzione inadeguata, lassimo, sprechi, selezione della classe politica per nepotismo e non per merito. Quando l’economia non cresce le entrate fiscali languono e i conti pubblici saltano. A quel punto le tensioni sul debito portoghese sono diventate insostenibili dopo le dimissioni del premier Socrates in seguito alla bocciatura in aula delle misure di austerità. La resa di Lisbona di fronte a scadenze sul debito, che non è più in grado di onorare, è stata determinata dalla mancanza di coraggio politico sufficiente a varare le riforme strutturali di cui il paese necessita da anni. Una medicina amara che avrebbe dovuto essere presa senza dover arrivare al salvataggio”.

Mi scuso per la lunga citazione ma serve per capire due temi: lo strabismo idiota dei commentatori economici italiani e la loro incapacità di dare notizie legate alla realtà. Vittorio Da Rold è ben noto, quando non ha nulla da dire come fanno molti giornalisti italiani,  copia gli articoli del “New York Times” (articolo originale:
http://www.nytimes.com/2010/06/18/arts/18abroad.html
scopiazzatura:
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-06-18/gumus-telenovela-turca-scuote-180700.shtml?uuid=AYomHjzB&fromSearch

Perciò su Da Rold come professionista non ho altro da aggiungere se non che di economia non ne capisce un tubo ma è costretto a scriverne ogni tanto (quando non si occupa di scopiazzature su telenovele turche). Torniamo al Portogallo. Se il ragionamento di Da Rold avesse un minimo di dignità logica gli si potrebbe chiedere: ma perché oggi va in pezzi il Portogallo e non la Serbia. Forse la Serbia è più produttiva del Portogallo? Le infrastrutture serbe sono migliori di quelle portoghesi? La classe politica viene selezionata meglio? E mi scusino i serbi, avrei potuto citare la Romania o la tanto sopravvalutata Estonia. Perché non crolla la Serbia, la Romania o l’Estonia? Semplicemente perché pensare che Grecia, Irlanda e Portogallo siano tre crisi diverse è una sciocchezza che solo Da Rold può scrivere e che solo lo sciocchezzaio quotidiano del Sole24Ore può pubblicare. La speculazione internazionale da quando l’Irlanda è stata picchiata per bene ha cominciato a massacrare il Portogallo. Come ho già scritto lo schema è quello classico dei carnivori verso il branco di erbivori: si attacca il più debole o quello più lontano dal branco. A differenza dei lupi o dei leoni però la speculazione non vuole mangiare il Portogallo. La logica è far arrivare i soldi europei. Si tratta di 80 miliardi di euro. Arriveranno perché nonostante i passaggi formali (Eurogruppo e Eurofin) di oggi a Budapest si è già deciso di farlo. Ma che siano 80 o 70 o 75 miliardi non cambia. L’importante che arrivino i soldi. Il Portogallo verrà salvato, la ricetta della BCE e del FMI sarà sempre la stessa: riformare il mercato del lavoro (in peggio per chi lavora), tagliare le pensioni, rendere il welfare state meno efficace e – di fatto – impoverire la nazione. Poi – e qui mi lancio in un’altra previsione – verso settembre-ottobre toccherà alla Spagna. Questo sarà il boccone più grosso dell’operazione di smantellamento dell’Unione Europea. La Spagna ha investimenti in Portogallo per 1o5miliardi di Euro e (nonostante le rassicuranti parole dei vertici europei) è di fatto allo sbando. Nessuno so fida di Madrid: quando si trattò di definire il deficit del 2009 gli spagnoli prima dissero che ammontava a 5,2% rispetto al PIL, poi ammisero un 8,5% e infine un 11,4%. Insomma i responsabili economici spagnoli sono considerati poco più che “peracottari” in giro per l’Europa. Zapatero di economia coem il giornalista Da Rold non capisce un tubo. Lo ha scritto ancora più di un anno fa il “Financial Times”. Le due banche più importanti della Spagna (BBVA e Santander-Central Hispano) per anni si sono riempite di spazzatura modello americano cavalcando la crescita drogata della Spagna. Occorre ricordare che la situazione spagnola ha visto negli ultimi due anni il crollo della bolla speculativa edilizia. Tutta la presunta crescita spagnola era un delicato meccanismo di inganno simile alla crisi statunitense nella sua struttura.

A chi giova il crollo del Portogallo e il prossimo attacco sulla Spagna? In primo luogo agli speculatori che – ovviamente -lavorano per guadagnare soldi. Ma la partita di questa crisi mondiale non è tanto economica quanto politica. Negli ultimi vent’anni ossia dai primi effetti del crollo del blocco sovietico si è scatenata una lotta per sedersi al tavolo di una torta diventata improvvisamente più grande. Una torta che, con l’ingresso della Cina nel WTO e quindi nel sistema economico mondiale, è diventata ancora più grande. Si sono aperti nuovi mercati, si è abbassato a livello mondiale il costo del lavoro, ogni nazione che poteva farlo ha cominciato a sgomitare per la sua fetta. Anche nazioni improbabili come la Spagna hanno cominciato a pensare di poter essere più grandi e influenti di quanto fossero in realtà. Gli ultimi vent’anni sono stati un lungo periodo di caos non governato e non governabile. Una corsa a guadagnare posizioni con un numero spropositato di concorrenti. La debolezza statunitense e il lento declino del Giappone hanno fatto pensare in molte capitali che era giunto il momento di un nuovo ordine mondiale in campo economico. In realtà quello che si è prodotto è solo un grande disordine mondiale. A fare la selezione tra gli stupidi ambiziosi e coloro che hanno realmente delle carte da giocare sta il ritardo con il quale alcuni mercati si aprono. La Cina è al centro del meccanismo. Un mercato di un miliardo di consumatori attivi che ancora è severamente chiuso a chiave. Una nazione che ancora sta lavorando per assicurarsi risorse energetiche per crescere e che non ha nessuna intenzione di aprirsi prima del tempo. Finché la Cina non diventerà da venditore anche acquirente continuerà la selezione e le teste continueranno a cadere. Questa crisi è una copia della crisi mondiale del 1873: sovrapproduzione di beni e mancanza di acquirenti. A differenza del 1873 questa crisi è più profonda ma ha gli stessi meccanismi. Allora – per aprire nuovi mercati – l’Europa si inventò il colonialismo che oggi non è più pensabile in quei termini. Oggi l’unico modo per costringere i cinesi a diventare consumatori sta nel possedere le chiavi di alcune risorse strategiche sparse in giro per il mondo e soprattutto in Africa. Il sangue che scorre a sud del Sahara è l’esito di una lotta per questi beni. I cinesi sono entrati in Africa con grande impegno per assicurarsi le materie prime che altrimenti dovrebbero comprare dall’Occidente aprendosi al mercato internazionale. L’Occidente cerca a sua volta di arrivare per primo. In attesa che i cinesi incomincino a comprare frigoriferi non solo a Shangai ma anche nel più sperduto villaggio della Manciuria settentrionale, qui in Occidente si sviluppa la selezione dei commensali dinanzi alla torta. Gli straccioni che si sentivano dei sovrani vengono allontanati dalla mensa e rimessi al proprio posto. Prima è cominciato con gli straccioni più piccoli: islandesi, greci, irlandesi e oggi portoghesi. Poi toccherà agli straccioni di medio calibro: spagnoli e italiani. Il momento è favorevole anche perchè i governi al potere in questi Paesi sono composti da dilettanti nella migliore delle ipotesi e cialtroni nella peggiore. Quando gli straccioni saranno ridimensionati gli attori del mercato globale saranno tre, al massimo quattro: Germania, Francia, Stati Uniti (inaffondabili per ovvie ragioni), e forse la Gran Bretagna fanalino di coda dei commensali più grandi. Ciascuno di questi Stati vincenti avrà la sua sfera economica fatta dai vassalli straccioni ridimensionati nelle loro ambizioni. Quando la Cina (e il Brasile) si apriranno realmente al consumo e agli investimenti la situazione si ristabilirà. Per il momento questa crisi sta facendo pulizia e ordine. Le conseguenze per le persone sono sotto gli occhi di tutti. Ma questo si chiama capitalismo, peggio per chi si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Come noi.

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