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Quaranta minuti fa Maurizio Landini della FIOM-CGIL ha rilasciato una intervista ad AGI. Devo dire che Landini mi è simpatico e mi pare un sindacalista estremamente combattivo e lucido. Anche l’intervista è interessante e consiglio di leggerla. Tuttavia in un punto fondamentale Landini sembra non aver capito la situazione. Marchionne non sta solo bastonando la FIOM, sta bastonando anche Confindustria. Il colpo di Marchionne è duplice e anticipa anche in Italia un processo destinato a espandersi sempre di più. Le imprese multinazionali e quindi globali hanno bisogno di superare le differenze nazionali per poter programmare le loro mosse sullo scacchiere internazionale. E le differenze nazionali sono non soltanto produttive o logistiche, sono soprattutto differenze di diritti dei lavoratori che in certi Paesi contano molto e in altri contano molto poco. Marchionne ha bisogno di omogeneizzare i rapporti con i lavoratori siano essi italiani, statunitensi, brasiliani o polacchi. Non si tratta di uniformare gli stipendi perché sarebbe impossibile pagare un italiano quanto si paga un polacco. Si tratta invece di avere una griglia di diritti uguali per tutti o meglio ancora si tratta di tagliare i diritti laddove sono inciampi ai piani aziendali. Lo Statuto dei Lavoratori, il contratto collettivo nazionale sono elementi di disturbo non per l’Italia ma per la libertà di manovra globale di Marchionne. A essere minacciati non sono soltanto i lavoratori però. Confindustria non rappresenta aziende multinazionali ma è il riflesso della asfittica e dilettantistica imprenditorialità italiana. Le miriadi di piccoli-medi imprenditori che non saranno mai imprenditori globali non sono sintonizzati su Marchionne. Se negli anni passati si poteva pensare che il contratto FIAT fosse “l’apripista” di tutti i contratti del settore metalmeccanico oggi non è più così. Marchionne non vuole stare dentro un contratto generale che veda la FIAT normata più o meno come tutte le altre imprese del settore. Certo qualche impresa brianzola o trevigiana del settore metalmeccanico penserà senz’altro che Marchionne spalanca una porta comoda da infilare per far fuori il contratto collettivo nazionale. Ma è una illusione e – soprattutto – una stupidaggine. Il contratto collettivo nazionale serve più agli imprenditori che ai lavoratori. Le imprese non globalizzate hanno un disperato bisogno di punti fermi, quelle globalizzate invece hanno bisogno di accordi rapidi, mutevoli, anche contraddittori se serve in un determinato momento. A Marchionne serve mobilità ai nani imprenditori italiani serve una base di sicurezza e di pace sociale. Per questo Confindustria non conta nulla, FIAT è su un altro pianeta e loro sono rimasti al palo. Anche le aziende della “globalizzazione stracciona” non sono nella logica FIAT e per “globalizzazione stracciona” intendo quel modo di fare impresa che si sposta laddove il lavoratore costa meno (prima Romania, poi Bulgaria e via così). Quel modo di fare impresa da quattro soldi e nessuna “visione globale”.

Ma in tutto questo sono i sindacati che si devono muovere. Marchionne ha lanciato la sfida ed occorre raccoglierla. Occorre cioé creare veramente – almeno a livello europeo – una internazionale dei sindacati che non vogliono svendere i diritti dei lavoratori. Bisogna lavorare duro e creare le premesse per un confronto globale. Far crescere la coscienza sindacale ovunque, promuovere battaglie nelle differenti società per aumentare i diritti. Se oggi fosse stato possibile proclamare uno sciopero globalizzato contro una FIAT globalizzata Marchionne avrebbe dovuto abbassare la coda. Occorre un grande sindacato internazionale e globale, occorre una carta dei diritti dei lavoratori più globale possibile. Occorre globalizzare i diritti. Non è ancora tardi per cominciare.

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