C’è chi dice che gli studenti protestano sempre, quasi per un rito di passaggio. Quasi che, a prescindere da qualsiasi buona o cattiva ragionr, un giovane debba fisiologicamente protestare per crescere. Una tecnica questa che serve sostanzialmente a ignorare le ragioni. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sostiene di non capire le ragioni degli studenti. La sua non comprensione è ovvia. Non può capire che il cosiddetto Decreto Gelmini (che – come abbiamo visto altrove – si potrebbe definire meglio cone “golpe Abravanel”) è solo la goccia che fa trabboccare il vaso. Gli studenti che scendono in piazza sono quegli stessi studenti che alle elementari si sono portati la carta igienica da casa perché mancavano i fondi. Sono gli stessi che hanno confrontato attraverso i progetti Erasmus cosa significhi attenzione per l’Università in altri Paesi europei. Sono gli stessi che sanno perfettamente di non avere un futuro a prescindere da ciò che studiano e dall’impegno che ci mettono a farlo. Come può capire il Presidente del Consiglio Berlusconi le ragioni di questa protesta? Lui consigliava ad una giovane tempo fa di risolvere la sua situazione sposando qualcuno ricco.

Spesso gli studenti sono andati in piazza. Spesso nel passato non per problemi pratici ma per “ideali”. Oggi l’unico ideale di chi sfila è la sopravvivenza. Sopravvivere è l’obiettivo degli operai che si arrampicano sulle ciminiere, dei migranti che salgono sulle gru. Sopravvivere significa riavere dignità non di “consumatori” ma di cittadini. Dignità significa avere la possibilità di non dover cercare dottorati all’estero, non dover portarsi i reagenti da casa per gli esperimenti di chimica o fisica, avere uno Stato che si assume la responsabilità di programmare il futuro attraverso le giovani generazioni. Silvio Berlusconi non può capire questo desiderio di dignità perché è fuori dal suo orizzonte. Un orizzonte congelato nel concetto che non è il merito che conta ma l’occasione. L’occasione che ti fa velina, calciatore, cantante. Cresciuto nello “show business” Berlusconi non può capire situazioni nelle quali ciascuno vuole studiare, lavorare, vivere senza automaticamente dover essere competitivo. Berlusconi non può capire che esistono giochi umani differenti da quelli a “somma zero” dove c’è sempre qualcuno che vince e qualcuno che perde. E nella logica di contrapposizione secca tra i “vincenti” e i “perdenti” il “merito” non è frutto di intelligenza e applicazione ma di furbizia e slealtà. Basta guardare i curricula di alcuni ministri e ministre della compagine governativa. Molte biografie presentano la tendenza alla scorciatoia (andare a fare gli esami di avvocatura a Reggio Calabria ad esempio) o l’assenza totale di competenze specifiche (se non aver fatto la conduttrice televisiva e qualche calendario). La tanto sbandierata “meritocrazia” nella mente di Berlusconi si risolve in una “furbiziocrazia”. La cultura è un accessorio quel che conta è avere gomiti aguzzi e colpire sotto la cintura dell’etica. Un incontro concettuale tra gli studenti e Berlusconi non è possibile. La cultura per Berlusconi e per i suoi più stretti collaboratori è soltanto qualcosa di vuoto se non contiene il succo di ciò che da il “successo”. Quale comprensione può avere questo presidente del Consiglio per le ragioni degli studenti se il suo ministro per l’economia, Giulio Tremonti dichiara pubblicamente che la cultura non da il pane invitando a farsi “un bel panino con la Divina Commedia”.

Le manifestazioni studentesche spesso sono state utopistice, più spesso confuse, molto spesso velleitarie. Queste alle quali assistiamo non parlano però di un “malessere giovanile” e non basta “ascoltare i giovani”. Occorre ascoltare l’Italia che attraverso i giovani si esprime. C’è qualcosa nella società, nel modello di società che viene proposto che non funziona più. C’è sempre più una massa di persone che si sente spinta al margine non perché priva di capacità ma perché priva di furbizia. Persone che non riescono ad esercitare i loro diritti perché un furbo sa come scavalcare le regole di carta velina. I giovani avvertono – qualcuno dirà confusamente – il livello di ingiustizia e di mancanza di etica del modello di società nella quale vivono. Hanno di fronte un futuro e vogliono avere la possibilità di viverlo in una dimensione nella quale non ci sia spazio solo per “vinti” e “vincitori”. Stanno chiedendo un cambiamento etico. In questo sta il potere rivoluzionario di ogni protesta: cambiare il clima, riappropriarsi della capacità di decidere per il futuro. Spesso il potere con il quale gli studenti si confrontano è rappresentato da chi non è capace di capire perché la sua distanza dalla realtà e dagli ideali è diventata siderale. Allora la risposta è sempre violenta. Più violenta laddove esistono dittature, meno violenta nelle democrazie. Anni dopo molte delle istanze che – alcuni diranno confusamente – gli studenti esprimono diventano ragioni degne di essere ascoltate e praticate. Ma solo dopo quel riflesso condizionato che spinge ogni potere – democratico o dittatoriale – a reprimere prima di capire.

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