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Notizia di ieri: il 45% della ricchezza complessiva delle famiglie italiane alla fine del 2008 è in mano al 10% delle famiglie. E’ uno dei dati contenuti nel rapporto su “La Ricchezza delle famiglie italiane” elaborato dalla Banca d’Italia. La metà delle famiglie italiane, quelle a basso reddito, detiene solo il 10% della ricchezza complessiva.

La fonte è BankItalia. Significa che – a meno di non considerare la nostra Banca Centrale un pericoloso covo di comunisti – abbiamo un problema. Un problema che si capisce meglio tirando le conclusioni dal dato: il 40% delle famiglie italiane detiene il 45% della ricchezza nazionale. Sto parlando della classe media. Questo significa che l’ossatura di una nazione, la classe media (quella che ha capacità di risparmio e che è il parco buoi di tutti i promotori finanziari) è a rischio estinzione sotto il profilo numerico e per capacità di impatto sull’economia complessiva.

Questa situazione si verifica solitamente nei Paesi dell’America Latina e in generale nel Terzo Mondo. Non lo dico io: è un fatto noto. Arianna Huffington quest’anno ha pubblicato un libro dal titolo “Third World America”, Terzo mondo America. Nel quale si sostiene che è proprio negli Stati Uniti che si sta verificando il fenomeno della scomparsa della classe media con maggiore evidenza. Ma questa constatazione non è nuova, ne aveva scritto Frederick Strobel in  “Upward Dreams, Downward Mobility: The Economic Decline of the American Middle Class”. Ne aveva parlato Teresa Sullivan venti anni fa in “The Fragile Middle Class: Americans in Debt”.

Perché la classe media va in crisi? Per una seria di motivi:

a)  crisi di credito

b) bolla immobiliare che dagli USA è passata all’Europa contagiando la crisi

c) disoccupazione in aumento.

d) salari stagnanti o con perdita di potere d’acquisto

e) crollo della redditività dei lavori tipici della classe media

A provocare questi motivi sta una politica che dura da trent’anni, inaugurata da Reagan negli Stati Uniti e da Margaret Thatcher in Gran Bretagna. Arrivata in Italia all’inizio degli anni Novanta questa politica ha smantellato progressivamente il welfare state, ha finanziarizzato l’economia, globalizzato i mercati. In un mondo nel quale i capitali migrano dove le garanzie sono più basse e i salari molto contenuti è inevitabile che sia la classe media a soffrirne. Se posso pagare 200 euro ad un ingegnere indiano perché pagarne 2000 ad uno italiano? Ma l’ingegnere italiano è il frutto della classe media. Perché è la classe media che studia per ottenere un miglioramento generazionale. Tutti i lavori tipici della classe media possono – oggi – essere comprati all’estero o delocalizzati. Per questo motivo studiare, laurearsi non è più un fattore di promozione sociale ma – più spesso – un boomerang per un giovane.

Nella assenza di welfare state la crisi deve poi essere assorbita dalle famiglie. Questo significa che il periodo di tempo necessario a sostenere un figlio che non trova lavoro riduce la ricchezza complessiva delle famiglie. Ma c’è un’altra conseguenza della crisi della classe media: la diminuzione della democrazia. Ci sono ancora dei romantici che regalano l’etichetta di democrazia in base all’esistenza o meno di libere e periodiche elezioni. Purtroppo questo dato non è adatto a testare lo stato di salute di una democrazia. Se la classe media soffre significa semplicemente che rinuncia al superfluo e il superfluo è l’informazione e  la cultura. Un popolo disinformato e ignorante può anche continuare a votare ma ha perso – o sta perdendo – gli strumenti per valutare ciò che vota. Per catturare i disinformatie gli ignoranti la politica si deve trasformare e semplificare diventando primitiva nei suoi contenuti e demagogica nei suoi leader. Così il circolo si chiude sempre a sfavore della classe media dalla quale non provengono più quadri qualificati della politica la cui gestione scivola progressivamente nelle mani del 10% ricchissimo.

Le dimostrazioni degli studenti che attraversano le nostre strade avvertono confusamente questo dato di fatto. Ma ciascun laureato ha imparato a capire che la sua laurea (qualsiasi sia la materia) vale sempre meno in termini di impiego e di salario. Oggi in piazza ci sono i figli della classe media non pericolosi terroristi o estremisti di sinistra. Figli destinati a cercare lavori precari e sottopagati perché il valore del lavoro è crollato negli ultimi dieci anni in modo drammatico.

Giuseppe Cruciani dalle frequenze di Radio24 tuona contro gli studenti "fighetti" che scendono in piazza. Lui in piazza non ci va, i suoi problemi li ha risolti scrivendo un aureo libretto a favore del Ponte sullo Stretto di Messina e inventandosi opinionista.

Secondo dati Cgil  nel periodo 2000-2008 le retribuzioni lorde in Italia sono cresciute (+2,3%) molto meno rispetto a quelle medie degli inglesi (+17,40%) e francesi (+11,1%).  Oggi 15 milioni di lavoratori dipendenti guadagnano meno di 1.300 euro al mese ma per sette milioni di questi la busta paga segna meno di 1.000 euro (per il 60% sono donne). Se un lavoratore dipendente “standard” nel 2009 portava a casa 1.260 euro netti in busta paga il salario scendeva a 1.031 per lo stesso lavoratore in una piccola impresa (fino a 19 addetti) e 1.008 per un dipendente del Mezzogiorno. Nel 2009 segnavano retribuzioni medie sotto i 1.000 euro gli immigrati (949), i lavoratori a termine (929), i giovani (920) e quelli in collaborazione (841 euro).

La classe politica di questo Paese ha perso qualsiasi contatto con la realtà. Se Gasparri raccomanda ai genitori di non lasciare andare i figli in piazza non è perché in piazza ci siano gli assassini. In piazza non ci sono neppure i privilegiati figli della buona borghesia (come ripete dalle frequenze di Radio24 il pennivendolo Giuseppe Cruciani). In piazza ci sono i figli della classe media moribonda.

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