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Come avevamo detto – e non era difficile prevedremo – l’Irlanda è uscita dal mirino. Il maxiprestito dell’Unione Europea ha tamponato la situazione. Come avevamo previsto Dublino ha tenuto duro sulla tassazione alle imprese al 12,5%. In questo modo Google, HP, Microsoft non scapperanno. La scommessa del governo irlandese è tutta nella speranza che una volta passata la tempesta, i soldi delle multinazionali saranno in grado di rilanciare l’economia. D’altronde non c’è scelta: l’Irlanda non produce nulla e o rimane il paradiso fiscale dell’Unione o torna ad essere il Paese più povero dell’Europa occidentale. Ovviamente se non pagano le banche e le imprese devono pagare i cittadini. La manovra economica da 15 miliardi (dopo tre durissime finanziarie) è un colpo terribile. Probabilmente il governo sotto la rabbia degli irlandesi cadrà a gennaio. Non cambierà molto. Nessun governo in Europa ha idee alternative. Ogni misura economica è contro la gente nel terrore che i grandi capitali scappino e non continuino più a comprare i titoli del tesoro dei singoli Paesi. Adesso tocca al Portogallo. Stamattina sui giornali economici gira la notizia secondo la quale Lisbona sarebbe stata invitata a accettare subito un piano di aiuti. La partita che si sta per giocare adesso è, se vogliamo, ancora più complicata. Attaccare il Portogallo è il primo passo per aggredire la Spagna. Madrid infatti è fortemente esposta: le banche spagnole hanno investito molto in Portogallo. Generare perdite in Portogallo significa costringere la Spagna a intervenire ma ciò significa indebolirla prima di attaccarla direttamente. Così ecco la speranza che, anche a Lisbona, si chieda il prestito alla Ue e si vari una manovra lacrime e sangue contro la gente. Il tempo è decisivo. Vedremo quanto e come i portoghesi resisteranno.

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